LietoColle

Maria Benedetta Cerro, La congiura degli opposti (nota di Giuseppe Varone)

 

La congiura degli opposti ossia la traducibilità del silenzio

La volubilità dell’anima basta a reprimere, ad alterare la forza del poeta, che nella sua natura riconosce il segreto della mai effimera brevità di ogni illuminazione lirica, evanescente ma non transiente, giacché permanente nella sua inappagabile perpetuità, come fosse controfigura dell’oblio e memoria che brucia nel gelido fuoco della solitudine.
Nell’opera di Maria Benedetta Cerro – La congiura degli opposti (LietoColle, 2012) – si individua il timbro netto e la forma sciolta, la linea nitida e leggera, come pure la temperanza espressiva che finemente contorna il profilo dell’Es, raggiunto nel senso squisito del suono e del modellato ottenuto in esistenza di pena, sorella della creazione. Ogni stanza possiede un tempo entro il quale appare agevole l’ardua permanenza dell’artificio, che vela e non accompagna le disarmanti virtù, vigorosamente irroranti l’indefinita proiezione dell’esistente.
La Nostra è poetessa che indulge senza tregua alla meditazione sul mondo e le sue sfumature, sull’uomo e le sue molteplici apparenze, nonché sui principi che plasmano il vivente, contemplati dal di fuori e poi serbati nell’enigma della parola: la brevitas e la risonanza trainante di un canto silenzioso, evocativo leggende senza perimetro, narrano la mitopoiesi del suo universale soggettivismo, sussistente nell’istinto della propria diversità.
La tenuità dei sentimenti riecheggia nella pronuncia poetica di ogni segno accorto, ritrovato nell’abisso, dove altri non inclinano; ascesa e amorevole elevazione in un’indicibile lontananza che avvince e ammanta. La realtà scompare e rivive il suo senso, senza regole precorse, vergine come lingua di donna, primordiale e autentica come grandi occhi d’infante. (altro…)

Emilia Barbato, Nature reversibili. Nota di Giorgio Galli

 

Emilia Barbato, Nature reversibili, LietoColle 2019

È una pace malinconica la sera,
la luna nuova si allunga
sul colonnato con passo d’uomo
e rami nudi, pensi alle dita nodose
di un Dio padre posto al centro
del portico e a figure grottesche
guardando l’ombra dei palmizi, è
un edificio religioso questo corpo.

Una rapsodia di canti d’amore. A Emilia Barbato la forma poematica dev’essere congeniale, se sia il precedente Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre Vive Editore, 2018), sia questo Nature reversibili (LietoColle, 2019, con prefazione di Maurizio Cucchi) sono raccolte di poesia brevi e cucite insieme da un filo conduttore intenso – l’analogia tra il cancro della madre e lo scempio della Terra dei Fuochi nel Rigo, le misteriose armonie dell’amore in questo. L’amore di Emilia Barbato è solenne come una fede ed è affidato a un canto misurato, trattenuto, interiorizzato. È un amore assoluto, ma tenue nell’enunciarsi, radicato, che si sdipana da una voce lieve come una farfalla eppure ferma, una voce dal timbro pacato ma eroico nella volontà di costruire e di resistere nell’amore a dispetto di ogni difficoltà od epifania del male. Si intravedono lotte e spigoli in questo poema, ma visti dalla prospettiva della quiete. La poesia è pensata, posata, depositata, scarnificata, e solo dopo lasciata andare.
Si coglie, come nel Rigo, un sentimento religioso che però si fa qui meno drammatico, meno desolato. È lo stesso sentimento, ma preso dal suo lato più lucente. Ed è un sentimento poetico prima che confessionale. Mi spiego. Credo che il poeta, per trovare il suo famoso oceano in un bicchiere, debba avere per forza di cose una visione miracolistica, sacrale, non laica della vita. E non c’entra nulla la religione rivelata che professa o il suo eventuale ateismo o agnosticismo: c’entra l’approccio all’esistente, che appare carico di senso; e c’entra la tragedia – umana e cosmica – dello scoprire che quel senso alla prova dei fatti non si dà. In altre parole, la condizione del poeta  è una condizione tragica che si alimenta sia di uno stupore e di una pietà creaturali, sia del tentativo di riempire con la propria parola il vuoto determinato dal “silenzio di Dio”. In questo consiste la religiosità innata dell’atto poetico.
La poesia è un linguaggio vicino ai linguaggi originari, vicino al canto, alla danza, alla preghiera. Il canto, la preghiera e il verso hanno molto in comune. La loro ritualità, il loro crearsi un alfabeto e un orizzonte diverso da quelli consueti. Anche i gesti nella danza hanno un carattere rituale e attingono a un repertorio che rompe l’orizzonte di senso consueto del “linguaggio del corpo”. Nella grecità, come sappiamo, alla poesia erano assegnate addirittura delle varianti linguistiche precise dei dialetti ellenici, a seconda di che tipo di poesia fosse. E i principali teologi dell’antica Grecia erano Omero ed Esiodo -constatazione sconcertante per la modernità, eppure vera. (altro…)

I poeti della domenica #365: Tommaso Di Dio, “Questo sole che sbatte…”

 

Questo sole che sbatte
sulle impalcature a mezza via; scarno
sistema di tubature e plastiche, pratiche
d’umana ascesa. Pochi giorni dopo
di nuovo l’inverno deriva
la mia faccia dal cemento inerte
e sono tutti gli alfabeti ordini
ordigni; foglie cadono assalti
le parole esplodono
e sono cera pasta biologia, e non tengono
decadono. E allora t’alzi; e ricominci.
Insisti fin che dura questo male
scrivere
le cose che passano.

 

Tommaso Di Dio, Tua e di tutti, LietoColle, pordenonelegge, 2014

Riletti per voi #19: Clery Celeste, La traccia delle vene (Nota di Luca Cenacchi)

Clery Celeste, La traccia delle vene, LietoColle

 

La struttura del libro è piuttosto semplice, come del resto diretto è lo stile di Celeste: una progressione di episodi senza una struttura narrativa, organizzati per micro-temi. Questo libro non è tuttavia piano. Ciò è in parte dovuto al suo statuto di opera prima, la quale, in molti casi, tende a saldare fra sé momenti cronologici molto distanti; non è piano perché la Celeste compie un gioco di sguardi che parte dall’interno, dall’esperienza personale, dunque, per andare progressivamente all’esterno come se oscillasse, innestando gradualmente nella compagine linguistica tecnicismi che culminano nelle poesie dedicate alla natura, che viene declinata nelle sue varie forme.
Seppur molti abbiano messo l’enfasi sull’esperienza dell’ospedale, io credo che quello che in realtà unisce più saldamente i vari momenti di La traccia delle vene sia la sofferenza del soggetto, dell’autrice, che si misura con la contingenza della natura: è questo il reale canovaccio che lega e significa l’ampio spettro preso in esame dalla stessa, mettendo in scena il teatro dell’esistenza sua (amore e affetti), d’altri (l’ospedale e pazienti), e infine d’altro (la natura); e i due estremi di questo spettro sono rappresentati dalle poesia: «il mio è il panico della chiusura», che apre la raccolta, e «sono legata dal batterio che mi abita».
Qualche anima coraggiosa potrebbe dire di vedere l’ombra di certi grandi degli anni ’60 (penserà alla generazione di Sereni), filtrata magari dall’esperienza di Simoncelli e della generazione anni ’70. Ma ciò che rimane di questi più che marcatori d’identità sono i moduli tecnici utilizzati, senza che possano definire una “parentela”; come ad esempio può essere l’autobiografismo, con la centralità del soggetto e della esperienza personale, e la compagine linguistica, in certi casi appianata, che ne deriva, prescindendo così in modo sostanziale da quella che era l’anima della cultura di quegli autori e che successivamente è stata tale anche per quanti hanno voluto ereditarla (Sissa, Bertoni, Dàvoli, solo per citarne alcuni nostrani). (altro…)

Renzo Favaron, Diario de mi e de la me luna

Renzo Favaron, Diario de mi e de la me luna, LietoColle 2018

La lettura del Diario de mi e de la me luna di Renzo Favaron è giunta a me con l’invito a ripercorrere la sua opera poetica in dialetto e, in particolare, le precedenti raccolte Un de tri tri de un (ATI editore 2011) e Balada incivie, Tartufi e Arlechini (L’Arcolaio 2015). È un invito che ho rivolto a me stessa, è un invito che sale dal dettato poetico di Renzo Favaron, nel quale l’osservazione acuta e l’ispido additare scempi e squarci si sposano con una passione che definire soltanto civile sarebbe riduttivo.
Si tratta infatti di una vera e propria dedizione alla parola, una ricerca incessante – sguardo mobile, tuffo nella folla e attraversamento del deserto – che non può non contemplare, come tappa essenziale del costante cammino, il silenzio, la non parola.
È una scelta, si badi bene, non un arrendersi. La constatazione – come non pensare a Voi, parole di Ingeborg Bachmann, testo che in più di un’occasione l’autore ha individuato come importante riferimento «anche per chi voglia scrivere un solo verso di poesia»? – che scogli e colonne d’Ercole dell’indicibile sono là, consistenti anche quando sono visibili ai poeti, non si traduce in un abbandono della ricerca, bensì in un’attenzione acuita, a tratti, parrebbe, esasperata, e comunque in una ripartenza rinnovata da una disciplina rigorosa, da un codice frutto di felice (nel senso di piena e consapevole) selezione, non di imposizione.
La condizione umana che soggiace a questo dire poetico è, con un ossimoro di provenienza ungarettiana, “allegra e disperata”.
I versi di autopresentazione del terzo dei trenta componimenti della raccolta si caricano in tale contesto della forza espressiva di un manifesto poetico:

‘Desso che so alegro e desperà
se carica el sienzhio
de cue’o che le paroe no’ sa dire.

Ora che sono allegro e disperato
nomina il silenzio
quello che le parole non dicono.

Il silenzio diventa allora, con un paradosso preparato dall’argomentare rigoroso al quale si accennava poc’anzi e che si dipana testo per testo, il vero depositario della parola, di quella parola la cui urgenza di emergere era stata scansata, scaraventata in un angolo dai molti che ne temevano e temono l’energia eversiva.
Si arriva pertanto a leggere nel testo VI della raccolta:

Par ‘na idea balba gò lassà
al sienzhio el peso del parlar,
a le paroe che gavevo in boca
e che gnessuno gaveva mai ‘scoltà.

Per una strana suggestione ho lasciato
al silenzio la facoltà di parlare,
alle parole che avevo in bocca
e che nessuno aveva mai ascoltato. (altro…)

Laura Di Corcia: poesie da “In tutte le direzioni”

 

Fu un tatuaggio violento
quella notte a Bucarest,
e la seta scendeva a fiotti dal soffitto.
Di quello rimasero due capelli
e qualche noce, una poesia
scritta dietro una lavagna.
Il sole per un attimo senza fiato:
poi tutto continuò, sbiadendo dietro la collina.
Le cose più belle non lasciano aloni.

 

Avvelenammo le navi come se fossero corvi.
Per un lungo periodo camminammo
e le mete erano sempre diverse.
Nei nostri occhi bruciava tutta l’Africa.
Eravamo gente come voi, forse meno scaltra:
il passato ci cinghiava la schiena.
A un certo punto gli scrigni si chiusero per sempre.
Dietro ai nostri occhi continuava
violenta come un chiodo, la caccia alle streghe.

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Eleonora Rimolo: poesie da “La terra originale”

 

Ci hanno detto di uscire il meno possibile,
solamente se urgente: polveri sottili,
smog, troppe sirene moleste. Mi difendo
così dai batteri, dalle spore, dai sorrisi
che non avrei incontrato. Trascorro i giorni
della malattia respirando la stessa aria
di sempre, osservo la sua caparbietà
la comparo alla mia penso a chi andrà via
per prima. Intanto la plastica fonde
cerca asilo nei polmoni dei superstiti,
con la pioggia non si può deglutire, brucia
l’ipotesi della resistenza, acre carità.

 

I viali esposti alle luci dei fari
come lunghi manuali dell’attesa:
girarci attorno era ridurre il cerchio
ad un’orma, avere ancora una scelta
perché con l’ansia indecente del ritorno
noi dobbiamo vagare, dobbiamo tornare
in cerca della casa originale,
della prima cellula essenziale.

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Gian Maria Annovi: poesie da “Persona presente con passato imperfetto”

images

 

detto la tua dentatura
al lenzuolo
la dettatura delle dita / di te
è prossima al dire
alla dizione dittatoriale
che temo

(che tremi anche i cuscini)

il mondo è il bianco del dentifricio
che ficchi nei fori cariati

nel muro / nelle pareti

 

non fare niente
che  non sia lo sparire
non sia     spargimento

di preghiera di piegatura del collo
del piede

persona che scende comete
che slaccia che infila di fiati
che mi fioriscono
i gomiti in fretta  /  le cicatrici

 

il sopore dei punti neri /  dei pori
mi accendeva solo in saponi

supponevo sapessero cose

avevo parole nelle nocchie

(nella notte ti scricchiola la gola)

scrivere:

fare lavori con la saliva

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Maria Benedetta Cerro, Lo sguardo inverso

 

Maria Benedetta Cerro, Lo sguardo inverso, LietoColle 2018

Nell’omonima raccolta di Maria Benedetta Cerro, lo sguardo inverso è allo stesso tempo modalità di accesso alla materia poetica e capovolgimento intenzionale della visione. Lo sguardo inverso è lo sguardo dei ciechi e dei folli, come spiega l’autrice nella sua nota conclusiva, ed è lo sguardo, ancora, di coloro che rovesciano il modo usuale di vedere le cose e che, così facendo, possono  pervenire al vero e bello, all’autentica bellezza: i poeti.
Da quello sguardo scaturisce una poesia tra le più efficaci nell’unire vigore e sapienza, estensione e condensazione.
Il dire sorgivo – questo titolo della prima delle numerose sezioni che compongono la raccolta, porta con sé tutte le doti e le caratteristiche dei titoli che seguiranno (per citarne alcuni: Perfezione dell’incontro, La finzione della gioia, La parola prosciugata, Sul fronte della resa, Cortesia dell’ombra, Trilogia della morte gentile, Poema dell’altrove): è denso di significati e risponde a una precisa intenzione programmatica –  è, con unione indissolubile, dire sovversivo e solenne.
Non una parola, non un enjambement, non una opzione metrica appaiono frutto di un cadere casuale. La ricercata e  ritrovata solennità conferisce all’espressione sia l’incisività del tratto lapidario sia la leggerezza di “grazia e misura”, quella levità che permette alla parola di volare alto, anche quando essa, bistrattata e strattonata, rischia di perdere linfa vitale.
La lotta contro le forze ostili al dire sorgivo si palesa nei toni sovversivi e solenni che giungono a noi, ancora oggi, dall’Antigone di Sofocle. Della tragedia greca la poesia di Maria Benedetta Cerro possiede, oltre al respiro ampio dell’universalità, l’alternarsi, segnalato anche da precise spaziature nei testi, di coro e personaggi, di distensioni meditative e scatti mossi dall’energia di chi non si risparmia e dal coraggio di chi mette a repentaglio tutto per una meta che va ben oltre la nuvolaglia del riparo a buon mercato, ben oltre l’interesse vischioso e impiastricciato preteso da tempi e da contesti.

© Anna Maria Curci

 

Ci ordinò di corrispondere
perché eravamo inconsolati.
E riprese a pulsare la vena
———————-dell’abbandono.
Il cielo neutro della parola
manifestò il suo dire sorgivo
———————-e il lutto
fu animato dalla meraviglia.
Lui – il nodo del fenomeno
e del tutto – ci concesse il dettaglio
capitale che mutò lo sguardo.

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Fabrizio Buratto, Parliamone (di C. Tosetti)

Fabrizio Buratto
Parliamone
LietoColle 2017

Recensione di Carlo Tosetti

 

 

Il titolo del libro di Fabrizio Buratto, Parliamone (LietoColle, 2017) potrebbe ingannare il lettore, bonariamente.
Certo è assente ogni intento di raggiro; lungi da me farvi pensare di trovarci di fronte ad un libro “truffa”, che – per essere esplicito – deluda le aspettative: no. Niente di tutto ciò.
Si è affacciata in me la sensazione che questo “parliamone” non sia un invito al confronto, alla tenzone dialettica, ma sia più vicino alla nota espressione infarinata di sarcasmo, diffusa nel comune linguaggio, con la quale – implicitamente – si esprime il disaccordo nei confronti delle idee dell’interlocutore, il tutto espresso in un linguaggio diretto, tagliente e soprattutto ironico.
Il mio incerto pensiero trova una stampella nel titolo della sua tesi di laurea in Storia (Università di Genova): Fantozzi, maschera dell’Italia contemporanea, tesi poi pubblicata da Lindau nel 2003.
Per onestà: io non ho letto la tesi, benché, ora, l’avere notizia della sua pubblicazione mi incuriosisce non poco; domando: cosa ha realizzato il compianto Paolo Villaggio attraverso il suo correlato cinematografico?
La tesi di Buratto, naturalmente, credo voli alta rispetto alla mia striminzita riflessione, tuttavia ritengo si sia tutti consapevoli del fatto che Fantozzi ci abbia efficacemente mostrato, in modo eccessivo, caricaturale, l’ignobiltà del nostro paese, le nostre bassezze, la nostra volgarità, inscenate nell’ambiente del terziario, ambiente il quale – allora – rappresentava un punto d’arrivo per i lavoratori, un’occupazione privilegiata rispetto alla dura esistenza della catena di montaggio o dell’aratura delle campagne.
Quindi, per tornare alla raccolta poetica, Buratto, con un’impostazione logica, potrei dire sillogistica, delle poesie e dalla presenza “verticistica” di una filosofia, impasto di ragione e scienza, ci consegna un esplicito invito a ragionare sulle contraddizioni minori e maggiori della nostra società, con un taglio molto ironico, sarcastico e molto personale. Non nasconde le sue idee.
Ne deriva una lettura divertente: non posso negare che questo libro mi abbia strappato dei sani e sinceri sorrisi, anche in alcuni componimenti che mi trovano distante dal pensiero dell’autore, nelle sue graziose dissacrazioni.
La poesia d’introduzione, senza titolo ed extra-raccolta, ci introduce senza tentennamenti nel Buratto-pensiero.
Vi faccio notare che la poesia, nel suo taglio ironico, incapsula diverse citazioni filosofiche, letterarie, storiche e cinematografiche; ciò non è secondario nello stile dell’autore, in quanto una lettura responsabile del libro obbligherebbe (sanamente, aggiungo) a sfogliare dizionari ed enciclopedie e sarebbe un grave errore immaginare che l’ironia, la giocosità di questo libro non abbiano quale substrato un’ampia cultura da cui attingere.

                    Finalmente la risposta:
                                            Google
                            motore immobile
                         che pensa se stesso
                                        pensante.
                            Dimmi, o Google
         l’indiriss di dove devo andare
          cosa danno al cinema Gloria
          quando è morto il tal dei tali
      a chi ha dato i natali Pastrengo
            da dove vado e dove vengo.
                                      Ah, saperlo
         l’algoritmo che può prevedere
                           i miei spostamenti
                             i miei sentimenti
                                le mie ricerche
                          del tempo perduto.
                 Parola chiave: “ti prego”
                                         o Google
                  dimmi che farò domani
                                 così che possa
                         lavarmene le mani. (altro…)

Luca Minola: poesie da “Pressioni” (LietoColle, 2017)

pressioni

 

Le attese hanno nomi precisi
soste verso il futuro,
si muovono sui grandi quaderni della lezione
attraverso filamenti e carta di luce.

 

Dopo non serve più nessun classico,
nessuno che misuri la notte in metri,
che riceva rassicurazioni, facili progetti.
Con i venti a intermittenza sui lati
e la schiuma della pioggia che scende
come quel caldo blu che sprigiona la notte.
Nemmeno queste bucce d’arancia
riassorbite dal tavolo servono
questa natura morta che riporta il rito,
l’azione che si stempera contro le finestre
in brevi flussi e immagini a campione.

Tutto visto e riportato, quanto basta
per smussare con precisione i marmi
e rendere cartelle e protocolli inutili.
Come se il reale fosse questo stonare di dita,
il movimento, le azioni disciplinate:
l’apertura di un corpo e il suo molle riposo. (altro…)

Tre poesie da “Princesse Amande” di Lucie Delarue-Mardrus

Lucie Delarue Princesse Amande copertinapiatta

Lucie Delarue-Mardrus (1874-1945), Princesse Amande
Traduzione di Emilio Capaccio, LietoColle 2017

 

Cheveux coupés

J’ai coupé mes cheveux afin que mon visage,
sous sa coiffure d’autrefois,
ne puisse me montrer la déchirante image
du temps aux implacables doigts.

En changeant de coiffure on croit changer de tête.
Il me semblera vieillir moins
sous la courte toison rejetée en tempête
où je puis enfoncer mes poings.

J’ai, de même qu’au temps où les belles prêtresses
sacrifiaient aux morts élus,
comme sur un tombeau consacré mes deux tresses
a ma jeunesse qui n’est plus.

 

Capelli tagliati

Ho tagliato i capelli perché il mio viso,
sotto la piega di una volta,
non possa mostrarmi la straziante immagine
del tempo dalle implacabili dita.

Cambiando piega sembra di cambiare testa.
Crederò di invecchiare meno
sotto il corto tosone rigettato in tempesta
dove posso conficcare i miei pugni.

Così come un tempo le belle sacerdotesse
sacrificavano le morti elette,
ho come su un sepolcro consacrato le due trecce
alla mia giovinezza che non c’è più.

 

Tempête

Toi si douce, si bleue au bout de tout chemin,
mer, tu n’es plus ce soir qu’une ombre qui déferle
dans l’orage couleur de perle.

J’entends au loin crier, la bouche à leurs deux mains,
les millions surgis de sirènes mêlées
de tes vagues échevelées.

Veux-tu de moi? j’irai jusqu’à toi, cette nuit.
Tes passions avec leurs dégâts et leur bruit
ne grondent pas plus que les miennes.

J’irai! Ce souffle rauque est celui qu’il me faut,
et vous vous souviendrez des râles de Sapho,
fureurs méditerranéennes! (altro…)