Lo specchio

Biancamaria Frabotta e la “trilogia della quarta stagione”

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Biancamaria Frabotta, foto di Dino Ignani

 

È da poco uscito per “Lo specchio” Mondadori il volume che ripercorre la produzione poetica di Biancamaria Frabotta, Tutte le poesie 1971-2017. Il libro, bellissimo anche nella fattura e dal permanente profumo di ottima carta, è un oggetto prezioso anche per chi della mia generazione abbia la fortuna di possedere tutte le singole raccolte. Si apre con Il rumore bianco (1982), «un libro stipato e compresso, simile al clima sovraeccitato di cui in qualche modo dava un suo stravolto resoconto»,¹ e si chiude con una silloge inedita, La materia prima, dal timbro completamente diverso e che compone con le due precedenti, La pianta del pane (2003) e Da mani mortali (2012), quella che l’autrice stessa chiama «trilogia della mia quarta stagione».²
Basterebbe far brillare le parole dei titoli, a partire da quello di cattaneiana memoria, per intuire la monade di questa “stagione” tutta dedita alla testimonianza di un ritmo più vasto rispetto al “clima storico sovraeccitato” con cui il tomo si apre. E comprendere fino in fondo la necessità di una virata di stile in cui il verso si addolcisce e si appiana e l’occhio, con una giravolta del cristallino, allunga la propria gittata proprio posandosi su quanto è paradossalmente più accanto. «Insomma non da ogni seme nasce una pianta, ma se accade, non c’è altro da sperare, malinconicamente, che essa ci sopravviva. Capivo ormai che la poesia è tale quando, anche nel sottostante disegno allegorico, si sottopone docilmente alla verifica della parafrasi».³  (altro…)

«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta (rec. di G. Ghiotti)

frabotta«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta

di Giorgio Ghiotti

 

Le raccolte complete di poesie di un autore hanno, di male, il rischio di far perdere una certa scansione temporale, una distanza “naturale” all’interno del percorso poetico tra una fase (una raccolta) e l’altra; hanno di bene, invece, molto di più, riuscendo a restituire in maniera unitaria il senso di una “storia lirica”.
Tutte le poesie 1971-2017 di Biancamaria Frabotta (Mondadori, 2018) raccoglie quasi cinquant’anni di attività di una poetessa che, fin dagli esordi, si è distinta per la sua lucidissima capacità di osservazione dei fenomeni tutti del mondo – umani, animali, celesti, terrestri, persino “ultraterrestri”. Lo sguardo è stato per Frabotta il primo senso attivo, prima ancora dell’ascolto o del tatto. Nella poesia dell’85, Miopia, leggiamo «Mi presti i tuoi occhi per guardarti?» e a distanza di più di quarant’anni, nella Materia prima, nell’occhio ancora – più che mai – «vi entrava la vita, vi s’addentrava.» Quando non è un occhio a vegliare, è un senso più antico, risalente, e quasi connaturato al poeta, che vigila anche nel sonno per sé e per l’altro, come nel caso delle poesie coniugali della Pianta del pane. Non credo sia un caso che il lavoro d’apertura all’esperienza di scrittura di questa poetessa sia stato un libro intitolato Donne in poesia, vero e proprio osservatorio della poesia femminile italiana che si spingeva già allora, grazie alle sensibili antenne di una studiosa-poeta, a considerare (e “storicizzare” in un’antologia) poetesse al loro esordio quali Cavalli e Lamarque. Se questo è stato possibile – così come è stato possibile per Frabotta assegnare tesi di laurea su poeti viventi in piena attività – è perché, come ha osservato Alessandro Giammei in un luminoso articolo, ci troviamo di fronte a una poetessa che tratta il contemporaneo come qualcosa di molto serio e riesce ad essere a sua volta contemporanea «senza banalmente rispondere alle contingenze» (“il Manifesto”, 6 aprile 2018). È quel che fa Frabotta, poeta che intrattiene una singolare relazione col proprio tempo, che, come scrive Giorgio Agamben, «aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze.» In questa leggera discronia fra il tempo e il soggetto (quello che Barthes ha chiamato l’«intempestivo», mutuandolo dall’«inattuale» nietzschiano) si pone l’occhio del poeta, Per questa sua natura, la poesia di Biancamaria Frabotta non è estranea a un carattere che definirei civile, e che, dialogando col suo tempo, ne scorge insieme alle luci le ombre. In questo senso, il volume di recente uscita per “Lo Specchio” Mondadori è testimonianza di una voce che, dagli esordi poetici, ha fissato negli occhi il suo secolo come nella poesia di Mandel’štam, vek, il cui doppio significato (secolo, appunto, ed epoca) rivela la presenza attiva, ma quasi mai risolutiva, del poeta dentro la storia, pagando la sua contemporaneità con la vita – e il Novecento è il secolo che lo testimonia, tragicamente, meglio. (altro…)

Toti Scialoja, il poeta che va oltre il toporagno (di Gaetano De Virgilio)

toti scialojaHo ascoltato il nome di Toti Scialoja grazie a un bravo libraio in una libreria dell’usato, tanti anni fa.
Toti, il nome di un gatto che non è del tutto un topo. Scialoja, il cognome del commissario in Romanzo Criminale di De Cataldo. Il libraio aveva fatto il nome di questo poeta rispondendo a una mia domanda. Volevo che mi fosse consigliato un poeta che calcasse lo sterrato di un altro poeta che amavo, Carlo Betocchi. Primo libro acquistato Scarse Serpi, un libro Guanda, ne I quaderni della Fenice. Risultò un poeta diametralmente opposto a Betocchi. Due poetiche agli antipodi: l’uno funambolo, l’altro chierichetto; l’uno ballerino di samba, l’altro preciso parcheggiatore abusivo di versi.
Tra le mani, più tardi, mi capitarono I violini del diluvio, ne Lo Specchio, Mondadori, e ancora, solo per caso, e solo per fortuna – perché scorso tra i libri nelle mensole più alte della stanza della mia coinquilina di allora, Claudia – Poesie 1961-1998, ne Gli Elefanti, Garzanti. Leggevo, per la prima volta, di uno Scialoja pittore. Assicuratomi che non fosse il fratello del poeta, spiluccai (troppo tardi) la biografia di Antonio Scialoja che, per prima cosa, in effetti, era stato un pittore espressionista italiano. Due cose, ancora, mi sorpresero: il fatto che in tutte le biografie di Toti Scialoja fosse scritto che Calvino leggeva le poesie di Amato Topino, Bompiani, alla figlia Giovanna di sette anni e la maniera nella quale, in seguito, si parlava di lui: il poeta nonsense, il poeta favoloso che faceva addormentare i bambini, il poeta della fabula notturna, quello di «Una zanzara di Zanzibar/ andava a zonzo, entrò in un bar,/ “Zuzzerellona!” le disse un tal/ “Mastica zenzero se hai mal di mar». Leggendolo, però, ho capito che Toti Scialoja non è (solo) questo. Il poeta Scialoja vorrebbe fare, al contrario, fabula rasa di chi continua ad affibbiargli il titolo di poeta buffo, poeta limerick, poeta a seguito di Edward Lear. (altro…)

I poeti della domenica #182: Luciano Erba, Verso Santiago

Verso Santiago

Mi ritrovo negli spazi intermedi
su una strada di terra e cespugli
a perdita d’occhio verso i monti
non so se cantabrici o galleghi

mi ritrovo senza traccia di tappa
di sosta, di partenza, di arrivo
non incontro fonti né incroci
né querce in gruppo sull’altopiano

uno stento girasole selvatico
spunta da un campo di biada
non meno diverso da un segno

di ruota nel fango riarso
dalla polvere, da tutti gli sterpi
dalle grandi nuvole sopra di noi.

da: Luciano Erba, La terra di mezzo, Mondadori, Milano, 2000

Poesie per l’estate #50: Bartolo Cattafi, Le strade

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

allodola

Le strade

Le strade polvere
o fango sassi asfalto partono
da A
giungono a B passando
per i punti intermedi
che assieme ad A e B
sono la stessa strada
strade fatte per una mente pigra
non tanto per i piedi quanto
per la nostra impazienza
(tutto sfiora e inutile procede)
potremmo invece consapevoli aspettare
su A seduti su A in piedi
che A avvampi s’allunghi
s’allarghi si svisceri si sveli
uguale a B
ai punti intermedi
ad altro ancora.

da Bartolo Cattafi, L’allodola ottobrina, Mondadori 1979.

TRA PATRIARCHI E PROFETI, IL “SOLSTIZIO” DI ROBERTO DEIDIER (di Piergiorgio Viti)

Roberto Deidier, Solstizio (Lo Specchio, Mondadori, 2014)Leggere Solstizio di Roberto Deidier vuol dire percorrere un viaggio, un viaggio che va oltre “il tempo” e “lo spazio” e che piuttosto attraversa la meraviglia e quindi la disperazione. Molti sono i riferimenti (da Carver a Mantegna, dai profeti agli autori greci e latini, passando per le varie città dell’Italia e dell’Europa dove ha soggiornato) con cui Deidier si rapporta, in un confronto speculare e doloroso. Queste telluriche sollecitazioni, spesso del/dal passato, portano il poeta a “fissare in faccia la distruzione”: ieri era la fine di Sodoma e Gomorra, che ha tramutato in statua di sale la moglie di Lot; oggi è la società dei “post-“ (post-industriale, post-ideologica, post-moderna ecc.), “puntinista” per dirla alla Bauman, in cui il poeta, con il suo canto, prova inutilmente a risvegliare le coscienze, ma è da solo, inascoltato. C’è dunque, in Solstizio, tra partenze e arrivi, in un viavai di figure profetiche e mitologiche, la consapevolezza di un’appartenenza, uno “stare al mondo”, un “esser-ci”, difficile che in un certo senso recupera la “visio” del poeta civile proprio perché in-civile, “animale estraneo” che vorrebbe, come il trapezista di Il secondo trapezio, cercare una presa, un’ancora di salvezza (o quasi: un’ancora di bellezza, la Musa con cui il libro si chiude). Proprio Il secondo trapezio è forse la sezione più esemplificativa della poetica di Deidier: prendendo le mosse da un racconto di Kafka, l’acrobata viene presentato sempre in bilico sul vuoto, quel vuoto (culturale, sociale ecc.) che l’autore tenta di riscattare tenendo vicini, per sé e per gli altri, i suoi lettori, i riferimenti che forgiano e corroborano la sua elegante poesia. Vi è dunque, parafrasando il titolo di un testo, una “filosofia del disagio”, perché la quotidianità viene presentata come “male necessario”, in cui però   le “sillabe stellate” rendono più sopportabile il pianto, cioè la fatica di (sopra)vivere. In sostanza, per Deidier il poeta è a tutti gli effetti un eroe moderno, come l’Enea di ascendenza caproniana, l’unico capace di dire l’indicibile e in grado di varcare insieme passato, presente e futuro.

© Piergiorgio Viti

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Il secondo trapezio

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I

Non capivo quanto fosse difficile
Quell’arte di giocare con le altezze,
Di passare da un vuoto a un altro vuoto
E farne corpo, fasci, movimento.
Così scorreva intera la sua vita,
All’inizio cercando perfezione
Poi per un’abitudine tiranna.
Se era al seguito di una compagnia
Giorno e notte restava sul trapezio:
Quel poco che chiedeva come cibo
O quant’altro gli occorreva, all’istante
Gli salivano pronti gli inservienti.

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V

Non fosse stato per tutti quei viaggi
Da un luogo all’altro, così faticosi,
Se ne sarebbe vissuto discosto
Sul suo trapezio. Facevo di tutto
Per sottrarlo a sofferenze gratuite:
Per spostarci nella stessa città
Noleggiavo automobili da corsa,
Di notte o alle prime luci dell’alba
Sfrecciavamo per le strade deserte,
Mai abbastanza veloci da distrarlo.
Era un vero struggimento: sui treni
Dormiva sulla rete dei bagagli
In un vagone prenotato apposta.

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IX

Fu più semplice per me consolarlo.
Gli promisi che avrei telegrafato
Per richiedere il secondo trapezio,
Lo avrebbe trovato al nostro arrivo.
M’accusai di averlo fatto esibire
Su quell’unica sbarra solamente,
Me ne tornai a leggere il mio libro
Ma non ero tranquillo come prima:
Che quei pensieri non fossero stati
L’inizio di un tormento mai cessato?
Gli minavano forse l’esistenza?
Nel sonno dopo il pianto gl’intravidi
La prima ruga sulla fronte liscia.

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Musa

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I

Lo vedo, sei imbronciata e la ragione
Resta dalla tua parte per intero.
Le parole disperse in prospettive
Di segni scialbi, echi senza enigmi;
Di questo vuoto immagini eloquenti,
Talmente chiare da non dire nulla.

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VI

Il passato mi trattiene per mano,
Nel sonno mi congiunge con il sogno,
Al mattino dispensa adrenalina
E il presente senza te si dimena
Come un gatto accecato, perso il cibo.
Se solo guardo avanti tu non torni:
Il tuo silenzio ha un sapore di fine,
La tua lingua un mistero da evitare.

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XIII

Non ho che questi versi da intrecciarti.
Stasera il fondo urbano s’è rappreso
In un murale senza proporzione
Come un secolo storto, come un fiore
Rimasto a galleggiare sull’oceano.
Da un palazzo si affaccia un volto enorme
Ma non può minacciarti ed è incompiuto.
La mezzanotte è soltanto un’illusione.
Mentre aspetto in questa casa sottile
Sono il guardiano che nascosto compie
L’ultima ronda e incauto già s’avverte
Oltre la porta di sentirsi ancora
Diteggiare il morse d’una poesia.
Per te m’inventerei un alfabeto,
Ma arriva solo un suono di sirena.
M’accosto al legno scuro, nell’occhiello
Ti chiedo a voce bassa di tornare.

Alcune poesie da Io: 1975-1982 di Dario Bellezza e una nota

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Anche oggi, come nel post già proposto il 25 febbraio, rendiamo omaggio a Dario Bellezza con alcune poesie tratte dal volume Io: 1975-1982, pubblicato da Mondadori nella collana Lo Specchio nel 1983; «Qui un sontuoso e a volte luttuoso artificio, un’ironica enfasi deformatrice <e amara>, una gravità stravolta agiscono e si compongono in suono, colore, atmosfera» come recita la quarta di copertina. Ritengo importante questa nota sull’atmosfera dei testi, intrisi di un andamento ma soprattutto di prestiti ancora fortemente penniani «dove l’io sa essere voce lirica che testimonia fermamente la pena e il disagio di esistere». Nel saggio di Antonio Veneziani Dario Bellezza (Fermenti, 1996) si incentra la storia poetica di questo autore sul tema dell’io «tra l’ombra della soggettività e la carnalità del nulla» ben presenti anche in questi testi. La raccolta, come si legge nel volume di Giorgio Manacorda La poesia italiana oggi: un’antologia critica (Castelvecchi, 2004), può essere inteso come prosecuzione del precedente Libro d’amore, anche se – a mio avviso – risulta più compiuta della precedente; l’ ‘io’ del poeta conosce e sa versificare le proprie spaccature e fragilità con consapevolezza, non si esime dal mostrarle e, anche se non esce dalla retorica del quotidiano (nota Manacorda), riesce a portare questa ‘retorica’ ad un livello poetico alto e altro, tesa da una, si potrebbe definire ‘drasticità’ poetica, lieve e, nel contempo, a-storica.

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POLVERE E CENERE

Ciò che in polvere è stremato
più di futuro non risorge
Chi è in Croce
alza gli occhi
e conta le costellazioni, almeno.

Beato chi è felice
a prevedere massacri
e strepiti e il nulla melodioso
inferno salutare.

Fragile me invece
che inginocchiandomi non so
sulla terra nuda e polverosa
e baciarla senza rancore
di doverci tornare.

.

*

da IL VIAGGIATORE D’OMBRA

Sarebbe come scomparire dietro l’opera
bugiarda che si è involata di mattina
pensando invece che alle Opere, o
alle Forme, al bisogno reale
di niente dire, o galoppare in silenzio
verso lidi incogniti, bruciati
dalla salsedine, con l’idea dentro
trionfante del nulla miserabile.

.

*

Penso che dovrei avere un figlio:
che mi guardi dal letto sfatto e sorrida
mentre ascolto una musica lontana
celestiale, di sogno… La porta
aperta sull’infinito, e un’infinita
preghiera… Calme parole
sussurrate nel vento aperto
della notte oscura. Io ti guardo,
figlio, dormiente sereno
in un tripudio colorato, mimetico
di rosse coperte, su un divano bianco
un cappelletto blu in testa
a coprire i capelli tagliati corti
come un collegiale o un militare.

Io solo, solissimo ti guardo,
figlio, non avendo doni per te
oggi che splende il tuo sedicesimo
compleanno. Non trovo
che sommesse virtù per rasserenarti
in un futuro che nessuna morte
intoccabile sfiorerà
con la sua adunca orrida mano.

.

*

da GATTI

Rimorso a guardarti nella confusione;
sei solo una gatta, anzi sei una gatta,
una natura felice, un miracolo, un incanto:
quando agiti la coda o cerchi di afferrarla
sei più dispettosa di ogni ragazzo,
più dolce di ogni zucchero filato.
Ma il rimorso mi divora, sapessi,
pensando che dovrò lasciarti,
non sono fedele negli amori,
non so sacrificarmi.
Dimmi che fine farai
lasciami libero di decidere,
di perdermi in un altro destino.

.

*

Una giornata di maggio, piovosa
il cielo lassù senza speranza
incerto, timido di pioggia
da buttare purificando le Creature
Io passai, fantasma assorto
in un peccato paradisiaco
davanti a rovine antiche
e lì tre creaturine miagolanti
m’invitarono a soffrire con loro.
Erano dentro una busta di plastica:
umidi di guazza ma vivi, ed io
li raccolsi davanti a tutto
il concerto di gatti randagi
che aspettavano il cibo delle gattare
Io ero ormai un gatto: gli occhi
di sirena delle femmine-gatto
mi guardavano cantando mentre
accorrevo al trepido soccorso.
Io fuggivo con la busta, e le gatte
mi correvano dietro contente.
I ciechi pulcini si agitavano
in cerca delle poppe
che io non avevo, armandomi
di un sottile contagocce
Fui certo di perdermi
in quell’universo gattesco…

.

*

LA GATTITÀ

È molto più gatto lui di lui…

Ma la gattità che cos’è? E dove
dovremo volteggiare per raggiungerla?
Io rispondo al querulo amico
che è dentro di me, o forse
nemico ai giorni e alle ore
della vita che passa senza speranza,
io appunto rispondo con sapienza
innocua e innocente, non lo so:
tanto mi basta sapere
che la gattità è un’entità
fissa e superba
di cui gli uomini sono
totalmente sprovvisti.

.

*

Leggiamo le mie possibilità amorose.
Come avessi vent’anni, e andassi
per stracci, o fidanzate poco
credibili… La verità è che
non amo più, né sento niente
dentro se non sommessi insulti
a quel colui che ero, che non sono
più, tranne vendendo i reliquarii
di me stesso, fuggendo le pratiche
abominevoli di folli stregoni
chirurghi del mio corpo, saltando
verso la fine alcune brevi estati
di malinconia. Ecco la paura
di essere docili al piccolo
principe azzurro dei miei coglioni!

.

*

da ‘io’

M’impaura la mia incerta voce
che certo smania il suo tono
implacabile di verità. Una voce
sottile, smagata che corrode
l’anima mia nera di peccati.

.

*

Dura legge sapere che niente
potrà consolare il niente assoluto
che ci divora lontano dal mare
nelle sabbie ardenti, o nell’acque
sospirose di una fontana fresca
e salutare. Niente, dirò,
fra pietre immemoriali
che laggiù, nella mattutina
passeggiata, sedendomi
su uno scalino
di una scala lunga
come quella di Giacobbe
guardo.
Pietre, pietre sconnesse
da secoli non più a venire,
ma venuti. Pietre
dure, energiche, maschili
che mi coprirete
non nel linciaggio finale
ma nel dolce sonno del niente
che nessuno vuole sapere,
persona vuole vedere.

)

Note su “Tersa morte” di Mario Benedetti

di Luciano Mazziotta

“Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole.”

Tersa MorteIl nuovo libro di Mario Benedetti, Tersa morte (Mondadori 2013), sembra nascere da un rovesciamento prospettico del Dasein rilkiano. In effetti, a fronte dell’esserci dell’autore delle Elegie duinesi, benché si trattasse di uno “stare al mondo” consapevole della propria caducità, Benedetti costruisce una silloge fondata sulla dimensione dell’assenza. Tutti i protagonisti di questo libro, infatti, vengono colti nel loro non-essere o non-essere-più: sono assenti dal reale gli affetti che hanno costituito i “Materiali di un’identità” dell’autore, e come assente si propone il soggetto stesso, un “io” che non asserisce nulla se non la propria condizione di “immagine”.

Nei primi due testi del libro del resto troviamo due sintagmi come “Tutto è nella distanza” e “Non si addensa nulla” che denotano questo atteggiamento filosofico: nulla, dunque, può essere vissuto, in quanto distante, ed, in più, a nulla è data la possibilità di divenire “materia”, di addensarsi
L’io di Benedetti è un soggetto stanco incastrato tra voci del passato, voci anonime, un “sosia che guarda” e la “vita” che non concede niente. Se infatti nel testo liminare l’io “chiede aiuto” al sosia, in un secondo momento “Sei solo stanco, ripete una voce qualunque”. Il soggetto è talmente debole da non rendersi conto autonomamente della propria astenia, ma a suggerirlo e ad auspicare questa presa di coscienza non è una figura forte, un suggeritore imponente ma una voce qualunque, dunque anch’essa assente, anonima.
Questo allontanamento del soggetto fino alla sottrazione è più evidente nell’incipit della sezione centrale, “Il sosia guarda”. “Il sosia guarda, la vita ha deciso”, recita la poesia iniziale, laddove è evidente che in entrambi gli emistichi del verso manchi qualcosa. Nel primo emistichio manca l’oggetto, mentre nel secondo manca la subordinata “oggettiva”. L’operazione di sottrazione di Benedetti, dunque, anche a livello logico si concentra sulla persona, sull’oggetto che in questo caso è l’io, che come il mondo in cui “tutto è distanza” anch’esso è sfumato e distante.
Il guardare un oggetto indefinito o toccare qualcosa di “assente”, come “le dita della madre” è l’atto più tipico del sosia. Sta, più forte dell’io, accanto all’io, ma non può far nulla se non “ripetere le onde del mare”, la qual cosa da una parte sfuma nell’aura della pura lirica la sua azione, ma dall’altra parte con il verbo “ripete” ne denota tutta l’insensatezza.
In bilico tra un “io” sospeso e un “sosia” muto si dipanano tutti gli altri grandi assenti del libro, tutti gli affetti che costituiscono i “materiali di un’identità” dell’autore. Il padre, il ricordo del quale apre la silloge, come aveva già aperto Pitture nere su carta (“Quest’anno Santa Lucia era mio padre, col suo fantasma.”), la madre, che dà il titolo ad una sezione, Roberto e tutti gli altri nomi che appaiono nella sezione “Altre date”. Tutti questi “personaggi” sono protagonisti-assenti che si accumulano nell’opera uno dopo l’altro come “morti al guinzaglio”. “Dal cimitero dei cani/ vicino alla discarica di Limbiate escono i morti al guinzaglio”, afferma un distico di Benedetti, quasi volesse tenere con sé tutte queste “facce” e questi “nomi”, come se volesse “addomesticare” queste immagini che in realtà si muovono “libere” nel testo, lo riempiono di “fantasmi” e si fanno “storia” biografica. Eppure è una storia difficile da raccontare, o addirittura da “non raccontare”, in quanto tratta di una questione privata, un “giallo”, con tutte le sue sfumature psichiche e delittuose, privato. È un “giallo che mai riconoscerete”, dice Benedetti ai suoi lettori, “Non leggete più”. Lo stesso dolore privato che il lettore non riuscirebbe mai a cogliere non può che portare alla afasia, al non dire, a delle “parole che non ci sono più”, e “dirla” potrebbe essere rischioso: “E piange la parola che riesce a dire”, infatti scrive il nostro autore, come se la parola, qualora riuscisse a nominare un qualcosa tirato fuori dal percorso anamnetico, portasse a galla un’autobiografia catastrofica.
Accanto ai volti ed agli “eidola” che costruiscono questo “soggetto sbiadito”, anche gli oggetti sono “colti” nel loro “non-essere-più”. Il sintagma “Non c’è più niente” ritorna più volte nel corso del libro; spesso si trova “Le parole non servono più”, o, ancora “anche la casa non c’è più”, definendo così in negativo la presenza della materia nel mondo, fino all’affermazione che apre al nuovo e più decisivo assente della silloge: la vita.
Tutto è “Perfetta assenza”, e questa assenza è talmente forte e percepibile che ogni tentativo di non coglierla o di ritornare nella materia è considerata una distrazione: da qui l’invito al lettore a “Non distrarsi” dalla “perfetta assenza” e da qui anche la constatazione che se di un’essenza si deve parlare si può fare solamente qualora questa porti in sé i segni della morte. Sempre relativamente alla casa infatti Benedetti dice: “Il respiro della casa è lo sgretolarsi dei muri”. L’essenza dell’oggetto, dunque, è percepibile soltanto perché la sua vita è inscindibile dalla sua morte e non cogliere questo legame, o comunque tentare di mascherare con la vita la morte apparirebbe “stupido”. La vita è perché si morirà, ed “È stupido diluire la morte con la vita”. La morte per l’appunto non deve essere “diluita” quasi a scomparire in una qualche pretesa di vitalità; la morte e la vita comminano di pari passo e sono nelle stesse cose. In questo modo, dopo aver rovesciato il paradigma rilkiano del Dasein, abbiamo l’altro scontro con la filosofia occidentale, con il materialismo epicureo. Nella lettera a Meneceo, come noto, Epicuro asseriva che la morte non esiste perché è solo quando non si è più in vita. Il ventunesimo secolo invece vede con lucidità, in modo “terso”, la falsità di questo precetto, lo smaschera, e lo ribalta.
Ne deriva un’identità tra vivi e morti, tra volti e oggetti: da una parte i morti, infatti, non sono che “una cosa” (“eri tu quella cosa, eri tu, quella cosa, eri uno che è morto”), ma lo sono anche i vivi, o meglio il loro vivere è un “continuo” cammino nella reductio ad rem (“si vede vivere quelli che sono diventati una cosa,/ tante cose animate”). Questa identità tra personae e oggetti è l’unico elemento di continuità che si può dare nella vita. Ogni altra continuità non sarebbe che falsa o un errore. La vita è ciò che per sua stessa natura dovrà essere interrotto: per cui se all’inizio del libro Benedetti ci dice “Il mio nome ha sbagliato a credere nella continuità”, sul finire verbi o sostantivi afferenti al campo della “continuità” si intensificano, benché sempre nell’ambito di una continuità “negata”. “E ogni vita/ era questo: interezze create continuamente/ per un dopo che non ci sarà più o è già stato”. Il “continuamente” di questi tre versi, correlato alla falsa credenza della “continuità”, o al “continuo affaccendarsi” che indica le attività dei viventi, cose in movimento, asserisce soltanto “l’insensatezza” dello “starci” e l’impossibilità di abitare l’ora presente. Del resto, dopo i volti, il soggetto, gli oggetti, la vita, un altro è il grande assente del libro: il tempo, la dimensione entro la quale tutti questi “corpuscoli” potrebbero muoversi. Proprio con la “negazione” del tempo, entro il quale si reitera il non-sense della vita Benedetti chiude il libro. Un’insensatezza che, nonostante tutto, dura “ancora”: “È un’ora assente. Mi guardi. Si vive ancora, sì, si vive ancora”.