LietoColle

Opera in terra, di Alessandro Grippa

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Alessandro Grippa, Opera in terra, LietoColle/pordenonelegge, 2016, € 13,00

Alessandro Grippa ci saluta dal sipario di quest’opera con l’incisione di un nome, illustre, immenso: Michelangelo Merisi, un nome inciso nella geografia e nella storia di un territorio, Caravaggio, cittadina incastonata nella Bassa Bergamasca.
Grippa viene da lì e per salutarci sceglie d’inchiodare il nome di Caravaggio a Isacco: «orizzontali sulla carneficina», scrive, per parlare di noi. La sua è un’allusione all’orizzontalità della pianura, dove la vita del singolo si moltiplica nella moltitudine, l’individuale si accomuna in un solo destino, come di persone in una calca. Questo però, nelle intenzioni del poeta, sembra riverberarsi nella metafora di un solo corpo, esattamente in quell’esasperazione plastica del figlio di Abramo magistralmente dipinta dal Caravaggio nel 1603.
La percezione della visione è dunque per Alessandro dentro «questo sangue-Lombardia», un grumo comune dell’essere-e-sentire. Soltanto in questo sangue la sua percezione può compiersi, e solo «Rasoterra»: è un percorso poetico che si sviluppa con un’asciuttezza, un “volo basso” potremmo dire, a tratti invidiabile. Penso in particolare alle pagine 21-23 del Diario domestico, e soprattutto a queste immagini antiche e presenti: «Dove guardo è una casa di anni fa»; dove «rendere l’erba un’attesa»; dove «la casa è chiusa a chiave/ dalla neve». La casa, la casa, la casa. In questa geografia umana, dove la casa di uno è la casa di ognuno, ed è la terra, la sua poesia è anche un invito, rivelato peraltro da un’altra possibile lettura del titolo. Opera in terra, infatti, potrebbe apparire anche come un imperativo, ed ecco che quell’orizzontalità evocata all’inizio diverrebbe appunto un’esortazione a fare, osservare, trascrivere.
Percezione, poesia e pittura compongono dunque un nodo caro all’autore, come egli stesso un giorno ha avuto modo di scrivermi: «sento che convoco le piante, le bestie, lo faccio come si traccerebbe uno schizzo a matita o a carbone sul taccuino, o studiando i colori della natura con una tavolozza portatile… d’altronde, non posso fuggire dal mio percorso, dai miei studi, dalle mie attitudini».
In relazione a ciò, a pagina 73 troviamo un chiaro riferimento al poeta Giorgio Orelli. Ritroviamo il tutto il senso del suo rapporto con la natura e il suo occhio vivacemente coloristico, in questo testo, Le anitre, i germani (che rimanda a Il collo dell’anitra, una delle raccolta di Orelli). È una poesia che fa parte degli studi per una voliera, cui Alessandro si dedica con grazia e intensità, in modo direi quasi peculiare, pescando ancora una volta dalle radici profonde della propria formazione.
Allora non sfuggirà come questi di Grippa, per noi della Bassa, siano i “posti” potremmo dire “messi al riparo” dal tempo. Li troviamo all’inizio e alla fine del libro («Alcuni primi» e «Alcuni ultimi posti»), quasi fossero una cornice essenziale, irrinunciabile. Li introducono, rispettivamente, una citazione di Antonella Anedda, da una parte e, dall’altra, un frammento dell’amato Fortini, tratto da Ancora la posizione, poesia appartenente alla raccolta intitolata Questo muro. Si tratta di due versi davvero mirabili: «Questo tempo dell’anno è il mio riposo/ perché qualcosa mi inclina e consento».
In conclusione, tre poesie per intero, per mostrare quell’inclinazione verso il basso, verso la terra, che Alessandro Grippa consente a se stesso:


Primo posto (Anche il prato)

Anche il prato è un alfabeto di lavori.
Si entra poi nel giorno nel riposo.
Rasoterra le piante concludendosi
obbediscono a un destino o deiezioni.
Capiremo con un’altra intelligenza;
climatica, vigile.

Mi auguro di esserti prossimo.
Che anche il mio tempo trascorra da seme
a seme. So che è impossibile.
Dove non mi do pace l’estate
conclude. L’erba ritorna
a essere insieme al futuro.


La Gera (Apertura)

Quattro bulbi: nella loro logica il bosco.
Il freddo si frange; nel sentiero la salvia
è una pagina scritta qualunque sia il discorso.
Le mani hanno calato l’albicocco, queste mani
già morte che moriranno di nuovo.
Le impronte cresciute nel tempo e nella corteccia;
ora altri segni dischiusi, scambiati per sassi, radici,
parlano a noi con la nostra identica voce,
doppi e inferiori come una geografia.

 

Appunti su mio padre

Forse lo spazio di quella voce è alessandro, detto aspirando
fumo. Parola
per rito, scagliata al di là di un autunno: mio figlio, animale che
torni suono.

Alessandro Grippa (Treviglio, 1988) vive a Caravaggio, in provincia di Bergamo. Diplomato al biennio di Arti Visive all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel 2009 è tra i fondatori di Caravaggio Contemporanea, collettivo di artisti e curatori. È inoltre vicepresidente dell’Associazione GSI Lombardia Onlus, per la quale dal 2010 collabora come volontario a progetti di cooperazione tra Italia e Africa occidentale.

Cristiano Poletti

Futuro semplice (Ristampa)

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Futuro semplice – nuova ristampa 2016, per info qui: Lietocolle

 

*
RISPARMI

Io sto al sud proporzionalmente
appartenenza più che somiglianza
porto tracce degli umori, la durezza
-certi sguardi-

(ci allenavamo a sognare
davanti alla chiesa di San Giovanni
certi che Dio non sarebbe passato
ma questo ci ha reso tenaci
indossiamo una pazienza
non concessa altrove)

se non fai attenzione
nei miei occhi non vedrai le briciole
di una purezza conservata a stento
sotto strati di maglioni a fibra mista

dicono che non ho l’accento
particolare privo d’importanza
le parole tronche, questo conta
sono tutti i miei risparmi

(all’una tornavamo a casa
l’appuntamento per la partita
il pomeriggio di nuovo urla, risate
altri sogni).

*
STAGIONE DI CONCERTI

È un rarefarsi lento d’aria livida
un colpo battuto in terra di nessuno
questo sintomo di vento umido
che non scompone foglie
su noi non lascia traccia

non piove in segno di rispetto
in memoria di un’estate troppo breve
di nuotate in vasca corta

mentre è già stagione di concerti
di code ai botteghini.

*

RESTYLING

Di questi tempi è pieno di gru
la città si espande verso l’alto
da ottomila al metro quadro

(non ci sfioriamo, non ci parliamo
gli extracomunitari puzzano
la 90 prendila tu)

anche Marta va in analisi
non cena mai al cinese
“vai a sapere che ci mettono in quei fritti”

Milano sarà perfetta, in tempo per l’expo
piazza Duomo ripulita ancora più rettangolare
-via i piccioni, via i neri e i braccialetti-

stamattina ci siamo salutati
ti ho detto ciao, mi hai dato un bacio
io uno zaino, tu una borsa
io Londra, tu altrove
cos’ha Milano che non va?

*

EFFETTI PERSONALI

L’armadio a poco a poco
dall’alto in basso
camicie jeans pullover
(mi darai una mano)

i cassetti in fretta ma con cura
una parvenza di rigore
i libri, tutti quanti i cd

ieri ho mangiato uno yogurt
prima che scadesse
l’ultima comparsa delle chiavi
sul piano di lavoro là in cucina

i passi all’indietro per non voltarsi
come l’albero in giardino mesi fa
non abbiamo retto
la fine segnata ben prima della soglia.

*
© Gianni Montieri

 

Franca Alaimo, Traslochi. Nota di Narda Fattori

Franca Alaimo, Traslochi (LietoColle)Conosciamo Franca per le sue predilezioni nei confronti di una poesia che solleva lo sguardo dal proprio ombelico e spazia fra le interazioni emozionali ed esistenziali, un io (e un voi) che non segnala le differenze, al contrario, è inclusivo, pervasivo e che acquieta.
L’Alaimo predilige senza dubbio la poesia colta, articolata, centrata sulla pervasività degli eventi minuscoli che decidono la mano di vita che si va a giocare.
Pur essendo una poesia che rimbalza sul lastricato della memoria, non segue un filo di tipo mnestico, sincronico o diacronico: l’opera inizia con una poesia che ha per titolo lo stesso del libro, quasi a predire un nuovo diverso cominciamento; se tale cominciamento esiste, convive coll’esperito, si allaccia al già vissuto con tonalità diverse, forse, ma la parola conserva lo stesso spessore di splendida quotidianità lungo tutta l’opera e anche la liricità, molto sommessa e contenuta, abbraccia questa fedeltà e non alza mai i toni, non si appropria del sentimento e neppure si abbandona alla descrittività e alla narrazione.

Mi chiedo dove comincia il luogo,
lo zero della morte; mi sembra
di gridare senza suono di voce,
ma uno stridio di gomme sul selciato
mette in moto l’ardore del giorno,
ma ridona al tormento del corpo
ed alle trafitture addominali…

Così in questi versi cogliamo l’atteggiamento della poetessa davanti alla morte, che sicura s’affaccerà, ma ora la sarabanda quotidiana della metropoli abbandona l’individuo solo con i tormenti fisici che non affrancano quelli dell’anima.
Le poesie colgono piccoli quotidiani eventi perché noi siamo “dentro”: anche la gatta, in uno dei traslochi, non ama la nuova collocazione casalinga, ha perso le sue prospettive, il fascino dei tetti noti, dei terreni di campagna forieri di scorribande; il condominio è una centralina di casalinghe, di parole che sono state sedotte e non hanno più l’intatta dignità di chi le ha usate; si sta sgretolando un universo intero e non abbiamo nessun strumento per fermare la distruzione. Siamo dentro, appunto. (altro…)

Carmen Gallo, Appartamenti o stanze

Parigi, foto di gianni montieri

Parigi, foto di gianni montieri

Carmen Gallo, Appartamenti o stanze

*

I.
L’uomo ha accompagnato il vetro
lungo una linea gonfia e verticale
il sangue si è rappreso in fretta
sul braccio lasciato staccato
dall’asfalto incerto delle luci
le voci sul fondo della piazza
fatta più alta dagli alberi tagliati
la testa reclinata sotto il peso
degli occhi aperti, abbassati
a cercare il bicchiere più vicino.
L’uomo urla e piange sotto di noi
da quel fondo che abbatte coi denti
ha voglia di vedere subito il conto
della città che crepa intorno
e noi seduti a misurare i pozzi
e l’ambulanza troppo vicina ai tavoli
lui ci guarda e ci chiama
mostra lenta la recisione
quelli lo prendono e lo legano
tra fili nudi e trasparenti.

*

II.
Le persone intorno ai tavoli
sono andate ad abitare
uno spazio chiuso, laterale.
Parlano, si separano
occupano gli spazi tra i libri
e le sedie. Sono nel tempo
dove lui non è più. C’è una donna
con i capelli lunghi e neri. Dice
ai tavoli di spostarsi, di lasciare
libero lo spazio per chi vuole ballare.

*

III.
C’è una donna bianca che siede lì da dieci anni.
L’uomo con il vetro non l’ha mai visto.
Ha sentito la sua voce, ma la donna
non riconosce le lingue e i giorni.
Non chiedetele perché sia lì.
La donna ha un ricordo preciso, e uno solo.
Questo le basta perché ha molti fili
e non vuole essere legata altrove.
La donna non vuole nemmeno parlare con noi.

*

IV.
L’uomo ha ballato e sudato
per tutto il tempo della festa
ha squarciato l’aria densa
di una stanza affollata
ha mostrato i denti e i passi
ha risposto agli impulsi
cadendo piano all’indietro.
La musica è alta, e la voce non arriva
a spalancare la finestra. Tutti sentono
la mancanza dell’aria. Noi siamo in piedi
a sostenere il soffitto che è diventato
sempre più curvo e poi è caduto e ci ha raccolti
e siamo diventati pareti bianche
conchiglie con le bocche chiuse.

(altro…)

Anna Toscano, Una telefonata di mattina. Recensione

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Anna Toscano, Una telefonata di mattina, prefazione di Valeria Viganò, Milano, La Vita Felice, 2016, € 12,00

«Poetarum Silva» non è nuovo alla poesia di Anna Toscano, e anzi ha seguito tutto il suo itinerario poetico con grande attenzione. Dopo l’anticipazione dello scorso 4 aprile di alcune poesie dall’ultima raccolta, per entrarci facciamo un passo indietro, ritorniamo cioè al passato-futuro con le parole critiche di Fabio Michieli e di Giovanna Amato, che hanno dedicato alla precedente Doso la polvere due interventi da rileggere qui e qui. Già prima, nel 2011, lo stesso Michieli aveva definito questa rotta – che giunge quest’anno ad una quarta tappa toccata – un «percorso in controluce» che rifugge qualsiasi forma retorica, avvicinando Anna Toscano a Sandro Penna, Attilio Bertolucci e a Patrizia Cavalli, autori mai davvero abbandonati dall’autrice – ma qui, si legge ed è sottolineato anche dalla prefatrice Valeria Viganò, fa capolino pure l’uruguaiano Mario Benedetti. In Una telefonata di mattina un riferimento a quell’ironia leggera soprattutto di Cavalli è «dosata» nei luoghi, nei tempi, nel tu di riferimento, in Come vorrei: «Come vorrei esserti più vicina/ un caffè un cinema/ una telefonata di mattina/ per dire poi passo/ o per sentire/ prendo lo scooter/ e vengo da te./ Una vita, insomma,/ con dei perché.»
La scelta delle parole è per Toscano fondamentale, lo è sempre stata d’altronde, così come lo è la misura dei versi (talvolta prosastici) e non solo; se si pensa al gusto della rima, si avverte un senso musicale che si struttura in questo libro più che negli altri, diventando cifra. Nel titolo, di nuovo (ma si è abituati a questo; un caso è all’ora dei pasti, volume del 2007 per LietoColle, di cui ha parlato sempre Michieli qui), troviamo ‘un cosa’ e ‘un quando’, che in questo caso ammettono sin da subito un contatto con ‘il tu’, con l’altro, anche inteso come ‘il dove’ che nel titolo manca, che sono forse i tanti luoghi della raccolta, le città e i Paesi visitati, e che si rinnovano ancora rispetto al volume del 2012, o si tratta di un Portami dove: «Portami dove sono già stata/ dove c’è un buon tempo/ tenerezza di cuore.// Portami dove sono già stata/ dove tutto ha un senso/ dove non c’è bisogno di.// Portami dove sono già stata.»
Forse tre parole in grado di definire questa nuova prova sono il binomio “nostalgia-realtà”, che sopravvive nelle poesie di stampo civile – già approdo di Doso la polvere, come ha evidenziato Michieli – ma è anche centrale in tutte le altre, più intime e puramente liriche; poi c’è la parola “consapevolezza” del sé poetico che nel tempo è mutato senza perdere la limpidezza e la forza che l’hanno sino a qui guidato, come in Ora: «Ora mi domando se/ godermi e vivermi la vita/ potesse essere altro/ di quel correre/ da un capo/ all’altro/ delle cose». E questo “capo all’altro delle cose” (in cui vige un respiro interno, una dimensione, la ricerca di un senso già trovato forse) è fuggevole ma anche armonico, nel senso che comprende, ammette i volti, i tempi, i luoghi che l’io poetico vive o ha attraversato, e sono soprattutto le città di Venezia, Bologna, San Paolo; ci sono poi le dediche, le mancanze, le perdite e la dimensione del ricordo: «E poi ci sono le persone/ mia nonna ai fornelli/ ad esempio/ mica è andata via/ è qui/ come allora,/ con tutta la sua liturgia.» Ancora la nonna, nella poesia che segue: «[…] il sorriso di chi ce l’ha fatta,/ anche quest’anno./ La fatica e la gioia,/ le tue frittelle un’epifania.», dove “liturgia-epifania” non solo fanno rima, ma sono anche parole pregne di un altrove, in continuità fra loro. Ancora “consapevolezza”, che etimologicamente porta in sé la “complicità” di chi la esprime, la partecipazione, l’empatia, dunque.
Non può mancare, infine, l’utilizzo degli immancabili oggetti, com’è espresso nella poesia che apre la raccolta, Io con le parole: «Io con le parole faccio cose/ […] Con le cose faccio parole:/ scelgo un baule/ e lo riempio di sillabe nuove.»
A ben vedere ciascuna poesia del libro porta un titolo che segue una scansione pensata che ricorda – si può azzardare – un album di musica leggera o pop, esprimendo tuttavia anche un ritmo, quello dell’io poetico che “dice”, e nel suo «dire» c’è una chiarezza che coinvolge o meglio include, perché la levità della comprensibilità di Anna Toscano non ci lascia indifferenti e non può mai sospendere la nostra emozione.

© Alessandra Trevisan

Juana Bignozzi, Per un fantasma intimo e segreto. Poesie

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Juana Bignozzi, Per un fantasma intimo e segreto, Lietocolle, 2015, € 13,00 (trad. di Stefano Berardinelli)

*

Soy una mujer sin problemas

Todos lo saben
y entonces buscan mi compañía para charlar por las noches.
Sin embargo yo conozco a alguien que quiere morir en paz
consigo mismo
y me produce estremecimientos, insomnio, soledad,
porque la paz conmigo misma sería una guerra sin fin,
dos o tres asesinatos inevitables y alguna entrega desmedida
que no entra en mis planes.
Sin embargo yo sueño por las noches
con un jardín inmenso donde los muertos se levantan para saludarme;
yo sueño con un hombre que me inquieta y como lo ignora
me habla amigablemente del resto del mundo
y de mis múltiples amores, tan simpáticos,
tan apropiados como tema de conversación.

 

Sono una donna senza problemi

Tutti lo sanno
e quindi cercano la mia compagnia per chiacchierare le notti.
Però io conosco qualcuno che vuol morire in pace con se stesso
e che mi provoca sussulti, insonnia, solitudine,
perché la pace con me stessa sarebbe una guerra senza fine,
due o tre assassinii inevitabili e qualche resa smisurata
che non rientra nei miei piani.
Però io di notte sogno
un giardino immenso dove i morti si alzano per salutarmi;
io sogno un uomo che mi inquieta e siccome lo ignora
mi parla amichevolmente del resto del mondo
e dei miei molteplici amori, così simpatici,
così appropriati come argomento di conversazione.

*

Soy una mujer trabajada por los fantasmas…

Soy una mujer trabajada por los fantasmas
clavada a cuatro clavos por detentar valores cuestionados
marcada por haber intentado pensar claro
sola y algo errante en esta reencarnación
sin un manto bálsamo otro alguien
por haber comprendido a largo plazo
los amigos están lejos los espejos cerca
he perdido un código dolorosamente conseguido
y ahora entender sólo significa
iluminar una vía real de piedra
sin pasos que huyan o se acerquen
sin paso ninguno

 

Sono una donna lavorata dai fantasmi…

Sono una donna lavorata dai fantasmi
inchiodata a quattro chiodi perché detiene valori screditati
marchiata per aver cercato di pensare chiaro
sola e un po’ errante in questa reincarnazione
senza un mantello balsamo qualcun altro
per aver compreso a lungo termine
gli amici sono lontani gli specchi vicini
ho perso un codice dolorosamente conquistato
e ora capire significa soltanto
illuminare una via reale di pietra
senza passi che fuggano o si avvicinino
senza passo alcuno

(altro…)

Daniele Mencarelli, Storia d’amore

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Daniele Mencarelli, poesie da Storia d’amore, Lietocolle, 2015

*

Didascalia:

La scena si comporrà in un paese di provincia romana, nell’anno millenovecentonovantadue.
Gabriele è il primo attore, anni sedici, di carattere malamente vitale, rabbioso e disincantato, sofferente, inconsapevole testimone della grandezza. Svezzato alle droghe sintetiche, le consuma assieme agli amici venerati, in loro si riflette, s’illude d’essergli davvero simile, ma nessuno di quelli che gli è attorno si schianta sulle cose quanto lui. Gli amici, pronti a ogni esperimento, trasformeranno la comunanza in rancore, la gelosia in violenza, quando Gabriele mostrerà il suo volto spogliato, vero.
Anna sarà l’agente ignara, la fiamma avvicinata all’esplosivo, di bellezza semplice e vertiginosa, porterà nella vita di Gabriele un segno sconosciuto, sorprendente, un rovescio d’interrogativi. Forza umana, stellare.
E Gabriele, alla fine, a un passo dal significato, darà forma alla sua scomparsa, diventerà egli stesso interrogativo, per Anna, che rimarrà per sempre accanto alla sua assenza.
Altri attori appariranno, ma mai nessuno è riuscito veramente a descriverne il profilo.

*

Undici Ottobre Millenovecentonovantadue

*

Undici Ottobre novantadue
sedici gli anni appena scoppiati
mille i cazzotti mille i baci
strappati dalle labbra di un paese
sgranato passo dopo passo,
senza mai soddisfarla veramente
questa fame infelice
questo desiderio cane di carne e vita
di voglie ubriache sempre in festa.
Non arriverà il sonno ma una perdita di sensi
un corpo sfinito che s’arrende
a qualcosa dentro di feroce.

*
Nostro parco giochi è questa piazza
un letto comodo la villa comunale
siamo proprietari di un paese
che conosce i nostri nomi uno a uno,
tu zingaro tu sbandato
io figlio di puttana,
è la qualità dei giochi a farci noti
ferocia compressa dentro scherzi
finiti nel pianto e nella storia.
Dai paesi vicini come pellegrini
arrivano ragazzi solo per sapere
di quel motorino aliante mancato
scaraventato giù da un sesto piano
o delle nostre comete impazzite
pagnotte intrise d’ogni liquame
in volo fino allo schianto calcolato
sui vecchi in tondo a briscolare.
Ogni bocca delle nostre
aggiunge al racconto il suo dettaglio
mentre ammirazione mista a risa
cresce negli occhi di chi ascolta,
poi solo ridere, che dannato ridere.

*

Le giostre spuntate sui parcheggi
altro non sono che una grazia
l’archivio d’interi pomeriggi
in attesa che qualche materasso
non metta fine a questa noia,
tu inchiodata sempre all’angolo
mentre io con la mia banda
da tagadà a macchina a scontro
al punchingball che ci racconta
non così forti come pensavamo,
poi ti vedo quasi vergognandoti
raggiungere i calcinculo e lì rimani
come aspettandoti qualcosa,
e sia si salga sulla giostra
ma solo per poterti lanciare in aria
senza che reato si commetta.
E tu voli leggerissima,
da impaurire lo zingaro giostraio
così alta da far voltare tutti,
a ogni giro ti prendo e ti rilancio
sempre più forte sempre più alto,
tu astronauta silenziosa
chissà quale terrore starai vedendo,
invece come un tuono inaspettato
oltre la musica scoppia una risata
infinita di una nota sconosciuta,
quando ti volti per guardarmi
io che intanto ti prendo per rilanciarti
scopro quanto enorme sai sorridere
e quel neo al centro esatto della palpebra
quando ad occhi chiusi chiedi ancora di girare,
io che in tasca non arrivo a millelire.

(altro…)

Davide Maria Quarracino: Frangiflutti (estratti)

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Davide Maria Quarracino, Frangiflutti, LietoColle, 2015

*

(da L’ultimo di ogni sole)

*

Perdere con la notte, qualche parte
d’ossa, fingere di stare bene, sapere
che da soli si ingoiano le proprie croci
pesanti sulle spalle, nello stomaco
tenerle lì, camminando curvi.

*

Anche la tua più ridicola caduta
è elegante per te anche chiedere
dov’è la toilette e il tuo viso
è bello anche quando
stanco pulisce dal piatto il pranzo
e al mio ti do una mano risponde disinvolto
no, aspetta, faccio io.

*

Avete incontrato il vecchio maestro delle elementari
la donna della vostra vita
colui che vi ha fatto scoprire il mondo
un caro parente che non c’è più,
lassù,
vi siete stupiti come non mai e, sorridendogli
affabili e cordiali, un caffè

avete detto, in questa poesia,
dimenticandovi l’uno
dell’altro – ancora
ancora e ancora.

*

(da Varcando tutte le porte)

*

Anche tu, un giorno, sarai vecchia.
Ti alzerai presto la mattina per accorgerti
che è tutto qui. Farai attenzione
a non cadere, stringerai le mani
alla ringhiera dell’androne.
Avrai tanto da cucire, e vestirai come vestono
i vecchi. A mangiare, le dita tremeranno
perché la leggerezza delle posate
sarà pesante. Avrai tanti volti
sul comò e pregherai come pregano
i vecchi. Le notti saranno lunghe sulla tua pelle
malata, e sarà difficile cancellare le luci,
stare al buio,
quando la vita, di nascosto,
ci avrà dimenticati.

*

Questo è il quando, il dove
sei venuto

e non c’è silenzio
in cui non sai
avere negli occhi
le ferite del cammino.

© Davide Maria Quarracino

Nota bio: Davide Maria Qaurracino (Santa Maria Capua Vetere, 1995), studia lettere moderne all’Università degli studi di Roma La Sapienza. Frangiflutti è la sua opera prima; alcuni suoi testi sono stati tradotti in arabo.

“Manuale di insolubilità” di Greta Rosso. Recensione

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Greta Rosso, Manuale di insolubilità, Milano, LietoColle, 2015, pp. 82, euro 13,00

mi somigliano le mie parole
strette, dismorfofobiche
nella mischia del mondo
sempre in lizza per la distruzione
nessuna fenice, magari compostaggio
o un tocco di velata mancanza
a farmi scrivere rifrazioni.

*

i contenuti non diversi, a volte la forma,
la parola nel lavoro fisico – non c’è voto
che non abbia visto compiersi nel pugno
stretto nei denti. dove andiamo. che cosa
abbiamo visto o sentito. cosa non abbiamo
guardato o ascoltato. il sonno buio degli
indifferenti. la mezza scatola chiusa e non
conferibile del nostro annoiato scorrere.

È necessario, per entrare nei versi di Manuale di insolubilità di Greta Rosso (LietoColle, 2015), isolare a mio avviso questi due testi, che forse più di altri danno accesso all’intera raccolta, senza per questo voler loro attribuire un valore di “monumento” o di valore.
Non è facile, come mi è già capitato di affermare altre volte, parlare di certa poesia a noi contemporanea che sfugge all’«etica della comprensibilità», ma è quello che tenterò di fare. Ammetto sin da ora di scegliere un taglio che andrà a toccare soltanto alcuni aspetti significativi di questa poesia (e forse della poetica autoriale). Parto dal titolo e da una doppia ipotesi: l’insolubilità è, nei due significati che ne dà il vocabolario Treccani, “ciò che non si può risolvere” ma anche “ciò che non si scioglie in un solvente”. E, per il poeta, la vita nei versi e le parole che si usano, posso restituire sia l’uno sia l’altro, laddove è la tenuta del verso a configurarsi come “solvente”, ma anche la vita (ancora una volta) nella sua imprevedibilità. (altro…)

Poesie per l’estate #16: Nadia Agustoni “Sono cresciuta a tempo”

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza, in questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

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sono cresciuta a tempo

 

sono cresciuta a tempo per vedere come non si vive,
come è nulla l’apparenza e non c’è traguardo
e non ci pensiamo che l’uguale sia l’impronta
e chi non somiglia neanche somiglia a se stesso
ma ripete lo sguardo finché la terra in un punto finisce
e si vede il salto come da universo a universo.

 

©Nadia Agustoni (da Il peso di Pianura, Lietocolle, 2011)

Tommaso Di Dio – Tua e di tutti (in mille metri)

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Tommaso Di Dio – Tua e di tutti – Lietocolle, 2014

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(in mille metri)

.

Cento metri

Tutto questo non possiamo mai dimenticare / una volta cominciata questa impresa.

La forza della poesia, eccola qua. Di Dio, in questo, che è l’incipit della prima poesia del libro, ci sta dicendo già tutto, ci scrive subito dove vuole portarci, dove vuole arrivare. L’impresa cominciata è il mondo, è il tempo. Quale sarà lo sforzo? Quale la fatica? Nel primo verso siamo avvertiti, ci sono cose, Tutto questo, c’è molto che non dobbiamo dimenticare, non dobbiamo tralasciare. Guarda un po’, come negli incipit dei grandi racconti, qualcosa è già accaduto, qualcosa è rimasto fuori dalle pagine: Tutto questo. Non “Tutto quello”. L’avvertimento, l’invito a fare attenzione, è una delle chiavi di lettura del libro. Quello che nel primo verso è già accaduto, con ogni probabilità, ci verrà mostrato.

Duecento metri

Con gli anni la vita si complica / si confonde si immischia (pag. 19);  Forse bisogna chiudere gli occhi (pag. 20); Quella parte di silenzio / che ci copre il viso. (pag. 22);  l’ameresti così come ora l’ami / tua e di tutti, questa / vita reale più ricca e sgualcita / dal niente che non l’abbandona. (pag. 27).

Alcuni versi scelti dalla seconda sezione Con gli anni. Il poeta comincia a mettere dentro le cose, intanto chiarisce che il tu, il noi, contano più dell’io. Anzi sono la certificazione dell’esistenza dell’io. Molto tempo è già passato, ma non è solo il tempo degli anni in cui Di Dio è vissuto (vive) a essere convocato, è tutto il Tempo. La somma delle vite e delle cose accadute che ci hanno portato fin qua sono l’origine e la somma delle nostre complicanze, delle confusioni. Quel chiudere gli occhi significa, tra le altre cose, che per registrare, sentire, osservare, prendersi a cuore le cose, lasciarne perdere altre, occorre affidarsi a qualcosa che viene prima dello sguardo, di più forte: l’immedesimazione. E dopo c’è il contatto, c’è l’indispensabile noi, quel tu amplificato che guarda alla vita che è ricca e sgualcita, perché piena di ogni cosa, da starci dentro e amarla così com’è, perché così accade.

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Novità. Anna Bergna, “I corpi e le cisterne” (LietoColle, 2015)

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PROLOGO

 

(la solitudine del presente)

Un lunedì di maggio, a Milano,
.          venti di pianura demolivano intonaci grigi.
.          Spalancavano respiri.
.          Noi sgranavamo lungo via Borsieri
.          parole avute nel punto esatto del ritorno,
.          ritrovavamo intatte liane
.          avvinghiate ai rami più saldi del pensiero.

Aggiravamo l’essere svaniti,
.          quasi  si potesse abitare la casa demolita,
.          la stagione nuova sbocciare le medesime rose
.          e il passato trascinarsi in ciò
.          che si prefigurava:

un vano gioco di rianimazione.

All’angolo, rovesciai lo sguardo:
.          la strada sopravviveva al nostro divenire assenza

e un cane al guinzaglio pisciava
dove avevo annunciato un “ricordo che qui”.

.

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