LietoColle

Jennifer Poli, ‘All’ombra del grembo’

Jennifer Poli, All’ombra del grembo, Milano, Lietocolle, 2017, pp. 74, euro 13,00

Sull’etimologia della parola “ombra” (qui) si aprirebbero moltissime possibilità di lettura nell’esplorazione che il volume di Jennifer Poli apre oggi al nostro orecchio: una lettura ‘gravida’ del transitare dall’antico al contemporaneo, in un tragitto particolare che include direzioni diverse. Innanzitutto si parta dalle ispirazioni − concatenate − in esergo: Simone Weil e Cristina Campo, che di Weil fu profonda lettrice. Per Poli diventano il punto di partenza − e forse anche approdi prismatici − di un dire poetico che tocca le corde dell’indicibile dicibile sin dal primo testo, La sacerdotessa: «Ho visto una donna antica. Un alone −/ rosso − vibrava nel buio. Mi ha detto:/ ama e porta la tua/ acqua sacra nel mondo.» E se nel rosso, secondo gli studi di Michel Pastoureau, si manifestano i colori del fuoco e del sangue, guardando più indietro troviamo il colore associato al Dio Marte, dio della guerra che poco avrebbe a che fare con il femminile ma molto con la costruzione della scansione di questa raccolta e con il lessico della poeta.
Pregna di un tessuto simbolico che affonda le sue radici nella letteratura classica ma anche nella nostra tradizione − medievale e rinascimentale, non solo italiana −, la poesia di Jennifer Poli conserva rimandi che, di testo in testo, intessono anch’essi un discorso di secondo livello (più fitto e più stratificato) e che fra loro fanno eco. Una selezione è stata pubblicata quest’estate sul nostro lit-blog; a ben vedere la «ferita» di Limbo (e termine che tornerà anche, a seguire) prosegue − cronologicamente − l’accenno al rosso del primo testo. Se di ‘ordito’ si parla, anche nei successivi componimenti si accenna alla nobile arte del tessuto e dell’arazzo; i riferimenti si intensificano, toccando probabilmente ispirazioni provenienti dalla letteratura cavalleresca ma anche dalle Sacre Scritture, con un ritorno semantico ad alcune parole-chiave che permeano la raccolta: «cervo», «arma», «calice», «spada» fra gli altri. La reinterpretazione di molti elementi si spinge oltre, alla sovrimpressione con culture lontane da quella greco-latina: questo è vero nella sezione Il canto delle rune, dove la ricerca autoriale chiede al lettore la dimestichezza con la “rune”, ossia il “caratteri grafici dell’antico alfabeto germanico”, ciascuno con un proprio portato simbolico (viene da pensare similmente a quanto accade, ad esempio, con l’alfabeto ebraico ad esempio). La sezione è formata da brevi componimenti che si presentano quasi nella forma di haiku per brevità (anche se i versi sono più di tre); la loro caratteristica pare essere il legame stretto di ciascuno con i precedenti e i successivi, in una sorta di concatenazione letteraria che ha del rituale. Per citarne uno utile al nostro discorso si legga Gebo (la cui traduzione sarebbe “donare”): «Il dono della madre:/ un germoglio/ nell’arsura.» Se l’interpretazione coglie la gratuità che lega “dono” e “germoglio”, la presenza ancora della donna nella sua esperienza procreatrice richiama la fecondità già presente in altri testi e nel titolo.
Ma il femminile è, a dire il vero, l’io poetante che parla anche con voci altre; un “io” unico, che tiene in sé molti altri sé. E, secondo questa chiave, l’andamento profetico ed epifanico insieme si sposta completamente nella dimensione del mito; nella sezione successiva incontriamo Orfeo, Penelope, il minotauro e altri, parlanti per voce della prima voce.
E, se le corrispondenze non concludono, anche La donna scarlatta, la quarta sezione, ritorna insistentemente sul colore rosso. Ecco la prima poesia:

Non so da dove venga questo
male oscuro che a volte mi prende
se da un punto confuso del mondo
o dal centro introvabile di me stessa.
Il mare non arriva qui.
Non sento più il suono dei gabbiani bianchi.
Ascolteremo insieme le ore, forse arriverà
un relitto inatteso sulle nostre sponde.

Il «male oscuro» di Giuseppe Berto assume dei tratti più ancestrali; il «mare» è probabilmente quello dell’inconscio, mentre i «gabbiani bianchi» ci ricordano Cardarelli (qui) e Neruda («Perché tu possa ascoltarmi/ le mie parole/ si fanno sottili, a volte,/ come impronte di gabbiani sulla spiaggia […]»). La poesia, forse più vicina alla psicanalisi di altri testi che Poli di offre, conduce verso l’ultima sezione, Divinazione, dove incontriamo alcuni dei simboli dei tarocchi, tra cui Il mondo:

Ora che hai conosciuto te stessa
l’universo è un grande specchio. Ovunque
sono i tuoi figli,
i tuoi amori e i tuoi padri.

In ogni dove riconoscerai il tuo corpo,
grande vaso del mondo.

La tua mano carezzerà in eterno
la quercia di una madre
all’ombra del grembo.

Il testo risolve la separatezza (etimologica) del “sacro” iniziale, insistendo sul femminile come inizio, cui tutto ritorna, anche la poesia icastica di Jennifer Poli.

.

© Alessandra Trevisan

Davide Cortese, Darkana

Davide Cortese, Darkana, LietoColle 2017

Non è un semplice tributo alla corrente ‘dark’ che attraversa da alcuni decenni – e, volendo riconoscere modelli e ispirazioni, da tempi ben più lunghi – arte e costume; non è propriamente una “descente aux enfers”, una discesa agli inferi (come giustamente, per la raccolta precedente, Anuda, aveva scritto Antonino Caponnetto), perché qui l’immersione è completa e appare senza ritorno, e inoltre perché essa viene definita qui, con un procedere per ossimori che è cifra di questa scrittura, come «ascesa agli inferi». Mi riferisco a Darkana (LietoColle 2017, con un bel saggio di Manuel Cohen, Il canto della tenebra (e della cometa) sul panorama del mondo, come prefazione), «l’ottava prova in versi» (Cohen) di Davide Cortese.
“L’altra parte”, marchiata e marcata con il nero, che sia intuita nel proprio intimo o contemplata in un’immagine speculare, non è soltanto colta in un momento di trionfo e dannazione – o meglio, di trionfo della dannazione – ma incede, «nera perla di silenzio minerale», ieratica e fiera, sigillo permanente.
Il “compagno segreto” (Joseph Conrad), così come il doppio svelato in poesia da Alfred de Musset in La notte di dicembre, e, ancora, il «cereo compagno» di Heinrich Heine in Quieta è la notte, non si accontenta più di essere paventato come vergogna, ma si manifesta in ripetuti incontri-intrecci di scorci e personaggi, umani e non, come avviene spesso nella poesia di Cortese e dunque anche in questo suo lungo inno al segno indelebile dell’altro sé, alla sua possente, ancorché invisibile, cattedrale.
Il suo nome proibito, dunque, brucia sempre tra le labbra, naviga nel buio che l’io lirico porta sempre con sé, è «poesia fantasma» che lo attraversa, che solca mari e scava solchi nella carne. La sua presenza è insopprimibile, arroventa e avvinghia – figura balzante da un quadro di Théodore Géricault o di Arnold Böcklin – il prodigio della fusione tra poesia e arte figurativa, tra paesaggio lagunare (Venezia principalmente, alla quale non sono estranee le suggestioni di Sorgegondolen di Tranströmer e che Cortese era ritornato a dipingere di parole in una poesia scelta per Diramazioni urbane) e isolano (la nativa Lipari in cima a tutte le isole), tra impulsi esterni – le percezioni fortissime e senza sfumature ad attenuarne l’incidenza – e intime pulsioni.
Per dare la parola alla vertigine permanente, Davide Cortese fa ricorso a quella lingua «neo-barocca e neo-orfica» (Cohen) che da sempre contraddistingue la sua produzione poetica. Stavolta, tuttavia, è lo stesso autore a dichiararcene l’ascendenza, con l’esergo che riporta i versi di Dino Campana: «La mia bocca è un serpente che riposa./ Ma il mio cuore brucia di mistero.»; è con questa chiave di accesso, dunque, e con la disposizione ad affrontare l’effetto spiazzante e travolgente dell’enigma, che consiglio di esplorare Darkana di Davide Cortese, di navigare il suo buio e di fronteggiare la sua «bugia di luce nera». Se poi proprio non si può resistere al desiderio di arginarne la marea, imbrigliandola in categorie rassicuranti, si tengano a mente questi due versi di Cortese: «Provate, o illusi,/ a imbavagliare la tempesta.».

© Anna Maria Curci

***

Navighi nel mio buio
tacendo la canzone antica.
Remi nel mio sogno di te.
Fendi il mio mare segreto
nell’alba tragica dei miei occhi.
Tracci il periplo del mio volto
e indugi sulla mia bocca.
Ti sento tra le labbra
bruciare come nome proibito,
come una parola celata
che tutto avvelena del suo mistero. (altro…)

I poeti della domenica #206: Jorge Boccanera, da ‘Sordomuta’

 

Non è la musa cantora né l’uccello strillone
né il pupazzo parlante né la signora che detta.
È una Sordomuta
che ti mostra la lingua per una moneta soltanto.

La lingua è vuota.
La moneta dev’essere d’oro.

.
© Jorge Boccanera, in Sordomuta, trad. it. di Alessio Brandolini, Milano, Lietocolle, 2008

.

Poesia scelta dalla poeta Roberta Sireno.

#PoEstateSilva #30: Massimo Parolini, poesie da La via cava

tu ridammi soltanto
il momento presente
la nuvola d’oro
che piove l’istante

*


e rimane
in un groviglio di fatti
quotidiani, dentro i lacerti delle
miserie mondane
sulla materia che fascia la mano
l’eco della stanza cava
che oval_mente accoglie
(inanellando l’ora)
)os_curando la tenebra(
circonferenze morbide

* (altro…)

#PoEstateSilva #20: Vanna Carlucci, Involucri

PoEstate Silva #20: Vanna Carlucci, Involucri, Lietocolle.

*

Il silenzio è intorno
si fa rosso nello spazio molesto
dentro le palpebre

è un’immagine capovolta
una forma che sanguina
una ferita, un punto preciso di auscultazione
che mi fa eco sul cuscino per diventare cielo
o ammasso stellare ricucito sulla trapunta

io resto attenta, vigile nella vertigine bianca
nella caduta di tutti i corpi celesti
sul labbro che li conterrà

la gravità non conta – dico –
eppure la bocca cede e tutto l’ azzurro
è ora sangue per corpi che sognano ancora
e la parola scompare.

È fame, è notte che punge i polsi
spinge in avanti, sprofonda e ramifica il buio
tra la pelle, le ossa e questo inganno senza guida
dilatato nello stomaco

*

Pensare alla purezza e cadere
pensare alla caduta e riaversi
indietro o più in là, fuori, da tutto
dalla crosta.

Questo è un doppio che si sfila dai corpi
dalla truffa dei volti e dei gesti, dei moti
controllati del tempo (ed è muto) e
parlami della materia
della pelle morta che cade
della resurrezione del corpo che ha divelto i muri
dell’ombra che arde sopra tutte le superfici

e che è senza infissi,
questa emanazione che passa
da luogo a luogo
così brutale perché così vivo
questo risorgimento del latte versato
il sacrificio del bambino
tutto l’universo che luccica
senza scampo

(altro…)

#PoEstateSilva #12: Chiara Alessandra Piscitelli, Un bene Palindromo

PoEstate Silva #12: Chiara Alessandra Piscitelli, Un bene Palindromo, Lietocolle 2017

*

Più neri di fuliggine gli occhi,
più piccoli di luce gli zigomi
lo sconosciuto che divide con me il passo
non è più chi un tempo diceva ” Vai piano, non ti seguo” .
Ruba la mia ombra, non mi mostra la via.
Non di più vorrei, ma sempre,
in ogni buio essere la polvere che danza lenta l’aria,
non coprirti mai;
una sete sul fondo del bicchiere,
l’angolo bruciato di una mappa.
Non darmi geografie,
più di tutto vorrei sconosciuto il mondo.

*

Nella ruggine dell’alba guardavo in gola il mattino
vedevo camere esposte al sole
di qualche anno prima.
Il giorno era vissuto in corsa, un’attesa
delusa che non paventa il tempo.
Della tenerezza degli sciocchi era fatta la sera.
Ora, non forzando la memoria, non così
nemmeno al buio questa notte siamo uguali.

*

Il pendio dell’abbandono, una vertigine eterna.
Chi scala sale in punta di piedi,
risale le stesse vie, chi guarda sotto
si specchia nel dolore ma non conosce riflesso.
Il pendio dell’abbandono è un pendolo sicuro
tra un vuoto e un’aria che non vuole riempirlo
Sono io che mi prendo per mano –
“Non sono sola”.

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#PoEstateSilva #10: Jennifer Poli, da All’ombra del grembo

 

Limbo

Rinchiusa
nel limbo della mia memoria,
ore, mi insegnate l’assenza.
Cammino intorno a me
in cerchio
come la bestia
con la sua preda.
Sono il cervo
e il cacciatore
l’arma e la ferita.

*

Notte

Di notte
sono un arco che fai vibrare
con la tua voce,
freccia di fuoco
nel lago oscuro.

La tua voce strazia i sensi
di un dolore dolce
e insaziabile.

*

Resurrezione

Ritorna e riempi le mie mani
di mille orizzonti di fuoco.
Fammi risorgere come vergine delle acque,
cancella, con mano certa, tutto il mio terrore.
Lavami da ogni lordura e fammi bere
dal tuo puro calice d’amore.
Così rinascerò cerva forte,
e correrò nei boschi, colma d’oro.

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#PoEstateSilva #5: Angela Caccia, da Piccoli forse

 

dal ramo del giorno che – inavvertito –
si fa alto, il tuo sguardo viene a poggiarsi
sulle mie palpebre di sale fino

dietro, pupille agitate – lunghi
corridoi dove ti chiamo, dove
ti cerco e non ho voce udibile –

nascosto e vicino, un tuo fiato
mi dice del bene (allora io dormo,
torna placido l’involto sonno)

*

ha rami già curvi il salice dove inizia
a pesare la notte, e noi si camminava
allo zenit – senza ombre – lo spazio
ad issare un sole su ogni fiotto di pioggia

ad ovest la strada rimane pari ma
si allunga l’ombra, ora tasto il terreno
per non pestare i silenzi importanti
(ho imparato ad ascoltarne l’arrivo)

il cammino ha fianchi stancati, ti guardo
e non ha asola il demone del tempo
nei tuoi occhi (ringrazio Dio per lo sciame
di lucciole che ancora ci confonde)

ognuno a suo modo ha trattenuto in sé
la leggenda di una sfumata primavera

*

a te che a sera rientravi e d’inverno
avevi addosso l’odore del vento, tu
il gigante io lo scricciolo, e m’abbracciavi

e colmavi di pane la madia della mia fame
(non vi furono altre braccia che mi resero
mai così densamente regina)

* (altro…)

Opera in terra, di Alessandro Grippa

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Alessandro Grippa, Opera in terra, LietoColle/pordenonelegge, 2016, € 13,00

Alessandro Grippa ci saluta dal sipario di quest’opera con l’incisione di un nome, illustre, immenso: Michelangelo Merisi, un nome inciso nella geografia e nella storia di un territorio, Caravaggio, cittadina incastonata nella Bassa Bergamasca.
Grippa viene da lì e per salutarci sceglie d’inchiodare il nome di Caravaggio a Isacco: «orizzontali sulla carneficina», scrive, per parlare di noi. La sua è un’allusione all’orizzontalità della pianura, dove la vita del singolo si moltiplica nella moltitudine, l’individuale si accomuna in un solo destino, come di persone in una calca. Questo però, nelle intenzioni del poeta, sembra riverberarsi nella metafora di un solo corpo, esattamente in quell’esasperazione plastica del figlio di Abramo magistralmente dipinta dal Caravaggio nel 1603.
La percezione della visione è dunque per Alessandro dentro «questo sangue-Lombardia», un grumo comune dell’essere-e-sentire. Soltanto in questo sangue la sua percezione può compiersi, e solo «Rasoterra»: è un percorso poetico che si sviluppa con un’asciuttezza, un “volo basso” potremmo dire, a tratti invidiabile. Penso in particolare alle pagine 21-23 del Diario domestico, e soprattutto a queste immagini antiche e presenti: «Dove guardo è una casa di anni fa»; dove «rendere l’erba un’attesa»; dove «la casa è chiusa a chiave/ dalla neve». La casa, la casa, la casa. In questa geografia umana, dove la casa di uno è la casa di ognuno, ed è la terra, la sua poesia è anche un invito, rivelato peraltro da un’altra possibile lettura del titolo. Opera in terra, infatti, potrebbe apparire anche come un imperativo, ed ecco che quell’orizzontalità evocata all’inizio diverrebbe appunto un’esortazione a fare, osservare, trascrivere.
Percezione, poesia e pittura compongono dunque un nodo caro all’autore, come egli stesso un giorno ha avuto modo di scrivermi: «sento che convoco le piante, le bestie, lo faccio come si traccerebbe uno schizzo a matita o a carbone sul taccuino, o studiando i colori della natura con una tavolozza portatile… d’altronde, non posso fuggire dal mio percorso, dai miei studi, dalle mie attitudini».
In relazione a ciò, a pagina 73 troviamo un chiaro riferimento al poeta Giorgio Orelli. Ritroviamo il tutto il senso del suo rapporto con la natura e il suo occhio vivacemente coloristico, in questo testo, Le anitre, i germani (che rimanda a Il collo dell’anitra, una delle raccolta di Orelli). È una poesia che fa parte degli studi per una voliera, cui Alessandro si dedica con grazia e intensità, in modo direi quasi peculiare, pescando ancora una volta dalle radici profonde della propria formazione.
Allora non sfuggirà come questi di Grippa, per noi della Bassa, siano i “posti” potremmo dire “messi al riparo” dal tempo. Li troviamo all’inizio e alla fine del libro («Alcuni primi» e «Alcuni ultimi posti»), quasi fossero una cornice essenziale, irrinunciabile. Li introducono, rispettivamente, una citazione di Antonella Anedda, da una parte e, dall’altra, un frammento dell’amato Fortini, tratto da Ancora la posizione, poesia appartenente alla raccolta intitolata Questo muro. Si tratta di due versi davvero mirabili: «Questo tempo dell’anno è il mio riposo/ perché qualcosa mi inclina e consento».
In conclusione, tre poesie per intero, per mostrare quell’inclinazione verso il basso, verso la terra, che Alessandro Grippa consente a se stesso:


Primo posto (Anche il prato)

Anche il prato è un alfabeto di lavori.
Si entra poi nel giorno nel riposo.
Rasoterra le piante concludendosi
obbediscono a un destino o deiezioni.
Capiremo con un’altra intelligenza;
climatica, vigile.

Mi auguro di esserti prossimo.
Che anche il mio tempo trascorra da seme
a seme. So che è impossibile.
Dove non mi do pace l’estate
conclude. L’erba ritorna
a essere insieme al futuro.


La Gera (Apertura)

Quattro bulbi: nella loro logica il bosco.
Il freddo si frange; nel sentiero la salvia
è una pagina scritta qualunque sia il discorso.
Le mani hanno calato l’albicocco, queste mani
già morte che moriranno di nuovo.
Le impronte cresciute nel tempo e nella corteccia;
ora altri segni dischiusi, scambiati per sassi, radici,
parlano a noi con la nostra identica voce,
doppi e inferiori come una geografia.

 

Appunti su mio padre

Forse lo spazio di quella voce è alessandro, detto aspirando
fumo. Parola
per rito, scagliata al di là di un autunno: mio figlio, animale che
torni suono.

Alessandro Grippa (Treviglio, 1988) vive a Caravaggio, in provincia di Bergamo. Diplomato al biennio di Arti Visive all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel 2009 è tra i fondatori di Caravaggio Contemporanea, collettivo di artisti e curatori. È inoltre vicepresidente dell’Associazione GSI Lombardia Onlus, per la quale dal 2010 collabora come volontario a progetti di cooperazione tra Italia e Africa occidentale.

Cristiano Poletti

Futuro semplice (Ristampa)

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Futuro semplice – nuova ristampa 2016, per info qui: Lietocolle

 

*
RISPARMI

Io sto al sud proporzionalmente
appartenenza più che somiglianza
porto tracce degli umori, la durezza
-certi sguardi-

(ci allenavamo a sognare
davanti alla chiesa di San Giovanni
certi che Dio non sarebbe passato
ma questo ci ha reso tenaci
indossiamo una pazienza
non concessa altrove)

se non fai attenzione
nei miei occhi non vedrai le briciole
di una purezza conservata a stento
sotto strati di maglioni a fibra mista

dicono che non ho l’accento
particolare privo d’importanza
le parole tronche, questo conta
sono tutti i miei risparmi

(all’una tornavamo a casa
l’appuntamento per la partita
il pomeriggio di nuovo urla, risate
altri sogni).

*
STAGIONE DI CONCERTI

È un rarefarsi lento d’aria livida
un colpo battuto in terra di nessuno
questo sintomo di vento umido
che non scompone foglie
su noi non lascia traccia

non piove in segno di rispetto
in memoria di un’estate troppo breve
di nuotate in vasca corta

mentre è già stagione di concerti
di code ai botteghini.

*

RESTYLING

Di questi tempi è pieno di gru
la città si espande verso l’alto
da ottomila al metro quadro

(non ci sfioriamo, non ci parliamo
gli extracomunitari puzzano
la 90 prendila tu)

anche Marta va in analisi
non cena mai al cinese
“vai a sapere che ci mettono in quei fritti”

Milano sarà perfetta, in tempo per l’expo
piazza Duomo ripulita ancora più rettangolare
-via i piccioni, via i neri e i braccialetti-

stamattina ci siamo salutati
ti ho detto ciao, mi hai dato un bacio
io uno zaino, tu una borsa
io Londra, tu altrove
cos’ha Milano che non va?

*

EFFETTI PERSONALI

L’armadio a poco a poco
dall’alto in basso
camicie jeans pullover
(mi darai una mano)

i cassetti in fretta ma con cura
una parvenza di rigore
i libri, tutti quanti i cd

ieri ho mangiato uno yogurt
prima che scadesse
l’ultima comparsa delle chiavi
sul piano di lavoro là in cucina

i passi all’indietro per non voltarsi
come l’albero in giardino mesi fa
non abbiamo retto
la fine segnata ben prima della soglia.

*
© Gianni Montieri

 

Franca Alaimo, Traslochi. Nota di Narda Fattori

Franca Alaimo, Traslochi (LietoColle)Conosciamo Franca per le sue predilezioni nei confronti di una poesia che solleva lo sguardo dal proprio ombelico e spazia fra le interazioni emozionali ed esistenziali, un io (e un voi) che non segnala le differenze, al contrario, è inclusivo, pervasivo e che acquieta.
L’Alaimo predilige senza dubbio la poesia colta, articolata, centrata sulla pervasività degli eventi minuscoli che decidono la mano di vita che si va a giocare.
Pur essendo una poesia che rimbalza sul lastricato della memoria, non segue un filo di tipo mnestico, sincronico o diacronico: l’opera inizia con una poesia che ha per titolo lo stesso del libro, quasi a predire un nuovo diverso cominciamento; se tale cominciamento esiste, convive coll’esperito, si allaccia al già vissuto con tonalità diverse, forse, ma la parola conserva lo stesso spessore di splendida quotidianità lungo tutta l’opera e anche la liricità, molto sommessa e contenuta, abbraccia questa fedeltà e non alza mai i toni, non si appropria del sentimento e neppure si abbandona alla descrittività e alla narrazione.

Mi chiedo dove comincia il luogo,
lo zero della morte; mi sembra
di gridare senza suono di voce,
ma uno stridio di gomme sul selciato
mette in moto l’ardore del giorno,
ma ridona al tormento del corpo
ed alle trafitture addominali…

Così in questi versi cogliamo l’atteggiamento della poetessa davanti alla morte, che sicura s’affaccerà, ma ora la sarabanda quotidiana della metropoli abbandona l’individuo solo con i tormenti fisici che non affrancano quelli dell’anima.
Le poesie colgono piccoli quotidiani eventi perché noi siamo “dentro”: anche la gatta, in uno dei traslochi, non ama la nuova collocazione casalinga, ha perso le sue prospettive, il fascino dei tetti noti, dei terreni di campagna forieri di scorribande; il condominio è una centralina di casalinghe, di parole che sono state sedotte e non hanno più l’intatta dignità di chi le ha usate; si sta sgretolando un universo intero e non abbiamo nessun strumento per fermare la distruzione. Siamo dentro, appunto. (altro…)

Carmen Gallo, Appartamenti o stanze

Parigi, foto di gianni montieri

Parigi, foto di gianni montieri

Carmen Gallo, Appartamenti o stanze

*

I.
L’uomo ha accompagnato il vetro
lungo una linea gonfia e verticale
il sangue si è rappreso in fretta
sul braccio lasciato staccato
dall’asfalto incerto delle luci
le voci sul fondo della piazza
fatta più alta dagli alberi tagliati
la testa reclinata sotto il peso
degli occhi aperti, abbassati
a cercare il bicchiere più vicino.
L’uomo urla e piange sotto di noi
da quel fondo che abbatte coi denti
ha voglia di vedere subito il conto
della città che crepa intorno
e noi seduti a misurare i pozzi
e l’ambulanza troppo vicina ai tavoli
lui ci guarda e ci chiama
mostra lenta la recisione
quelli lo prendono e lo legano
tra fili nudi e trasparenti.

*

II.
Le persone intorno ai tavoli
sono andate ad abitare
uno spazio chiuso, laterale.
Parlano, si separano
occupano gli spazi tra i libri
e le sedie. Sono nel tempo
dove lui non è più. C’è una donna
con i capelli lunghi e neri. Dice
ai tavoli di spostarsi, di lasciare
libero lo spazio per chi vuole ballare.

*

III.
C’è una donna bianca che siede lì da dieci anni.
L’uomo con il vetro non l’ha mai visto.
Ha sentito la sua voce, ma la donna
non riconosce le lingue e i giorni.
Non chiedetele perché sia lì.
La donna ha un ricordo preciso, e uno solo.
Questo le basta perché ha molti fili
e non vuole essere legata altrove.
La donna non vuole nemmeno parlare con noi.

*

IV.
L’uomo ha ballato e sudato
per tutto il tempo della festa
ha squarciato l’aria densa
di una stanza affollata
ha mostrato i denti e i passi
ha risposto agli impulsi
cadendo piano all’indietro.
La musica è alta, e la voce non arriva
a spalancare la finestra. Tutti sentono
la mancanza dell’aria. Noi siamo in piedi
a sostenere il soffitto che è diventato
sempre più curvo e poi è caduto e ci ha raccolti
e siamo diventati pareti bianche
conchiglie con le bocche chiuse.

(altro…)