Lhasa De Sela

1978

di Domenico Caringella

1978

Gli chiese di aprire le tende e spalancare le finestre. Voleva la luce. Sempre. La inseguiva. Doveva, voleva vedere, capire. Le notti le chiamava buio, e le mattine la illuminavano. Così, fecero l’amore in silenzio sul letto dei genitori di Ramon, inondato di sole, con le voci sguaiate del barrio che si arrampicavano sulla ringhiera del balcone e si affacciavano nella stanza.
Ramon. Avevano camminato in parallelo senza mai toccarsi, per più di dieci anni. Fino a quella mattina assolata e rumorosa in cui erano crollate le difese, svanito l’arrocco. La foto sul comodino – la barba perfetta e la divisa dell’uomo che teneva in braccio Ramon bambino, la piccola scritta “Buenos Aires 1978” stampigliata in basso a sinistra, il poster di Kempes, sullo sfondo che correva nel verde e nell’arancione dopo il gol della gioia che nascondeva l’orrore e le torture – risucchiò la luce del giorno in un buco e le tolse il fiato.
In un attimo, uno solo, ripensò alle grida che talvolta le rimbombavano senza preavviso nella testa; capì, ricordò, che forse sua madre era quella donna dai capelli corvini, colorata di sangue, che la guardava, legata ad una sedia, da una porta socchiusa e che aveva colonizzato i sogni di molte delle sue notti; riconobbe l’uomo della fotografia che si allontanava dalla sedia e chiudeva quella porta, come il ragazzino che correva nel corridoio e che le aveva chiesto di giocare a nascondino nell’appartamento accanto. Aveva una piccola cicactrice a forma di mezza luna sulla guancia sinistra quel bambino, la stessa di chi ora le stava respirando addosso. Rise per non piangere.

Rifacciamolo Ramòn. Ti prego amore mio – disse allegramente

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titoli di coda: play & listen

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