LiberAria

Elena Mearini, Strategia dell’addio

Elena Mearini, Strategia dell’addio, LiberAria 2017, € 10,00

 

Tu conosci gli inizi,
il prima del respiro e dei passi,
l’indietro delle mani e degli occhi,
sei la misura piccola
che mi ha fatta grande,
la mia tacca d’esordio
sopra il metro del mondo.
Io parto da te
per tenere il conto di me.

 

Una volta eravamo piccoli,
non importavano i numeri.
Lasciavamo i conti alla mamma,
le misure al papà,
peso e altezza alla vita.
Una volta eravamo piccoli,
non importava lo zero.
Valeva già mille il respiro.

 

Sei il binario che m’incastra il tacco,
in te io resto sperando
che non passi il tram.

 

Io non voglio
essere sbrigata come una faccenda piccola,
un affare da chiudere veloce,
nel poco tempo già finito.
Io non voglio essere svolta e tolta
con la crocetta rossa sull’agenda,
compiuta e cancellata
con la mano sotto l’acqua.
Sono la cosa che va seguita,
il progetto grande
della tua vita.

 

Abbiamo maniere diverse,
di registrare l’identità della vita.
Tu resti fermo a dati e generalità,
io proseguo
fino ai segni particolari.

 

Ci riconosciamo dai crolli,
la stessa parte che manca,
lo stesso muro che cede,
quella polvere che s’alza a prendere te
e prende anche me.
Sono le comuni demolizioni,
a renderci affini.

 

Si vede che non sei abituato a leggere
e nemmeno sai come si fa.
Tu vorresti subito il finale,
il punto che libera e risolleva gli occhi.
Ma io non sono diversa da una storia scritta,
devi prima cominciarmi
se vuoi concludermi.

 

So che sei lontano,
e per raggiungerti dovrei
saltare sopra un treno,
eppure a volte m’illudo
di averti nella bocca,
di tenerti nella mano,
proprio come
mi succede
con la città di Napoli
quando mangio la pizza
per le strade di Milano.

 

Ho imparato dal cane,
a fiutare gli odori più estranei alle terra,
le tracce ignote anche all’aria.
So dove passa l’abbandono,
da quale porta esce l’assenza,
il vicolo in cui
il vuoto svolta.
Ogni giorno io
seguo la mancanza
per non perdere te.
Ho imparato dal cane.

 

© Elena Mearini

Alessandro Raveggi, Il grande regno dell’emergenza

ravAlessandro Raveggi, Il grande regno dell’emergenza, LiberAria, 2016 € 10,00, ebook € 4,99

recensione di Martino Baldi

*

Comincia sotto il segno di un inquietante mascheramento Il grande regno dell’emergenza.

Per rispettare le sue ultime volontà, tre figli partecipano al funerale del padre indossando delle maschere con sembianze di animali, mentre un quarto fratello partecipa da lontano intrecciando una fitta corrispondenza con uno dei tre, il narratore. L’espediente permette di raccontare con efficacia e senza retorica il delicato equilibrio di relazioni familiari e reciproci rapporti di potere che di fatto costituisce l’universo dei protagonisti, definendoli in relazione alla figura paterna e tra di loro. Basterebbe questo primo racconto, I nostri oggetti paterni, che presta anche l’iconografia alle illustrazioni di copertina, per rendere conto delle particolari qualità della scrittura di  Raveggi, che riunisce in questo volume una decina di prose scritte tra il 2009 e il 2015 e già perlopiù disperse tra riviste, quotidiani e antologie. Colpisce infatti, data la frammentarietà delle occasioni da cui i diversi racconti sono originati, la compattezza della raccolta, caratterizzata da una coerenza stilistica e da una esemplare chiarezza e pervicacia nelle scelte di “poetica”, a partire dal tema della catastrofe, che era al centro anche del precedente romanzo Nella vasca dei terribili piranha (Effigie, 2012).

Una catastrofe a cui ci sentiamo vicini in ogni pagina del libro, grazie a una particolare qualità di perturbamento abilmente inscritta nello sguardo del narratore. La modalità in cui si guardano e si nominano le cose in questo libro sembra infatti perlopiù funzionare come una sorta di straniamento rovesciato. Se lo straniamento è una tecnica narrativa assimilabile a una vista “da fuori”, per cui  un comportamento, osservato senza empatia e da un punto di vista esterno, assume sensi inediti, alienanti e perturbanti, in Raveggi invece il perturbamento viene generato da uno sguardo da vicino, da vicinissimo, spesso da dentro; uno sguardo talmente vicino che spesso ci restituisce l’inquietudine di una realtà fatta di parti senza un tutto. La materia del racconto è spesso distesa secondo una consequenzialità inattesa, una trama delle cose intrecciata su un ordito assai spesso analogico più che logico. A volte la sensazione di spaesamento è affidata a piccoli spostamenti che inclinano il racconto verso toni surreali o umoristici, a volte a elementi derazionalizzanti, come l’espediente delle maschere:

Come se le maschere corrispondessero a un senso recondito da scoprire. Ma solo vedendosi da fuori, facendosi vedere dai propri fratelli e sorelle. Forma impensabile di lasciarsi vedere, ora, coi tre fratelli dispersi nell’Artide delle relazioni.

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