Linas

Il valore del tempo e del nome. Invito alla lettura di “Linas” di Jacopo Ninni (post di natàlia castaldi)

recensione di Agnese Leo

LINAS, di Jacopo Ninni

LINAS, di Jacopo Ninni

Per presentare questo piccolo romanzo, che sfiora il fantasy ma dai contenuti, riferimenti culturali e impianto che ben superano la mera localizzazione in questo genere, non possiamo prescindere da alcuni elementi biografici dell’autore, Jacopo Ninni, ossia il suo aver studiato ed esercitato come architetto paesaggista e quindi l’essere portatore di uno sguardo “altro” sulla natura, il profondo legame che egli, fin da bambino, ha instaurato con la montagna e con le voci della montagna, quelle dei racconti, delle leggende; il suo essere anche scrittore di poesia.
Linas, nome del personaggio che titola la storia, è anche il nome di un monte della Sardegna, di cui si dice sia in realtà un gigante addormentato. Da questo fondo di leggenda la giovane e coraggiosa casa editrice La piccola volante ha preso spunto per lanciare su web la piccola sfida a costruire una storia a partire da un gigante che vuole vendicare la morte della sua amata ninfa. Sfida che Ninni ha raccolto, costruendo una narrazione che prende spunto da altri monti, da altre leggende, da altri giganti leggendari dormienti per dipanarsi lungo le vicende di una ricca galleria di personaggi contrapposti, divisi tra coloro i quali sanno convivere con Natura e ne rispettano leggi e tempi, e quelli che Natura temono e dunque cercano di piegare e alterare.
Non è un caso che siamo partiti dal nome del personaggio, perchè lungo e sotto questa narrazione, il concetto di denominazione acquista il significato fondamentale di atto appropriativo dell’Uomo nei confronti della Natura: chi conosce Natura, chi ad essa si avvicina con spirito di reverente ascolto e scoperta, può farla sua attraverso l’atto primigenio e adamitico del denominarla, che da atto di possesso e controllo, si trasforma in atto di riconoscimento.
Nella storia infatti, coloro i quali vivono nel Tempo di Natura danno precisi nomi alle cose e agli esseri, quelli che Natura vogliono addomesticare e violentare non nominano mai, ma con atti di violenza cercano di distruggerla per fini materiali. Anche i nomi stessi dei personaggi assumono una valenza tutta particolare: spesso traggono origine da lingue diverse o giochi di parole e, insieme, operano come immagini subliminali che divengono racconto nel racconto: Orior, Aimer, Melita-Atilem, il nome dello stesso villaggio…
In questo senso la misura e il concetto di tempo acquistano anch’essi valore narrativo: chi rispetta il tempo naturale (quindi il susseguirsi delle stagioni, delle fasi del giorno, dei ritmi di evoluzione e crescita di piante e animali) può interagire col tempo stesso e non esserne vittima – fino anche a poterne disporre, fermandolo – ed dunque anche portatore dei valori positivi; chi invece il tempo rifiuta e teme, chi vuole addomesticarlo combattendone il corso naturale, è destinato a innescare dinamiche distruttive e fallimentari.
Ma il tempo è anche la misura del ritmo della narrazione. Se essa, a tratti, si distende e indugia su scene e paesaggi di grande impatto pittorico, ricchi d’immagini evocative (nelle quali ben si addestra la radice poetica dell’autore) alla scrittura, nel crescente susseguirsi dei fatti, allo zenith della vicenda, viene impresso un ritmo sempre più serrato che porta il lettore, in una dimensione quasi labirintica e vertiginosa. Un utilizzo del ritmo della parola a cui Ninni non è nuovo se si tiene presente l’estremo senso musicale della sua scrittura nella precedente produzione in versi.
Come dicevamo quindi il dato personale e biografico dell’autore entra in questa narrazione, ma quasi in punta di piedi, sottilmente, a costruire la trama di un racconto che pur prendendo le mosse da un gioco di fantasia, attraversa temi ben più concreti, reali ed attuali, giungendo a toccare questioni a nostro giudizio fondamentali, quali il rapporto con la natura e le conseguenze che l’abuso indiscriminato su di essa, perchè “incosciente” (cioè folle) può portare.
Per concludere mi preme evidenziare la serie di citazioni ed omaggi ad altri “maestri” della letteratura, del cinema, (ma possiamo aggiungere anche la fotografia di Adams o il concetto di progettazione paesistica di Olmsted) i quali, anche attraverso l’epica e la leggenda, hanno affrontato lo stesso argomento, e intendo i riferimenti a Buzzati, Fenoglio, Kipling, Kurosawa, Greenaway che affiorano nella scrittura.
Buona lettura!

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Capitolo 1

Il torrente che da secoli scava e ha dato la forma alla valle, scende rabbioso fino ad un lago, dove può placare la sua furia. Lo specchio d’acqua, spesso velato da nebbie, è protetto da una coltre di arbusti spinosi che ne rendono quasi inaccessibili le rive. Da qui in poi il bosco prosegue fino ad un’ultima radura, dove tutti i sentieri convergono in una mulattiera che, tra gli ultimi arbusti e campi incolti, conduce al villaggio di Suanev. In questa radura, immutabile nei secoli, giace l’invisibile linea di confine tra ciò che parla la lingua della paura o quella dell’universo.
Un miglio più avanti si trova il primo grappolo di case; l’avamposto del villaggio, abitato per lo più da cacciatori e membri della Milizia.
Lungo uno di quei sentieri, un giovane dal passo sicuro ma attento a non lasciare tracce e fare troppi rumori si sta dirigendo verso le case, dove alcuni uomini che non sembrano curarsi del nuovo venuto guardano smarriti e spaventati verso il monte che ancora sembra tremare per l’urlo che si è appena dissolto nel cielo. L’aria è ferma; pur essendo primavera, non c’è alcun uccello il cui battito d’ali possa smuoverla. La tensione la si sente fin nella terra, nasce dalla radici e si espande a ogni gemma, a ogni respiro o ronzio. Anche le api restano come sospese nei pressi delle arnie, come indecise sulla direzione da prendere.

Il viandante, capelli rossi, lentigginoso, vestito in una casacca che a uno sguardo distratto si confonde con la macchia di arbusti, si ferma con la circospezione di chi non vuole essere riconosciuto. Si siede su un masso, solleva le gambe tenendole tra le mani e volta lo sguardo verso le cime dei monti alla sua sinistra, incrocia le gambe e levatosi il cappello lancia un saluto al monte. Agitandolo in aria per farsi aria e asciugarsi il sudore, si volta verso il gruppo lontano e con sarcasmo bisbiglia tutto il suo disprezzo.
«Eccoli, i cuccioli perenni della terra, questi poveri esseri impauriti che di giorno si proteggono con mamma arma e nonna legge, mentre la notte si circondano di mura e vagano tremebondi per le loro case. Temono il buio e i suoi umori, come la preda che si aggira per il bosco dopo il calar del sole consapevole che prima o poi incrocerà il gufo. Oggi è giorno di terrore, loro lo respirano nell’aria e la loro paura è tanto grande quanto la loro inettitudine a riconoscere la storia del mondo. La si annusa fino a qui, eppure non si rendono conto di essere la più facile delle prede, per chiunque.

Il libro è acquistabile online presso il sito della casa editrice: http://www.lapiccolavolante.net/