Lorenzo Poggi

“Poetare stanca”: Plinio Perilli per Lorenzo Poggi

POETARE STANCA…

Omaggio all’eterno ragazzo di Lorenzo Poggi

Nei buoni vini, è il retrogusto che conta, il sapore che resta e che ci lasciano – dopo che la sorsata gustosa s’estingue, la prima impressione va dissipandosi. Vale, valga anche per la poesia! Chiudo ogni volta l’ultimo libro dell’amico Lorenzo Poggi con una nuance amarognola che sembra poi correggere, smentire e diniegare il suo stesso incanto. Incantamento romantico, intendo, libero e suadente.
«Non so che farmene di lanterne accecate / e voli concentrici di pipistrelli bruniti. // Neanche so che farmene / di aquiloni che masticano terra / e perdono pezzi di colori sguaiati / non adatti a rattoppare / il cielo filato da voli di rondini.»
Ecco la poesia eponima, come suol dirsi, del suo ultimo volume (o quasi): Quel ragazzo che provava a volare (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2016). Dicevo quasi perché Lorenzo è autore fecondo e prolifico, che ama oltretutto dare spesso alle stampe operine e plaquettes stampate in proprio, “edizioni fatte a mano”, oramai mitiche come i gesti profusi da cui nascono – e la voglia di salvare con la sua ricchezza umana, lessicale, e questo trascinante tracimante surplus lirico, l’amarezza bastarda che tutti oramai ci pervade. Perché viviamo in una società che ha scelto ormai definitivamente il pensiero unico, il modello globalizzato, insomma l’etica consumistica: e la poesia non sembra altro che la pausa sana, l’intervallo sensibile di giornate convulse e ciniche in cui, alla fin fine, siamo tutti tritati come gli acini di caffè dal macinino del famoso, belliano caffettiere fisolofo.
La maggior parte delle liriche qui raccolte, Lorenzo Poggi ce le ha lette e anticipate, con fervore civile e raucedine vocale, durante il nostro laboratorio del mercoledì – insieme appassionato d’esserci e intristito dall’andazzo epocale: «E quel ragazzo che provava a volare» (ecco la strofa finale) «con la vela nell’aria / se l’è portato via il vento», variante inconscia del ritornello della più famosa canzone di Bob Dylan, Blowing in the wind.
L’uva e la poesia asprigna di Lorenzo Poggi sono ricca vendemmia lirica che il nostro amico non fa solo a ottobre, ma in fondo in ogni mese della sua vita – è un po’ il suo carattere –: poesia inquieta e operosa, vitale e impennata di saggezza, candida e vegliarda allo stesso modo:
«Per non guardare fuori – Non raccolgo più sogni / nel cesto delle fragole / né pianti di bimbi / lungo le strade della vita. // Mi basta, quando spiove, / uscire per lumache e cicoria, / con la busta della spesa. // Mi riempio di nulla / per non guardare fuori / lo strepito dei farisei / intorno al tempio.» (altro…)

Lorenzo Poggi, Quel ragazzo che provava a volare

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Lorenzo Poggi, Quel ragazzo che provava a volare. Prefazione di Augusto Benemeglio, Edizioni Progetto Cultura 2016

Sono rotte le brocche armoniose,
i piatti con il volto greco;
le teste dorate dei classici…

ma l’argilla e l’acqua continuano a girare
nelle umili case dei vasai.

Ernst Jandl

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Mi risuonano nella mente i versi che Ernst Jandl scrisse tra il 1953 e il 1955, mentre scorro, ancora una volta, le pagine della raccolta di Lorenzo Poggi, pubblicata qualche mese fa da Edizioni Proget­to Cultura. Quel ragazzo che provava a volare è una raccolta ricca di testi, nei quali l’io lirico, pre­sente nella maggior parte di questi, cammina, raccoglie, serba e trasmette memoria in un lavoro quotidiano, incessante. Tutto ciò avviene nella piena consapevolezza della fatica e della dignità ar­tigianale. Umile e fiera insieme, tale consapevolezza, ché sa, come sottolineato dalla poesia di Jandl, che «nelle umili case dei vasai» «l’argilla e l’acqua continuano a girare» per resistere alla di­struzione, alla frattura, alla profanazione, sì, della bellezza, per preservarla, nonostante tutto e non tacendo l’enorme meschinità della devastazione perpetrata. La coscienza della necessità di un lavo­ro artigianale di raccolta, selezione, scavo, lima, distesa di linee, impasto di colori, intaglio, model­lamento si accompagna qui alla descrizione di un sogno, che non è mai rigettato. Non è dato tempo di abiura, anche nei giorni del gelo, del fango e del bitume.
Che cosa ne è stato, allora, di quel ragazzo che provava a volare? La risposta alla domanda centrale suscitata dal titolo percorre fitta l’intera raccolta e si articola in camminamenti e visioni, segue il volo di gabbiani e di colombe bianche, affonda i piedi e le mani nella terra, in quella pazientemente coltivata dell’orto e in quella intrisa di acqua e di foglie del sottobosco, calpesta, denunciandone la piattezza infida, l’asfalto e si libra, ancora, in un volo che non ha dimenticato le aspirazioni di “quel ragazzo” e gli insegnamenti di chi lo ha preceduto, del padre carnale e dei padri ideali.
La gamma dei tempi verbali – il passato prossimo che costituisce da sempre la cifra della poesia di Lorenzo Poggi, il presente che conferma il suo essere intrepidamente qui e ora – si arricchisce così dell’imperfetto, tempo della memoria e della cura, della “onnicomprensiva cura” (Sibylle Le­witscha­roff nella traduzione di Paola Del Zoppo). La fedeltà ai sogni è attestata, inoltre, dal tem­po futuro in Il ragazzo dentro. (altro…)

Lorenzo Poggi, Mentre cammino

Poggi

 

Lorenzo Poggi, Mentre cammino, Edizioni Tracce 2014


Nota di lettura di Anna Maria Curci



Conosco da qualche tempo e affermo, senza timore di esagerare, di frequentare quotidianamente la poesia di Lorenzo Poggi. Sono doni dell’alba i suoi, frutti talvolta aspri, ma sempre lontani dal carattere di insapore cosmesi  che hanno i prodotti di serie. Non perdono mai il contatto con la terra, su cui sono ben piantati i piedi di chi scrive; questi, tuttavia, sa volgere lo sguardo sia al rigagnolo maleodorante che gli scorre accanto, sia al cielo in perenne mutamento di colori e segni.
Poesia nata e sviluppatasi in età matura, è tuttavia ben lungi da toni epigonali e stanche ripetizioni, da sperimentalismi nati già rugosi di qualsiasi sorta. È la poesia di chi prosegue un cammino intrapreso per scelta, ma non dimentica mai il pericolo imprevisto di soste obbligate, deviazioni, frane, oscuramento della meta: in altre parole,  il principio di realtà, troppo spesso ignorato altrove in nome di una strombazzata e mendace creatività, termine vuoto, velo glitterato a coprire imbarazzanti nudità di senso. Non è un caso, dunque, che la sua recente raccolta, pubblicata dalle Edizioni Tracce in questo anno 2014, porti il titolo Mentre cammino.
“Poesia onesta”, come afferma Plinio Perilli nella bella prefazione, richiamandosi a Saba, poesia che si cimenta con misure e impianti diversi, con “pagine” e “paesaggi” di varia natura, e che presenta alcune forme e figure ricorrenti, utilizzate con coerenza e consonanza al contenuto: la struttura anaforica con il ricorso al modo infinito o al condizionale,  oppure ancora  al tempo passato prossimo – che fa pensare alla lezione di Thomas Brasch nel componimento Il bel 27 settembre – l’aggettivazione puntuale e appuntita, l’uso della sinestesia (“prati saporiti”) che manifesta un amore quieto e durevole per la natura.
L’osservazione della realtà si affianca spesso alla protesta, non tanto vaga invettiva, quanto piuttosto esortazione a non perdere mai di vista il rischio di inganni e mistificazioni. A rendere la poesia civile di Lorenzo Poggi originale e meritevole di attenzione intervengono le immagini e gli accostamenti,  che spaziano tra il mondo rurale  e i concetti di ampia e intenzionale astrazione.
Ha ben presente la valenza formativa del cammino, l’io poetico, che dichiara di sé: «ho imparato a sorridere affacciato/ alla finestra del mondo». (amc)

* * *

 

C’è qualcosa che mi sfugge

Scorrere lungo pareti pronte a esondare
travalicando campi inondati da escrementi di mucca
e dischi rotti a marcare i tempi delle stagioni.

Confondersi tra papiri e canne inesistenti
di paludi sospirate e mal conosciute
tipiche di chi sta in città.

Ridisegnare sanpietrini dai gomiti smussati
per sentire ancora i passi marcianti
come avvisi di morte.

Ritornare indietro per dare un senso al presente,
ascoltare le voci sibilanti nel bosco di pioppi
o rovistare a lungo nella madia del tempo.

Cucire orli a giorno per tende
a coprire la luce e mischiare il tutto
nell’ombra indecisa della mente confusa.

(p. 15)

.

*

Le piume dei merli

Ciondolando tra me e me
alla ricerca d’un qualcosa da credere
mi sono arrampicato fin sopra la torre
e sparso le ali per terra.
Ho gridato l’urlo del falco
vomitando la rabbia che ho dentro.
Ho toccato le piume dei merli
e le guglie più alte del monte
ma non sono riuscito a carpire
il segreto di chi sa dove andare.

(p. 42)

.

*

Paesaggi  

Una vela a supporto
d’un’alba tagliata
da nuvole sparse.

Prime luci argentate
trapelano da sotto il merletto
inaridendosi in deserti di pace.

Prati saporiti di primavera,
viali alberati e rocce a picco,
lagune un po’ ottuse
grigie di aria e laghi
dai bordi sfrangiati
col sole che scende
e la notte che sale
su spiagge infinite
e palme lasciate
su distese marine
e tramonti pezzati
d’incontri proibiti
in boschi nascosti.

Alzandomi in volo
da montagne incantate
su laghi gelati e savane
sperdute in alberi soli
ritrovo geroglifici sparsi
dietro voci argentine
e cascami di case
senza perché.

(p. 50)

.

*

Pagina nuvola

Vorrei che questa pagina fosse una nuvola
per portarla nel cielo come aquilone,
vorrei che restasse chiara come una luce,
vorrei non riempirla di parole assurde
come suoni d’arpa nella tromba delle scale,
vorrei non violentarla con il trucco di scena,
vorrei tanto imboccare il sentiero
che si perde all’orizzonte senza toccare terra.

Poi, insieme, recuperare i cocci
della nostra identità perduta
e metterli in vaso sul davanzale mortificato
del nostro apparire quotidiano.

(p. 52)

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*

Passeggiata

Certo non è facile uscire da soli
senza voltarsi ad ogni passo
per vedere chi è rimasto attaccato
alle logore vesti dei sogni d’un tempo.

Si lasciano tracce sparpagliate
su rombi inespressi di memoria
e ventagli di desideri senza cornice
come fumo tra le mani.

Piccoli residui multicolori
si rapprendono in fretta
su tappeti falsamente esotici
ad ogni angolo di ponte.

S’intuisce un odore:
qualcuno sta fabbricando
aria di natale e le luci
si fanno strada nella mente.

(p. 56)

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*

Vestire le ore

Se i giochi annunciati son già trascorsi,
non serve stendere ricordi sul filo della memoria.
Anche se ancora ti sembra di vivere
un bambino che fa a corse col tram,
le ore che passano senza vestiti
non lasciano segni, accumulano anni,
prosciugano fonti mentre preparano il conto.
Allora ho imparato a cucire vestiti alle ore,
ho imparato a non mettere da parte ricordi,
ho imparato a gustare i momenti,
ho imparato a sorridere affacciato
a torso nudo sulla finestra del mondo.

(p. 72)

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Lorenzo Poggi è nato a Roma, dove vive tuttora,  il 21 marzo del 1943.
Laureato in scienze politiche, è stato per oltre venti anni capo redattore e responsabile di produzione della “Guida delle Regioni d’Italia” un grosso annuario di informazioni anagrafiche sulle principali strutture regionali in tre volumi e oltre 4000 pagine.
Successivamente, per dieci anni, è stato direttore responsabile della “Guida ai Governi Locali”, pubblicazione tutta incentrata sugli organigrammi politici e amministrativi di regioni, province e comuni.
Dismessa questa attività, è tornato alla sua vecchia passione: la poesia, che già aveva rallegrato la sua prima gioventù. L’attività poetica è iniziata (o ripresa dopo cinquant’anni) nel dicembre del 2009 e si è concretizzata nella produzione di oltre 1000 poesie pubblicate su vari siti: Poetare, Poetry & Literature, Cantiere poesia e, da ultimo, con un’assidua presenza su facebook nei siti e gruppi poetici.
Per soddisfazione personale ha dato alle stampe quattro raccolte contenenti le sue poesie più amate: Sassi sparsi, nell’ottobre 2010, Sussurri e grida, nel febbraio 2011, Il cielo che aspetta, nel settembre 2011 e La luna nel pozzo, nel febbraio 2012.