Louise Glück

Louise Glück, Tre poesie da Averno

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*

Louise Glück, Averno, Farrar, Straus and Giroux, 2006

 

The Night Migrations

This is the moment when you see again
the red berries of the mountain ash
and in the dark sky
the birds’ night migrations.

It grieves me to think
the dead won’t see them–
these things we depend on,
they disappear.

What will the soul do for solace then?
I tell myself maybe it won’t need
these pleasure anymore;
maybe just not being is simply enough,
hard as that is to imagine.

 

Le migrazioni notturne

Questo è il momento in cui rivedi
le bacche rosse del sorbo selvatico
e nel cielo scuro
le migrazioni notturne degli uccelli.

Mi addolora pensare
che i morti non le vedranno –
queste cose dalle quali dipendiamo
scompaiono.

Che cosa farà l’anima allora per trovar conforto?
Mi dico che forse non avrà più bisogno
di questo piacere;
forse non essere, e nient’altro, basta, semplicemente,
per quanto sia arduo immaginarlo.

Louise Glück
(traduzione di Anna Maria Curci e Gianni Montieri)

*

Crater Lake

There was a war between good and evil.
We decided to call the body good.

That made death evil.
It turned the soul
against death completely.

Like a foot soldier wanting
to serve a great warrior, the soul
wanted to side with the body.

It turned against the dark,
against the forms of death
it recognized.

Where does the voice come from
that says suppose the war
is evil, that says

suppose the body did this to us,
made us afraid of love–

 

Lago craterico

C’è stata una guerra tra il bene e il male.
Abbiamo deciso di chiamare il corpo il bene.

Questo ha reso la morte il male.
Ha fatto ribellare l’anima
contro la morte, completamente.

Come un fante che vuole
servire un grande guerriero, l’anima
ha voluto schierarsi con il corpo.

Sì è ribellata contro il buio,
contro le forme di morte
che riconosceva.

Da dove arriva la voce
che dice supponi che la guerra
sia il male, che dice

supponi che sia stato il corpo a farci questo,
ci abbia resi timorosi dell’amore–

Louise Glück
(traduzione di Anna Maria Curci)

*

The Evening Star

Tonight, for the first time in many years,
there appeared to me again
a vision of the earth’s splendor:

in the evening sky
the first star seemed
to increase in brilliance
as the earth darkened

until at last it could grow no darker.
And the light, which was the light of death,
seemed to restore to earth

its power to console. There were
no other stars. Only the one
whose name I knew

as in my other life I did her
injury: Venus,
star of the early evening,

to you I dedicate
my vision, since on this blank surface

you have cast enough light
to make my thought
visible again.

 

La stella della sera

Stasera, per la prima volta in molti anni,
mi è apparsa nuovamente
una visione dello splendore della terra

nel cielo vespertino
la prima stella sembrava
crescere in fulgore
man mano che la terra si oscurava

fino a non poter diventare infine più buia ancora.
E la luce, ch’era la luce della morte,
pareva restituire alla terra

il suo potere consolatorio. Non c’erano
altre stelle. Solo quella
di cui conoscevo il nome

come nell’altra mia vita le recai
offesa: Venere,
stella del vespro,

a te dedico
la mia visione, ché su questo suolo spento

hai gettato quanta luce basta
a rendere il mio pensiero
visibile di nuovo.

Louise Glück
(traduzione di Anna Maria Curci)

Le cronache della Leda #37 – Quando la Glück mi spiega mio figlio

louise gluck (fonte exeter.edu)

Louise Glück (fonte exeter.edu)

Le cronache della Leda #37 – Quando la Glück mi spiega mio figlio

Mio figlio mi accusa
della sua infelicità, non
a parole, ma nel modo
con cui guarda a terra, procedendo
lentamente nel vialetto; sa
che lo osservo. Per questo
saluta il gatto,
per far vedere che è capace
di mostrare liberamente il suo affetto.
Mio padre faceva
lo stesso col cane.
Mio figlio ed io, siamo i più grandi
esperti viventi in fatto di silenzio.
La neve spazza il cielo;
cambia
direzione, prima
si tuffa in verticale, poi vien giù obliqua.

Si dice che le poesie non vadano spiegate, ma nulla vieta a loro di spiegarci qualcosa, qualcosa di noi stessi. Questa è la poesia. Una cosa che permette, nel lampo di un apri e chiudi finestra, a una signora che vive negli Stati Uniti di scrivere versi tanto puliti, perfetti ed efficaci, da parlarmi al cuore, più di quanto io stessa sappia fare. La poesia annulla lo spazio, accorcia le distanze, mi spiega molto del rapporto che ho con mio figlio, così complicato da oscurare l’amore, eppure non sa dirmi come ricominciare a parlargli. Che fatica.

Non vi ho più parlato di mio figlio, e che cosa dovrei dirvi? Va meglio di prima, anche perché ci amiamo, ma ci mancherà sempre qualcosa. Ciò che ci manca lo colmiamo con il silenzio. Quando stiamo vicini e taciamo, quando camminiamo e non diciamo una parola, quando ci sentiamo su skype e stiamo zitti, guardandoci, per quattro o cinque minuti; quello è il tempo dove il silenzio riempie la nostra mancanza, che ha un nome e quel nome è Saverio. Sarebbe sbagliato dire che non l’abbiamo superata. Il dolore passa e siamo riusciti a fare tutte e due delle vite dignitose, lui anche bella, basta guardare suo figlio. Non siamo riusciti a mettere insieme la sua mancanza, a parlarne insieme, ma parlarne sul serio intendo. Saverio, rimane lì, uno che se ne è andato lasciando un sacco di cose da dire.

Avete mai letto la Glück? No? Beh, è ora di cominciare, io l’ho scoperta grazie a Stefano e di questo lo ringrazio. Stasera portiamo la Luisa al ristorante: prima uscita a cena dopo l’inferno.

Leda

Nota: La poesia di Louise Glück qui riportata è tratta dalla raccolta Ararat, traduzione in italiano e cura di Bianca Tarozzi per In forma di parole (La quarta serie – numero I – gennaio, febbraio, marzo, 2012)

Le cronache della Leda #27 – Primi segnali d’inverno, l’Adriana e Louise Glück

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Le cronache della Leda #27 – Primi segnali d’inverno, l’Adriana e Louise Glück

 

Per raccontare la mia America alle ragazze leggo loro delle cose, cose che mi sono portata via da lì, oggi ho letto questa poesia.

The light has changed;
middle C is tuned darker now.
And the songs of morning sound over-rehearsed. –

This is the light of autumn, not the light of spring.
The light of autumn: you will not be spared.

The songs have changed; the unspeakable
has entered them.

This is the light of autumn, not the light that says
I am reborn.

Not the spring dawn: I strained, I suffered, I was delivered.
This is the present, an allegory of waste.

So much has changed. And still, you are fortunate:
the ideal burns in you like a fever.
Or not like a fever, like a second heart.

The songs have changed, but really they are still quite beautiful.
They have been concentrated in a smaller space, the space of the mind.
They are dark, now, with desolation and anguish.

And yet the notes recur. They hover oddly
in anticipation of silence.
The ear gets used to them.
The eye gets used to disappearances.

You will not be spared, nor will what you love be spared.

A wind has come and gone, taking apart the mind;
it has left in its wake a strange lucidity.

How priviledged you are, to be passionately
clinging to what you love;
the forfeit of hope has not destroyed you.

Maestro, doloroso:

This is the light of autumn; it has turned on us.
Surely it is a privilege to approach the end
still believing in something.

La poesia è di Louise Glück, una delle autrici preferite da mio figlio e ora anche da me, anche una delle preferite di David Foster Wallace, questo libro che ha per titolo il nome di un posto italiano non è ancora tradotto da noi. Ho dovuto tirare fuori i vecchi dizionari di inglese, ma quando si leggono le poesie a volte contano i suoni e contano i silenzi e così anche chi non conosce la lingua può entrare nelle parole. Ieri pomeriggio sembrava quasi estate, faceva caldo, ma la luce è già quella dell’autunno. Quando ho finito di leggere, la Wanda mi ha chiesto la traduzione, la Luisa ha versato un altro po’ di tè nella sua tazza, l’Adriana si è alzata in piedi e ha detto: «Mi hai fatto ricordare una storia.»

Si è messa alla finestra, dandoci le spalle e ha cominciato a raccontare.

(altro…)

letture da ‘L’iris selvatico’, Louise Glück

Propongo questa scelta di testi da L’iris selvatico (Giano 2003) di Louise Glück, autrice statunitense di grande rilievo che in Italia non ha ricevuto abbastanza attenzioni. L’iris selvatico ha vinto il premio Pulitzer per la poesia nel 1993, è un ciclo di liriche che si affratella alla grande tradizione metafisica inglese, intonando ogni poesia su un modello quasi liturgico. Per molti aspetti Louise Glück appare la diretta prosecutrice della grande Emily Dickinson, per la compostezza delle immagini, l’intimità del testo e la limpidezza della parola. Quello che Glück riesce a fare è conferire al momento della lettura un senso sacro, elegiaco, tra l’uomo e il cielo. Insomma, un incanto. La traduzione di Massimo Bacigalupo rende onore alla chiaroveggenza pulita, nitida della poetessa. (ML)

 

MATTUTINO

Padre irraggiungibile, quando all’inizio fummo
esiliati dal cielo, creasti
una replica, un luogo in un certo senso
diverso dal cielo, essendo
pensato per dare una lezione: altrimenti
uguale… la bellezza da entrambe le parti, bellezza
senza alternativa… Solo che
non sapevamo quale fosse la lezione. Lasciati soli,
ci esaurimmo a vicenda. Seguirono
anni di oscurità; facemmo a turno
a lavorare il giardino, le prime lacrime
ci riempivano gli occhi quando la terra
si appannò di petali, qui
rosso scuro, là color carne…
Non pensavamo mai a te
che stavamo imparando a venerare.
Sapevamo solo che non era natura umana amare
solo ciò che restituisce amore.

 

APRILE

Nessuna disperazione è come la mia disperazione…

Non avete luogo in questo giardino
di pensare cose simili, producendo
i fastidiosi segni esterni; l’uomo
che diserba cocciuto tutta una foresta,la donna che zoppica, rifiutando di cambiar vestito
o lavarsi i capelli.

Credete che mi importi
se vi parlate?
Ma voglio che sappiate
mi aspettavo di più da due creature
che furono dotate di mente: se non
che aveste davvero dell’affetto reciproco
almeno che capiste
che il dolore è distribuito
fra voi, fra tutta la vostra specie, perché io
possa riconoscervi, come il blu scuro
marchia la scilla selvatica, il bianco
la viola di bosco.

 

MATTUTINO

Non solamente il sole ma la terra
stessa splende, fuoco bianco
che balza dalle montagne vistose
e la strada piatta
tremolante di primo mattino: è questo
solo per noi, per provocare
una risposta, o sei anchetu commosso, incapace
di controllarti
in presenza della terra? … Mi vergogno
di quello che pensavo tu fossi,
distante da noi, considerandoci
un esperimento: è
cosa amara essere
l’animale sostituibile,
cosa amara. Caro amico,
caro compagno tremante, cosa
ti sorprende di più in quel che provi,
il bagliore della terra o il tuo stesso piacere?
Per me, sempre
il piacere è la sorpresa.

 

FINE DELL’ESTATE

Dopo che mi vennero in mente tutte le cose,
mi venne in mente il vuoto.

C’è un limite
al piacere che trovavo nella forma…

In questo non sono come voi,
non ho risoluzione in un altro corpo,

non ho bisogno
di un riparo fuori di me…

Mie povere ispirate
creazioni, siete
distrazioni, in ultimo,
puri inceppi; siete
alla fine troppo poco simili a me
per piacermi.

E così candide:
volete essere ripagate
della vostra scomparsa,
pagate tutte con qualche parte della terra,
qualche ricordo, come una volta eravate
compensate per il lavoro,
lo scriba pagato
con argento, il pastore con orzo
per quanto non è la terra
a durare, non
queste schegge di materia…

Se apriste gli occhi
mi vedreste, vedreste
il vuoto del cielo
specchiato in terra, i campi
di nuovo nudi, senza vita, coperti di neve…

poi luce bianca
non più travestita da materia.

 

TRAMONTO

La mia grande felicità
è il suono che fa la tua voce
chiamandomi anche nella disperazione; il mio dolore
che non posso risponderti
in parole che accetti come mie.

Non hai fede nella tua stessa lingua.
Così deleghi
autorità a segni
che non puoi leggere con alcuna precisione.

Eppure la tua voce mi raggiunge sempre.
E io rispondo costantemente,
la mia collera passa
come passa l’inverno. La mia tenerezza
dovrebbe esserti chiara
nella brezza della sera d’estate
e nelle parole che diventano
la tua stessa risposta.

 

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