lorella zanardo

Vogliamo anche le rose – e molte altre cose. Sul documentario di Alina Marazzi

Il terzo film-doc che chiude la serie di focus su Alina Marazzi è Vogliamo anche le rose*. A trent’anni dalla legge 194 del 22 maggio 1978 esce questo “collage” che segue il ritmo di quelle che son state le frenetiche conquiste – mentali prima che legislative – del Femminismo, tutte molto vicine nel tempo: la rivoluzione sessuale, il divorzio, la parità sul lavoro, la contraccezione, l’aborto, e tutte molto difficili da difendere ancora oggi.
Il 2008 è un anno particolare perché è da poco stata rimessa in discussione la 194 (si veda Piove sul nostro amore di Silvia Ballestra, Feltrinelli 2007), tema che porta di nuovo al centro anche il dibattito sul ‘corpo delle donne’ e sulle sue declinazioni mortificanti, grazie – soprattutto – al documentario e al volume Il corpo delle donne di Lorella Zanardo (Feltrinelli e www.ilcorpodelledonne.com).
Marazzi raccoglie materiali di repertorio, filmati dell’epoca e incolla il tutto per spiegare a modo suo la storia di un movimento su cui si è detto tanto, e di cui però pareva soprattutto – fino a cinque anni fa – si fossero perse le tracce. Qualcuno disse “ci siamo distratte” e Se non ora quando nasce nel 2011; il resto è cronaca – dolorosa  di ogni giorno.

Marazzi costruisce un film con l’utilizzo di diari, che in parte si possono leggere nel volume allegato al dvd Feltrinelli dal titolo Le rose (che contiene anche inserti critici e approfondimenti), tuttavia la scelta d’utilizzare alcune scritture private, non manipolate, è in linea con quel percorso intrapreso nel 2002 con Un’ora sola ti vorrei, dove la voce portante del racconto è vera, e tiene unite le immagini concedendo senso: quello di Teresa, ad esempio, è del 1976 e parla del suo aborto:

“La maternità dev’essere una libera scelta.” […] Il dopo era cominciato […] Per la prima volta ho sentito dentro di me la forza di mille leoni. come per magia la paura si è dileguata, e ha lasciato posto a una consapevolezza nuova. Io, donna di quasi diciassette anni, ho diritto alla dignità, ho il dovere di farmi rispettare. È stato come se mi si aprisse uno squarcio nel cielo: per la prima volta ho visto la libertà possibile, non in un lontano futuro, ma nel mio presente. La libertà conquistata non con la menzogna, come mi hanno sempre costretta a fare, ma con il coraggio e la dignità.

Marazzi disegna una mappa sentimentale e civile, di testimonianza, che spiega oggi cos’è stato ieri, nel rispetto di fonti autentiche (i diari provengono dall’archivio di Pieve Santo Stefano-Arezzo, un polo molto importante in Italia anche per chi si occupi di ‘storia orale’, n.d.r.) e ‘altre’, com’è nel caso del cinema underground che qui figura. Molto utilizzate sono, ad esempio, alcune sequenze dai film di Alberto Grifi e di certa cinematografia di nicchia poco frequentata; e poi la scelta della colonna sonora originale dei Ronin, unita a pezzi rock dell’epoca. Donne in piazza, intervistate in casa, immagini di donne-fumetto per restituire una molteplicità di punti di vista e di linguaggi.
Vogliamo anche le rose unisce tematiche e stile: da un lato c’è l’arcipelago dei diritti che rappresenta anche la frastagliatura del corpo e del sentire delle donne, le spinte dirette e contrarie che governano il sentire femminile; dall’altra c’è la delicatezza di una regista, che sa come rimaneggiare i frammenti di un mosaico in cui vigono quattro parole chiave che figurano anche nel trailer, ossia conflitti-desiderio-amore-sogno, parole densissime che da sole bastano per definire quel ‘momento storico’.
Queste donne sono risvegliate e pretendono; son l’evoluzione di quelle pasoliniane dei Comizi d’amore (1963), e sono quelle di Nudi verso la follia. Parco Lambro 1976 di Angelo Rastelli. Ci sono i pregiudizi, e ci sono i giudizi, tutti.

Forse, ciò che non si deve dimenticare, e che il film di Marazzi mette più volte in primo piano, è il tenere alto il livello di coscienza, in tutti i campi dell’esistenza, privato e pubblico. Non a caso il titolo richiama dei versi del poeta statunitense James Oppenheim (poi divenuti canzone), che cento anni fa furono lo slogan della classe operaia americana:

As we come marching, marching in the beauty of the day,
A million darkened kitchens, a thousand mill lofts gray,
Are touched with all the radiance that a sudden sun discloses,
For the people hear us singing: “Bread and roses! Bread and roses!”

As we come marching, marching, we battle too for men,
For they are women’s children, and we mother them again.
Our lives shall not be sweated from birth until life closes;
Hearts starve as well as bodies; give us bread, but give us roses!

As we come marching, marching, unnumbered women dead
Go crying through our singing their ancient cry for bread.
Small art and love and beauty their drudging spirits knew.
Yes, it is bread we fight for — but we fight for roses, too!

As we come marching, marching, we bring the greater days.
The rising of the women means the rising of the race.
No more the drudge and idler — ten that toil where one reposes,
But a sharing of life’s glories: Bread and roses! Bread and roses!

Bread and roses è anche il titolo del primo film americano di Ken Loach, del 2000, regista irlandese molto impegnato nel sociale. E questi lemmi s’intersecano, sebbene con direzioni diverse. Marazzi traduce con We want roses too: la posizione finale di ‘anche’, per l’inglese, rafforza la richiesta e le rende giustizia. Chiedere le rose è ‘chiedere corpo’, diritti, dignità  tema molto caro al campo del lavoro soprattutto in questo momento storico, ma anche in materia di sessualità e di famiglia. Come nel titolo di quest’articolo, le rose son emblema di un tutto-assieme, sono l’idea ma anche l’oggetto, verso un futuro in cui si entra oltrepassando le soglie.

*Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi, Italia/Svizzera, 2008. Produzione MIR e Rai Cinema. http://www.vogliamoanchelerose.it/

Per leggere gli altri due articoli su Marazzi, qui e qui.

© Alessandra Trevisan

Come leggono gli under 25 # 3 – Volevo essere una farfalla di M. Marzano

             Marzano: per un’etica del corpo tra soggetto e oggetto di sé

Maddalena Lotter

“Mi è diventato chiaro, per esempio, che il corpo è un potente strumento di comprensione del mondo, di certo non inferiore alla mente” (Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, Feltrinelli 2010).

Come osserva Zanardo nel suo documentario che ha shockato l’Italia nel tentativo di educare alla consapevolezza dell’immagine delle donne nella tv, la corporeità, la palpabilità del reale sono un contatto che deve rimanere sempre vivo fra il soggetto e il mondo “altro” in cui esso agisce. La percezione del proprio corpo, della sua unicità e della sua dignità, è il primo requisito per il rispetto di sé. E il rispetto di sé è il primo requisito per vivere bene.

Nell’ultimo libro autobiografico di Michela Marzano: Volevo essere una farfalla (Mondadori 2011), la filosofa mette in luce quali sono i nodi nevralgici del rapporto con il proprio corpo, attraverso un’attenta ricostruzione di emozioni, ricordi, sentimenti legati alla sua esperienza dell’anoressia, e ce ne parla con una chiarezza e una intensità che toccano la sensibilità di un pubblico universale. L’anoressia nasce da un non-amore, dice la filosofa; un non-amore che proviene da altri (da questo punto di vista, ingombrante è la figura paterna nell’esperienza di Marzano) e da se stessi, da un’incapacità di accettarsi così come si è, con i propri limiti e la propria vulnerabilità.

La tensione verso un di più non necessario sembra essere l’emblema della nostra società, sotto diversi aspetti, da quello socio-economico (penso a Bauman) a quello interiore-intimo, come suggerisce Marzano. Volere di più. Avere di più. Ma per raggiungere cosa, poi, se non l’insoddisfazione cronica, il logoramento di sé?

In una riflessione etica sul ruolo del corpo fra il soggetto e una sua inconsapevole oggettivazione nella ricerca di un obiettivo sempre più alto, l’accettazione del proprio esserci, del proprio agire e anche dell’avere fine, è dunque per Marzano un punto di forza e di stabilità, una luce, e non una rassegnata debolezza.

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‘TUTTI SIAMO CORPO’.

 Alessandra Trevisan

Parlare di corpo, del proprio corpo come ‘luogo del vissuto e della memoria’ significa fare i conti con la propria vita, perché le due cose sempre coincidono, stanno strette insieme, specialmente per le donne e in questo momento storico. Così è in Volevo essere una farfalla della filosofa Michela Marzano (Mondadori, 2011) che ripercorre alcuni temi d’indagine affrontati dall’autrice negli ultimi anni ma con un taglio autoreferenziale. Si pensi tra le altre opere aFilosofia del corpo(Il Melangolo, 2009) e si giunga qui, dovel’anoressia è fotografata sullo sfondo (ma non sfocata!) per dire altro, molto altro, per lasciare spazio ad un racconto-verità sulla ricerca di un ruolo nel mondo, ricerca che passa attraverso il rapporto tra il proprio corpo e i corpi altrui, esplorando l’umano nelle sue fragilità, errori, paure, tensioni, incompletezza per viverle fino in fondo, analizzarle e superarle. Un narrare per perimetrarsi – completamente –, riconoscere e riconoscersi su carta: Marzano mette in campo la propria esperienza affinché l’odierna riflessione sul ruolo del corpo raggiunga le coscienze di tutti, perché ‘tutti siamo corpo’. Il suo linguaggio inoltre persegue un’etica della comprensibilitàche molto ha a che fare con una ‘sottrazione di peso’ tematica e stilistica, che dunque chiama in gioco la leggerezza di Calvino per intendersi, ed è una delle grandi forze del libro unita alla densità di condivisione del suo senso globale. Ma questo libro è oltre che ‘profondamente umano’ anche un flusso, un continuum che scorre fino all’ultima pagina, a voce alta, allo specchio: leggendolo vengono in mente pagine bellissime di Una vita sottile di Chiara Gamberale, liriche di Patrizia Cavalli e Anna Maria Carpi, alcuni recenti romanzi di Anna Maria Mori, Dora Albanese, Susanna Bissoli,e ancora (soprattutto) Malamore di Concita De Gregorio e il documentario Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi,in cui il corpo protagonista vitale è frammentato e ricucito mille volte per essere compreso, come accade per Marzano, com’è nella poesia quasi tangibile di Anna Toscano pelle parole: «le parole diventano pelle/ non si può parlare/ma sfiorare, toccare// la pelle diventa parole/ se ne può parlare/scrivere, raccontare// la pelle parole non sono parole pelle/ c’è un ordine di composizione,/ di evoluzione// un infinito da rimestare» (All’ora dei pasti, Lietocolle 2007).