letture

Augusto Benemeglio, Amori molesti. Recensione di Pasquale Vitagliano

Augusto Benemeglio, Amori molesti, Il seme bianco, 2017

 

Augusto Benemeglio è un raffinato “cantastorie”. Leggiamo dalla quarta di copertina che questo suo lavoro è scritto «come una sorta di spartito musicale, […] una musica suonata con sensibilità ed ironia […]». La musica, in effetti, è presente molto nelle storie amorose che egli ha narrato. Il libro, per giunta, si apre con la coppia Chopin-George Sand. L’amore è la musica. Forse per questo, raggiunto il punto più estremo della sublimazione, non possono più suonare insieme, l’uno esclude l’altra. «Sono ormai sette anni che, con lui, il poeta della musica, il genio del pianoforte, che fa tutti vibrare, per me non vibra più nulla», confessa George Sand al poeta tedesco Heinrich Heine.
Ecco che, all’opposto, per Giacomo Puccini non c’è una “coppia” ma il repertorio delle sue donne, quelle reali e quelle delle sue opere. Fratello di cinque sorelle, è cresciuto fra le donne che costellano e fondano, come un Fellini del Melodramma, l’intera sua architettura immaginaria. Volgarmente è passato alle cronache come un “puttaniere”, eppure, scrive l’autore, «tutte le sue donne saranno, come lui, vulnerabili e insicure, malate di solitudine e malinconia, malate d’amore.» Su un campo diverso, ma non troppo (se pensiamo alla passione che muove all’azione), quale la politica, anche per Antonio Gramsci non c’è una sola donna. La differenza con Puccini è che in questo caso le donne sono unicamente reali. E non costruiscono un universo romantico, compongono invece, non si sa quanto inconsapevolmente, la tela di ragno dentro la quale la Storia ha fatto cadere il fondatore del Pci e dell’Ordine Nuovo. Le donne, ancora tre sorelle, sono le sue uniche consolatrici ma anche, chissà, le sue carnefici, esse stesse vittime e colpevoli di un groviglio ancora oggi inestricabile.
Benemeglio è più narratore che musicista virtuale. Personalmente, questi suoi splendidi ritratti “amorosi”, dettagliati e precisi come saggi, eppure, allo stesso tempo, perfettamente “inutili” in quanto sufficienti a sé stessi nella loro bellezza letteraria, mi hanno fatto pensare a come egli stesso definisce Cechov, il quale, «con la sua magica stecca da biliardo, tocca i suoi personaggi-biglie, li fa rotolare e, zac!, li manda in buca, uno dopo l’altro, con una perfetta carambola, tra un sorriso ironico e un gesto di pietà», contemplato e ammirato da Olga Knipper, che il drammaturgo sposa malgrado «il suo terrore per gli sposalizi.» Anche Benemeglio gioca a biliardo con i suoi personaggi, anche se, trattandosi di coppie, ha dovuto giocare di sponda. (altro…)

Plinio Perilli, Il cuore animale. Lettura di Paolo Carlucci

Plinio Perilli, Il cuore animale, Empiria, Roma, 2016, pp. 216, € 20,00

 

GRAFFIO DI VERITÀ

I versi vissuti di Alfredo de Palchi
etici ed anarchici, caudati
d’Espressionismo e Inconscio …
romanzati ne Il Cuore Animale,
appassionato saggio di Plinio Perilli

Profondo che risale, la Storia al nero è nelle corde della poesia-vita di Alfredo de Palchi, sin dall’opera d’esordio, La buia danza di scorpione (1947-51, ma edita solo nel ’93).

Si decentra la notte sul muro si decentra
michelangiolesca
la lesione dell’occhio

la cella  costringe  silenzio
si spacca  il silenzio alle sbarre il trauma
è combustione

io
groviglio di piedi e mani
prevenendomi
farnetico perfezione

urlo al muro il muro
assorbe  da me l’eco risponde
alla sagoma straniera.

Versi che evocano dolore e ansia di verità, senza infingimenti letterari. Il luogo cui si allude è il penitenziario di Procida, dove furono concepiti, nell’immediato dopoguerra, dal poeta ragazzo, detenuto per un delitto non realmente commesso da lui, ma consumato nel clima furente e funesto di quella guerra civile, che fu l’inizio dell’Italia repubblicana. Alfredo de Palchi racconta in versi, con disperata forza etica, l’avventura di sé: uomo reale, stralunato nella follia della Storia. Le sorti di un nuovo e autentico processo kafkiano sono alla base di uno stile espressionista assolutamente suo, radicale ed esistenziale.
Un cupo, fiero Es che si fa scrittura. In lui, un cadenzato furore di vita azzera nichilisticamente il conformismo d’ogni illusione, che non sgorghi potente e nuova dalla franchezza dell’Esserci. Questo ed altri nodi scioglie, indagandoli con perizia psicologica e finezza critica, l’appassionato saggio di Plinio Perilli, il cuore animale, attraverso un ampio ventaglio di  testi e altri sospiri letterari, e non solo, al sapor dell’assenzio, che negli anni hanno scandito scritture travagliate, e lente, complesse  vicende  di riproposizioni  editoriali dell’opera.
I meriti di questa biografia in progress sono molteplici. I vari capitoli della prima sezione sono in genere intitolati con versi e rimandi diretti all’opera di De Palchi: in particolare penso a lo straniero De Palchi, in cui si vede un’estraneità forte, assolutamente biografica e vissuta al di fuori di letture o paludamenti filosofici di marca francese. Insomma De Palchi è straniero a tutti, a partire da se medesimo: ma non è un étranger sulla linea del rien; anzi, all’epoca, Sartre o Camus sono quasi sconosciuti al rustico poeta italo americano, futuro autore di Foemina tellus, uno dei suoi testi più intensi e vorticosi di vita: «non guardiamo indietro/ indovinare cosa si è abbandonare / non lo sapremo mai». (altro…)

Erika Bianchi, Il contrario delle lucertole

Erika Bianchi, Il contrario delle lucertole, Giunti 2017, euro 16,00

Parto da una considerazione lontana.
Io sono sempre assai arrabbiata quando, e capita spesso, uno dei miei alunni si lascia scappare il finale di un libro o di una saga che in qualche modo riguarda o può riguardare i suoi compagni di classe. Il mostro dello spoiler, che abbiamo imparato a temere nella febbrile ricerca di un episodio ancora non doppiato della nostra serie televisiva oppure, i più raffinati di noi, nella tentazione di andare a spulciare la parola conclusiva di un libro temendo che sia la parola fatale. Ma come, protesta a quel punto il mio alunno: non conosciamo il finale de I promessi sposi e lo leggiamo comunque? Non sappiamo che alla fine della sua prima tappa Dante uscirà a riveder le stelle?
C’è una realtà, a quel punto, che non possiedo gli strumenti per spiegare: qualcosa che fa sì che il danno non sia paragonabile al finale rivelato di Assassinio sull’Orient Express ma che comunque sposta gli equilibri, modifica le percezioni, chiede che l’attenzione si tenga desta in una maniera che prescinde dalla volontà di farsi trascinare dal racconto, di sapere cosa accade.
Non tutti i libri, ecco cosa vorrei dire, sono calibrati per questo.
Tutto ciò per dire: Il contrario delle lucertole (Erika Bianchi, Giunti 2017) è perfettamente calibrato per questo, e ci riesce con maestria. (altro…)

Grazia Deledda, Dopo il divorzio

G. Deledda, Dopo il divorzio, Studio Garamond, euro 14,50

Dopo il divorzio esce per i tipi di Roux e Viarengo nel 1902. In quel momento, nell’Italia unita, si affronta per la prima volta in maniera tangibile la possibilità di una legge sul divorzio. Si erano già avute proposte (da parte dei deputati Morelli e Villa) intorno al 1880, ma è nel 1902 che il governo Zanardelli presenta un disegno di legge, poi affossato con 400 voti contrari e 13 favorevoli. Il disegno prevede la possibilità per una coppia di separarsi in caso di sevizie, adulterio, reclusione di uno dei coniugi (com’è il caso di questo libro) e altri reati. Le frange cattoliche si scagliano contro quelle liberali. Grazia Deledda, in quel momento a Roma, capta il dibattito tanto acceso e lo mutua in letteratura, sfiorando in maniera tangenziale l’adesione a questo o quel versante ideologico ma mettendo in scena nella piccola Orlei, cittadina sarda, l’accoglienza che questa novità ha nelle dinamiche sociali e nell’intimo degli uomini: possibilità e desiderio, legalità e peccato, sono parole di massima occorrenza e perni psicologici della narrazione.
Ora Dopo il divorzio esce di nuovo, seguendo filologicamente l’edizione del 1902. Il testo originale ha infatti una corposa storia a valle: nel 1905 la traduzione inglese vedrà, su suggerimento dell’editore newyorkese, un happy end, e un’altra stampa del 1920 vorrà piccoli rimaneggiamenti in base alla legislazione dell’epoca. Eppure non è solo sulla base di un dibattito su una legge che si impernia la vicenda di Giovanna e Costantino. Renato Marvaso, che ne cura l’introduzione, mette in luce i richiami cristologici dell’opera, a partire dal suo esergo, tratto da Luca, XVIII, 34: E dopo che lo avranno flagellato lo uccideranno… Ed essi nulla compresero di tutto questo. Il vero tema, rileva Marvaso, è quello del martirio, e basta seguire la sua ottima introduzione per guardare il romanzo ottimamente sotto questa luce. (altro…)

Martingala #7: Il paese del sole

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fotografia di Giulia Amato

Questa terrazza ha visto nascere le migliori pagine cui io abbia mai dato fuoco.

Mia sorella telefona per chiedermi una mano col trasloco.
Il che è un modo sottile di intimarmi di tornare a prendere la scorta iniqua di libri che ho lasciato, nei mesi, nella casa napoletana in cui ho abitato prima di lei. Adesso che deve sgomberarla non vede alcun motivo per fare tutto il lavoro da sola.
Allora mi preparo. Ho provato, davvero, a immaginare Napoli nella forma della sirena che le ha dato il nome, ma ogni volta la linea del suo golfo, i suoi costoni, l’odore del suo tufo, mi riportano l’immagine di un adolescente sacro e capriccioso. Un cacciatore greco, adorato dagli dèi e morto in una di quelle maniere rocambolesche e macabre che agli dèi piace inventare per far morire i ragazzini che hanno adorato. Così guardo Roma, la magnifica signora, e la saluto per cedere al richiamo del ragazzo scuro. Né la signora né l’efebo sembrano troppo colpiti dalla mia decisione. L’unilateralità è una delle costanti dei miei slanci emotivi più sentiti. (altro…)

I poeti della domenica #144: Adam Zagajewski, I miei maestri

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I miei maestri non sono infallibili.
Non sono come Goethe che solo quando
in lontananza piangono i vulcani
non riesce a prender sonno, né Orazio
che scrive nella lingua degli dèi
e dei chierichetti. I miei maestri
mi chiedono consiglio. Avvolti
da morbidi cappotti gettati in fretta
sopra i sogni, all’alba, mentre un vento
freddo interroga gli uccelli, i miei
maestri parlano sussurrando.
Sento che la loro voce trema.

© Adam Zagajewski, da Dalla vita degli oggetti, poesie 1983-2005, a cura di Krystyna Jaworska, Adelphi 2012.

I poeti della domenica #120: Yosano Akiko, ‘Ho avvertito, chissà perché’

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Ho avvertito. chissà perché
che tu m’aspettavi
e sono uscita – La notte
improvvisa sbucò la luna
su campi fioriti.

*

Nani-to-naku
Kimi ni mataruru
Kokochi shite
Ideshi hana no noo
Yūzukuyo kana

*

Yosano Akiko, da Midaregami. Traduzione di Mario Riccò da Il muschio e la rugiada, antologia di poesia giapponese, BUR 1996.

I poeti della domenica #119: Yosano Akiko, ‘Se qui adesso’

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Se qui adesso
ripenso al percorso
della mia passione –
somigliavo a un cieco
senza paura del buio.

*

Ima koko ni
Kaerimi sureba
Waga nasake
Yami o osorenu
Meshii ni nitari

*

Yosano Akiko, da Midaregami. Traduzione di Mario Riccò da Il muschio e la rugiada, antologia di poesia giapponese, BUR 1996.

Giovanni Parrini, “Valichi”: una nota di lettura

Giovanni Parrini, Valichi, Moretti&Vitali 2015, euro 12

Giovanni Parrini, Valichi, Moretti&Vitali, 2015, € 12,00

 

Alla voce Valico, l’enciclopedia Treccani recita: «Depressione dei contrafforti montuosi attraverso i quali passano vie di grande comunicazione». La mia memoria invece mi riporta un valico in particolare che attraversavo spesso in macchina da bambina, un passo tra i Monti Lattari che diventa trivio prima di ridiscendere a fondovalle, e che risalito dalla strada costiera presenta all’improvviso, quando la pendenza riprende, la sagoma del Vesuvio sdraiata sulle case dell’Agro e, in lontananza, il mare. Quando mi capitava di attraversarlo di mattina presto, accoccolata nel mio sedile di passeggero, aspettavo con emozione il giro della curva per essere schiaffeggiata dal contorno della montagna grigia sulle strisce di luce elettrica delle città.
Dico tutto questo perché le poesie di Giovanni Parrini, e specialmente alcune distribuite con controllata cadenza nella sua raccolta Valichi (Moretti&Vitali 2015, premio Giuria Viareggio 2015 e premio Pisa 2015) creano la stessa sensazione di trabalzo di una strada che si apre su un panorama inaspettato che è, nell’economia del viaggio, ragione più fondamentale di ogni partenza e arrivo.
Valichi è un libro dall’accurato percorso: due sonetti aprono altrettante sezioni, il sentiero si svolge in un paesaggio vicino all’immaginario tutto moderno del cantiere, del ritorno a casa dal lavoro, della camminata tra il supermercato e la città, dei giri di chiave alla porta; è una dimensione di lamiere e neon, alberi e ruspe dove i dettagli aprono spaccature di tempo e meditazione, «quanto basta a sentire in questa poca esistenza l’infinito di un’altra». (altro…)

Cinema e letteratura: breve storia di un lungo amore #2

Quella che segue è la seconda parte di un saggio breve di Gianluca Wayne Palazzo sui legami tra letteratura e cinemaCi siamo interrotti, ieri, alle soglie degli anni ’50. Buona lettura con la seconda parte.

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Il periodo che seguì, dai primi anni Cinquanta alla metà degli anni Settanta, rappresenta probabilmente l’apice, non solo artistico, del nostro cinema. I più importanti narratori italiani vi si dedicarono attivamente, in veste di scrittori e critici, e si affermò in via definitiva la figura dello sceneggiatore professionista, capace di fare col proprio talento le fortune di un film.
In particolare a partire dal 1960 cominciò un’era nuova, una fase di maturazione espressiva che affrancò la nostra cinematografia da ogni modello precedente per quanto concerneva il parlato, e che procedeva di pari passo con la trasformazione linguistica che stava coinvolgendo il paese. Si produsse un intreccio di biografie, dovuto alla collaborazione di scrittori diversi al medesimo film, con incontri e scontri, amicizie, dibattiti, scambi di esperienze. Attorno ai tavoli di sceneggiatura si venne radunando una fitta schiera di lettera­ti ai quali il cinema chiedeva una capacità non convenzionale di esplorazione e scavo, di soluzioni narrative e personaggi alternativi a quelli forniti dallo schematismo produttivo cinematografico. E i film del periodo dimostrarono di poter riprodurre le complessità e la modernità della letteratura contemporanea senza necessariamente ricorrere all’adattamento. (altro…)

Cinema e letteratura: breve storia di un lungo amore #1

Quella che segue è la prima parte di un saggio breve di Gianluca Wayne Palazzo sui legami tra il cinema e la letteraturaCi interromperemo, oggi, alle soglie degli anni ’50; vi aspettiamo domani qui, alla stessa ora, per un’analisi fino agli anni ’60. Buona lettura.

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Il cinema è l’ultima grande forma d’arte che l’umanità abbia dato alla luce. La sua comparsa sul palcoscenico del mondo ha avuto un impatto senza precedenti nell’immaginario collettivo, certamente mai avvicinato nel secolo abbondante trascorso da allora. Nemmeno l’avvento dell’elettronica e del web è paragonabile all’urto che i film – le immagini in movimento – provocarono nel panorama culturale dell’epoca, approfittando della crisi delle strutture narrative del romanzo e del racconto, terremotate dalle avanguardie artistiche di inizio Novecento.
Ma la storia del cinema è anche la storia di un rapporto ininterrotto con le strutture letterarie che lo hanno preceduto, persino con quelle forme meno blasonate di intrattenimento – fumetto, musica pop, riviste scandalistiche e “dime novels” – alle quali generalmente veniva rifiutata la qualifica di arte.
Anche una breve ricognizione delle relazioni fra gli intellettuali italiani e il nuovo mezzo espressivo mostrerà dunque un processo di adattamento darwiniano, che parte dalla totale subordinazione culturale del film al romanzo, passa per una fruttuosa serie di interferenze reciproche, e giunge al contesto odierno, in cui la narrazione per immagini domina quale specie incontrastata. Ed è grazie a questo processo di selezione naturale che i narratori contemporanei, cresciuti in un reticolo mediale composito – fra tastiere, homevideo, web e serialità televisiva – possono saldare quel debito pregresso che il cinema aveva accumulato nei confronti della letteratura. (altro…)

“La signora dei pavoni”, Giovanna Amato

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Sette racconti. Tre fiabe.
Un estratto qui sotto.
Per altre info, qui.

 

Il ramo ha preso l’osso

Anita sfiorò il battente della porta e il tocco del ferro le corse, sapido e freddo, alla bocca. Le era successo qualcosa di simile, ricordava, da bambina, quando la scarlattina l’aveva tenuta in casa per giorni e rinchiusa per mesi in una bolla senza olfatto e sapore. Si era ripresa lentamente, rimettendosi in piedi ogni giorno più salda, finché all’improvviso il mondo era tornato a comunicare con lei; ma sempre, da allora, le era rimasto lo spavento velenoso di non saper riordinare nella giusta direzione tutto il fuori che premeva sul suo corpo.
Bussò, e intanto osservò i campi intorno. Né l’armistizio né l’occupazione e nemmeno i bombardamenti di cui aveva saputo da così lontano erano riusciti a cambiare la masseria e i suoi terreni. Sembrava che ogni notizia che l’avesse raggiunta oltre l’Oceano fosse stata una catastrofica bugia. Non c’era una sola zolla sollevata o un solo sasso fuori posto di quelli che era abituata a scansare, da bambina, anche al buio. Bussò, e Gianni aprì.
Anita avrebbe voluto sorridere per i suoi pantaloni, vecchi senza essere stati usati e così troppo alti sulla pancia, e per la camicia bianca ben infilata nella cintura come in attesa di un panciotto. Avrebbe voluto ma non sorrise, perché sentì una stoccata sorda attraversarle l’addome. Lui aveva i capelli arruffati e un velo di barba sottile come sabbia, un fianco più alto dell’altro come i Sebastiani delle chiese, come chi si ferma sotto il sole mentre miete. Anita sentì gli occhi farsi di velluto come quando lo fissava da ragazzina, quando rallentava i battiti per fermarlo sotto le palpebre. Li chiuse.
«Voi siete?», disse lui.
Anita non voleva farsi riconoscere. O meglio, voleva che a riconoscerla fosse lui, nonostante il biondo quasi cenere di chi non si asciuga più i capelli al sole, il corpo più stretto di adulta, la voce calma. Così parlò senza rispondere.
«Non il voi, per favore. Eravamo amici, da ragazzi.»
«Non me lo ricordo.»
«Allora il cognome su questa porta è sbagliato?»
Anita inclinò la testa e gli sorrise. Conosco i tuoi occhi di rovere scuro, pensa, e quanto hai lunghe le ciglia; da ragazzo non potevi soffrire il tuo mento appuntito e rotondo, e mi schivavi le dita quando ne accarezzavo la curva; devono averti rotto il naso, in questi anni, ed è dolce il modo in cui la linea si piega; saprei dove alzarti la camicia per sfiorare il segno bianco di quando, da piccolo, sei caduto dall’albero di fico e il ramo ha preso l’osso; ho portato la trottola.
«No, è giusto, ma non siamo stati amici.»
«Perché ne siete sicuro?»
«Perché non ho avuto amiche donne.»
Lei si spazientì e strinse le mani.
«Ascolta, per favore. So che sei sposato, e non hai bisogno di essere gentile, o di cacciarmi. Torno solo per restituirti una cosa. Mi è stata cara mentre ero via, non so cos’avrei fatto con te da questa parte dell’oceano, dentro la guerra, sotto le bombe, senza tendere la corda e lasciarla girare – è finita, adesso, e credevo fosse giusto restituirtela.»
Armeggiò con le dita nella borsa, si chiese per quale motivo non aveva sistemato la trottola in una tasca isolata, perché adesso avrebbe dovuto frugare con la testa china mentre un’ombra di donna già attraversava, in lontananza, la sagoma della porta, e l’uomo si ostinava a stare zitto con una mano ferma sul fianco.
Anita sentì la punta della trottola sotto le dita e la cavò fuori dalla borsa. Gliela porse con entrambe le mani, e l’uomo la guardò.
«Non è mia.»
“Oh, questo segno bianco,non è nulla, il ramo ha preso l’osso”, dicevi, “e ha squarciato la pelle, ma se mi avesse preso appena un po’ più in alto…”, e lanciavi la testa all’indietro, sistemavi i capelli senza usare le mani. “Una signora ricca che parlava con mio padre mi ha visto piangere e mi ha dato una trottola.” Me l’avresti regalata sotto il fico, poco prima di partire per la guerra, poco prima che io attraversassi l’oceano.
«Perché fai così?»
«Sentite, che state cercando? Volete un bicchiere di latte? Dico a mia moglie…»
«Non ti permetto di umiliarmi, non ho bisogno di nessun latte. Tu non hai idea di cosa ho fatto durante questa guerra…»
«Io non so di quale guerra…»
Si sentì un urlo, e i due si voltarono verso l’angolo della casa. Dal campo appena dietro spuntò, mentre la madre usciva di corsa dalla cucina, un bimbo dai capelli lunghi e spiegazzati, una camicia bianca infilata nei pantaloni su cui si allargava una macchia di sangue e terra. Trottava incespicando, tenendosi la mano sul fianco, e singhiozzava tutto agitato.
La madre lanciò uno strillo e gli tolse la camicia, mentre il padre si inginocchiò a guardare il taglio che dal bacino si slabbrava, dolcemente, risalendo verso le costole.
A braccia larghe, il bambino fissò la donna, esposto come un crocifisso e sempre più calmo e concentrato nella comprensione del suo dolore. Anita strinse le labbra e gli porse il giocattolo.
«Tranquillo, ha preso l’osso. Non ti sei fatto niente, sei solo spaventato. Tieni, guarda, una trottola. È per te.»

© Giovanna Amato

Oggi presso la casa editrice Empirìa, via Baccina 79 Roma, ore 18:30

INCONTRO CON L’AUTRICE

Presentazione di Anna Maria Curci – Letture di Enoch Marrella