Lorenzo Mari

Pablo López-Carballo, La precisione dell’indifferenza

Pablo López-Carballo, La precisione dell’indifferenza, traduzione di Lorenzo Mari, Carteggi Letterari, 2016

di Francesco Caserta

 

La sensazione che emerge dalle pagine del libro di Pablo López-Carballo (León, 1983) è quella di essere trasportati in un’altra dimensione in cui il passato e il presente si mescolano in un attimo eterno, rarefatto al punto che si ha quasi la sensazione di galleggiarci dentro circondati da macerie e resti; vestigia di un passato pieno di errori. Errori che sono del singolo ma, molto più spesso, della collettività. L’io poetico si fa noi allorquando si elencano le colpe in Tirar del hilo, in un tentativo di autoindulgenza che si concretizza nella consolante prospettiva di condivisione delle responsabilità. È un delitto senza colpevoli ma abbondante di moventi quello che viene perpetrato ai danni della natura (Casi logramos controlar y dominar agua y fuego,/ destruimos naturaleza por ignota/ y lo creado se dio por contenido) e del prossimo (seguimos matándonos, muy pocos contuvieron las ganas) in uno scenario a tratti desolante in cui non sembra esserci luce in fondo al tunnel. Eppure a ben vedere, tra la trama e l’ordito dei versi di López-Carballo ci sono speranze, certezze e moniti per un futuro da ricostruire partendo da quelle rovine. Quando tutto crolla non esistono più limiti, significanti e significati si confondono e si mescolano e per questo mirar no es suficiente, debemos devanar/ con la ciencia del no tener. Accettare il fatto che manchino punti di riferimento è il primo passo per creare un ordine nuovo, per configurare uno spazio partendo dal nebbioso caleidoscopio di un paesaggio in rovina armati di sano scetticismo: Refuta/los hallazgos siempre/es un mundo nuevo.  

*

 

El blanco glacial puede ser madera
y las termitas se agolpan
en hilaturas inesperadas
y suelto el papel. Enjuicio
las veces que aclimataste
el escenario con piedras
arena y otras cuestiones
qué importa peinando
sin luz, cortando la madera
inmóvil el serrín el viento
moviendo los focos
las torres
caídas da pena dejarlo.
Exhalar en blanco
deja restos de otros árboles
junto al serrín que deja el viento.

Il bianco glaciale può essere legno
e le termiti si ammassano
in filature inattese
e io spargo la carta. Processo
le volte che hai acclimatato
lo scenario con pietre
sabbia e altre questioni
cosa importa pettinando
senza luce, tagliando il legno
immobile la segatura il vento
muovendo i fuochi
le torri
cadute rattrista lasciarlo.
Esalare in bianco
lascia resti di altri alberi
insieme alla segatura che lascia il vento. (altro…)

PAESAGGI DI POESIA 2016 – SETTIMA EDIZIONE

PAESAGGI DI POESIA 2016 – SETTIMA EDIZIONE

a cura di Sergio Rotino, con la collaborazione di Luciano Mazziotta

BOLOGNA, Ibs.it bookshop, piazza dei Martiri, 5 – Libreria Trame, via Goito 3/C

Modo ipofrigio, 2015 Stefania De Salvador Tecnica mista su tavola di legno, 60x40

Modo ipofrigio, 2015
Stefania De Salvador
Tecnica mista su tavola di legno, 60×40

 

 

Settima edizione consecutiva per Paesaggi di poesia, rassegna di incontri e dialoghi con alcuni dei nomi più interessanti del panorama poetico italiano ed europeo.
Organizzata a Bologna da Sergio Rotino,  principalmente negli spazi di Ibs.it bookshop ma anche in quelli di Libreria Trame, in questo settimo anno la rassegna si avvale dei suggerimenti di Luciano Mazziotta, giovane critico e poeta.

La formula è però rimasta invariata.
Infatti nell’arco di quattro mesi, da febbraio a maggio, verranno ospitati negli spazi delle due librerie 16 incontri con 18 poeti per un totale di 19 titoli. Gli autori provengono da tutta Italia (Lombardia, Sicilia, Campania, Marche, Veneto, Lazio, Emilia, Toscana), dall’Irlanda (Afric Mc Glinchey) e dal mondo anglosassone in generale.
La discrepanza fra numero di titoli e quantità di autori è dovuta alla creazione di DUE, un ramo della rassegna in cui due poeti dialogheranno l’uno sul volume dell’altro, e viceversa, in uno scambio di presentazioni. Oppure un poeta presenterà due suoi volumi, usciti in contemporanea. Oppure ancora due poeti parleranno del libro scritto a quattro mani, ma separatamente.

(altro…)

Premio per la critica IRLP 2015

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BANDO DEL PREMIO PER LA CRITICA IRLP 2015 – II Edizione

A – REGOLAMENTO

  1. Al concorso si partecipa inviando un saggio o uno studio inediti in lingua italiana di min. 5.000 e max. 8.000 parole[1]. Si accettano solo ed esclusivamente saggi critici dal respiro ampio e con una struttura solida; sono escluse recensioni lunghe o raccolte di recensioni. La nozione di “inedito” non si limita alla pubblicazione cartacea (rivista o libro), ma investe anche quella su web.
  2. Il saggio deve pervenire entro e non oltre il 30 giugno 2015 all’indirizzo email inrealtalapoesia@gmail.com in due copie (formato Word e PDF) nominato come “titolo saggio – nome cognome autore” . È d’obbligo firmarsi con nome e cognome.
  3. Il saggio deve affrontare uno o più autori (italiani o stranieri) in relazione ad un tema o una tesi centrale a sostegno di un discorso critico che cerchi di stabilire un nesso tra la scrittura poetica analizzata ed uno o più aspetti della realtà sottoposti ad analisi.
  4. Onde garantire la verificabilità del discorso critico, riportare passaggi testuali dalle opere analizzate è un prerequisito essenziale ed imprescindibile: i saggi che non dovessero rispettarlo saranno esclusi.
  5. Tutti i saggi pervenuti verranno letti e valutati alla luce dei seguenti criteri di valutazione:
    • Originalità della proposta, ovvero: quanto la tesi o tematica a sostegno del contributo critico è in grado di porsi (e porci) domande spesso tralasciate nel dibattito critico o i cui risvolti critici siano rilevanti ed innovativi, stimolanti.
    • Adeguatezza dell’approccio in relazione al tipo di questioni che il saggio affronta con chiarezza espositiva e metodologica.
    • Forza dell’argomentazione delle tesi esposte, che dovranno risultare intrinsecamente convincenti e opportunamente argomentate ed integrate all’interno dell’impianto del pensiero espresso in forma chiara, complessa e coesa.
    • Verificabilità del discorso critico, ovvero quanto le tesi esposte risultano estrinsecamente convincenti ed oggettivamente verificabili, illuminando i testi sottoposti a critica.
    • Efficacia e appropriatezza del linguaggio utilizzato, privilegiando la precisione e penalizzando un uso “barocco”, digressivo o inutilmente erudito del linguaggio.
    • Uso critico e non citazionista delle fonti utilizzate. Questo significa, da un lato, che le fonti devono effettivamente supportare il proprio discorso anziché fungere da orpello; dall’altro che le fonti stesse sono sottoposte a critica, trattate con rispetto ma senza cieca riverenza.
  6. Non ci sono preclusioni verso approcci o metodologie critiche, purché tutti i punti del presente bando vengano rispettati.
  7. La scelta del materiale poetico criticato e la posizione del critico nei confronti di tale materiale (per es. stroncatura, perplessità, elogio, esemplificativo, ecc.) deve essere esplicitata ed opportunamente motivata attraverso elementi tangibili che consentano la verificabilità del discorso critico.
  8. La partecipazione al premio implica il tacito consenso alla pubblicazione del saggio sul sito o altri canali inerenti a IRLP, senza eccezioni e sempre qualora la giuria dovesse ritenerlo opportuno.
  9. All’autore del saggio migliore verrà offerto un contratto di pubblicazione con le Edizioni Prufrock spa, vòlto alla realizzazione di un libro di critica (vedi Sezione C).
  10. Il concorso sarà ritenuto nullo se il numero di saggi pervenuti sarà inferiore a 15. La giuria si riserva il diritto di non assegnare il premio se nessuno dei contributi pervenuti dovesse rispondere agli standard qualitativi elencati al punto 5. Qualora il concorso dovesse ritenersi nullo, tutti i materiali pervenuti si ritengono automaticamente liberi da ogni vincolo stabilito da questo bando.
  11. Per ogni ulteriore chiarimento, scrivere a inrealtalapoesia@gmail.com.

(altro…)

Emanuel Carnevali: DON’T KICK ME OUT (di Lorenzo Mari)

logo

Emanuel Carnevali: ritorno al presente.
Al via il bando DON’T KICK ME OUT

.

di Lorenzo Mari

 

…O Italy, o great boot,
Don’t kick me out again…

[….O Italia, o grande stivale
Non cacciarmi di nuovo a pedate…]


Così scrive il poeta Emanuel Carnevali (1897-1942) al suo ritorno in Italia, dopo aver vissuto otto anni negli Stati Uniti, sperimentando la miseria economica, cambiando lingua, venendo accolto nel circuito della poesia americana da personaggi del calibro di William Carlos Williams. Nelle sue parole di può leggere attaccamento e amore, ma allo stesso tempo insofferenza e frustrazione.
Da questa citazione nasce DON’T KICK ME OUT, il nuovo progetto del Girovago, collana editoriale e progetto digitale di Edizioni Nuova S1: si tratta di un bando aperto, gratuito, ospitato su questa pagina.
L’intento è di riportare le parole di Carnevali, e le questioni a cui alludono, al presente. A volte si arriva a dire DON’T KICK ME OUT rispetto al luogo dove si vive (la città, la regione, la nazione, etc.); altre volte può succedere di arrivare a formulare queste parole in contesti molto diversi: il lavoro, la famiglia, un legame affettivo importante, la religione, la scuola, l’università…
DON’T KICK ME OUT è il grido che nasce in qualsiasi situazione dove sono all’opera due forze contrastanti: il senso di appartenenza a un luogo o una situazione e il sentirsene, in qualche modo, respinti.
Altre ancora possono essere le suggestioni legate a DON’T KICK ME OUT, che accoglierà le vostre proposte senza porre limiti di forma o di linguaggio.

 

Generi: Prosa, poesia, pittura, fumetto, illustrazione, fotografia e video.
Scadenza: il bando è aperto fino al 30 giugno 2015.

 

DKMO-bando

 

 

7 poesie di Ben Clark

Traduzioni di Valerio Nardoni e Nota di Lorenzo Mari 

clark

Big Bang


Indietro, più indietro, fino al principio
quando tutto ardeva e nulla
era complesso, nulla complicato.
Indietro, fino al calore
primigenio, ai fuochi che generarono
universi, divinità, tassametri,
frasi lunghe e giornate in cui non chiami,
camerieri impacciati
e bambini insolenti e i giovedì
sera col frigo vuoto
tutto
e indietro, indietro ancora
-all’attimo prima della grande festa,
tutto è già pronto
manca solo che venga tutto e anche
te, milioni di anni più tardi,
certo, fino
a questo mondo freddo di materia
pervertita e promiscua. Indietro, indietro,
voglio aspettarti qui,
in questa oscurità dell’avvenire,
pieno d’ansia e d’attesa,
e nominare uno a uno gli oggetti,
le cose, man mano che si espandono,
fino a arrivare a te, di nuovo a te,
senza mai dirti che ho viaggiato
al principio di tutto molte volte,
e che ti ho vista nuda per la prima
volta innumerevoli notti,
ma sempre diverse (fedele azzardo!),
e sempre con il dubbio, con la fredda paura
di non sapere se ero in questo mondo
o un altro dove i nostri corpi non
si uniscono fino ad esplodere;
un altro in cui non ci sdraiamo accanto
a guardare il soffitto, tutto ciò
che abbiamo generato con delizia:
quell’universo giovane e vorace
sul quale non abbiamo più controllo.


Campus


Qualche cosa funziona in questo campus.
È l’erba.
Non sono i corpi chiari, così persi
nell’ottuso mattino della brama.
Non son queste parole; non è l’acqua
di questa fonte guasta e velenosa.

È l’erba.

Cresce senza speranza e cresce verde,
pertinace, pietosa.
E certe volte si alza
e viaggia tra cartelle e appunti sterili
di materie morte. È l’erba.
Dolorosa e paziente. Loro ambasciata e loro letto.
Quell’erba verde e triste.
Ode alla gioventù che hanno appena falciato.


La poesia più pericolosa del mondo


Sono illeso e seduto in una casa grande.
Qualcuno è entrato con la forza.
Più di uno. Forse più di due. Loro
non sanno che io sono nella casa. Forse
non gliene importa. Per ora sono al piano terra:
sfasciano cose, altre se le prendono, gridano
ordini con parole che non afferro.

Non è soldi che cercano, non è vendetta,
x quanto ne capisca non c’è nessun motivo
xché adesso si siano zittiti
dietro la porta della camera. Ed ascoltano
abbattono
la porta mentre io digito il


Il regno calante


È un luogo triste e privo di riflessi. La corte è scarsa
e il tempo abbonda e avanza e intorpidisce.
Qui ci furono giorni molto più felici;
piccole epoche, inavvertite, istanti giullari
fra amache e fra lenzuola.
Eravamo allora, tu ed io, molti.
Viva, quindi, il mio regno calante! Regno di melma e rimasugli.
Trono del turbamento
di pavoni reali in fiamme e in fuga
di agonici roseti e siepi non potate,
di fango sul parquet,
di lampadari con le braccia rotte.
Viva questo spazio pregno. Ogni giorno di meno, ogni giorno
più inutile per il passeggio.
Stalle fetenti, sorgenti smorte e febbrili.
Né una rana né un uccello sperduto.
Non una cartilagine libera di veleno.
Tu però non sei ancora andata via.
Sei qui.
Avvolgi tutto, premi alle pareti
che scricchiolano, cedono. Cadono gli ultimi quadri,
ed è morto di fame il cane alla catena.
E scriverò le cronache di questo impero se non è troppo tardi.
Lì parlerò delle sere che qui erano nate,
delle orde d’amore e delle notti,
delle guerre perdute e dei morti,
degli eroi d’altri tempi e del vasto orizzonte
sempre da conquistare.
Viva l’ultimo, viva, del mio regno calante,
il regno che fu nostro e adesso odio perché mio.
E una rapida occhiata al palazzo dolente che festeggia
l’anoressia incurabile dei suoi muri.
E un’ultima parola che si esprime
prima che poi non c’entri la mia colpa
né il cadavere dei nostri progetti
né la corona amara del mio pentimento.


«Figli dell’abbondanza»


«Figli dell’abbondanza» ci chiamavano:
quelli che non conobbero la fame
né quelle acute larve di stridore
fischianti nell’orecchio per le bombe.
Quando le nostre gambe, così smunte,
cadendo sanguinavano perché
il parco era in cemento armato e freddo
restavano in silenzio ed osservavano
il nostro pianto con gesto di scherno.

Dovevamo vivere e dire grazie
per l’ocra escoriazione nella gola
fatta dal vento cercando rifugio.
Apprezzare le frecce delle nuvole
e che un fango lattoso ai nostri piedi
– in un ultimo gesto agonizzante –
mordesse gli stivali del progresso.
E come ringraziarli per la gioia?
Le risate provocate dagli uomini
innocenti del mare
che si incamminavano verso il fiume
disposti a immergersi fra gli escrementi.

Ma c’era anche la noia
di dover spiegare ai bambini
delle parole come indios, orso
bruno, balena azzurra o lince iberica.
Ma queste eran minuzie, sacrifici
neppure confrontabili con quelli
sofferti da chi adesso ci diceva
“figli del nostro sangue”, così austeri.

Certo, a volte, non era neanche facile,
semplicemente noi provammo a vivere.
Mettevamo da parte i nostri scrupoli
il vuoto che avevamo dentro,
figli dell’abbondanza;
i figli dei figli dell’ira,
ereditieri di tutte le spoglie.


Il ritorno


Tornare dalla morte è improbabile.
Tornare dall’amore un impossibile.

La persona che torna senza saper mai dove,
sotto le tenui luci di lanterne spezzate;

La persona che torna senza saper mai dove,
sapendo che i suoi viaggi ormai non servono;

non conosce altra patria che il petto dell’assenza.
E non capisce più la lingua degli uomini
e le loro abitudini gli sembrano banali.

Quella persona triste che ha visto mezzo mondo
per cercare i due quarti in cui si è rotta l’anima
non vuole più tornare. Non può tornare più.


Forse


Se potessimo vedere tutto, forse tutto ci sembrerebbe buono.
Edward Thomas

Quando lavori non ce n’erano e la gente camminava
da nord a sud fuggendo un selvaggio
bimbo dio, quando bastavano
poche parole a fare un fuoco,
ci fu per forza un uomo rozzo, il primo
di tutti quelli che avrebbero un giorno
riempito i corridoi con nuove mansuetudini.
In qualcosa doveva somigliarmi,
chissà,
se guardava la luce dell’orizzonte
e se camminava da solo.
Io non so se lui giunse allora ad intuire
l’incredibile numero non nato
di corpi e di chilometri che ancora
dovevano venire.
E se abbia contemplato il vasto orrore incompiuto,
tutto il dolore che si poteva evitare
abbracciando quel bimbo dio del nord,
se fermo fosse un fossile, roccia, nulla.
Se abbia avuto davanti guerre e notti cieche,
pianti e bambine serie vestite in uniforme;
un esercito di infiniti mercoledì infiniti che marciano a ritroso,
che gli affondano in petto
e gli sussurrano i nomi dei morti
che non sarebbero mai nati se fosse morto.
Se questo nonno impossibile potesse vedere tutto
e in un istante lucido
potesse intravvederti qui seduta,
frutto strano della sporca deriva dei millenni,
forse tutto gli sembrerebbe buono.


I figli dei figli dell’ira: settant’anni dopo Dámaso Alonso


di Lorenzo Mari

“Neanche trent’anni e già così prolifico”, si direbbe da queste parti…
Questi patemi, però, non sembrano interessare a Ben Clark, poeta nato a Ibiza nel 1984 e autore, fino a oggi, di numerose pubblicazioni, tra le quali si possono ricordare qui: Secrets d’una Sargantana (2001), Los hijos de los hijos de la ira (2006), Cabotaje (2008), MEMORIA (2009), Los últimos perros de Shackleton (2013) e La fiera (2014).
Già capace di aggiudicarsi i prestigiosi premi Hiperión (2006) e Ciutat de Palma (2014) per la sua opera poetica, Ben Clark è emerso, negli ultimi anni, come una delle voci più solide del panorama spagnolo contemporaneo.
…Ho avuto qualche titubanza a scrivere ‘spagnolo’, in realtà, a causa della diatriba sempre aperta che potrebbe opporre un autore delle Baleari – isole dove si parla una variante autonoma del catalano – alla sua ri-territorializzazione nell’ambito della letteratura nazionale spagnola… A questo proposito, si può certamente ricordare come, all’atto di ricevere il premio Ciutat de Palma, Ben Clark abbia voluto dedicare il proprio discorso di accettazione a Marià Villangómez Llobet, grande autore ibizenco, e alla tradizione poetica delle Baleari. E si può anche sottolineare come nella poesia The Quarter-Century Blues, inclusa nella raccolta Los últimos perros de Shackleton, Clark abbia scritto piuttosto esplicitamente: “Sé que amaste a Miquel Martí i Pol / mucho más que a Valente y no te culpo” (So che hai amato Miquel Martí i Pol / più di Valente e non te ne faccio una colpa”). Anche se affidata en masque al ‘tu’ lirico, la preferenza di Ben Clark per il poeta catalano rispetto al già canonico José Ángel Valente – un punto di riferimento ormai indiscutibile per i poeti spagnoli delle ultime generazioni, come dimostra il saggio critico di Rosa Benéitez Andrés recentemente pubblicato su In realtà, la poesia – appare rilevante sia sul terreno letterario che su quello culturale e politico.
Tuttavia, Ben Clark, che in questo è pienamente glocal e ‘integrato’, piuttosto che ‘apocalittico’, scrive prevalentemente in castigliano. Non solo: la sua scrittura, pur mostrando riferimenti dotti all’interno della tradizione letteraria ‘centrale’ – in relazione, ad esempio, a Dámaso Alonso o Francisco Umbral – s’intesse costantemente anche del suo interesse per la poesia in lingua catalana, così come della sua passione per la poesia in lingua inglese. Quest’ultimo dato non si deve soltanto alle origini biografiche dell’autore (come traspare dal suo stesso nome) o al suo lavoro di traduttore (Clark si è recentemente occupato dei Poemas de amor di Anne Sexton per le Ediciones Linteo).
Si potrebbe anzi dire che un certo dettato poetico tipicamente anglosassone sia parte integrante della poetica di Clark. Lo rilevano Miguel Dalmau e Vicente Valero nella quarta di copertina dell’ultima raccolta, La Fiera, e lo nota anche Josep María Nadal Suau nella recensione dello stesso libro (riportata nel blog di Ben Clark, Del verso y a lo adverso): è di marca anglosassone l’ironia divertita dell’autore, nonché l’understatement che viene continuamente applicato, con funzione degradante, a ogni tipo di visione metafisica. Critica questa che, in realtà, può essere ulteriormente approfondita: la poesia di Ben Clark vede costantemente all’opera uno scontro, che è talvolta titanico, talvolta risibile, tra una tendenza romantica, idealista e mirante all’Assoluto e un orientamento più chiaramente postmoderno, che risulta essere di derivazione sicuramente più anglofona che ispanica. Un titolo paradigmatico, in questo senso, è proprio Los últimos perros de Shackleton (“Gli ultimi cani di Shackleton”), con il quale l’autore rievoca l’avventura tragica, tra i ghiacci polari, dell’esploratore Sir Ernest Henry Shackleton (1874-1922). All’interno del libro, l’ultima impresa alla quale Shackleton vorrebbe partecipare, allo scopo di riscattare alcuni fallimenti precedenti, ma a cui infine non può prendere parte perché la morte interviene poco prima della partenza, risulta ripetutamente accostata – sin dal prologo, “Porque resistimos, conquistamos” – all’avventura universale dell’amore, che è chiaramente connotato come ‘amore lirico’, e dunque come topica esausta, per quanto riguarda la poesia contemporanea… Oltre a essere tragica, insomma, la morte acquisisce sfumature meta-letterarie ironiche, se non pienamente sarcastiche.
Certo, “[t]ornare dalla morte è improbabile / tornare dall’amore un impossibile”, come si legge anche qui, nella poesia Il ritorno; tuttavia, piuttosto che questo tono assertivo, se non sapienziale, nella poesia di Ben Clark è molto più facile rintracciare accostamenti orizzontali tra immagini che evocano il sublime romantico e altre, più quotidiane, che le sbeffeggiano (ne è un perfetto esempio il verso “universi, divinità, tassametri”, in Big Bang). L’understatement, insomma, è sempre dietro l’angolo.
In questo contesto, pare opportuno notare anche come l’apertura internazionale della poesia di Ben Clark – come accade, del resto, per una parte della poesia italiana contemporanea, che guarda con crescente attenzione alle tradizioni poetiche straniere, svincolandosi, così, dall’ansia di influenza locale – comporti, forse a guisa di compensazione, un minore interesse verso la ricerca linguistica e la sperimentazione in senso stretto. Si dà forse precedenza al polimorfismo stilistico e tematico – come si può notare confrontando, ad esempio, i testi “Figli dell’abbondanza” e La poesia più pericolosa del mondo (dove le “x”/”per” italiane, nella sapiente traduzione italiana di Valerio Nardoni, corrispondono ai “q”/”que” spagnoli) – senza che ciò possa far sospettare eccessi poligrafici da parte dell’autore.
In chiusura, un’annotazione è d’obbligo sulla postura “generazionale” di Ben Clark, che non si limita ad essere una giaculatoria di stampo neolirico, preferendo mescolare connotazioni politiche immediate a una connessione intertestuale che appare profonda e assai preziosa, con Los hijos de la ira (1944) di Dámaso Alonso. Si legga, infatti, la chiusa di “Figli dell’abbondanza”: “Mettevamo da parte i nostri scrupoli / il vuoto che avevamo dentro, / figli dell’abbondanza; / i figli dei figli dell’ira, / ereditieri di tutte le spoglie”. Scrivendo Los hijos de los hijos de la ira nel 2006, Ben Clark non ha inteso soltanto compiere il proprio ritorno in seno alla tradizione letteraria nazionale in lingua castigliana, ma ha offerto anche il suo personale impegno nel rinnovare la poesia “desarraígada” (“sradicata”), più attenta al dato esistenziale che non a quello formale, che settant’anni orsono fu di due giganti come Dámaso Alonso e Blas de Otero.

I migliori letti nel 2013

parigi 2010 - foto gm

Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2013. Quella che segue conterrà libri letti nel 2013 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2014 (gm)

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Andrea Accardi

Odissea, Omero (Rizzoli,2010): Già ai tempi di Omero, il dubbio era sempre quello: metto radici, o aspetto ancora un poco?
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Sulla poesia moderna, di Guido Mazzoni (Il Mulino, 2005): a partire da quando, e perché, la poesia è diventata come la concepiamo oggi, privatissima e narcisistica, pur rimanendo universale?
.
Strane coppie, di Stefano Brugnolo (Il Mulino, 2013): buffi, strampalati, comici, a volte inquietanti, questi personaggi speculari fra loro rispecchiano anche la frantumazione di un soggetto che si pensava unitario.
.
Cose di cosa nostra, di Giovanni Falcone (Rizzoli, 1991): la struttura e l’etica interna dell’organizzazione mafiosa, e le sue radici comuni a tutti i siciliani (e italiani). Oggi pare scontato, ieri no.
.
La chiave dell’incanto, di Alfonso Lentini (Pungitopo, 1997): la strana storia di Filippo Bentivegna, giudicato clinicamente folle ma non pericoloso, che nella solitudine di un feudo vicino a Sciacca scolpì per anni centinaia di teste nella roccia.
.

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Giovanna Amato 

1) Giuseppe Genna, L’ANNO LUCE (Il Saggiatore, 2007) – un libro dove i brani hanno forma, talmente affiorante da poterli toccare.

2) Adam Zagajevski, DALLA VITA DEGLI OGGETTI (Adelphi, 2012) – per l’incapacità fosse pure di accendermi una sigaretta tra un componimento e l’altro.

3) Anna Maria Ortese, MISTERO DOLOROSO (Adelphi, 2010) – scoperto solo adesso (era, sicuramente, l’adesso giusto).

4) Salvatore Satta, IL GIORNO DEL GIUDIZIO (Adelphi, 1990) – perché «forse la vera e la sola storia è il giorno del giudizio, che non per nulla si chiama universale».

5) Elsa Morante, LA SERATA A COLONO (Einaudi, 2013) – e qui non c’è nulla da aggiungere.

***

Anna Maria Curci

Patrizia Rinaldi, Blanca, e/o 2013 – Tra Napoli e Pozzuoli, nobiltà stracciata e miseria abietta o inetta, conversazioni troncate e soliloqui contrapposti, farina e polvere, acque torbide e fuoco spartiacque, sono le voci in varietà orchestrata di registri e timbri, che non scansano lo sgradevole eppure conoscono il sublime, a mettere in luce, per contrasto, la percezione sensoriale preclusa a colei che sa trovare, per istinto educato nell’esperienza dolorosa, inizio, percorso e fine dei sentieri della vicenda: Blanca.

Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012 – L’appuntamento immancabile, nella notte di Natale, con la severa signora che viene a riscuotere il conto, il valzer annuale sull’orlo del vuoto, si trasformano in occasione di allestimenti bizzarri e irresistibili, rievocazioni veritiere e visionarie insieme, tendone e pista di circo, strada cittadina e vagabondaggio fuori mano, bottega dell’antiquario e laboratorio dell’impagliatore, incontri insperati e rivelatori, fiaschi e trionfi, capitomboli in scena e caparbie prese di posizione davanti e dietro la macchina da presa: in tutti è lui, Charlie Chaplin, guitto, monello, senza casa e senza terra, a farsi regista di una epopea sui generis del cinema, nella quale gli oggetti, poveri accessori di scena o misteriosi deus ex machina, hanno vita, storia e dignità.

Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure, Smasher 2012– Il ritmo che la prosa di Antonio Scavone sa imprimere al “torpore placido” nelle sue manifestazioni a strati e sfumature diversi scaturisce dalla capacità di dare un significato nuovo al termine “realismo”: squallore, stanchezza, deriva, declino non strizzano l’occhio al pulp e rifuggono il compiacimento mimetico, ma sono occhio aperto e orecchio teso a cogliere le mutazioni più impercettibili e, di qui, a costruire sulla pagina scritta una vera e propria comédie humaine, tanto credibile nel cogliere l’insieme e nel curare il dettaglio, quanto sorprendente per acume pensoso.

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg, Del Vecchio, 2013 – Il piglio sicuro di chi si destreggia da tempo e da tempo ha imparato a far da guida lungo le montagne dei testi menzionati esplicitamente o stesi come un tappeto dalla trama non immediatamente decifrabile, per gli itinerari musicali più strampalati dalla classica a Patti Smith, per paesaggi esotici e febbrili set cinematografici, prende le mosse, di notte, dallo studio del filosofo Blumenberg e attraversa, con «onnicomprensiva cura» noncurante di schemi spiccioli e paurosa osservanza di schemi e generi, paesaggi e personaggi, illuminati, anche per contrasto e distanza, dal manifestarsi silenzioso e imponente del leone.

Marcello Simonetta Noga Arikha, Il fratello ribelle di Napoleone, Bompiani 2011 – Splendori e miserie della famiglia Bonaparte e di una fetta cospicua della storia europea attraverso la vita, i discorsi, gli atti di ribellione al celebre fratello, pagati cari, e la lungimiranza di Lucien, del quale Napoleone soleva dire: «di tutti i miei fratelli, lui era il più dotato, e quello che mi ha ferito di più». Il rigore della ricostruzione storica si affianca alla tensione drammatica, come nei mirabili volumi di Stefan Zweig.

***

Luciano Mazziotta

1) Mario Benedetti, Tersa morte, Mondadori 2013.
“E piange la parola che riesce a dire” e “Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole” sono i versi più rappresentativi di questo libro che da una parte fa i conti con l’impossibilità di dire, dall’altra con la crisi ontologica.

2) Marco Giovenale, Delvaux, Oedipus 2013.
Silloge di confine, come figura di confine è il nome del pittore surrealista che dà il titolo alla raccolta, segna il percorso di uscita dal modernismo nell’opera di Marco Giovenale.

3) Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, Italic Pequod 2013.
Costituito da poesie e prose, prosegue la poetica che Inglese ha iniziato con Commiato da Andromeda. I versi si fanno imprevedibili così come imprevedibili sono gli esiti di un dialogo con un ente, la Reinserzione culturale del disoccupato, della cui esistenza si dubita continuamente.

4) Andrea Raos, Lettere nere, Effige 2013.
Anche in questo caso ci si trova dinnanzi ad un prosimetro. La dialettica prosa-poesia però non rappresenta più la dicotomia chiusura-apertura, ma è come se il libro cercasse di attraversare tutte le esperienze del secolo passato: dal sonetto di matrice zanzottiana, ai versi liberi di stampo mesiano, alle prose allucinate e deliranti, tematicamente e sintatticamente.

5) Giacomo Trinci, Inter nos, Aragno 2013.
Inter nos è, seguendo la traduzione letteraria, qualcosa rappresentabile come un monologo interiore, o comunque come qualcosa detto tra sé e sé. Inter nos è l’impossibilità di nominare la realtà se non attraverso il balbettio e il farfugliare di un soggetto posto ai margini della storia.

Fabio Michieli

1) Alessandro Brusa, La raccolta del sale (Perrone, 2013)
«Ho tramutato i miei passi in orme di gigante…»

2) Vittorio Sereni, Giuseppe Ungaretti, Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969 (Archinto, 2013)
«Non sono contento della pubblicazione, senza consultarmi prima, dei quattro poeti insieme. Uno in mia compagnia, Quasimodo, non ce lo voglio più assolutamente.» (Giuseppe Ungaretti a Vittorio Sereni, 15 maggio 1969)

3) Annalisa Cima, Le occasioni del “Diario postumo”. Tredici anni di amicizia con Eugenio Montale  (Edizioni Ares, 2012)
Se postumi si nasce, la Cima si pasce.

4) Goliarda Sapienza, Ancestrale (La Vita Felice, 2013)
«Una pena murata nel tuo petto…»

5) Lorenzo Mari, Nel debito di affiliazione (L’arcolaio, 2013)
«di netto / non ci si trasforma in lucciola…»

***

Gianni Montieri

George Saunders – Dieci Dicembre (Minimum fax, 2013) Sto leggendo questi racconti per la terza volta: ho saltato fermate della metropolitana, ho preso appunti,  ho letto la profondità dietro la leggerezza, la meraviglia in mezzo al dolore.

Sibylle Lewitscharoff – Blumenberg (Del Vecchio, 2013) Si può partire da un uomo esistito realmente e immaginargli un’altra storia intorno, far sedere un leone in salotto, raccontare un suicidio come se fosse una poesia, sorridere, a volte,  mentre intorno è tutto grave.

Nicola Pugliese – Malacqua (Tulliopironti editore, 2013) Perché a Napoli non può piovere soltanto, perché il vuoto su cui la città si regge a volte tiene per magia; come la magia di un libro che era sparito e che è ritornato.

Luigi Bernardi – Crepe (Il Maestrale, 2013) In una città che cambia architettura, che cerca il futuro, le crepe che si aprono nelle pareti delle case battono lo stesso tempo di quelle che si aprono nelle vite delle persone, un romanzo come sempre dovrebbe essere, troppo ignorato.

Ivano Ferrari – La morte moglie (Einaudi,2013) La poesia come rappresentazione di un dolore intimo e privato e di un devastante dolore animale: dal piccolo spazio di un macello, di un letto, diventa scenario di un dolore universale, con versi indimenticabili.

***

Iacopo Ninni

Georges Perec: Quale motorino con il manubrio cromato giù in fondo al cortile?: E/O edizioni – 2004
Godere del gioco della lingua.
.
Giovanni Giudici. Omaggio a Praga: All’insegna del pesce d’oro – 1968

la “traduzione” di una città.
.
Danilo Kis: l’enciclopedia dei morti: Adelphi 1998

La sfida di una letteratura che diventa narrazione della
particolarità e unicità di ciascuno; la morte allora, non può che
essere declinata al plurale.
.
Paolo Zanotti: I Bambini Bonsai: Ponte alle Grazie 2010

Giocare col tempo è arte dei bambini; agli adulti non resta che
stare a guardare.
.
Walter Benjamin: Immagini di città: Einaudi 1971
 Il destino narrativo delle città nasce negli occhi di chi le abita.
.
***

Clelia Pierangeli Pieri

José Saramago, TUTTI I NOMI – Feltrinelli, 2010
Non è facile esistere, non lo è stato mai.
La storia ce ne parla, i misteri risolti e quelli irrisolti ce lo confermano.
Esistenza, tanto scontata quanto dimenticata.
Tutti dovrebbero poter contare sul proprio signor José.

Ingeborg Bachmann, TRE SENTIERI PER IL LAGO – Adelphi, 1996
Fare i conti con la propria terra con la rinnovata sensazione che sia solo l’altrui luogo.
Elisabeth distante, preda dell’amore rinnovato e della nostalgia
Lei, irremovibile e statuaria, d’amore intrisa.

Thomas Bernhard, A COLPI D’ASCIA – Adelphi, 1990
Ecco dove e come, almeno una volta, avrei voluto partecipare alla vita dei non viventi.
Siamo circondati.

Thomas Bernhard, ANTICHI MAESTRI – Adelphi, 1995
La Sala Bordone, quella panca, mi hanno trattenuta mentalmente e a lungo.
Ogni tanto occorre chiedersi quante e quali insidie si possano nascondere dietro e intorno all’arte, alla dichiarata perfezione.
Reger non ama, eppure tiene per mano senza cedere. Finalmente le certezze vacillano.

Jean-Louis Fournier, DOVE ANDIAMO PAPÀ – Rizzoli, 2009
Come la primavera sul dolore anche nell’inverno
Come il sorriso, obbligatorio, rugoso e malguadagnato, sulla consapevolezza.

 ***

Davide Zizza

Sono inciampato in After dark di Haruki Murakami (romanzo, ed. Einaudi – 2008 ) perché in una notte tutto può accadere.

Sono inciampato nelle Poesie di Fëdor Ivanovič Tjutčev (poesia, ed. Adelphi – 2011) perché bellezza e tensione evocativa si fondono in una dimensione onirica e metafisica.

Sono inciampato in Discesa nell’Ade e resurreazione di Elémire Zolla (saggio, ed. Adelphi – 2002) perché ha definito l’essere umano nella sua unità storico-culturale in un rapporto dialettico con il mondo e con sé stesso.

Sono inciampato in Caduto fuori dal tempo di David Grossman (prosa/poesia, ed. Mondadori – 2012) perché è una scrittura corale dove tutte le voci si riuniscono in una, quella del dolore, una voce che chiama nel deserto del tempo per trovare, anche laddove non c’è, una speranza.

Sono inciampato in Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf (saggio, ed. Vita e Pensiero – 2012)  perché la lettura rappresenta il vero momento evolutivo e creativo dell’uomo verso la civiltà.

 

Cinque poesie di Lorenzo Mari da “Nel debito di affiliazione” (L’arcolaio, 2013)

Lorenzo Mari, Nel debito di affiliazione (L'arcolaio, 2013)

Nel debito di affiliazione

A cosa potrà servire –
non alla mano del padre,
non all’etimo del nonno:
casomai potrà addurre motivo
soltanto al taglio

e all’abrasione. E con il vuoto
dell’incavo nudo, dei nudi semi,
contribuire, infine, a
piovere il niente – oppure
.                                           a colmare la terra.

.

.

Punto gotico

Non restano che le spoglie
di chi salì alla linea gotica cantando,
birre moretti nella sacca, fingendo
nuove resistenze. Il punto è mancato
alla linea, alla storia, giocando

di singolare luce, come una delle poche lucciole
che qui ancora si contano, come sulle Langhe,
e ormai cosa dare in luogo della carne
della memoria – neanche il merito
dell’osceno può restare oggi

alla carne dei mezzi padri,
già nera perché già scura:
non è più esposta
non è ancora ritirata –

sono ladri di ricotta e di quaglie:
è carne ormai sicura.

.

.

Un asso nella manica

Guardando più a fondo, gli occhi del padre
sono dolci, in qualche modo,
quando smettono gli occhiali,
quando li inforcano. Il debito

non è soltanto nel capitale,
né unicamente nella mano
che si protende, da sola,
sul gioco di carte, sul tavolo.

Se al gioco delle lenti presiedono
i secoli, cosa vorrò mai dire di mio
a quel punto, anche avendo
un asso nella manica.

.

.

La fatica di smettere i panni di guerra

La fatica di smettere i panni di guerra
si misura al tramonto, con una luce
sempre di taglio, implacabile
sul corpo. Orecchio proteso, in fondo,
che cerca musiche, come sempre:
una consolazione, per le beatitudini sole.

.

.

Tutto al tutto, niente al niente

Spingi per la schiena spezzata
le vittime al ritorno – chiedono
piccole guerre private, ed eccole
su un vassoio di argento. Chiedono
un moschetto, una baionetta,
un arco, un coltello, uno stilo:
le armi bianche che ti restano.
Concedi tutto: è la lunga distanza,
il giro della lingua, a determinare
il fatto che ormai la tua parola
ha chiamato tutto al tutto
e ha poi risposto
la voce mancante
come d’eco: niente
al niente.

.

.

____________________

Si sta in attesa di un chissà sin dalle prime battute della nuova raccolta di Lorenzo Mari, uscita da non molto per L’arcolaio (editore che già pubblicò Minuta di silenzio, nel 2009). Si sta in attesa di un segno e queste poesie non si sottraggono a questa attesa («poesia d’apnea» è una delle possibili definizioni date da Giacomo Cerrai nella prefazione), consapevoli che una «voce mancante / come d’eco» può pure rispondere «niente al niente». E così questi versi si fanno testimoni di questa e di altre mancanze, di ogni debito contratto dal ‘figlio’ se vogliamo in quell’affiliazione proposta nel titolo riconoscere un tanto di paternità cui volgere lo sguardo.
È una raccolta matura questa di Mari, perché matura è la lingua (anche dura, dove spesso si incontra il lessico militare a sottolineare un costante assetto di guerra, se non fosse che questa guerra è stata persa prima ancora dello scoppio della prima mina da una generazione alla quale è stato sottratto e quindi negato il presente prima ancora del futuro); maturo è il segno; matura la direzione della riflessione (come notato dalla puntuale lettura di Viola Amarelli).
Eppure la parola resiste e lotta, e la poesia si fa testimonianza civile – malgrado Cerrai preferisca non considerare ‘civile’ questo nuovo capitolo di Lorenzo Mari – di tutto questo, (pro)seguendo il discorso di Giuliano Mesa, sempre più, giustamente, autore-faro della poesia contemporanea che cerca di (ri)fondare una propria idea di tradizione. [f.m.]

Lorenzo MariLorenzo Mari (Mantova, 1984) è dottorando in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali presso l’Università di Bologna. Ha pubblicato le raccolte di poesia Libere sequele (Gazebo, 2004), Pellegrinaggio senza Endimione (Inventario Senese, 2007) e Minuta di silenzio (L’Arcolaio, 2009). Traduce dall’inglese (Bless Me Father, Compagnia delle Lettere, 2011, in collaborazione con Raphael d’Abdon) e dallo spagnolo (Canto e demolizione. Otto poeti spagnoli contemporanei, Thauma, 2013, con Alessandro Drenaggi e Luca Salvi). Insieme a Luigi Bosco, Davide Castiglione e Michele Ortore coordina il sito letterario “In Realtà, La Poesia” (www.inrealtalapoesia.com).

Cinque poesie da “Ricordi del futuro” di Mario Meléndez (L’arcolaio, 2013)

* * *

Arte Poética

Una vaca pasta en nuestra memoria
la sangre escapa de las ubres
el paisaje es muerto de un disparo

La vaca insiste con su rutina
su cola espanta el aburrimiento
el paisaje resuscita en cámara lenta

La vaca abandona el paisaje
continuamos escuchando los mugidos
nuestra memoria pasta ahora
en esa inmensa soledad

El paisaje deja nuestra memoria
las palabras cambian de nombre
nos quedamos llorando
sobre la página en blanco

La vaca pasta ahora en el vacío
las palabras están montadas sobre ella
el lenguaje se burla de nosotros

Arte poetica

Una mucca pascola nella nostra memoria
il sangue scappa dalle mammelle
il paesaggio è ucciso da uno sparo

La mucca insiste nella sua routine
la sua coda spaventa la noia
il paesaggio risuscita al rallentatore

La mucca abbandona il paesaggio
continuiamo a sentire i muggiti
la nostra memoria adesso pascola
in quell’immensa solitudine

Il paesaggio lascia la nostra memoria
le parole cambiano nome
ci soffermiamo a piangere
sulla pagina in bianco

Ora la mucca pascola nel vuoto
le parole stanno sulla sua groppa
il linguaggio si burla di noi

 

Recuerdos del futuro

Mi hermana me despertó muy temprano
esa mañana y me dijo
«Levántate, tienes que venir a ver esto
el mar se ha llenando de estrellas»
Maravillando por aquella revelación
me vestí apresuradamente y pensé
«Si el mar se ha llenado de estrellas
yo debo tomar el primer avión
y recoger todos los peces del cielo»

Ricordi del futuro

Mia sorella mi ha svegliato molto presto
stamattina e mi ha detto
«Alzati, vieni a vedere
il mare si è riempito di stelle»
Meravigliato per quella rivelazione
mi sono vestito in fretta e ho pensato
«Se il mare si è riempito di stelle
io devo prendere il primo aereo
e raccogliere tutti i pesci del cielo»

 

Sangre en el exilio

Cuando llegó el invierno a Chile
miles pájaros volaron con la primera lluvia
estaban asustados entre la sombra y la muerte
y preferieron emigrar con sus vidas hacia oras vidas
Tomaron el primer avión, desasperados
se arrojaron a los muelles persiguiendo barcos
cruzaron las montañas huyendo de las lanzas
y dejaron atrás la patria y a los herederos del hambre
Algunos no despegaron jamás
les arrancaron las alas en el intento y la lucha
desaparecieron con nombre y apellido
bajo los árboles de hierro
los encerrron en jaulas por especies
y cuando años después los encontraron
tenían la caricia del cuervo enre sus plumas
Los otros, los perseguidos
los pájaros del pueblo que lograron atravesar la muerte
debieron acostumbrarse a volar de otra manera
a sentir de otra manera, a respirar de otra manera
La tierra ejena los había recibido
la tierra amiga los invitaba a su mes
a compartir el pan y sus dolores
Muchos incluso en la agonía
soñaron con  ver la patria por última vez
pero la patria también agonizaba
había querido volar con sus alas rotas

Sangue nell’esilio

Quando arrivò l’inverno in Cile
migliaia di uccelli volarono con la prima pioggia
erano impauriti tra l’ombra e la morte
e preferirono emigrare con le loro vite verso altre vite
Presero il primo aereo, disperati
si lanciarono sui moli inseguendo navi
attraversarono le montagne fuggendo dalle lance
e lasciarono indietro la patria e gli eredi della fame
Alcuni non decollarono mai
strapparono loro le ali tentando di lottare
scomparvero con nome e cognome
sotto gli alberi di ferro
li rinchiusero in gabbie per specie
e quando anni dopo li trovarono
avevano la carezza del corvo tra le penne
Gli altri, inseguiti
gli uccelli del paese che riuscirono ad attraversare la morte
dovettero abituarsi a volare in un altro modo
a sentire in un altro modo, a respirare in un altro modo
La terra estranea li aveva accolti
la terra amica li invitava a tavola
a dividere il pane e i suoi dolori
Molti persino nell’agonia
sognarono di veder la patria per l’ultima volta
ma la patria pure agonizzava
aveva voluto volare con le loro ali rotte

 

Mi pueblo

Mi pueblo tiene frío cada día del año
tiene hambre y sed y juventud
Mi pueblo es un pedazo de adera
de cama que no alcanza para cquatro o para ocho
Mi pueblo tiene lluvia y viento
tiene caras dibujadas con ceniza
tiene manos que aplauden para no morirse
Mi pueblo no tiene nombre
no tiene edad ni edades
no tiene calles ni sonrisas
Mi pueblo no tiene Dios
la levadura y la sal vencieron a los santos
el agua de los grifos fue más pura que un iglesia
Mi pueblo es un resumen del amor cansado
es una biografia sin orillas ni rincones
un cadáver reciente
una copa que jamás será llenada
Mi pueblo tiene niños que parecen ancianos
y ancianos que se robaron los años
tiene mujeres con ojos apagados
y hombres cortados por la mitad
Mi pueblo tiene árboles sin troncos y sin hojas
tiene rosas que cambiaron su color
por un kilo de pan
Mi pueblo es na herida en el tiempo
una giutarra enferma y sorda y muda
una canción de nombres definitivamente tristes
definitivamente amargos
definitivamente olvidados en el gran sueño de la vida

Il mio paese

Il mio paese ha freddo ogni giorno dell’anno
ha fame e sete e gioventù
Il mio paese è un pezzo di legno
di letto che non basta per quattro o per otto
Il mio paese ha pioggia e vento
ha facce disegnate con la cenere
ha mani che applaudo per non morire
Il mio paese non ha nome
non ha età né tempi
non ha strade né sorrisi
Il mio paese non ha Dio
il lievito e il sale vinsero i santi
l’acqua dei rubinetti fu più pura di una chiesa
Il mio paese è un compendio dell’amore stanco
è una biografia senza rive né angoli
un cadavere recente
un bicchiere che non sarà mai riempito
Il mio paese ha bambini che sembrano vecchi
e vecchi che si rubarono gli anni
ha donne con occhi spenti
e uomini tagliati a metà
Il mio paese ha alberi senza tronchi e senza foglie
ha rose che cambiarono colore
per un chilo di pane
Il mio paese è una ferita nel tempo
una chitarra malata e sorda e muta
una canzone di nomi definitivamente tristi
definitivamente amari
definitivamente dimenticati nel grande sogno della vita

 

Para mayor seguridad

Vengan a ver mi poesía
no está hecha de material ligero
aguantará perfectamente el invierno
y en verano refrescará
las mentes y los cuerpos
Hay poderosas vigas entre cada verso
hay listones apuntalando mis palabras
Y si la lluvia desea entrar
pondré mis sueños en el techo
y taparé las goteras
con mi propio dolor

Per maggior sicurezza

Venite a vedere la mia poesia
non è fatta di materiale leggero
resisterà perfettamente all’inverno
e in estate rinfrescherà
le menti e i corpi
Ci sono travi potenti tra ogni verso
ci sono listoni che puntellano le mie parole
E se la pioggia desidera entrare
metterò i miei sogni sul tetto
e sigillerò le infiltrazioni
col mio dolore

 

MeléndezMario Meléndez (Linares, Chile, 1971). Ha studiato Giornalismo e Comunicazione Sociale. Tra i suoi libri figurano: Autocultura y juicio, Poesía desdoblada, Apuntes para una leyenda, Vuelo subterráneo, El circo de papel e La muerte tiene los días contados. Nel 1993 ottiene il Premio Municipale di Letteratura nel Bicentenario di Linares. Sue poesie appaiono in diverse riviste di letteratura latino-americana e in antologie nazionali e straniere. Agli inizi del 2005, è pubblicato nelle prestigiose riviste “Other Voices Poetry” e “Literati Magazine”. Nello stesso anno ottiene il premio “Harvest International” alla migliore poesia in spagnolo assegnato dall’University of California Polytechnic, negli Stati Uniti. Parte della sua opera è stata tradotta in italiano, inglese, francese, portoghese, olandese, tedesco, rumeno, bulgaro, persiano e catalano.
Ha vissuto a Città del Messico dove ha impartito lezioni di letteratura latinoamericana e realizzato diversi progetti culturali. Ha diretto la collana sui maggiori poeti latinoamericani per “Laberinto edizioni” e realizzato diverse antologie sulla poesia cilena e latinoamericana. Attualmente vive in Italia. Ha collaborato con l’Università di Urbino “Carlo Bo” dove ha tenuto alcune lezioni di poesia e lettaratura ispanoamericana.

* Mario Meléndez, Ricordi del futuro. Interventi di Manuel Cohen e Lorenzo Mari. Traduzione di Emilio Coco, L’arcolaio, 2013.

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Pas de deux # 1

Due poeti contemporanei scelgono un testo di un autore straniero e lo traducono per Poetarum silva. Un confronto sulla traduzione tra diverse sensibilità. Un’occasione per scoprire poeti che non si conoscono o riscoprirne altri con un vestito nuovo. I post non avranno cadenza regolare, perché soggetti alle tempistiche dei traduttori invitati, ma ci auguriamo che diventino un appuntamento abbastanza regolare. Cominciamo con un poeta spagnolo molto giovane David Leo García , le due traduzioni sono di Lorenzo Mari e Antonio Bux.

La redazione

***

AGUA CORRIENTE

Tanto arreglar grifos para ver correr el agua, el agua
que riegue tu simbología de las cosas que perecen, el agua
que preste agua a tu sed incalculable, el agua
que te ayude a mirarlo todo por vez primera,
como si no hubieras pestañeado jamás,
como si los objetos hubieran dejado de inventarse,
esperando, no ya ser hasta siempre, sino haber sido desde siempre, agua
para comunicar tus órganos, para limpiarte el cráneo y convencerte
de que no eres objeto ni lavabo y convencerte
de que tienes que cumplir tus días de hombre, agua
para beber, para procurarte una eternidad,
como si ser eternos nos eximiese de ser torpes,
como si por ser eternos no se nos fueran
a estrellar los vasos de agua contra el suelo.

(David Leo García, da “Demanda de sol”).

 

Traduzione di Lorenzo Mari

ACQUA CORRENTE

Tanto aggiustar di rubinetti per vedere scorrere l’acqua, l’acqua
per coltivare la tua simbologia di cose che periscono, l’acqua
per prestare acqua alla tua sete incalcolabile, l’acqua
per aiutarti a guardare tutto per la prima volta,
come se non avessi mai sbattuto le ciglia,
come se gli oggetti avessero smesso di essere inventati,
aspettando, non già di essere per sempre, ma di essere stati da sempre, acqua
per connettere i tuoi organi, per pulirti il cranio e convincerti
che non sei oggetto né bagno e convincerti
che devi compiere i tuoi giorni come uomo, acqua
da bere, per procurarti un’eternità,
come se essere eterni ci esimesse dall’essere impacciati,
come se per il fatto di essere eterni non ci scivolassero
frantumandosi a terra i bicchieri d’acqua

***

 Traduzione di Antonio Bux

ACQUA CORRENTE

Tanto aggiustare rubinetti per veder correre l’acqua, l’acqua
che irrighi la tua simbologia delle cose che periscono, l’acqua
che dia acqua alla tua incalcolabile sete, l’acqua
che ti aiuti a vedere ogni cosa per la prima volta,
come se non avessi mai sbattuto le ciglia,
come se gli oggetti avessero smesso d’inventarsi,
aspettando, non d’essere per sempre, ma essere stati da sempre, acqua
per collegare i tuoi organi, per lavarti il cranio e convincerti
che non sei né oggetto né bagno e convincerti
che devi compiere i tuoi giorni d’uomo, acqua
da bere, per procurarti un’eternità,
come se essere eterni ci dispensi dall’essere rozzi,
come se per essere eterni non ci mandassero
a gettare bicchieri d’acqua contro il suolo.

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BIOGRAFIA

 

 

David Leo García è nato a Malaga nel 1988. Ha pubblicato Urbi et Orbi (2006, Premio Hiperión) convertendosi nel vincitore più giovane della storia del premio, e Demanda de sol (2007). Ha ottuto, durante l’anno 2007/2008 una borsa di studio presso la Fondazione Antonio Gala di Córdoba. È autore anche di Dime qué (Barcelona, DVD, Premio Cáceres 2011). È presente nelle antologie La inteligencia y el hacha (2010, a cura di Luis Antonio de Villena), e Tenían veinte años y estaban locos (2011, a cura di Luna Miguel).

 

 

Poesie di Lorenzo Mari

Poesie di Lorenzo Mari*

[Con Lorenzo Mari  continua la seconda fase della rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio TetiGreta RossoValentina De LisiChiara DainoDomenico Ingenito, Simona MenicocciCarmen GalloFrancesco TerzagoTommaso Di DioMariasole AriotLuca Minola e Alessandro GiammeiAnna RuotoloMichele OrtoreAlfonso Maria PetrosinoSergio Garau e Marco BiniGiuseppe Nava e Marco Aragno.  Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, Imperfetta Ellisse per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Sempre su Poetarum Silva, sono stati inoltre segnalati da G. Montieri e N. Castaldi Riccardo Raimondo Nadia Tamanini. Si ricordano inoltre le due pubblicazioni di Natalia Castaldi focalizzate sui poeti di aerea sicula Domenico Stagno e Andrea Cangialosi.]

da Minuta di silenzio (L’Arcolaio, Forlì, 2009)

Sermone di distrazione

Attorno a noi
la resurrezione delle cose,
pagina tremenda. Meglio quando stenta
l’oggetto, lo guardiamo di sguincio
e s’arresta. Non attenta.
Non chiede attenzione.
Lascia il devoto
al suo sermone
		di distrazione.

A fare maglia

Cose che scivolano dal letto e s’ammonticchiano,
cose che cadono di bocca, in scialorrea continua:
non ci faremo caso. Sono gli oggetti
che sempre raccogliamo: sempre ci abbassiamo
alle loro altezze microscopiche, scoprendo tesori
con la coda dell’occhio, tra i riccioli
di polvere, tra bava e bava. Della gobba,
dell’inarcamento cui diamo luogo, della schiena ridicola
non ci curiamo, e procederemo, di nuovo,
alla raccolta indifferenziata del resto –
infileremo perle nei fili,
indefessi. Pronti a cucire gli strappi, a fare maglia
e quindi a disfarla, ricorderemo Penelope –
ma questa volta diremo pure che è odio
ciò che non torna a Itaca.

Resa dell’ecfrasi

L’occhio scontento accorda infine pace
allo schermo nero. Non che l’immagine
sia il surplus di cui fare senza
ma – azzittito il mantra di retina –
ci si consente, perlomeno, un cerchio di silenzio
attorno all’ecfrasi. Rassicura
il fatto che dopo un po’
nel suo angolo prospettico
non piange neanche più
		la figura privata di statuto.

Si arrende, piuttosto
– allo stato liquido,
		indifesa –
al panorama, al suo svolgersi
muto.

Poco filo

Poco filo mi resta ma spero che avrò modo
di dedicare al prossimo tiranno
i miei poveri carmi.
E. MONTALE, Un poeta da Quaderno di quattro anni (1977)

Come sempre i maghi
stanno alla porta: non serve
rabdomante per un’acqua
di niente, che nel carso
e nella dolina conseguente

tutti sanno nell’essere e – a parte –
nel non essere, nello scorrere
e nel fermarsi, tutti conoscono
per i suoi torbidi incantesimi
quale acqua pesante. Nessuno
ha però memoria dei prestidigidatori
esclusi – neppure dei dattilomani borghesi –
o sente la forza di ribadire un debole
pensiero, di brandire senz’averne danno
un bastone ricurvo – per i segni –
nessuno ha il dito legato al gomitolo

al di qua dell’uscio nessuno
sa di che si tratta in realtà:
tirare, sforzarsi ed estrapolare
poco filo.
		(Poco filo, e senza trucco,
purtroppo, senza inganno.)

Inediti

Scossa d’assestamento

Scossa d’assestamento:
non marca nessun passo.

L’allarme si fa eterno,
portando adesso

l’inferno a braccetto
con il silenzio delle urla dipinte

sulle pareti, con il timore
di avanzare una richiesta di riposo –

è come chiedere vita non precaria
ai cancelli di un’azienda. Come salire

sui tetti con le bandiere e sperare
che non crollino – è lo stesso.

Ultima esule

Non è perché sei andata via
che i più saggi ti hanno detta
ultima esule. Intendevano tornare
a contare i passi, inventarsi
una cartografia italiana momentanea,
smetterla di piangersi addosso.

*Biobibliografia

Lorenzo Mari (Mantova, 1984) vive e studia a Bologna, dove è dottorando in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali. Nel 2004 ha vinto il XII premio Biennale di Poesia di Alessandria e nel 2007 ha ricevuto il Premio Gozzano per la silloge inedita.  Presente con alcuni suoi testi nelle antologie Nella borsa del viandante (Fara, Rimini, 2009, a cura di Chiara de Luca) e Pro/Testo (Fara, Rimini, 2009, a cura di Luca Paci e Luca Ariano) e in alcune riviste di poesia (L’Area di Broca, La Mosca di Milano, Il Monte Analogo, Le Voci della Luna e altre), ha pubblicato le sillogi pellegrinaggio senza Endimione (Inventario Senese, Siena, 2007, V premio Alessandro Tanzi) e Minuta di silenzio (L’Arcolaio, Forlì, 2009)