linguaggi

Mettere in pratica la riappropriazione: intervista ad Alessandra Calò

Alessandra Calò lavora e vive a Reggio Emilia (Italia). Artista e fotografa, ha partecipato a mostre e festival in Italia e all’estero: Circulation(s) Festival de la jeune photographie européenne (Parigi), Les rencontres (Arles), Fotografia Europea (Reggio Emilia), Open House (Roma).
Nel 2018 vince il premio editoriale Tribew nell’ambito del festival Circulation(s); nel 2017 riceve la menzione d’onore da IPA International Photographic Award e nel 2016 vince il Premio Combat per la sezione scultura e installazione.
Per la Giornata del Contemporaneo 2018, l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid le dedica la prima mostra personale in Spagna, a Palacio de Abrantes, installazione site-specific dal titolo El Jardín Secreto, a conclusione del percorso di ricerca iniziato durante la residenza artistica per il progetto L’arte che verrà (2017).

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La tua arte si sviluppa all’incrocio di linguaggi in comunicazione: la fotografia, l’installazione, la botanica e l’interesse per il naturale. Dove trova inizio e quali ragioni attraversa?
Il mio approccio con l’arte è stato fin da subito sperimentale e la mia ricerca è sempre stata tesa all’uso di linguaggi che potevano permettermi di approfondire temi legati alla memoria e all’identità attraverso l’uso di materiali d’archivio.
Mettere in pratica la riappropriazione, significa recuperare e reinterpretare materiali preesistenti, attraverso i quali non intendo attuare una rievocazione nostalgica del passato ma proporre una nuova visione della realtà.

Una delle esperienze più longeve di questi anni è quella di Secret Garden in cui lo strumento della narrazione, affidata a voci della letteratura – poete, scrittrici, qualcuna esordiente –, rinsalda i tre linguaggi e, in particolare, attraverso l’utilizzo di lastre fotografiche antiche, tu crei opere uniche, in cui testo ed immagine si danno un rimando a vicenda e si stagliano all’interno di scatole nere.
Mi pare che il raccontare sia parte integrante del tuo lavoro; un “raccontare che non spiega ma suggerisce” come tu stessa dichiari. Come nasce l’idea del “paesaggio interiore” di
Secret Garden e dove conduce il pubblico?

Secret Garden è un’opera nata nel 2014.
L’idea era raccontare – in maniera simbolica – la possibilità che ognuno di noi ha di riscoprire se stesso, attraverso una “messa a fuoco” interiore.
Gli elementi che compongono l’opera sono vari: ritratti fotografici femminili su lastre negative ritrovate; erbari tridimensionali da me raccolti, essiccati e ricomposti; testi letterari contemporanei scritti da autrici che hanno scelto di collaborare al progetto.
Ciascun ritratto con relativo giardino, viene racchiuso all’interno di una scatola nera retroilluminata e posto su un piedistallo con cassetto che ne custodisce la parte letteraria.
Il “Secret Garden” può essere paragonato al “paesaggio interiore” (o giardino segreto) che si nasconde a prima vista, ma che può essere scoperto da chi è capace di guardare oltre l’apparenza. Un concetto che parte da me ma che vuole essere esteso e trasformato in un messaggio universale senza limiti temporali: per questo motivo ho scelto di dar voce – attraverso i racconti di autrici contemporanee – a ritratti di donne arrivate a noi senza ulteriori dettagli sulla vicenda biografica.
Un doppio binario sul quale viaggia il tempo reale e quello dell’immaginazione, facendo decadere l’esigenza di una lettura chiara e fedele ancorata all’immagine.
Lo stile di scrittura e la visione soggettiva che caratterizza le autrici, rendono ogni racconto una sorta di diario personale estremamente attuale: nell’accostarsi all’opera, lo spettatore può “sbirciare” dentro l’intimità di queste donne, leggere frammenti di un’esistenza di gioie, speranze, dolori, solitudine, fantasie, seguire i fili individuali intrecciati a un percorso collettivo verso una maggiore libertà ed emancipazione.

Vuoi raccontarci anche come ha preso corpo la possibilità di portare questo lavoro a Madrid, lo scorso dicembre?
Nel febbraio 2017, sono stata invitata in residenza d’artista a Madrid, presso l’Istituto Italiano di Cultura. Il progetto denominato “L’arte che verrà” prevedeva – al termine della residenza – l’elaborazione di un progetto da esporre successivamente presso le sale di Palacio de Abrantes (sede dell’istituto). Ponendomi come obiettivo l’approfondimento della mia ricerca su materiali d’archivio diversi, sono riuscita localizzazione di luoghi dove poter recuperare tutto il necessario per sviluppare una nuova parte del progetto Secret Garden. Inoltre, grazie alla collaborazione dell’Istituto e del suo staff, ho avuto la possibilità di conoscere personaggi femminili legati al mondo della letteratura, della poesia, della musica e della cultura latina: è nata cosi la collaborazione con sette autrici che – da ottobre a dicembre 2018 – hanno reso Secret Garden l’installazione rappresentativa dell’Italia per la XIV Giornata del Contemporaneo.

In altri lavori tuoi, penso ad esempio a Les inconnues (qui) si riconoscono tasselli-chiave di una poetica limpida: la traccia del passato, la memoria portata nel futuro, la storia, il ritratto (che mi pare un filo rosso per te). Nell’opera plurale citata, “omaggio ad Anna Atkins e Constance Fox Talbot” hai dichiarato che si tratta di una tua personale interpretazione del concetto di “immagine latente”. Torna inoltre una centralità poetica del femminile ma anche ma anche “dell’immateriale che diventa visibile”; in effetti il titolo ispira quella direzione. In che modo hai lavorato a questo progetto?
Anna Atkins e Constance Fox Talbot, sono state le prime due donne che hanno realizzato fotografie e libri illustrati utilizzando immagini fotografiche.
Lo studio del loro lavoro mi ha dato la possibilità di approfondire la ricerca sulle prime tecniche di stampa.
Si tratta anche della mia personale riflessione sul concetto di “immagine latente”. Infatti, attraverso l’utilizzo di emulsioni fotosensibili, ed in assolute condizioni domestiche – quasi a voler ricreare le azioni che compivano queste artiste nel XIX secolo – ho voluto impressionare su lastra frammenti di immagini femminili, che assomigliano più alla materializzazione di un sogno che ad un ritratto fotografico vero e proprio. Il processo di stampa – in questo caso sali d’argento e calotipia – mi ha permesso di confrontarmi con l’elemento naturale, oltre che con quello casuale, facendo emergere la difficoltà e l’umanità del processo, che non possiede tra i suoi requisiti la precisione o l’assenza di difetto. Il concetto di tempo e la trasformazione da qualcosa di immateriale ad una forma visibile rimangono gli aspetti centrali del mio lavoro, e mi permettono di riflettere e dialogare costantemente con quelle che sono le qualità materiali del medium fotografico.

Se non stessimo parlando di fotografia potrei dire che questi siano tratti della scrittura, prima. Quale legame esiste, con le tue parole, tra le due arti?
Ci sono tantissimi esempi che si possono fare per rendersi conto di come la fotografia e la scrittura – pur cosi diversi – possono essere correlate. Prima tra tutte l’origine della parola, che in greco, significa scrivere con la luce e poi il concetto di tempo e di realtà che esse racchiudono: impressionare un istante, un contesto, significa lasciare che lo spettatore immagini tutto il resto e si lasci raccontare una storia, creando un immaginario che va oltre la realtà rappresentata…

Per Kochan (qui), invece, il tuo lavoro d’archivio è stato fondamentale al fine di creare l’opera; il tuo lavoro è legato ai materiali digitalizzati della New York Public Library. Com’è maturata l’idea dell’approccio a essi?
Kochan è una riflessione sul concetto di identità e volevo fosse paragonata a quello di viaggio.
Ho trascorso giorni interi tra carte geografiche, manoscritti e lettere. Ma è dalle mappe che sono stata attratta e, accompagnata dai loro segni e dalle loro tracce, ho deciso di affiancarle ad una serie di autoscatti. (altro…)

La lingua delle Pinne.

283744_10150919441022471_579849696_nSophie Curzon arriva dall’Australia, amante della lingua e della cultura italiana. Nel corso della sua formazione ha scelto di fare dell’italiano la sua lingua poetica. Per realizzare questo suo obiettivo-sogno ha chiesto “aiuto” ad Elisa Biagini decidendo così di trasferirsi temporaneamente in Italia e farsi seguire nella realizzazione di questo progetto che si è poi concretizzato nella pubblicazione del suo primo testo. Ho incontrato Sophie a casa di Elisa e sono rimasto colpito dalla lucidità con cui necessariamente affronta il testo scritto e lo scambio critico in una lingua che non è la sua. A fine maggio Sophie ha presentato a Firenze il suo testo e Marco Simonelli, poeta e traduttore, che con Sophie e me ha seguito una parte di questo “cammino di formazione”, ha introdotto la presentazione del libro. Ho chiesto a Marco di “girarmi” il suo testo e ritengo sia importante riportarlo così come è.

(jacopo ninni)

pinneSophie Curzon-Siggers
Autoritratto con le pinne
Firenze, Gazebo, 2013
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Sophie è una giovanissima scrittrice australiana che ha deciso di usare la sua seconda lingua, l’italiano, per esprimersi in versi. Qualche tempo fa le ho chiesto: “come mai hai deciso di scrivere in italiano?” Lei mi ha risposto: “È l’italiano che ha scelto me.” Più tardi mi ha inviato una sua nota di poetica in cui dichiara di aver iniziato recentemente a sognare in italiano. Per un poeta la scelta della lingua è fondamentale: nella storia della poesia del Novecento italiano abbiamo avuto un poeta come Amelia Rosselli che grazie al suo trilinguismo ha contribuito non poco ad esplorare le possibilità espressive di questa lingua. Per un poeta, la lingua è sempre una terra straniera, una terra sconosciuta, da esplorare e da mappare, forse un luogo da colonizzare, un luogo in cui insediarsi, conquistandolo centimetro dopo centimetro, verso dopo verso. Entrando più nello specifico del testo: che cos’è l’autoritratto del titolo? Per realizzare un autoritratto è necessario uno specchio che riproponga un’immagine del soggetto che desidera ritrarsi – e sono portato a credere che in questo caso lo specchio che Sophie usa sia proprio la lingua italiana, una lingua essenzialmente liquida. Mi chiedo se la superficie in cui Sophie si specchia non sia tanto quella di uno specchio da parete quanto quella di uno specchio d’acqua: nel suo ritrarsi infatti Sophie non si limita a fotografare i lineamenti che vede ma riesce a percepire ciò che si rivela dietro la sua stessa immagine, proprio come quando ci guardiamo in una pozza e siamo in grado di vedere sia noi stessi sia il fondo di quella pozza, sia il cielo dietro di noi. In uno dei versi più belli di questa compagine Sophie si definisce “palombaro della lingua”.

Cosa sono invece le pinne? Le pinne ci parlano di una creatura acquatica e se è proprio questa creatura colei che si raffigura è lecito supporre che sia una creatura anfibia. E difatti la voce che parla in queste poesie si muove in più elementi subendo ogni volta un processo di metamorfosi e trasformazione (in alcuni casi di ibridazione e/o fusione fra soggetto ed elementi)

prendo il treno,

tutte le sedie diventano

frasi (prime parole)

facciamo la rosa dei venti noi stessi (rosa dei venti)

se una mette la bimba nell’acqua termale

tutti i giorni, quella compie 18 anni e le spuntano le pinne. (autoritratto con le pinne)

Con questi testi Sophie sembra suggerirci che all’interno del viaggio di esplorazione della lingua non è tanto il poeta che si appropria degli elementi (storia, paesaggio, risorse naturali) quanto gli elementi che colonizzano spontaneamente scrittura e identità poetante, rendendole altro.

 C’è un dato biografico molto interessante che l’autrice condivide con noi: in passato ha avuto esperienza di oratrice pedagogica e al liceo voleva fare la pastora. Io non so in che accezione sia da leggersi il termine pastora: potrei immaginarmi una situazione bucolica e agreste e pensare alle pecore oppure sfruttare la metafora religiosa e immaginare una folla di fedeli, una congregazione che si riunisce e si riconosce tramite un rito di condivisione. Qualsiasi accezione io possa scegliere non posso che identificare la pastora come colei che scrive e le pecore e i fedeli come le parole (sempre a rischio di dispersione e di perdita di senso). Poesia può essere anche questo: la cura e la responsabilità di un gregge di sillabe da guidare e da cui essere guidati. Nell’organizzare i suoi discorsi, l’oratore richiama a sé le parole (e i significati e i suoni che esse comportano) conducendole nell’organizzazione (in un gregge) di un discorso. L’oratore lascia che le parole si nutrano di senso in pascoli erbosi.

Vorrei concludere questo intervento con l’analisi di una poesia. È l’ultimo movimento di una suite che si intitola “alcune lettere pasquali da un’australiana all’Italia” e si trova a pagina 20. È l’ultima di 4 poesie che si scostano leggermente dalla matrice figurale dell’intero lavoro: se in tutta la raccolta il procedimento metaforico scatta ibridando la realtà e contaminandola, nel descriverla, con elementi stranianti, in questa zona lo sguardo sembra insistere sul territorio e la difficoltà antropologica di accettare la differenza come valore. È un testo nettissimo che scaturisce dall’osservazione e da una riflessione storica elementare e tuttavia affascinante. Lo leggo:

nel reame del Papa

si compra il pane e un buon vino

nel giorno di cui morì Gesù sulla Croce

eppure da noi, non si fa niente

a causa delle chiusure –

per legge, è una giornata sacra

e stiamo ancora pentendoci,

un paese di immigrati

da carceri e campi profughi.

Alla base di questa poesia c’è la risemantizzazione di due luoghi comuni: l’Italia come “reame del Papa” e l’Australia come colonia penale del vecchio mondo europeo. Usufruire dei luoghi comuni per un poeta è un’operazione delicatissima: è facile scadere nella banalità o scivolare sia nel politically correct sia in involontarie dichiarazioni offensive. Qui mi pare invece che l’operazione di commistione del luogo comune produca un ampio risultato sul termine della riflessione; il punto di collisione e incontro è il concetto di sacro: se da una parte “si compra il pane e il buon vino”, dall’altra i negozi rimangono chiusi in una declinazione del sacro che è pentimento e espiazione. Ad una prima lettura sembra di trovarsi davanti ad una contrapposizione fra un’impostazione cattolica e una calvinista. Ma nell’economia delle quattro lettere pasquali il dato saliente è un rapporto ironico col concetto stesso di religione e differenza: “se incontrassi Dio per la strada/ gli rivolgeresti la forma di cortesia?/ e sarebbe la cortesia di Lei oppure di Voi”? si chiede l’autrice in un dubbio grammaticale che è contemporaneamente una critica e una dichiarazione di buon senso. E chi preferisce declinare il sacro (qualunque cosa sia) col pentimento piuttosto che col pane e il vino? Ciò che rimane da questa precisa dissezione è “un paese di immigrati/ da carceri e campi profughi” ma non sappiamo più se stiamo parlando dell’Australia colonia penale o dell’Italia che vede Sophie oggi. E in questo dubbio non possiamo che identificarci noi lettori, ibride creature umane che sviluppano le pinne per sopravvivere, come “immigrati” e “profughi” in una mappa di trasformazioni.

ms. 23.5.2013