Luca Carboni

Le cronache della Leda #40: Tra Kiev e Sanremo

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Le cronache della Leda #40: Tra Kiev e Sanremo

 

Anna, si chiama così la donna ucraina che una volta a settimana viene ad aiutarmi con le faccende di casa. Anna viene da me da quindici anni, è un’amica ormai, ci raccontiamo le cose. Attraverso i suoi racconti, i suoi brevi ritorni a casa, ho visto crescere i suoi due figli, un maschio e una femmina. La femmina, Alina, adesso è sposata e ha due bambini. Suo figlio Serhij ha, ma sarebbe meglio dire aveva, un buon lavoro, ora non lavora, ora è in guerra. È stato richiamato perché ai tempi del servizio militare aveva firmato. Anna mi dice che c’è una guerra vera anche se i giornali ne parlano poco, mi ha raccontato che sono morti un sacco di ragazzi. Io non riesco a dire nulla, posso solo abbracciarla e prepararle un caffè. Anna è una mamma che da una vita pulisce le case della gente, si prende cura degli anziani, per garantire un futuro ai suoi figli. Quale futuro? Sembra volermi dire, guardandomi fissa negli occhi, mentre beve il suo caffè. Anna  mi dice che Serhij ha dovuto (e tutti i richiamati al fronte) provvedere da solo agli abiti, al cibo, ora ci pensano, come e quando possono, le associazioni di volontariato. Anna mi ripete un sacco di volte la parola guerra, ma non c’è odio nei suoi occhi, nei suoi toni, ci sono sgomento e paura. Anna se ne va, a lunedì prossimo, ci diciamo. Trova il tempo di sorridermi mentre esce.

TOPSHOTS AFP PHOTO/ SERGEI SUPINSKY

TOPSHOTS AFP PHOTO/ SERGEI SUPINSKY

L’Adriana dice se guardiamo Sanremo da lei, dice che comincia stasera. Carlo Conti, dico. Non mi pare che ci sia bisogno di aggiungere altro. L’Adriana sa che a me di Sanremo non importa più nulla, e, forse, non importa a nessuna di noi quattro. La nostra amicizia si basa anche su alcuni rituali, Sanremo è uno di quelli, a prescindere dalle canzoni orribili e dai presentatori perennemente abbronzati. Alle sette e mezza saremo a casa sua, ceneremo e dopo guarderemo il Festival. Lo guarderà anche Anna, le piacciono le nostre canzoni popolari, lo guarderà pensando ai figli, perché non potrà fare altro. Domattina si alzerà, troverà un messaggio del figlio e andrà a pulire uno dei nostri pavimenti, dei nostri bagni. Noi parleremo del  festival, com’era quella canzone di Luca Carboni? A un’ora di volo c’è la guerra anche se qui c’è gente del barbiere. Mi pare facesse così.

Leda

in-side stories #2 – Condominio in classe A

biennale architettura 2010 - foto gm

in-side stories #2 – Condominio in classe A

Primo piano interno 8

Le otto, era ora di prepararsi qualcosa per cena. Giorgio, lentamente, si alzò dal divano, la gamba destra gli faceva male più del solito. Forse stava cambiando il tempo. Sorrise a quel pensiero, come se il mutare del clima potesse cambiare qualcosa per lui. Con pioggia e vento sarebbe rimasto comunque lo stesso cinquantenne, in cassa integrazione, che era con l’afa di luglio. Per non parlare di Sonia. Non si faceva sentire da un mese o giù di lì. Ma quanto tempo occorre per riflettere? Per i “Ho bisogno di stare un po’ da sola”? Non c’erano risposte o, se c’erano, lui era troppo pigro per trovarle. Il Mav della rata di aprile del mutuo era sul tavolo della cucina, insieme a quella di gennaio. Quello con le spese straordinarie del condominio doveva averlo buttato via qualche giorno prima. Il condominio dove lui e Sonia avevano scelto di abitare. Classe A, pannelli solari, risparmio energetico. Tutta un’altra vita. La gamba faceva male parecchio. Si avvicinò alla credenza e si pose l’unica domanda che a quel punto aveva davvero senso: «Piselli o fagioli?»

Secondo piano interno 13

Luisa Spinelli era morta da quattro mesi. Un infarto a quarant’anni, dicono che nelle donne sia più raro. Lei era rara, unica, bellissima. Giovanni Anzaghi suo marito, aveva lasciato la casa il giorno dopo i funerali. Aveva preso in affitto un monolocale dall’altra parte della città. L’appartamento era in vendita, non avevano figli. Giovanni non c’era più entrato. La porta della camera da letto era rimasta chiusa. In salotto le fotografie di Luisa erano ovunque. A Giovanni piaceva fotografarla e, anche se  non era mai stato un granché come fotografo, lei nelle foto veniva benissimo. Erano le otto e trenta, di solito a quell’ora si mettevano a cena, poi più tardi andavano al cinema. Altre volte andavano a letto a scopare come due adolescenti, come due che si amano. Non c’era un granello di polvere, anche quella era rimasta fuori come per rispetto. Luigi Bonacini, il dirimpettaio di pianerottolo (interno 11), pensava di comprarlo per investimento, magari l’Anzaghi gli avrebbe fatto un buon prezzo. Mentre stava tornando a casa sentì di nuovo quel rumore di acqua che scorreva, avrebbe giurato che venisse dal 13, ma non poteva essere. Lo stesso rumore che aveva sentito per due anni immaginando Luisa sotto la doccia. Entrò in casa, corse in bagno e, come allora, si masturbò.

Terzo piano  interno 20

 

Centoventi metri quadri, ancora invenduto.

Terzo piano interno 21

 

Apri chat. Francesca Misandri è in linea.

“Ciao Francesca.” Ore 20.32. Visualizzato da Francesca Misandri alle 20.34

«Allora c’è, speriamo che risponda. Ieri sera ho esagerato, ma deve capirmi, lei mi piace tanto, è così fresca, così brillante. Scrive quegli status bellissimi e, mio Dio, quella foto al mare»

“Ci sei? volevo scusarmi ? Ci sei?” ore 20.35. Visualizzato da Francesca Misandri alle 20.37

«Forse è in bagno, magari sta cenando. No, no. Se li ha visti è lì, allora perché non mi risponde? Perché? Deve essersi proprio offesa»

“Francesca, per favore, rispondimi, ti rubo solo un minuto.” ore 20.41. Visualizzato da Francesca Misandri alle 20.42. Anche Francesca Misandri ha commentato la foto di Lucilla Trescore.

«Rispondimi, allora sei proprio una stronza, ma mica ce l’hai solo te. Guarda è on-line la troia ora ha condiviso anche un video. Rispondimi, cazzo.»

“Hey Francesca, se puoi rispondi, per favore. In fondo cosa ho detto? Dire che hai due tette della madonna è soltanto un complimento. Ok, forse non avrei dovuto dirti che cosa ci farei con le tue tette. Ti chiedo perdono, è che mi piaci tanto, e ho perso la testa. Sei bellissima. Ti prego rispondi, rispondi…” Ore 20.50. Visualizzato da Francesca Misandri alle ore 20.51.

«Puttana, lurida troia schifosa rispondi, rispondi.»

«Alberto, vieni che comincia la fiction?» «Arrivo tesoro».

«Merda, merda. Cazzo adesso quella mi risponde e non mi trova.»

“Ciao, adesso devo andare, ci sentiamo più tardi, va bene?” Ore 21.02. Visualizzato da Francesca Misandri alle ore 21.02.

Ore 23.30, apri chat: Francesca Misandri è offline. «Puttana, puttana.»

Quarto piano interno 28

Bruno Tagliamonti era appena tornato a casa. Lasciò la valigetta in ingresso ed entro in salotto. “Margherita, Marghe”, chiamò la sua compagna.  Nessuna risposta. “Marghe tesoro, sei in bagno? Ho prenotato per le nove e mezza”. Si diresse verso il bagno e lo trovò vuoto. “Marghe?” andò verso la camera da letto “Tesoooro”. In camera il letto era completamente rifatto. I comodini dal lato di Margherita erano aperti. Si voltò versò l’armadio, le ante spalancate. Il lato degli abiti di Margherita vuoto. “Margheeeeeeee, dove sei?” urlò più a se stesso che a qualcuno che avrebbe dovuto trovarsi in casa. Corse nella stanza ripostiglio, aprì la scarpiera di destra: vuota. Tornò in ingresso, mancavano le borse. Fece venti volte avanti e indietro, mancava tutto. Se ne era andata. Si diresse verso la cucina, accese la luce. Notò un biglietto sul tavolo: “Mio amatissimo Bruno, non è colpa tua. Sono io che non funziono, ci ho provato, ho pensato che mi sarei innamorata di te. Ho creduto che il tuo amore assoluto mi avrebbe calmata. Non ce l’ho fatta. Non era questa la vita che volevo.” Bruno si prese la testa fra le mani e scoppiò a piangere. «Avrei dovuto accontentarla.» Pensò «Avrei dovuto ristrutturare il casolare, invece di fissarmi con la classe A di questo condominio del cazzo.» Si diresse verso lo studio, ancora sconvolto. Accese il computer, doveva controllare il saldo del conto corrente.

 Gianni Montieri

Nota: questo racconto è dedicato a Luigi Bernardi che ringrazio per “Senza Luce” e perché sa che i condomini non sono fatti soltanto di case.

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Questa sera di Luca Carboni (album E intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film 1984)

E lui la va a prendere
… la sera
la prende
… per portarla a ballare
Lui, lo sguardo un po’ duro, un po’ dolce
ha la camicia che ha spianato a Natale
lei vent’anni negli occhi
un bel colore negli occhi
ma niente di speciale

Che questa sera
è una sera normale
se ne accorge perché torna come sempre da solo
poi da solo mette in tavola il pane
apre il frigo e comincia a mangiare
nel silenzio sente un bimbo che piange
sta finendo anche il telegiornale

E questa sera è come tutte le sere
l’ascensore è bloccato
chi sta facendo la doccia
qualcuno torna a casa dopo avere rubato
chi domattina va a caccia
mia madre è lì che ride
e non si ferma mai
adesso lava i piatti…
adesso lava i piatti…
adesso…

Io le telefono
…stasera
le telefono
…per farla innamorare

Le dico
stasera come sei bella stasera
sei così bella che ti voglio sposare
lei ascolta in silenzio
io capisco in silenzio
che non c’è niente da fare…
niente da fare…

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Ascolta il brano

Se lui fosse un angelo…

Il primo ricordo che ho di Lucio Dalla, prima ancora di sapere che lui era quello basso e peloso della copertina di Banana Republic o prima ancora di sapere che alcune sue canzoni le aveva scritte insieme al poeta Roberto Roversi, è un’intervista rilasciata agli inizi degli anni ottanta.

Il giornalista parlava di lui come di un genio, di un artista generoso che aveva aiutato molti suoi colleghi (su due piedi, oggi, mi vengono in mente Luca Carboni e Samuele Bersani, senza considerare le rinascite artistiche di Gianni Morandi e di Francesco De Gregori). Gli chiedeva di raccontare della fatica fatta per imporsi come cantante, sette anni di fischi e pomodori, di ruoli cinematografici e di canzoni scritte per altri, prima di arrivare a Sanremo con “4/3/1943“, canzone (in parte censurata) che l’avrebbe lanciato nell’olimpo del cantautorato.

Ricordo perfettamente che in quell’occasione Lucio Dalla parlò di uno dei suoi brani, uno di quelli ai quali sono più legato: Anna e Marco.

Disse che la canzone parlava di un poeta bolognese e di sua sorella, due cari amici, visti dalla sua prospettiva. Quel suo modo di osservare la realtà che gli stava intorno, rendendola migliore di quella che è, di raccontarla con il filtro di una sensibilità poco comune che gli permetteva di essere più avanti rispetto ad altri autori della sua generazione.

Negli anni novanta, parte di questa magia è andata persa, anche se sul finire del duemila in parte sembrava essersi risvegliata in qualche traccia del disco “Angoli nel cielo”.

E a proposito di cielo, ora che è morto già me lo immagino, alto biondo e invisibilezingaro libero, seduto fumando una marlboro, al dolce fresco delle siepi…