Loris Di Eduardo

La strada più lunga di Loris Di Edoardo

Un luogo chiamato memoria

Una lettura della raccolta poetica di Loris Di Edoardo, La strada più lunga, prefazione di Fabio Michieli, L’arcolaio 2012

La parola che si fa verso prende un ritmo, percorre un tratto, si veste di metafora, scende nel significato e riporta in superficie una verità. Si fa sentiero la cui iniziale imperscrutabilità viene dissolta quando l’epifania raggiunge la nostra percezione. Essa, la poesia, coglie una rivelazione che si accompagna alla memoria: è un guardare indietro, al percorso realizzato. Ma la memoria del percorso tende l’orecchio “ad un dio privato” il quale ci spinge ad ascoltare la nostra voce che conserva il senso originario della parola cercata.
La poetica di Loris Di Edoardo possiede il talento di guardare per l’appunto dalla fine, da dopo il sentiero, quando ‘la strada più lunga’ è stata attraversata, e voltarsi significa ripercorrere e tracciare le tappe più significative di quel cammino. Con rara discrezione, Di Edoardo si domanda proprio “se ha un senso raccontar[e] quel viaggio”, ma nel raccontarlo lo fa con raffinata delicatezza, soprattutto nel non-dire, nel sottaciuto rendiconto di un fatto o di una ferita subìta:

Ho sentito le vostre voci
farsi buio nei corridoi
e poi rigenerarsi.
Qualcosa è dovuto al tuo corpo.
Forse una luce di temporale
una finestra di chiesa
che prega in disparte [p. 25].

È un viaggio popolato di evocazioni familiari, che transitano sotto l’imperturbabile fluire del tempo, usuraio immobile eppure sempre veloce e insuperato. Esso, parallelo compagno del viaggio, è un tema costante e presente anche quando non viene direttamente chiamato in causa e restituisce agli attimi della vita una ciclicità quotidiana:

La morte ingloriosa delle prime foglie
rinuncia ad essere presagio
e semplicemente accade [p.28]

Versi simili a porte socchiuse aprono spiragli in cui tristezza e gioia vengono riportate in superficie, recuperando verità sedimentate nel fondo della coscienza. È attitudine consueta all’introspettiva:

[…] è la paura
la rapida assenza
e la voce viva
che ti chiama
a rincorrere l’urna
in cui hai riposto
il piano per la partenza.
Ogni cammino
ha una sua croce diversa.
Il movimento più rapido
include la gioia
che per un attimo sopravvive
alla sua disarmonia. [p. 32]

Il poeta dimostra un fatto veramente profondo e sostanziale; la sua è una strada che non declina nella successione opprimente ‘passato-presente-futuro’, al contrario esperienze del passato e aspirazione al futuro si fondono nel presente. Ancor più passato e futuro si incontrano nel presente:

Delle foglie d’autunno
ho preso a ruminare
tutto il fuoco delle braci
che declinano il futuro,
l’asse del mondo su quale
in bilico traccio una rotta
di ore e nuove aspirazioni. [p. 30]

Un presente al quale tenta di opporre, come acutamente fa notare Fabio Michieli nella prefazione, una “lenta distillazione” per evitare di essere fagocitato troppo rapidamente dalla contemporaneità, presente al quale “chiedere clemenza […] prima di accelerare il passo”. Da qui si riesce a rivelare la finalità della scrittura, capacedi farsi respiro, anzi pausa del respiro, nell’impercettibile istante dove inspirazione ed espirazione formano il verso.
Senza fretta le sue poesie comunicano una pazienza che sottintende una biografia disvelata man mano per rallentare la corsa dei giorni e per individuare il momento in cui dai colori dell’infanzia passa al bianco del foglio, laddove tenta di trattenere la regione più interna di sé stesso, dove la presenza dei genitori popola questa bella immagine:

Corro felice
soddisfatto del mio lavoro
cerco mio padre e mia madre:
la gioia è quella del ritorno.
Ma quando abbasso lo sguardo
i colori si ritirano del foglio.
Restano i contorni.
Poi soltanto il bianco.

I richiami finora ascoltati preannunciano una partenza. L’autore ci conduce in una geografia interiore dove esplora ‘luoghi trascurati’. Qui viene designato e concluso il filo conduttore di tutta l’opera: è il ricordo come luogo dei luoghi, dal quale raccogliamo voci, presenze, dal quale dissotterriamo la morte delle persone amate – quella morte che, come una resurrezione, si rianima nella vita di chi ricorda gesti e intenzioni con asciutta malinconianello scorreredi un tempo attualeche, pure questo, verrà ad aggiungersi alle mappe dei luoghi:

I ricordo si raccolgono
al primo istante futuro
dopo questo momento
che scrivo di te mentre penso
alle tue caviglie,
quando saranno magre […]
e nei capelli avrai una luce chiara
un bianco di luna appena addomesticata.

La raccolta di Di Edoardo, forse bisognerebbe leggerla come un diario poetico che va avanti e indietro nel sentiero del tempo. Anche quando abbiamo finito di percorrere la strada più lunga, la sua scrittura ripercorre la “parola/che dall’ultima pagina/è tentata di tornare/in questa casa ospitale”per “cercare [la] ragione o [il] mistero nelle cose”.

(c) Davide Zizza