Lo Specchio Mondadori

I poeti della domenica #412: Biancamaria Frabotta, Il vecchio e il nuovo

 

IL VECCHIO E IL NUOVO

Siamo cresciuti fra funerali…
Così cominciava l’omaggio
di versi decaduti
negli anni della vanagloria
e delle sottigliezze private.
E ora che corta è la fabula
e alte le mura del vicolo cieco
che dileggiavi con grazia viziata
tu che ridere sai della nostra gamba sana
Moretti, mito scontroso della nostra taglia
sulla nostra vita pesa la medesima taglia.

 

da La pianta del pane (2003), ora in Tutte le poesie 1971-2017, Mondadori, Lo Specchio, 2018

I poeti della domenica #411: Biancamaria Frabotta, Gradiva

 

GRADIVA

Tocca terra con la punta del piede.
L’altro, il calcagno esitante, la sdegna
fermentando fra dita distratte il dono
fuori corso d’un sentiero che torna.
La notte non desiste alla festa
– oro illeso oltre l’orlo del buio –
ma di giorno un torpore l’assiste
quasi avesse bevuto un vino pesante.
Se nudi, i piedi
non han la forma del suolo
ma muti antidoti alle cose.
Se compie il male non lo nobilita
né naviga il mare
dove il suo dio non si lascia pregare.
Se s’arriccia all’inevitabile
s’arresta sul ciglio più respirabile
e se le appare nel cerchio una stella
vi legge bandi d’angeli, scampoli d’oroscopi
mai un segno del carattere.
Sulla terra almeno spirano anche i venti.
Sostano gli odori. Regna il fiuto invece
del fiato che Dio non le ha dato.
E se con lei un giorno volesse parlare
sogna il riso della materia inanimata.

 

da La viandanza (1995), ora in Tutte le poesie 1971-2017, Mondadori, Lo Specchio, 2018

Maria Grazia Calandrone, “Giardino della gioia”, Mondadori 2019 (rec. di Michele Paoletti)

Giardino della gioia, Maria Grazia Calandrone (Mondadori, 2019)
Nota di Michele Paoletti

Dopo Il bene morale – e ancor prima con Serie fossile – Maria Grazia Calandrone ci consegna un lavoro praticamente perfetto, dalla struttura solida e appassionata. Il Giardino della gioia costruito da Calandrone mi ha subito portato alla mente un altro giardino, la monumentale opera costruita da Niki de Saint-Phalle a Capalbio (GR) nel corso degli anni ’90: Il giardino dei tarocchi.
Nel 1985 andai a Barcellona e vidi per la prima volta il meraviglioso Parco Guell di Gaudì. Capii che mi ero imbattuta nel mio maestro e nel mio destino. tremavo in tutto il corpo. Sapevo che anche io, un giorno, avrei costruito il mio Giardino della Gioia.” scrive Niki. Nel parco, gli arcani maggiori dei tarocchi sono stati realizzati dall’artista sotto forma di sculture, talvolta gigantesche, rivestite da specchi e piastrelle, ogni figura carica del suo simbolismo primigenio arricchita dalla personale visione dell’artista. Nulla è più rivoluzionario della gioia dice Niki De Saint Phalle e Maria Grazia Calandrone sembra accordare la sua voce a quella dell’artista francese.
Giardino della gioia è dunque un’opera rivoluzionaria perché nasce dall’amore e all’amore torna incessantemente.
Il poemetto che apre la sezione omonima altro non è che uno struggente canto d’amore pieno di meraviglia:

canto il vento sottile che non sentiamo e spira
nella distanza tra le stelle

canto il nostro stendardo
che schioccava nel vivo della menta romana

canto il letto di foglie
e il guscio candido della ninfea

e canto l’oro crudo dei tuoi occhi
semplici e trasparenti come un sì

La voce percorre la materialità del corpo, la materialità dell’esserci, indugia sulle cose forti, sul corpo nudo esposto alla felicità e questo senso di esposizione rappresenta al tempo stesso abbandono ed energia, comunione con la terra e con l’altro. 

quando ti esponi sei la piena estate
con la sua gloria di alberi maturi

Accettare l’altro, sparire nell’altro, rinunciare all’io è la forma più pura di amore: perdendoci ci ritroviamo altro da noi, sparendo finalmente siamo anche se l’anima umana risulta un contenitore insufficiente per il sentimento amoroso. In tutto questo la poesia, profondamente anarchica, intona la sua voce/ al rombo delle stelle intergalattiche che compongono la materia di cui siamo fatti e di cui è fatto tutto l’esistente intorno a noi e intercetta il corale profondo e ininterrotto di questa/ forza che «move il sole e l’altre stelle», la forza che Dante chiama amore.
“La mia poesia è dedica. Nient’altro. Anche quando è testimonianza, è dedica” raccontava Maria Grazia Calandrone in un’intervista di qualche tempo fa (qui) e sono dediche i testi che compongono la sezione Tempo reale, dove la parola poetica tocca vertici altissimi (basti leggere Fototessera di Lucia Galante scritta per la madre naturale dell’autrice o Interiore invernale, per la nonna Gaetana, ma anche Dell’utopia del volo, per Marcello Benvenuti, record italiano di salto in alto 1989). In ognuno di questi testi la vicinanza con l’altro è totale, la parola consente di rompere una distanza, riesce a farci sentire, a far vibrare all’unisono la nostra materia insieme alla materia di questo indescrivibile, inafferrabile (meraviglioso)/ mondo. (altro…)

I poeti della domenica #400: Eugenio Montale, Siria

Siria

Dicevano gli antichi che la poesia
è scala a Dio. Forse non è così
se mi leggi. Ma il giorno io lo seppi
che ritrovai per te la voce, sciolto
in un gregge di nuvoli e di capre
dirompenti da un greppo a brucar bave
di pruno e di falasco, e i volti scarni
della luna e del sole si fondevano,
il motore era guasto ed una freccia
di sangue su un macigno segnalava
la via di Aleppo.

 

 

da La bufera e altro
Edizione commentata da Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai
Con scritti di Guido Mazzoni, Gianfranco Contini e Franco Fortini
Mondadori, “Lo Specchio”, 2019

I poeti della domenica #399: Eugenio Montale, Gli orecchini

 

Gli orecchini

Non serba ombra di voli il nerofumo
della spera. (E del tuo non è più traccia).
È passata la spugna che i barlumi
indifesi dal cerchio d’oro scaccia.
Le tue pietre, i coralli, il forte imperio
che ti rapisce vi cercavo; fuggo
l’iddia che non s’incarna, i desiderî
porto fin che al tuo lampo non si struggono.
Ronzano èlite fuori, ronza il folle
mortorio e sa che due vite non contano.
Nella cornice tornano le molli
meduse della sera. La tua impronta
verrà di giù: dove ai tuoi lobi squallide
mani, travolte, fermano i coralli.

 

da La bufera e altro
Edizione commentata da Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai
Con scritti di Guido Mazzoni, Gianfranco Contini e Franco Fortini
Mondadori, “Lo Specchio”, 2019