Lorenzo Franceschini

Acqua in bocca – Argo a Bologna

Sabato 7 dicembre 2013 – ore 21.30
Libreria Modo Infoshop, via Mascarella 24b, Bologna

ACQUA IN BOCCA

Il collettivo ARGO presenta il romanzo collettivo d’esplorazione «H2O»

Argo

Tuffatevi nell’acqua bene comune che dà la vita e gettate un ponte sull’acqua che separa e uccide, con gli Argonauti (da tutta Italia) – Valerio Cuccaroni – Rossella Renzi – Silvia Albanese – Tommaso Gragnato – Gianni Montieri – Lorenzo Franceschini, il Movimento Acqua Bene Comune Bologna e gli scrittori Giovanni Fierro, Franca Mancinelli, Luciano Mazziotta. In collegamento Skype da Parigi: Filippo Furri (Argo) e Andrea Inglese (Nazione Indiana)

Proiezione dei video // Watershape project:
“Aria #1”, 2011 di Sebastiano Luciano / Musica: Andrea Buratta aka NovembertraumMonochrome Circus / estratto da “水の家 / Water House” / Coreografia: Kosei Sakamoto / Ballerini: Yuko Mori, Hirokazu Morikawa / Premiere: Atelier Gekken, Kyoto, 2005

La rivista d’esplorazione ARGO ha dedicato il suo diciottesimo volume, H2O, al tema multiforme e fluido dell’acqua. H2O è un romanzo di esplorazione che interroga la relazione dell’umano con l’elemento vitale per eccellenza: acqua come fonte primordiale di vita, acqua come vettore e frontiera dell’orizzonte umano, acqua come risorsa e limite. Dopo un numero oscuro e ctonio, dedicato alla morte (VIXI, n. 17), H2O diventa dunque un inno alla vita ritrovata, alla forza generatrice e rigeneratrice della natura, ma anche un’inchiesta sui conflitti provocati dalla volontà di controllarla.

Argo H2O è consultabile in creative commons su http://www.argonline.it/

Mala Kruna di Franca Mancinelli

Immagine 002Titolo:  Mala Kruna

Autore: Franca Mancinelli

Editore:  Manni Editore, 2007

Sono già trascorsi quasi sei anni da quando è uscito il primo libro di Franca Mancinelli Mala Kruna, che in croato significa “piccola corona di spine”.  Fra qualche mese vedrà la luce il suo nuovo libro, che contiene le poesie scritte in questi ultimi anni. Sono già apparsi alcuni inediti, sia in importanti antologie come La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta, a cura di Matteo Fantuzzi (Ladolfi editore, Borgomanero 2011) e Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi 2012), che su importanti riviste come Poesia Luglio/Agosto 2012 N.273 dell’editore Crocetti.

In sintesi la poesia della Mancinelli si fortifica nel tempo, diventa più materica. Per questo, parlare dell’opera prima Mala Kruna, connessa all’intervista rilasciata dalla stessa autrice a Lorenzo Franceschini, assume un’importanza notevole ai fini della comprensione. Si spiegano i punti di svolta, gli attimi del cambiamento, e anche i luoghi verso cui la poesia della Mancinelli potrà spingersi.

Mala Kruna rappresenta un’opera prima di impatto, compie una metamorfosi che attraversa le prime età della vita, un libro guida per una crescita interiore dove il corpo non solo è prolungamento del proprio essere, ma anche e soprattutto contatto primario con la terra, con la materia. L’esergo che apre il libro sono dei versi tratti dal ventiseiesimo canto dell’Inferno Dantesco: “né dolcezza di figlio, né la pieta/ del vecchio padre, né ‘l debito amore”che narra gli abbandoni degli affetti per conoscere il mondo, per attraversare quello che siamo attraverso il ricordo: “dal giorno che non rispondi allo sguardo/ cresce la ruga sul gomito il ricordo,/ sui tavoli dell’asilo non segui/ l’impronta non pensi/ che oltre la giostra/ c’è ancora lui che dorme in fondo,/ e non lo vuoi svegliare”.

Il libro sembra costituito da stazioni letterarie precise, che scandiscono non solo le età e il viaggio verso la stagione adulta, ma anche la regolarità della vita, i suoi progetti interiori spesso abbandonati o ripresi in altre sfaccettature. Una delle cose più importanti e ricorrenti che trapelano in Mala Kruna è  il traguardo dell’accettazione di sé.

Il primo capitolo del libro “Oltre la giostra” tratta gli spazi dell’infanzia, le sue innumerevoli fantasie, le sue radicali aperture al mondo. “questo paziente ostinato amore/ nel gesto che fai di muovere passi/ avanti e indietro nella sala, mentre/ col braccio e un ginocchio fingi/ di addolcire una cuna sulla sterrata/ come dondola il mondo e le cose/ di nuovo tremano, anch’io/ sarò nel buio”. Il colloquio sembra animato da una proiezione di sé e dalla figura astratta di un adulto, che é una bussola, un punto di riferimento e smarrimento costante: “sospeso nel volo breve di un cenno/ “stanco e non torno indietro”/ nitido lo starnuto/ del cuore. “Prendi una medicina”/ ma lui guarda lontano/ l’orizzonte senza credermi/ e non so quale lotta poi continui/ più grande, e che gli ricolmi un giorno./ Restano i suoi occhi lontano,/ oltre la linea mobile del grano.” O anche come nella delicatissima Certezza: “ lui ancora veglia ogni vena sul viso/ cauto che il pianto di smorfia o febbre/tacesse custodito/ nell’abbraccio che è il vestito/ macchiato di ogni giorno”. Quest’ultimo è l’unico testo del libro che porta un titolo, come se sottolineasse una sicurezza. La poesia di Franca Mancinelli si propone a frammenti, come un grande poema fatto da piccoli tasselli di energia, pieni e completi.

Il secondo paragrafo Il mare nelle tempie si apre alla scoperta del corpo, non più verso di sé, come può valere nel periodo dell’infanzia, ma verso gli altri, nelle grandi reazioni dell’adolescenza. “un filo di luce da vetro a porta/ teso a farmi parlare dentro l’ago d’amore/ all’inizio del corpo”. Così ogni cosa si modella nel vivere e la lingua si risveglia dalla sua antichità per ritrovare il passo e la durezza del descrivere. Ogni domanda non può ottenere risposte ma quello che conta è esserci, poter invadere lo spazio con il proprio corpo che è in costante trasformazione, diventando vera materia, osso, parte del mondo. “Hai baciato il mio osso sporgente/ l’anca ramo ricurvo:/ svanisce il filo di sassi sulla schiena/ e ti siedo di fronte/ a radici aperte./ E’ un’immagine chiara, a lungo/ devo sfogliare prima che combaci/ ma ora che ricordo sono io:/ i lobi luccicanti appena incisi,/ un sorriso di fortuna/ dalla sua mano un fiore s’avvicina,/ apro gli occhi al lampo, e il taglio/ della luce è mio.”

Nei testi ci si trova spesso davanti ad un reale franato, che precipita nell’incertezza continua. L’amore verso l’altro è la conquista di una passione, di uno spazio proprio; conquista dell’istante esatto in cui le cose hanno gli accenti giusti per parlare e muoversi nelle possibilità, negli occhi pronti per guardare. “nella notte un estuario le tue braccia/ sono rami di quercia/ setaccio senza fondo/ sasso chiaro che precipita/ un granulo di terra che ci scioglie/ sono sempre stata qui/ all’inizio della vita/ guardando queste cose/ muoversi nei tuoi occhi”.

Con il terzo capitolo Nel treno del mio sangue, le domande iniziano ad ottenere le prime risposte, i pensieri si sciolgono, diventano promessa di vita, l’esistenza si può iniziare a concepire come esperienza comune. “quando mi dormi in mente/ la stanza ha il tuo profilo/ ed ogni cosa un posto/ come le vene./ Sei il figlio, e il piccolo animale/ fermo sulla terra/ annusata cercando la radice/ la traccia, la coda di una promessa/ che trattengo, fino a che è rotto/ questo bavaglio, e il pensiero/ si disegna nella linea/ aperta delle nostre mani”.

Tutto questo può anche finire o fermarsi, ma il viaggio è vita, non si può arrestare in nessun modo e per nessuna ragione. Bisogna in ogni istante di resa, rialzarsi, rimodellarsi al vivere, al quotidiano sempre più ordinario e ostile. “che qualcosa finisca/ e non resti l’affetto/ come spina nella bocca./ Così sciolgo la veste che le labbra/ fanno col buio punto dopo punto;/ sono in strada, tra le spalle non trovo/ un davanzale dove respirare/ intreccio le mani sul ventre e sono/ creta sul letto di un fiume di passi.”

L’ultimo capitolo di Mala Kruna si intitola Un rudere la casa e segna in modo indelebile la fine di un primo lungo viaggio, il compimento di una tappa tanto attesa.  Il ritorno ad un luogo primo, unico, come rudere, come luogo di appartenenza e di continua deriva e frammentazione. Ma queste frane sono fatte per smuovere, per collassare nelle parole dove il corpo diventa un’infinita costellazione di sensi e la sacralità degli atti acquista nuove forme e nuovi disagi. “ora in te è un rudere la casa/ franata in una notte, ora/ la betoniera mastica la calce,/ il tetto spiovuto, la preghiera/ che mantenevi aperta con le mani./ Di tutte le stanze resta/ l’incavo intonacato dello stomaco./ Tu pesti le sue pozze d’acqua stagna/ e la saliva che discende/ per essere inumata.”

In ultimo, la fine di ogni viaggio è una nuova partenza, come la conclusione di ogni libro o di ogni poesia, è sempre andare oltre, in ricerca costante. Non c’è altro che tornare e pestare con voglia estrema questa terra, questa materia che per Franca Mancinelli è la vita stessa: “guardo il buio con queste/ corde che si muovono, e ascolto/ la nave luminosa che si ferma./ Prenoto e annuncio ancora il mio partire:/ oltre la grata della porta il vuoto/ s’alza come una torre; e un altro/ vicino a me é ancorato/ e si sbriciola in passi sulla strada. E io non so/ se salgano o scendano le corde/ da questo pianerottolo, ma vedo:/ l’immagine di me che si spazienta/ entrare con i piedi su una terra/ morbida e pestata molte volte.

Clicca qui per leggere l’intervista a Franca Mancinelli

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«La forma dell’acqua». Conversazione con Franca Mancinelli di Lorenzo Franceschini

Mala kruna (Manni, 2007), è un libro d’esordio straordinariamente riuscito. La grande compattezza stilistica che abbraccia tutto il libro mostra un lavoro molto serio, col quale l’autrice ha saputo costruirsi quegli strumenti che le permettono di modulare il canto della propria esistenza.

Questo libro racconta la tua storia. Ha le caratteristiche degli scritti necessari, quelli che l’autore deve scrivere assolutamente. È stato davvero necessario per te scrivere questo libro?

Sì, con questo libro ho attraversato le mie ferite. E mi sono accorta soltanto dopo, quando era stampato, che in effetti un libro é una ferita rimarginata. Ho compreso anche un po’ l’incertezza a tratti ossessiva che mi aveva accompagnato nella stesura dei testi e poi nella costruzione di Mala kruna. In effetti per me un verso o una parola era una questione di vita, un po’ come lo era stato nel 2002, quando ho scritto i primi testi, la scoperta che non c’è dolore che non possa essere ruotato, capovolto, detto in diversi modi. Non c’è niente che possa inchiodarci, se noi usiamo la lingua siamo sempre in qualche modo vivi, in viaggio.Alcuni testi di questo libro li ho sentiti come se avessi dovuto tatuarli in me; proprio come quando si decide di fare un tatuaggio, la necessità di quel disegno o quel colore deve essere assoluta. L’incertezza che mi dominava nella scrittura e nella scelta delle varianti era dovuta anche al fatto che sentivo di lavorare sul mio corpo. Era come se lo stessi ricostruendo dopo una frana. Un’altra parola era un’altra vena.
Nella prima sezione, la più antica di Mala kruna, c’è sepolto un libro: una trentina e più di poesie narrative sull’infanzia, che hanno poi subito forti metamorfosi (nel senso dell’essenzialità e dell’elissi) o sono state abbandonate.

“Mala Kruna” è un bellissimo titolo, e tu lo hai raccontato nella poesia che apre il libro. Quell’espressione sembra una formula magica che rende possibile ritornare indietro nel tempo. Io ti ho sentito raccontare le circostanze in cui per la prima volta hai ascoltato quelle parole, e penso che conoscerne la storia non tolga nulla al loro fascino e al loro mistero. Vuoi raccontarcela?

Durante un viaggio in barca a vela che feci quando avevo diciassette anni, in un giorno di cattivo tempo ci fermammo in una piccola isola della Croazia di cui non ricordo il nome. Camminando per la strada principale di un paesino un’anziana mi si affiancò in una maniera così familiare che rimasi colpita, e mi disse queste due parole (mala kruna). Poi si fermò a guardare un foglio appeso sul lato della strada che annunciava una festa religiosa. Io pensai che mi avesse detto qualcosa di simile a “cattivo tempo”, come si usa a volte tanto per interloquire. Ma ero rimasta così folgorata da quell’incontro che il giorno successivo, in un mercatino, cercai un vocabolario di italiano e croato e lì trovai il significato di quella frase: mala significava piccola e kruna corona, anche corona di spine. Poi, a distanza di anni, ho deciso di aprire il mio libro con la poesia legata a questa vicenda e di intitolare il libro proprio Mala kruna. Non sono molto brava a trovare titoli e devo dire che questo ad alcuni non ha convinto. Ad ogni modo per me quella frase rappresenta un po’ l’inizio del viaggio; è un po’ come quando, nelle favole, il protagonista incontra una strega che dice qualcosa di vero sul suo destino, che annuncia una serie di prove da superare.

Parlami dell’esergo che apre il tuo libro, due versi della Divina Commedia, del canto di Ulisse: «né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre, né ’l debito amore». Perché hai scelto questi versi?  

Il XXVI canto dell’Inferno è uno dei canti che amo di più. I suoi versi, insieme ad altri di Dante, Petrarca, Leopardi, li ho scelti fin dal liceo. Allora avevo l’abitudine di trascrivere i testi che più mi colpivano in un foglietto che portavo con me nelle passeggiate e nei giri in bicicletta serali, finché non li imparavo a memoria. Credo molto nell’importanza di avere nella memoria i versi per noi fondamentali. Si sciolgono nel nostro sangue, nella nostra voce, possono tornare a farci compagnia in ogni momento.
Quei tre versi del canto di Ulisse sono come un raccoglimento prima di un salto, un momento negativo prima dello slancio del viaggio. Ma estrapolati così come li ho riportati in epigrafe rappresentano, se ci pensi, un dramma, un trauma. In tutto il libro ho cercato la lingua per dire quello che sembra incomunicabile (il dolore e la perdita andrebbero urlati oppure mimati; quando trovano le parole sono già altro). Quando, a libro concluso e ormai deciso nella sua struttura, mi sono trovata di fronte a quei tre versi ho riconosciuto, con un sorriso, che dicevano tutto quello che io non riuscivo o non ero riuscita a dire. Credo anche che, in Mala kurna, più che un vero e proprio viaggio ci sia un continuo e ripetuto tentativo di andare, di fuggire, di staccarsi. Un passo che viene accennato, ma non compiuto. L’andare è già liberarsi, mentre io ritorno sempre nelle mie prigioni (anche per questo era giusto che l’epigrafe contenesse l’abbandono dei legami affettivi che può preludere ad una partenza, come alla presa d’atto di una tragedia).

Chi è il tu a cui ti rivolgi nelle tue poesie? A volte sembra che ti rivolga a te stessa.

Nella prima sezione il tu è essenzialmente la figura paterna e poi anche quella di una sorta di amore infantile. Questa figura giganteggia e occupa tutto il campo visivo fino a risultare confusa, evanescente. Mi è così vicina che, in effetti, come dici, è probabile che non la distingua da me: è quasi un prolungamento delle mie emozioni e dei miei sensi. Poi, nella sezione che contiene in qualche modo la prima adolescenza (il mare nelle tempie) e ancora di più in quella successiva (il treno del mio sangue), il tu è l’amato, l’altro che si vorrebbe unito in modo indissolubile, in una pretesa impossibile di comunicazione prima delle parole. L’ultima sezione invece è quella in cui più tento di uscire da questa sorta di dramma interiore per incontrare gli altri, nella loro realtà. Qui il tu si incarna in una serie di ritratti, in una breve galleria di persone attraverso cui ho tentato di guardare (sono le poesie che vanno da un solo viaggio eterno, questa luce a da questo appartamento barricato).

Sono riconoscibili dei poeti che hanno influenzato la tua poesia, pur se hai saputo dare ai loro versi il timbro personale della tua voce. Vuoi dirmi quali sono gli autori che pensi ti abbiano più influenzata?

Posso risponderti dicendo chi sono i miei amori indiscussi: Pavese che ho conosciuto in terza media ed è stato in qualche modo il mio primo amore (prima leggevo libri per ragazzi, Il conte di Montecristo, la triologia di Calvino…); e poi Pessoa che ho incontrato al liceo durante un’influenza. Ma Pavese è indubbiamente quello a cui devo di più. Gli anni poi dell’Università sono stati piuttosto deludenti. Immaginavo che scegliendo Lettere sarei potuta scendere nel cuore della mia passione e invece mi sono ritrovata in una sequenza scandita di titoli, di voti da segnare. Poi per avere di che vivere ho dovuto anche fare due anni e più di SSIS (da cui esco proprio ora). L’impressione generale è quella di essermi inaridita e di avere perso quella ricchezza che avevo al liceo, quando passavo i miei pomeriggi a leggere Proust, Dostoevskij e gli autori che trovavo nella biblioteca di mio padre prima e poi in libreria.

Tu usi il verso libero, ma il tuo metro è come un approssimarsi a settenario ed endecasillabo, metri che costituiscono un fermo riferimento per il ritmo dei tuoi testi. Soprattutto l’endecasillabo è come il tema iniziale su cui poi si intessono le variazioni. È una scelta voluta, nata dalla volontà di agganciare la tua vicenda terrena a qualcosa di eterno, o è il risultato inconscio di quella che Ungaretti chiamava “l’indole dell’italiano”: la nostra inclinazione naturale all’endecasillabo? O neanche questo?

Forse nella metrica ho trovato un appiglio alla mia incertezza. Il fatto di scoprire che il verso su cui stavo lavorando era un endecasillabo o un settenario, mi era, soprattutto all’inizio, di un certo conforto. Poi, andando avanti, è come se quel respiro si sia incamerato in me. Recentemente ho fatto caso a come certi luoghi che mi sono cari siano soggetti a frane (penso alle colline intorno a Fano, vicino a monte Giove, alla zona dell’Ardizio e poi anche al San Bartolo). Il terreno argilloso e il tufo si sbriciolano facilmente. Anche nei miei testi ricorrono spesso frane, “scuciture” e crolli improvvisi. Se penso alla metrica mi viene in mente allora quella rete metallica, sottilissima, che mettono nei dirupi per arginare e contenere le frane.

La seconda sezione del tuo libro, quella dedicata alla prima adolescenza, ha un verso che mi è piaciuto tantissimo: «Tutte cose che non nascono da me». Qui mi sembra che tu abbia identificato bene la natura dell’uscita dall’infanzia: l’identificazione delle cose esterne a noi e il riconoscimento del fatto che ci sono estranee. Puoi parlarmi di questo?

Sì, in effetti uscire dall’infanzia è proprio accorgersi che gli altri sono lontani, che per raggiungerli bisogna adoperare la lingua, e in un modo tale in cui non eravamo abituati (prima d’allora parlavamo con chi ci era familiare e anche fisicamente contiguo). Uscire dall’infanzia è ridisegnare i confini tra noi e gli altri; riscoprire e ristabilire le vicinanze e le lontananze. È un periodo denso di delusioni che ho attraversato dopo la laurea, quando si spezza quel velo che ci aveva protetti fino ad allora. Quel verso che citi è di una delle poesie più “ermetiche” del libro; volevo dire di come molte cose che ci accadono tornano con la regolarità di un’onda a batterci, a frantumarci. Noi non ne siamo responsabili (almeno apparentemente); registriamo soltanto l’accaduto come l’ennesimo incidente, l’ennesima ferita. È poi soltanto la consapevolezza che ci permette di guardare indietro il ripetersi di certe vicende, di scoprire il «tempo conficcato come seme rotto», come qualcosa che non nasce, non va avanti, resta nella sua lacerazione.

A leggerlo con attenzione, il tuo libro è davvero appassionante. Vi si leggono i segni di una crisi che viene superata, ma poi si ripropone con forza tremenda («ed ora che potrei / stringermi all’incubo che ho gridato / chiudo le arterie e torno / monca alla vita»). Sembra che alla fine di questo viaggio tu abbia ottenuto qualcosa: dopo tanto soffrire, la ragazza ha trovato una sua identità, la poetessa ha trovato una sua voce («ho la forma dell’acqua e un suono / come ogni animale un verso»). Hai acquisito una forma, ma, paradossalmente, la forma è quella dell’acqua, che non ha alcuna forma… è come se avessi trovato molto più di una forma statica, magari certa e definita, ma chiusa, sclerotizzata, e difficilmente adattabile alle catastrofi della vita. Forse la condizione che hai raggiunto è la possibilità di vivere in tante diverse condizioni, aprendoti al mondo. Un’apertura ottenuta con la certezza di te stessa, che hai conquistato scavando dentro di te e dentro il tuo passato. Infatti, ora il tuo presente ha dei punti fissi, perché hai inserito nel tuo passato come dei segnalibri cui puoi affidarti per trovare ciò che cerchi («come l’interruttore nella notte / che trovo accarezzando la parete / del mio vivere so dov’è l’amore / a tentoni ritorno a sedici anni»). Sottoscrivi questa mia lettura?

 Sì, anche se nell’ultima poesia che citi, la prima persona che parla è in realtà un amico. Questa è una di quelle poesie di cui ti dicevo prima, in cui cerco di dare la voce ad altri (che poi, inevitabilmente, mi somigliano, proiettano qualcosa di me). È vero quello che dici, c’è una sorta di progressione nel libro. Anche se parlavo, più che di un viaggio, di una sorta di partenza rinviata all’infinito, in effetti, qualcosa dalla prima all’ultima sezione è avvenuto. L’inquietudine che confusamente mi tratteneva, mi impediva (come nell’immagine delle barche e del sangue fermo nella prima poesia) è divenuta un dramma che ho attraversato, un dolore che ho percorso. L’apertura alla vita di cui parli, quel sentimento a volte anche euforico che mi prende e mi fa scorrere sulle cose con la “forma dell’acqua”, è lo stesso che c’è nella poesia e la ragazza arco che è una sorta di autoritratto. In quest’accoglienza, in questo sentire che ad ogni passo è possibile che accadano cose grandissime, la ragazza unisce due poli opposti, macerie e nascite, incontri e abbandoni. Perché aprirsi alla vita può essere un cancellare i propri confini, un’autodistruzione, ma anche divenire qualche cosa che contiene gli altri e li porta, “nel treno del proprio sangue”.

Ti ringrazio, Franca, sia per le tue risposte, sia per la serietà del tuo lavoro. Buona fortuna!

«Scirocco», n. 22, aprile-giugno 2008, pp. 86-89

Franca Mancinelli (Fano, 1981), ha pubblicato un libro di poesie, Mala kruna (Manni, San Cesario di Lecce 2007). Suoi testi sono inclusi in diverse antologie. Un’anticipazione del suo secondo libro di versi, Pasta madre, è apparsa in Nuovi poeti italiani 6, a cura di G. Rosadini (Einaudi, 2012). Collabora come critica con «Poesia» e con altre riviste e periodici letterari. 

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