LietoColle

#PoEstateSilva #30: Massimo Parolini, poesie da La via cava

tu ridammi soltanto
il momento presente
la nuvola d’oro
che piove l’istante

*


e rimane
in un groviglio di fatti
quotidiani, dentro i lacerti delle
miserie mondane
sulla materia che fascia la mano
l’eco della stanza cava
che oval_mente accoglie
(inanellando l’ora)
)os_curando la tenebra(
circonferenze morbide

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#PoEstateSilva #20: Vanna Carlucci, Involucri

PoEstate Silva #20: Vanna Carlucci, Involucri, Lietocolle.

*

Il silenzio è intorno
si fa rosso nello spazio molesto
dentro le palpebre

è un’immagine capovolta
una forma che sanguina
una ferita, un punto preciso di auscultazione
che mi fa eco sul cuscino per diventare cielo
o ammasso stellare ricucito sulla trapunta

io resto attenta, vigile nella vertigine bianca
nella caduta di tutti i corpi celesti
sul labbro che li conterrà

la gravità non conta – dico –
eppure la bocca cede e tutto l’ azzurro
è ora sangue per corpi che sognano ancora
e la parola scompare.

È fame, è notte che punge i polsi
spinge in avanti, sprofonda e ramifica il buio
tra la pelle, le ossa e questo inganno senza guida
dilatato nello stomaco

*

Pensare alla purezza e cadere
pensare alla caduta e riaversi
indietro o più in là, fuori, da tutto
dalla crosta.

Questo è un doppio che si sfila dai corpi
dalla truffa dei volti e dei gesti, dei moti
controllati del tempo (ed è muto) e
parlami della materia
della pelle morta che cade
della resurrezione del corpo che ha divelto i muri
dell’ombra che arde sopra tutte le superfici

e che è senza infissi,
questa emanazione che passa
da luogo a luogo
così brutale perché così vivo
questo risorgimento del latte versato
il sacrificio del bambino
tutto l’universo che luccica
senza scampo

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#PoEstateSilva #12: Chiara Alessandra Piscitelli, Un bene Palindromo

PoEstate Silva #12: Chiara Alessandra Piscitelli, Un bene Palindromo, Lietocolle 2017

*

Più neri di fuliggine gli occhi,
più piccoli di luce gli zigomi
lo sconosciuto che divide con me il passo
non è più chi un tempo diceva ” Vai piano, non ti seguo” .
Ruba la mia ombra, non mi mostra la via.
Non di più vorrei, ma sempre,
in ogni buio essere la polvere che danza lenta l’aria,
non coprirti mai;
una sete sul fondo del bicchiere,
l’angolo bruciato di una mappa.
Non darmi geografie,
più di tutto vorrei sconosciuto il mondo.

*

Nella ruggine dell’alba guardavo in gola il mattino
vedevo camere esposte al sole
di qualche anno prima.
Il giorno era vissuto in corsa, un’attesa
delusa che non paventa il tempo.
Della tenerezza degli sciocchi era fatta la sera.
Ora, non forzando la memoria, non così
nemmeno al buio questa notte siamo uguali.

*

Il pendio dell’abbandono, una vertigine eterna.
Chi scala sale in punta di piedi,
risale le stesse vie, chi guarda sotto
si specchia nel dolore ma non conosce riflesso.
Il pendio dell’abbandono è un pendolo sicuro
tra un vuoto e un’aria che non vuole riempirlo
Sono io che mi prendo per mano –
“Non sono sola”.

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#PoEstateSilva #10: Jennifer Poli, da All’ombra del grembo

 

Limbo

Rinchiusa
nel limbo della mia memoria,
ore, mi insegnate l’assenza.
Cammino intorno a me
in cerchio
come la bestia
con la sua preda.
Sono il cervo
e il cacciatore
l’arma e la ferita.

*

Notte

Di notte
sono un arco che fai vibrare
con la tua voce,
freccia di fuoco
nel lago oscuro.

La tua voce strazia i sensi
di un dolore dolce
e insaziabile.

*

Resurrezione

Ritorna e riempi le mie mani
di mille orizzonti di fuoco.
Fammi risorgere come vergine delle acque,
cancella, con mano certa, tutto il mio terrore.
Lavami da ogni lordura e fammi bere
dal tuo puro calice d’amore.
Così rinascerò cerva forte,
e correrò nei boschi, colma d’oro.

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#PoEstateSilva #5: Angela Caccia, da Piccoli forse

 

dal ramo del giorno che – inavvertito –
si fa alto, il tuo sguardo viene a poggiarsi
sulle mie palpebre di sale fino

dietro, pupille agitate – lunghi
corridoi dove ti chiamo, dove
ti cerco e non ho voce udibile –

nascosto e vicino, un tuo fiato
mi dice del bene (allora io dormo,
torna placido l’involto sonno)

*

ha rami già curvi il salice dove inizia
a pesare la notte, e noi si camminava
allo zenit – senza ombre – lo spazio
ad issare un sole su ogni fiotto di pioggia

ad ovest la strada rimane pari ma
si allunga l’ombra, ora tasto il terreno
per non pestare i silenzi importanti
(ho imparato ad ascoltarne l’arrivo)

il cammino ha fianchi stancati, ti guardo
e non ha asola il demone del tempo
nei tuoi occhi (ringrazio Dio per lo sciame
di lucciole che ancora ci confonde)

ognuno a suo modo ha trattenuto in sé
la leggenda di una sfumata primavera

*

a te che a sera rientravi e d’inverno
avevi addosso l’odore del vento, tu
il gigante io lo scricciolo, e m’abbracciavi

e colmavi di pane la madia della mia fame
(non vi furono altre braccia che mi resero
mai così densamente regina)

* (altro…)

Opera in terra, di Alessandro Grippa

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Alessandro Grippa, Opera in terra, LietoColle/pordenonelegge, 2016, € 13,00

Alessandro Grippa ci saluta dal sipario di quest’opera con l’incisione di un nome, illustre, immenso: Michelangelo Merisi, un nome inciso nella geografia e nella storia di un territorio, Caravaggio, cittadina incastonata nella Bassa Bergamasca.
Grippa viene da lì e per salutarci sceglie d’inchiodare il nome di Caravaggio a Isacco: «orizzontali sulla carneficina», scrive, per parlare di noi. La sua è un’allusione all’orizzontalità della pianura, dove la vita del singolo si moltiplica nella moltitudine, l’individuale si accomuna in un solo destino, come di persone in una calca. Questo però, nelle intenzioni del poeta, sembra riverberarsi nella metafora di un solo corpo, esattamente in quell’esasperazione plastica del figlio di Abramo magistralmente dipinta dal Caravaggio nel 1603.
La percezione della visione è dunque per Alessandro dentro «questo sangue-Lombardia», un grumo comune dell’essere-e-sentire. Soltanto in questo sangue la sua percezione può compiersi, e solo «Rasoterra»: è un percorso poetico che si sviluppa con un’asciuttezza, un “volo basso” potremmo dire, a tratti invidiabile. Penso in particolare alle pagine 21-23 del Diario domestico, e soprattutto a queste immagini antiche e presenti: «Dove guardo è una casa di anni fa»; dove «rendere l’erba un’attesa»; dove «la casa è chiusa a chiave/ dalla neve». La casa, la casa, la casa. In questa geografia umana, dove la casa di uno è la casa di ognuno, ed è la terra, la sua poesia è anche un invito, rivelato peraltro da un’altra possibile lettura del titolo. Opera in terra, infatti, potrebbe apparire anche come un imperativo, ed ecco che quell’orizzontalità evocata all’inizio diverrebbe appunto un’esortazione a fare, osservare, trascrivere.
Percezione, poesia e pittura compongono dunque un nodo caro all’autore, come egli stesso un giorno ha avuto modo di scrivermi: «sento che convoco le piante, le bestie, lo faccio come si traccerebbe uno schizzo a matita o a carbone sul taccuino, o studiando i colori della natura con una tavolozza portatile… d’altronde, non posso fuggire dal mio percorso, dai miei studi, dalle mie attitudini».
In relazione a ciò, a pagina 73 troviamo un chiaro riferimento al poeta Giorgio Orelli. Ritroviamo il tutto il senso del suo rapporto con la natura e il suo occhio vivacemente coloristico, in questo testo, Le anitre, i germani (che rimanda a Il collo dell’anitra, una delle raccolta di Orelli). È una poesia che fa parte degli studi per una voliera, cui Alessandro si dedica con grazia e intensità, in modo direi quasi peculiare, pescando ancora una volta dalle radici profonde della propria formazione.
Allora non sfuggirà come questi di Grippa, per noi della Bassa, siano i “posti” potremmo dire “messi al riparo” dal tempo. Li troviamo all’inizio e alla fine del libro («Alcuni primi» e «Alcuni ultimi posti»), quasi fossero una cornice essenziale, irrinunciabile. Li introducono, rispettivamente, una citazione di Antonella Anedda, da una parte e, dall’altra, un frammento dell’amato Fortini, tratto da Ancora la posizione, poesia appartenente alla raccolta intitolata Questo muro. Si tratta di due versi davvero mirabili: «Questo tempo dell’anno è il mio riposo/ perché qualcosa mi inclina e consento».
In conclusione, tre poesie per intero, per mostrare quell’inclinazione verso il basso, verso la terra, che Alessandro Grippa consente a se stesso:


Primo posto (Anche il prato)

Anche il prato è un alfabeto di lavori.
Si entra poi nel giorno nel riposo.
Rasoterra le piante concludendosi
obbediscono a un destino o deiezioni.
Capiremo con un’altra intelligenza;
climatica, vigile.

Mi auguro di esserti prossimo.
Che anche il mio tempo trascorra da seme
a seme. So che è impossibile.
Dove non mi do pace l’estate
conclude. L’erba ritorna
a essere insieme al futuro.


La Gera (Apertura)

Quattro bulbi: nella loro logica il bosco.
Il freddo si frange; nel sentiero la salvia
è una pagina scritta qualunque sia il discorso.
Le mani hanno calato l’albicocco, queste mani
già morte che moriranno di nuovo.
Le impronte cresciute nel tempo e nella corteccia;
ora altri segni dischiusi, scambiati per sassi, radici,
parlano a noi con la nostra identica voce,
doppi e inferiori come una geografia.

 

Appunti su mio padre

Forse lo spazio di quella voce è alessandro, detto aspirando
fumo. Parola
per rito, scagliata al di là di un autunno: mio figlio, animale che
torni suono.

Alessandro Grippa (Treviglio, 1988) vive a Caravaggio, in provincia di Bergamo. Diplomato al biennio di Arti Visive all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel 2009 è tra i fondatori di Caravaggio Contemporanea, collettivo di artisti e curatori. È inoltre vicepresidente dell’Associazione GSI Lombardia Onlus, per la quale dal 2010 collabora come volontario a progetti di cooperazione tra Italia e Africa occidentale.

Cristiano Poletti

Futuro semplice (Ristampa)

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Futuro semplice – nuova ristampa 2016, per info qui: Lietocolle

 

*
RISPARMI

Io sto al sud proporzionalmente
appartenenza più che somiglianza
porto tracce degli umori, la durezza
-certi sguardi-

(ci allenavamo a sognare
davanti alla chiesa di San Giovanni
certi che Dio non sarebbe passato
ma questo ci ha reso tenaci
indossiamo una pazienza
non concessa altrove)

se non fai attenzione
nei miei occhi non vedrai le briciole
di una purezza conservata a stento
sotto strati di maglioni a fibra mista

dicono che non ho l’accento
particolare privo d’importanza
le parole tronche, questo conta
sono tutti i miei risparmi

(all’una tornavamo a casa
l’appuntamento per la partita
il pomeriggio di nuovo urla, risate
altri sogni).

*
STAGIONE DI CONCERTI

È un rarefarsi lento d’aria livida
un colpo battuto in terra di nessuno
questo sintomo di vento umido
che non scompone foglie
su noi non lascia traccia

non piove in segno di rispetto
in memoria di un’estate troppo breve
di nuotate in vasca corta

mentre è già stagione di concerti
di code ai botteghini.

*

RESTYLING

Di questi tempi è pieno di gru
la città si espande verso l’alto
da ottomila al metro quadro

(non ci sfioriamo, non ci parliamo
gli extracomunitari puzzano
la 90 prendila tu)

anche Marta va in analisi
non cena mai al cinese
“vai a sapere che ci mettono in quei fritti”

Milano sarà perfetta, in tempo per l’expo
piazza Duomo ripulita ancora più rettangolare
-via i piccioni, via i neri e i braccialetti-

stamattina ci siamo salutati
ti ho detto ciao, mi hai dato un bacio
io uno zaino, tu una borsa
io Londra, tu altrove
cos’ha Milano che non va?

*

EFFETTI PERSONALI

L’armadio a poco a poco
dall’alto in basso
camicie jeans pullover
(mi darai una mano)

i cassetti in fretta ma con cura
una parvenza di rigore
i libri, tutti quanti i cd

ieri ho mangiato uno yogurt
prima che scadesse
l’ultima comparsa delle chiavi
sul piano di lavoro là in cucina

i passi all’indietro per non voltarsi
come l’albero in giardino mesi fa
non abbiamo retto
la fine segnata ben prima della soglia.

*
© Gianni Montieri

 

Franca Alaimo, Traslochi. Nota di Narda Fattori

Franca Alaimo, Traslochi (LietoColle)Conosciamo Franca per le sue predilezioni nei confronti di una poesia che solleva lo sguardo dal proprio ombelico e spazia fra le interazioni emozionali ed esistenziali, un io (e un voi) che non segnala le differenze, al contrario, è inclusivo, pervasivo e che acquieta.
L’Alaimo predilige senza dubbio la poesia colta, articolata, centrata sulla pervasività degli eventi minuscoli che decidono la mano di vita che si va a giocare.
Pur essendo una poesia che rimbalza sul lastricato della memoria, non segue un filo di tipo mnestico, sincronico o diacronico: l’opera inizia con una poesia che ha per titolo lo stesso del libro, quasi a predire un nuovo diverso cominciamento; se tale cominciamento esiste, convive coll’esperito, si allaccia al già vissuto con tonalità diverse, forse, ma la parola conserva lo stesso spessore di splendida quotidianità lungo tutta l’opera e anche la liricità, molto sommessa e contenuta, abbraccia questa fedeltà e non alza mai i toni, non si appropria del sentimento e neppure si abbandona alla descrittività e alla narrazione.

Mi chiedo dove comincia il luogo,
lo zero della morte; mi sembra
di gridare senza suono di voce,
ma uno stridio di gomme sul selciato
mette in moto l’ardore del giorno,
ma ridona al tormento del corpo
ed alle trafitture addominali…

Così in questi versi cogliamo l’atteggiamento della poetessa davanti alla morte, che sicura s’affaccerà, ma ora la sarabanda quotidiana della metropoli abbandona l’individuo solo con i tormenti fisici che non affrancano quelli dell’anima.
Le poesie colgono piccoli quotidiani eventi perché noi siamo “dentro”: anche la gatta, in uno dei traslochi, non ama la nuova collocazione casalinga, ha perso le sue prospettive, il fascino dei tetti noti, dei terreni di campagna forieri di scorribande; il condominio è una centralina di casalinghe, di parole che sono state sedotte e non hanno più l’intatta dignità di chi le ha usate; si sta sgretolando un universo intero e non abbiamo nessun strumento per fermare la distruzione. Siamo dentro, appunto. (altro…)

Carmen Gallo, Appartamenti o stanze

Parigi, foto di gianni montieri

Parigi, foto di gianni montieri

Carmen Gallo, Appartamenti o stanze

*

I.
L’uomo ha accompagnato il vetro
lungo una linea gonfia e verticale
il sangue si è rappreso in fretta
sul braccio lasciato staccato
dall’asfalto incerto delle luci
le voci sul fondo della piazza
fatta più alta dagli alberi tagliati
la testa reclinata sotto il peso
degli occhi aperti, abbassati
a cercare il bicchiere più vicino.
L’uomo urla e piange sotto di noi
da quel fondo che abbatte coi denti
ha voglia di vedere subito il conto
della città che crepa intorno
e noi seduti a misurare i pozzi
e l’ambulanza troppo vicina ai tavoli
lui ci guarda e ci chiama
mostra lenta la recisione
quelli lo prendono e lo legano
tra fili nudi e trasparenti.

*

II.
Le persone intorno ai tavoli
sono andate ad abitare
uno spazio chiuso, laterale.
Parlano, si separano
occupano gli spazi tra i libri
e le sedie. Sono nel tempo
dove lui non è più. C’è una donna
con i capelli lunghi e neri. Dice
ai tavoli di spostarsi, di lasciare
libero lo spazio per chi vuole ballare.

*

III.
C’è una donna bianca che siede lì da dieci anni.
L’uomo con il vetro non l’ha mai visto.
Ha sentito la sua voce, ma la donna
non riconosce le lingue e i giorni.
Non chiedetele perché sia lì.
La donna ha un ricordo preciso, e uno solo.
Questo le basta perché ha molti fili
e non vuole essere legata altrove.
La donna non vuole nemmeno parlare con noi.

*

IV.
L’uomo ha ballato e sudato
per tutto il tempo della festa
ha squarciato l’aria densa
di una stanza affollata
ha mostrato i denti e i passi
ha risposto agli impulsi
cadendo piano all’indietro.
La musica è alta, e la voce non arriva
a spalancare la finestra. Tutti sentono
la mancanza dell’aria. Noi siamo in piedi
a sostenere il soffitto che è diventato
sempre più curvo e poi è caduto e ci ha raccolti
e siamo diventati pareti bianche
conchiglie con le bocche chiuse.

(altro…)

Anna Toscano, Una telefonata di mattina. Recensione

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Anna Toscano, Una telefonata di mattina, prefazione di Valeria Viganò, Milano, La Vita Felice, 2016, € 12,00

«Poetarum Silva» non è nuovo alla poesia di Anna Toscano, e anzi ha seguito tutto il suo itinerario poetico con grande attenzione. Dopo l’anticipazione dello scorso 4 aprile di alcune poesie dall’ultima raccolta, per entrarci facciamo un passo indietro, ritorniamo cioè al passato-futuro con le parole critiche di Fabio Michieli e di Giovanna Amato, che hanno dedicato alla precedente Doso la polvere due interventi da rileggere qui e qui. Già prima, nel 2011, lo stesso Michieli aveva definito questa rotta – che giunge quest’anno ad una quarta tappa toccata – un «percorso in controluce» che rifugge qualsiasi forma retorica, avvicinando Anna Toscano a Sandro Penna, Attilio Bertolucci e a Patrizia Cavalli, autori mai davvero abbandonati dall’autrice – ma qui, si legge ed è sottolineato anche dalla prefatrice Valeria Viganò, fa capolino pure l’uruguaiano Mario Benedetti. In Una telefonata di mattina un riferimento a quell’ironia leggera soprattutto di Cavalli è «dosata» nei luoghi, nei tempi, nel tu di riferimento, in Come vorrei: «Come vorrei esserti più vicina/ un caffè un cinema/ una telefonata di mattina/ per dire poi passo/ o per sentire/ prendo lo scooter/ e vengo da te./ Una vita, insomma,/ con dei perché.»
La scelta delle parole è per Toscano fondamentale, lo è sempre stata d’altronde, così come lo è la misura dei versi (talvolta prosastici) e non solo; se si pensa al gusto della rima, si avverte un senso musicale che si struttura in questo libro più che negli altri, diventando cifra. Nel titolo, di nuovo (ma si è abituati a questo; un caso è all’ora dei pasti, volume del 2007 per LietoColle, di cui ha parlato sempre Michieli qui), troviamo ‘un cosa’ e ‘un quando’, che in questo caso ammettono sin da subito un contatto con ‘il tu’, con l’altro, anche inteso come ‘il dove’ che nel titolo manca, che sono forse i tanti luoghi della raccolta, le città e i Paesi visitati, e che si rinnovano ancora rispetto al volume del 2012, o si tratta di un Portami dove: «Portami dove sono già stata/ dove c’è un buon tempo/ tenerezza di cuore.// Portami dove sono già stata/ dove tutto ha un senso/ dove non c’è bisogno di.// Portami dove sono già stata.»
Forse tre parole in grado di definire questa nuova prova sono il binomio “nostalgia-realtà”, che sopravvive nelle poesie di stampo civile – già approdo di Doso la polvere, come ha evidenziato Michieli – ma è anche centrale in tutte le altre, più intime e puramente liriche; poi c’è la parola “consapevolezza” del sé poetico che nel tempo è mutato senza perdere la limpidezza e la forza che l’hanno sino a qui guidato, come in Ora: «Ora mi domando se/ godermi e vivermi la vita/ potesse essere altro/ di quel correre/ da un capo/ all’altro/ delle cose». E questo “capo all’altro delle cose” (in cui vige un respiro interno, una dimensione, la ricerca di un senso già trovato forse) è fuggevole ma anche armonico, nel senso che comprende, ammette i volti, i tempi, i luoghi che l’io poetico vive o ha attraversato, e sono soprattutto le città di Venezia, Bologna, San Paolo; ci sono poi le dediche, le mancanze, le perdite e la dimensione del ricordo: «E poi ci sono le persone/ mia nonna ai fornelli/ ad esempio/ mica è andata via/ è qui/ come allora,/ con tutta la sua liturgia.» Ancora la nonna, nella poesia che segue: «[…] il sorriso di chi ce l’ha fatta,/ anche quest’anno./ La fatica e la gioia,/ le tue frittelle un’epifania.», dove “liturgia-epifania” non solo fanno rima, ma sono anche parole pregne di un altrove, in continuità fra loro. Ancora “consapevolezza”, che etimologicamente porta in sé la “complicità” di chi la esprime, la partecipazione, l’empatia, dunque.
Non può mancare, infine, l’utilizzo degli immancabili oggetti, com’è espresso nella poesia che apre la raccolta, Io con le parole: «Io con le parole faccio cose/ […] Con le cose faccio parole:/ scelgo un baule/ e lo riempio di sillabe nuove.»
A ben vedere ciascuna poesia del libro porta un titolo che segue una scansione pensata che ricorda – si può azzardare – un album di musica leggera o pop, esprimendo tuttavia anche un ritmo, quello dell’io poetico che “dice”, e nel suo «dire» c’è una chiarezza che coinvolge o meglio include, perché la levità della comprensibilità di Anna Toscano non ci lascia indifferenti e non può mai sospendere la nostra emozione.

© Alessandra Trevisan

Juana Bignozzi, Per un fantasma intimo e segreto. Poesie

Juana Bignozzi Per un fantasma COPERTINApiatta

Juana Bignozzi, Per un fantasma intimo e segreto, Lietocolle, 2015, € 13,00 (trad. di Stefano Berardinelli)

*

Soy una mujer sin problemas

Todos lo saben
y entonces buscan mi compañía para charlar por las noches.
Sin embargo yo conozco a alguien que quiere morir en paz
consigo mismo
y me produce estremecimientos, insomnio, soledad,
porque la paz conmigo misma sería una guerra sin fin,
dos o tres asesinatos inevitables y alguna entrega desmedida
que no entra en mis planes.
Sin embargo yo sueño por las noches
con un jardín inmenso donde los muertos se levantan para saludarme;
yo sueño con un hombre que me inquieta y como lo ignora
me habla amigablemente del resto del mundo
y de mis múltiples amores, tan simpáticos,
tan apropiados como tema de conversación.

 

Sono una donna senza problemi

Tutti lo sanno
e quindi cercano la mia compagnia per chiacchierare le notti.
Però io conosco qualcuno che vuol morire in pace con se stesso
e che mi provoca sussulti, insonnia, solitudine,
perché la pace con me stessa sarebbe una guerra senza fine,
due o tre assassinii inevitabili e qualche resa smisurata
che non rientra nei miei piani.
Però io di notte sogno
un giardino immenso dove i morti si alzano per salutarmi;
io sogno un uomo che mi inquieta e siccome lo ignora
mi parla amichevolmente del resto del mondo
e dei miei molteplici amori, così simpatici,
così appropriati come argomento di conversazione.

*

Soy una mujer trabajada por los fantasmas…

Soy una mujer trabajada por los fantasmas
clavada a cuatro clavos por detentar valores cuestionados
marcada por haber intentado pensar claro
sola y algo errante en esta reencarnación
sin un manto bálsamo otro alguien
por haber comprendido a largo plazo
los amigos están lejos los espejos cerca
he perdido un código dolorosamente conseguido
y ahora entender sólo significa
iluminar una vía real de piedra
sin pasos que huyan o se acerquen
sin paso ninguno

 

Sono una donna lavorata dai fantasmi…

Sono una donna lavorata dai fantasmi
inchiodata a quattro chiodi perché detiene valori screditati
marchiata per aver cercato di pensare chiaro
sola e un po’ errante in questa reincarnazione
senza un mantello balsamo qualcun altro
per aver compreso a lungo termine
gli amici sono lontani gli specchi vicini
ho perso un codice dolorosamente conquistato
e ora capire significa soltanto
illuminare una via reale di pietra
senza passi che fuggano o si avvicinino
senza passo alcuno

(altro…)

Daniele Mencarelli, Storia d’amore

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Daniele Mencarelli, poesie da Storia d’amore, Lietocolle, 2015

*

Didascalia:

La scena si comporrà in un paese di provincia romana, nell’anno millenovecentonovantadue.
Gabriele è il primo attore, anni sedici, di carattere malamente vitale, rabbioso e disincantato, sofferente, inconsapevole testimone della grandezza. Svezzato alle droghe sintetiche, le consuma assieme agli amici venerati, in loro si riflette, s’illude d’essergli davvero simile, ma nessuno di quelli che gli è attorno si schianta sulle cose quanto lui. Gli amici, pronti a ogni esperimento, trasformeranno la comunanza in rancore, la gelosia in violenza, quando Gabriele mostrerà il suo volto spogliato, vero.
Anna sarà l’agente ignara, la fiamma avvicinata all’esplosivo, di bellezza semplice e vertiginosa, porterà nella vita di Gabriele un segno sconosciuto, sorprendente, un rovescio d’interrogativi. Forza umana, stellare.
E Gabriele, alla fine, a un passo dal significato, darà forma alla sua scomparsa, diventerà egli stesso interrogativo, per Anna, che rimarrà per sempre accanto alla sua assenza.
Altri attori appariranno, ma mai nessuno è riuscito veramente a descriverne il profilo.

*

Undici Ottobre Millenovecentonovantadue

*

Undici Ottobre novantadue
sedici gli anni appena scoppiati
mille i cazzotti mille i baci
strappati dalle labbra di un paese
sgranato passo dopo passo,
senza mai soddisfarla veramente
questa fame infelice
questo desiderio cane di carne e vita
di voglie ubriache sempre in festa.
Non arriverà il sonno ma una perdita di sensi
un corpo sfinito che s’arrende
a qualcosa dentro di feroce.

*
Nostro parco giochi è questa piazza
un letto comodo la villa comunale
siamo proprietari di un paese
che conosce i nostri nomi uno a uno,
tu zingaro tu sbandato
io figlio di puttana,
è la qualità dei giochi a farci noti
ferocia compressa dentro scherzi
finiti nel pianto e nella storia.
Dai paesi vicini come pellegrini
arrivano ragazzi solo per sapere
di quel motorino aliante mancato
scaraventato giù da un sesto piano
o delle nostre comete impazzite
pagnotte intrise d’ogni liquame
in volo fino allo schianto calcolato
sui vecchi in tondo a briscolare.
Ogni bocca delle nostre
aggiunge al racconto il suo dettaglio
mentre ammirazione mista a risa
cresce negli occhi di chi ascolta,
poi solo ridere, che dannato ridere.

*

Le giostre spuntate sui parcheggi
altro non sono che una grazia
l’archivio d’interi pomeriggi
in attesa che qualche materasso
non metta fine a questa noia,
tu inchiodata sempre all’angolo
mentre io con la mia banda
da tagadà a macchina a scontro
al punchingball che ci racconta
non così forti come pensavamo,
poi ti vedo quasi vergognandoti
raggiungere i calcinculo e lì rimani
come aspettandoti qualcosa,
e sia si salga sulla giostra
ma solo per poterti lanciare in aria
senza che reato si commetta.
E tu voli leggerissima,
da impaurire lo zingaro giostraio
così alta da far voltare tutti,
a ogni giro ti prendo e ti rilancio
sempre più forte sempre più alto,
tu astronauta silenziosa
chissà quale terrore starai vedendo,
invece come un tuono inaspettato
oltre la musica scoppia una risata
infinita di una nota sconosciuta,
quando ti volti per guardarmi
io che intanto ti prendo per rilanciarti
scopro quanto enorme sai sorridere
e quel neo al centro esatto della palpebra
quando ad occhi chiusi chiedi ancora di girare,
io che in tasca non arrivo a millelire.

(altro…)