Lorenzo Pompeo

Lorenzo Pompeo, Le quattro stagioni di Praga (1918-1938)

Il 3 gennaio del 1924 morì a ventiquattro anni di tubercolosi Jiří Wolker. Aveva fatto in tempo a pubblicare due raccolte di poesia, Host do domu (trad. it.: “L’ospite in casa”), nel 1921, e, l’anno successivo, Těžká hodina (trad. it.: L’Ora difficile), che tuttavia avevano lasciato un segno. Tra i poeti, i critici e gli artisti che avevano dato vita nel 1920 Devětsil (nome del Petasites officinalis, meglio noto come “farfaraccio”) la poesia di Wolker fu un punto di riferimento fondamentale. La poesia proletaria, di cui Wolker fu un sincero cultore, divenne infatti la tendenza dominante in questo gruppo (bisogna comunque ricordare che nulla aveva a che vedere con quel “realismo socialista” di marca sovietica, che venne ufficialmente adottato in Cecoslovacchia solo a partire dal 1948). Jaroslav Seifert nel suo libro di memorie Tutte le bellezze del mondo ci offre un racconto toccante delle esequie del giovane poeta. «Eravamo seduti al lungo tavolo nella casa dei Wolker, sulla piazza di Prostějov. Di fronte a me avevano fatto sedere una ragazzina che la signora Wolkrová aveva vestito a lutto stretto, con un abito di crespo nero merlettato. Mentre seguiva il feretro, accompagnata dal fratello di Jiři, aveva il viso coperto da un pesante velo, e così solo a tavola potemmo intravedere gli occhi arrossati dal pianto dell’ultimo amore di Wolker».[1]
Erano passati sei anni da quel 28 ottobre del 1918, quando era stata proclamata a Praga l’indipendenza della Cecoslovacchia. Nel febbraio del 1920 venne approvata la costituzione della neonata Repubblica e ad aprile dello stesso anno si tennero le prime elezioni. Il Partito Socialdemocratico cecoslovacco fu quello che ricevette più voti (così come i partiti socialdemocratici che facevano capo ai gruppi etnici tedeschi e ungheresi).
Al 5 ottobre del 1920 risale la prima riunione informale di quel gruppo di artisti e poeti di ispirazione socialista Devětsil. Figure di spicco di questo gruppo furono il poeta Jaroslav Seifert e il critico e teorico Karel Teige. Nume tutelare di questo raggruppamento fu la figura di Apollinaire che nel 1920 era stato tradotto da Karel Čapek. Nel confuso clima di rivolta e in quell’appello al rinnovamento dell’arte secondo i principi di un’arte proletaria, il cinema veniva considerato un esempio di arte popolare rivolta alle masse («Traspare da questa religione del nuovo ad ogni costo una buona dose di deliziosa ingenuità»[2] scriveva a proposito Angelo Maria Ripellino). Ma l’astro del gruppo fu proprio Wolker, il quale, dopo la sua prematura scomparsa, fu oggetto di un vero e proprio culto popolare.
La Rivoluzione russa suscitò un aspro dibattito all’interno del Partito Socialdemocratico cecoslovacco, diviso tra un’ala “rivoluzionaria”, che avrebbe voluto importare il modello “sovietico” (nello stesso anno l’Armata Rossa si spinse fino a Varsavia, dove venne respinta il 5 settembre) e un’ala contraria a tale soluzione. L’ala rivoluzionaria convocò un congresso e occupò la sede del Partito e la tipografia. Si finì allo scontro tra le due fazioni e a disordini nelle piazze che sembravano la premessa di moti rivoluzionari. Tuttavia la legalità venne ristabilita (non senza una feroce repressione). I manifestanti vennero arrestati, ma subito dopo amnistiati dal presidente e così nel maggio del 1921 venne fondato il Partito comunista cecoslovacco. Molti dei poeti, degli artisti e degli intellettuali che fecero parte del Devětsil collaborarono con la stampa legata al Partito comunista. Nel suo libro di memorie Jaroslav Seifet racconta di quando il poeta Stanislav Kostka Neuman lo fece entrare nella redazione della casa editrice comunista Orbis: «All’inizio degli anni venti, quando avevo ormai dato l’addio per sempre all’idea che come privatista una volta comunque avrei comunque terminato gli studi ginnasiali e preso la maturità, (..) St. K. Neuman mi chiese con tono un po’ amichevole, ma comunque un po’ brusco, come mi figuravo la mia esistenza nel prossimo futuro. A dire il vero, questa domanda da parte sua mi meravigliò alquanto, ma non mi mise in imbarazzo. Avrei scritto versi. Neuman sorrise, mi poggiò la mano sulla spalla e andammo a berci una birra. Nel giro di una settimana, poi, mi trovò un posto di lavoro nella Casa editrice comunista a Praga.»[3]
Lo stesso Seifert racconta di alcuni suoi viaggi a Brno nei quali conobbe un giovane e timido dipendente di una libreria, František Halas, il quale aveva appena cominciato a scrivere versi e che fu subito accolto nel gruppo del Devětsil.  Intanto, poco dopo la prematura scomparsa di Wolker, in seno al gruppo si manifestarono nuovi fermenti e nuovi interessi. La poesia proletaria non fu più il punto di riferimento per i poeti della compagine praghese. Nel 1924 comparve sulla rivista «Host» lo scritto di Teige che viene considerato il manifesto di quella nuova tendenza che venne definita “poetismo”: «più che un’estetica o una tendenza letteraria, il poetismo voleva essere lo stile e il gusto di un’epoca. Il suo credo, fondato su basi marxistiche, scaturiva da un’ottimistica fiducia nella bellezza del mondo e da un intenso amore di tutte le cose moderne. Proclamando la gioia di vivere e la rivoluzione del riso e dell’allegria, dopo le angosce della guerra che aveva reso tristi gli uomini e desolati, il poetismo si proponeva di fare della vita un “eccentrico carnevale, un’arlecchinata di sentimenti e di rappresentazioni, un ebbro montaggio filmico, un meraviglioso caleidoscopio”».[4] Nel 1924 Vítězslav Nezval, anche lui proveniente dalle fila del Devětsil, pubblicò la raccolta Pantomima, che viene comunemente considerato il manifesto poetico del poetismo. (altro…)

Lorenzo Pompeo, La poesia a Leningrado dopo il 1956

Josef Brodskij (la foto potrebbe essere sottoposta a copyright)

LA POESIA A LENINGRADO DOPO IL 1956

Nel 1956, anno del XX congresso del PCUS e della relazione “segreta” di Chruščëv sul culto della personalità di Stalin che aprì la stagione del disgelo, a Leningrado uno studente sedicenne, Josif Brodskij, smise di studiare, e cominciò a tirare a campare con diversi lavori: apprendista tornitore in una fabbrica, assistente presso un obitorio, fuochista e guardiano di un faro. Ebbe anche modo di partecipare a una spedizione geologica in Siberia e Jakuzia e di imparare perfettamente l’inglese e il polacco, lingue dalle quali aveva cominciato a tradurre. Aveva cominciato a scrivere versi e a leggerli in pubblico ed era entrato in contatto con gli ambienti dei letterati della sua città natale. Fu uno di essi, Evgenij Rejn, che nell’agosto del 1961 lo presentò ad Anna Achmatova nella sua dacia di Komarovo. Fu qui che Brodskij, nel 1962, conobbe Marina Basmanova, un’artista grafica di due anni più grande di lui, venuta alla dacia della poetessa per farle un ritratto, che divenne la sua musa (sue sono le misteriose iniziali “M. B.” che precedono molte poesie) e con la quale ebbe una tormentata relazione che terminò nel 1968, poco dopo la nascita di un figlio. A Komarovo lo stesso Brodskij, nell’inverno del 1961, prese in affitto una dacia. Qui scrisse Romanza di Natale, dedicata al suo amico Rejn.
Con questa poesia, datata al 28 dicembre del 1961, il ventunenne poeta inaugura una sua personale tradizione: «Da quando ho iniziato a scrivere versi seriamente – più o meno seriamente – ho cercato di comporre una poesia per ogni Natale, quasi fosse un augurio di compleanno»[1] dichiarò in un’intervista degli anni ’90. Romanza di Natale è una poesia chiaramente ambientata a Mosca (anche se sono presenti riferimenti occulti a San Pietroburgo), ispirata da un quadro, una Adorazione dei magi. Il senso di questa lirica è piuttosto oscuro, ma diventa comprensibile se calato nel contesto della sua epoca. In Unione Sovietica le festività religiose erano bandite e al Natale veniva preferito il Capodanno. La poesia recita «Verso/ il Nuovo anno, verso la domenica»[2] perché il 31 dicembre del 1961 cadeva di domenica. Ma anche qui si nasconde un doppio senso fin troppo evidente per un madrelingua; in russo, infatti, la domenica, “voskresen’e“, ha anche un altro significato: “resurrezione”. L’ultima strofa della poesie recita: «Nel mare cittadino il tuo Anno Nuovo/ nuota via nell’angoscia inesplicabile/ su un’onda cupo-azzurra,/ come la vita riprendesse, come/ fossero per venire luce e gloria,/ un giorno lieto, pane a volontà». La festività del capodanno, nel calendario ortodosso, precede il Natale, che cade tra il 6 e il 7 di gennaio. Quindi al Capodanno segue il Natale (per questo la poesia recita “Nel mare cittadino il tuo nuovo anno/ nuota via nell’angoscia inesplicabile”), che è la festa nella quale “come la vita riprendesse, come fossero per venire luce e gloria”, ma la festa laica non è niente altro che uno schermo dietro al quale si cela il Natale e la rigenerazione della vita, legata al senso più vero e profondo di questa festività.
Questa poesia, che circolò anche in diverse versioni musicate, è esemplare anche per quanto riguarda il rapporto del poeta con la sfera religiosa, che rappresenta un elemento importante del suo mondo poetico, a cui tuttavia fu estranea la fuga nel misticismo o in una qualsiasi forma di religiosità istituzionale o confessionale. (altro…)

La poesia è morta! Viva la poesia. A proposito di Tadeusz Różewicz (nota di Lorenzo Pompeo)

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«Cammino/ in via Krupnicza/ per strada compro/ il tè e lo zucchero/ panini e salsicce/ a casa mi attende/ un compito:/ fare poesia dopo Auschwitz»¹ scriveva nella lirica Widziałem cudowne monstrum (trad. it. mia, come tutte quelle a seguire: «Ho visto un mostro meraviglioso») un giovane poeta polacco raccogliendo il noto appello di Theodor W. Adorno. In realtà quando scendeva per la nota strada di Cracovia, Różewicz aveva ventitré anni e si era già fatto notare con alcune sporadiche pubblicazioni e una raccolta di poesie stampata in pochi esemplari durante la guerra.
Nacque in una cittadina di provincia, Radomsko, non lontana da Częstochowa, nel 1921. La sua vita venne profondamente segnata dall’invasione del ’39 e dai lunghi anni di occupazione nazista. Tra il 1943 e il 1944 prese parte alla resistenza nelle file dell’Armja Krajowa (suo fratello maggiore venne fucilato dai nazisti nel 1944). Dopo la liberazione, ottenuto il diploma di maturità, si trasferì a Cracovia, dove studiò storia dell’arte e si avvicinò agli ambienti della Neoawangarda krakowska, gruppo informale di artisti di cui facevano parte anche Andrzej Wajda e Tadeusz Kantor.
Il suo debutto ufficiale risale al 1947 con il volume Niepokój («Inquietudine») a cui seguì, nel 1948, la raccolta Czerwona rękawiczka («Il guanto rosso»).
Maska («La Maschera») è la poesia che apre Niepokój, e contiene tutti gli elementi che caratterizzano la sua produzione poetica di questi anni: il riferimento agli orrori della guerra che affiorano (nella poesia si parla di “sorrisi crudeli intasati dal gesso” in riferimento al crudele uso durante l’occupazione nazista di riempire le bocche dei condannati a morte prima dell’esecuzione con gesso o fanghiglia) in antitesi con il presente (la giostra di provincia e le maschere del carnevale veneziano, che l’io lirico intravede in un film). Ma la reazione del giovane poeta allo schiacciante fardello dei ricordi è “biologica”, è l’affermazione della vita e della forza dell’eros («I nostri corpi sono indocili e restii al lutto/ ghiotti sono i nostri palati di leccornie/ aggiustati i nastri e le ghirlande di cartavelina/ chinati così che l’anca disfiori l’anca/ le tue cosce sono vive/ andiamo, andiamo via»).²
Le poesie di questa prima fase non passarono inosservate. Suscitarono reazioni contrastanti. Anche se in generale furono apprezzate, spiazzarono la critica, dal momento che non potevano essere catalogate in nessun modo. Erano troppo anti-estetiche, troppo personali, per rientrare nei canoni delle avanguardie; allo stesso tempo ovviamente non avevano nulla a che fare con i canoni tradizionali della poesia. Ma forse proprio per questo segnarono un passaggio fondamentale nella storia della poesia polacca: per la prima volta venivano messe in discussione in maniera radicale qualsiasi convenzione letteraria, qualsiasi programma o manifesto estetico.
Il verso di Różewicz è scarno, breve, essenziale, nervoso. La punteggiatura è assente e le maiuscole sono usate in modo del tutto arbitrario. Questa sarà la sua cifra stilistica che lo renderà riconoscibile e celebre anche in seguito. Nulla nella sua poesia appare superfluo, non vi è alcuna concessione al lirismo o a qualsiasi contemplazione estetica. Non si parla di una cosa per dirne un’altra (la metafora è completamente abolita). Insieme allo statuto della poesia, è l’intero impianto dei valori umanistici su cui l’arte europea era stata costruita a essere questionato («L’hanno costruita dal tetto/ sull’arcobaleno e su una rosa/ senza fondamenta né pareti/ e quando la terra si è mossa/ la torre è crollata seppellendone molti» scriverà a proposito in Wieża z kości słonowej, «La torre d’avorio», nella raccolta Cinque poemi del 1950).

Nel 1949 in un congresso dell’Associazione dei letterati vennero ufficialmente promulgati i principi del realismo socialista anche in Polonia. I critici più zelanti cominciarono ad accusare il poeta di essere catastrofista e troppo vicino alla poetica “borghese” di T.S. Eliot.
La reazione del poeta fu immediata: nel 1950, dopo aver trascorso un anno in Ungheria, interrotti gli studi universitari, si trasferì a Gliwice, nell’Alta Slesia, dove visse in povertà estrema, lontano dall’ambiente letterario di Cracovia.
In questa fase poetica l’espressione pubblicistica, programmatica e retorica (non del tutto estranea alle sirene del realismo socialista), si fece preponderante. Tuttavia nella raccolta Czas który idzie («Il tempo che va») sono chiaramente avvertibili echi della sua intima condizione di disagio e di isolamento, materiale ed esistenziale («Devastato/ dal riso e dalle parole/ travolto da/ cose e sentimenti meschini/ da amore senza amore/ da odio senza odio/ là dove occorre urlare/ vo sussurrando// La conoscete quella voce/ si spezza nella strozza risecca/ come una canna/ I versi antichi si staccano da me/ di nuovi neppure oso sognarne/ di una nuova poesia/ quale/ presentire si può/ in un istante felice» scrive nella poesia Non oso).³
Le improvvise aperture nella vita culturale determinate dai cambiamenti del 1956 (il cosiddetto “disgelo”) non scaldarono troppo il cuore del poeta, che, piuttosto diffidente, rimase rintanato a Gliwice. Tuttavia l’edizione delle sue Opere complete, nel 1957, rappresentò senza dubbio la consacrazione della sua creazione poetica, a cui venivano tributati gli onori di un classico. Nello stesso anno perse la sua amatissima madre. A Parigi incontra Czesław Miłosz (il quale dal 1951 aveva interrotto i suoi rapporti con la Polonia comunista) che Tadeusz considerava un fratello maggiore. Vi fu tra i due un dialogo artistico e umano che ebbe anche accenti polemici (specialmente dopo il ritorno di Miłosz in Polonia nel 1993) e che durò tutta la vita (Czesław gli aveva dedicato una poesia nel 1948, e  nel 2000 ne scrisse una intitolata proprio Różewicz, Tadeusz invece gli aveva dedicato nel 1996 Poeta emeritus), malgrado le grandi distanze che li dividevano sia dal punto di vista stilistico che da quello politico-ideologico. (altro…)