Livorno

Mauro Germani – Livorno

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A distanza di cinque anni L’Arcolaio stampa la seconda edizione Livorno di Mauro Germani, un libro molto bello. Pubblichiamo qui la prima sezione del libro che ha lo stesso titolo del volume, buona lettura (gm)

***

La morte che era nei Fossi
e quel futuro
quella parola nera
caduta per poco…

Restavano in silenzio gli anni
le cupole alte della notte
e le ceneri, gli avvisi
del tempo.

Restava così
la novella del mare
Livorno ed ogni voce
il mio pianto
in fondo al tuo nome.

***

Visi come bestemmi
anni di buio
tempeste.

E dentro tutti un porto,
anime sporche calate in mare
come luci naufragate o vento
che nega le altezze.

E poi schiuma,
schiuma divina e di piscio
sulle banchine,
memoria di nessuno
in nomine Domini
parole di sale, parole inascoltate
patria nostra sempre
patria amata e maledetta…

***

Il duomo bianco nella notte
come un nome abbandonato.

E poi quel lamento del cielo,
i balconi accesi
nell’attesa,
sul precipizio del cuore…

Oh, lacrime senza volto,
fuoco d’esilio
e d’insonnia, congedo
di tutto l’universo!

Non c’era il tuo sguardo
a dirmi chi ero.

***

Chi ti rubava, chi ti sognava
quando nascondevi il tempo
e mi dicevi: “Resta ancora così,
resta in questa novella
bambino solo per me,
solo senza mondo,
attimo perduto della mia voce,
segreto del mio sangue.
Resta nel nulla che ami,
piccolo capitano del cielo,
piccolo fiore di vento…”.

***

Il mare che chiamò
nella Fortezza
e subito divenne battito
in nome del tuo nome,
voce d’acqua
assediata dal tempo
e sempre
sempre leggenda
viso senza dimora,
febbre alta
nel cielo scoperto.

***

La piazza delle voci e degli odori,
le bambine povere nei portoni.

E forse una vita
dalle mura sgretolate
gemme d’amore e di polvere,
qualcuno
in un pezzo di cielo e di mare.

Oh carità d’infanzia,
vena sottile, tenerezza.

Io preso per mano,
io solitario
a un passo dal vuoto…

***

C’erano lumi
fra le case e la notte,
una promessa
nella vastità del tempo…

Non tornerà una sera felice,
la campagna di Gabbro.

Non torneranno le strade
inghiottite dal buio, le pietre gialle
della locanda, la cena
preparata alla buona,
tutti i morti
venuti a guardarci.

Non torneranno.

Saranno qui, per sempre.

***

Tutte le storie del corridoio,
tutte le ombre dei quadri, i segreti
degli armadi…

Chiamavano così
gli sguardi a mezz’aria,
il canto della burrasca
fra i respiri e la notte,
gli addii dei porti e delle sirene,
le macchie dei visi,
un destino nella corrente…

***

Ogni giorno un mare,
un campo di stelle fiorite…

Così dicevano gli anni, come fosse
per sempre,
come fosse per noi,
ma qualcosa bruciava per l’aria,
feriva i volti e le stanze
rapiva tutte le luci
le giravolte del cielo, i silenzi,
il tuo vestito di niente.

***

Livorno così lontana,
così nuvola e porto
senza più case
e persone
al culmine del mondo.

Ma d’improvviso
un vento si alza
ed è sogno, terra
appena di luce
appena di vita

prima dell’onda.

***

A quale vita interrotta, a quale passo
le strade e i portici brulicanti,
l’aria di sale, il mormorio dell’acqua?

A quale anima perduta, a quale domanda
le voci solitarie, le case in bilico
nella notte, le preghiere
spezzate dal tempo?

A quale fine
queste parole superstiti,
questo singhiozzo di terra e di nulla?

***

Non c’è – non ci sarà più
Livorno
o forse soltanto
qualcuno che scrive
su un piccolo foglio,
un’ombra lontana
che segna,
che macchia la terra.

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Mauro Germani è nato a Milano nel 1954. Nel 1988 ha fondato la rivista di scrittura, pensiero e poesia “Margo”, che ha diretto fino al 1992. Ha pubblicato volumi di poesia e narrativa e in ambito critico si è occupato di numerosi autori classici e contemporanei. Ha curato L’attesa e l’ignoto. L”opera multiforme di Dino Buzzati  (L’arcolaio, 2012) ed ha recentemente pubblicato il volume Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero (Zona 2013). Tra le ultime opere in versi Livorno (L’arcolaio, I edizione, 2008), e Terra estrema, (L’arcolaio, 2011).

Cartoline persiane#5

hopper

Edward Hopper, Nighthawks (1942)

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Caro Rhédi,

se c’è una cosa che ho imparato durante i miei innumerevoli viaggi, è che gli studenti di filosofia si combattono lasciandoli parlare. Quello che ho incontrato stavolta sul treno mi raccontava di uno strano concetto che da qualche anno sembra andare molto di moda in Occidente: il “non luogo”. Cos’è un non luogo? Se ho capito bene, potrebbe essere ad esempio quello in cui mi trovo adesso, un anonimo bar notturno davanti al porto di Livorno, dove aspetto la mia nave che partirà all’alba.

Il non luogo è un posto che trovi ovunque e che rimane sostanzialmente uguale in ogni sua occorrenza, è uno spazio da cui si passa senza fermarsi, in cui sai già cosa aspettarti, e non chiedi nulla di più. Il mio studente si domandava se questo dovesse rassicurarci o angosciarci, ma in realtà si lasciava sfuggire una conseguenza logica ancora più vertiginosa, e cioè questa: ogni gesto che si compie in un non luogo, dal più grave al più insignificante, è in realtà una non azione, qualcosa che avviene senza però avvenire, un atto mancato pur essendo accaduto. Ecco la terribile giurisdizione del non luogo, una non legge che governa in un non spazio.

Sono le quattro di notte, nel bar siamo soltanto io e l’anziano barista. Potrei aspettare che mi dia le spalle, e andare da lui con i passi felpati di una tigre ircana, stringendo tra le mani un laccio teso. Servirebbe un primo gesto deciso per cingergli il collo, poi durante una breve lotta ascolterei i suoi versi strozzati, immaginerei senza vederli gli occhi esorbitanti, guarderei cambiare in porpora il colore delle orecchie, infine sentirei una specie di “crack” sommerso e il tonfo del corpo sul pavimento. Così me ne andrei e niente sarebbe stato, riassorbito nel non rumore di questo non luogo.

Ecco, il momento sembra propizio. Il vecchio è girato da qualche secondo, armeggia convulsamente davanti all’apparecchio del caffè. Mi alzo senza sbattere la sedia, respiro con lentezza, allontano i pensieri, gli sono vicino, ancora pochi passi e… fuori! Adesso ho di nuovo davanti a me il mare e la notte, e il vento sulla faccia. Capito, Rhédi? Sono uscito senza pagare la mia consumazione, un succo di frutta, e un pessimo caffè italiano. Tutto è come se non fosse mai stato in quel non luogo dove nulla avviene. Una notte sono scappato senza pagare da un bar uguale a mille altri, e lo sapremo soltanto io, tu, e un vecchio barista vivo per miracolo.

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@Andrea Accardi