letture

Variazioni bianche #6: bianco

All’inizio si dà retta alla vulgata e si pensa che il colore più angosciante sia il nero.
Poi qualcosa fa vacillare la certezza. La morte dietro la maschera è rossa. Il re, con il suo libro che uccide alla prima lettura, è giallo. La nube liberata dal ghiaccio antartico che uccide la razza umana al suo passaggio è purpurea. Il colore che viene dallo spazio ha dal tremendo suo di essere tuttora sconosciuto.
Poi si smette di avere dubbi. Si smette più o meno a livello di Gordon Pym, al suo arrivo nell’incredibile bianco mozzafiato.
Moby Dick è bianco, come il lutto orientale. Alla sua bianchezza è dedicato un intero capitolo. Chiarisce come il panico possa arrivare da un eccesso di grazia. Il tocco angelico come frizione insopportabile, la purezza come motivo di paura.
Sono bianchi i denti, uniche ossa scoperte del nostro corpo. Bianchi i tasti del pianoforte, e la sindrome della pagina eponima, che non ho mai vissuto per la determinazione a sedermi al computer non un attimo prima che quello che ho da scrivere mi esca dalle mani. Sono bianchi, troppo, i muri del mio bilocale, dipinti con le mie mani poco prima di trasferirmi in una tre giorni di intossicazione da allegria, e non c’è fotografia o quadretto che riesca a distrarne il lucore, che traspare da ogni singola striscia con una sfrontatezza ospedaliera.
Mia sorella ha sempre voluto un gatto bianco, perché la mettesse in soggezione, diceva. È bello avere qualcosa per cui provare ossequio. Per assoluto caso è arrivato Artù, fortunello di due settimane abbandonato dalla madre, tutto preso a starnutire e ad aderire al nostro collo con tutto il corpo. Finché era piccolo una sua zia romana lo chiamava “la palletta”; ora è oblungo come una faina. Artù chiacchiera e risponde al suo nome con variegati cinguettii. Artù è un ossesso, e dimostra un incontenibile affetto, correndo ad accogliere alla porta o mordicchiando le mani con un accenno di scodinzolio canino. Eppure ci sono dei momenti in cui Artù è poco lontano, acciambellato sulla sedia sotto il riverbero del televisore, la faccia premuta nelle zampe come se pensasse a qualcosa, e in quei momenti Artù è altro, Artù è altrove, e questo avviene sicuramente perché è bianco.
Non dormo bene, d’estate. Qualcosa del chiasso notturno e della stanza torrida mi tiene sveglia, avviluppata nell’ansia. Un attimo prima sono tutta presa a sentirmi il cuore nel cuscino, un attimo dopo mi ritrovo a metà della notte, improvvisamente sveglia dopo un sonno da stanchezza, chiedendomi quando mi sono addormentata. Mi piace alzarmi, allora. Andare a prendere un bicchiere d’acqua o uscire in balcone. Mi piace perché non ho più ansia, e sono padrona del tempo e dello spazio.
Artù mi aspetta sempre dietro una porta. Tende un agguato alle mie caviglie, saltando su due zampe, e quasi mi fa caracollare. Se fossi ancora spaventata sarebbe un problema; invece mi fa grande tenerezza. Agguanta le caviglie poi scorre via, prendendo l’infilata del corridoio.
Come Moby Dick, posto che lui si prenda la briga di fare agguati anziché limitarsi a scrollarseli di dosso quando li riceve. Quello stesso modo di essere per noi il più dilatato punto sulla retta, mentre non siamo per lui che il breve segmento della sua corsa pazza.

© Giovanna Amato

Variazioni bianche #5: testa da ponte

(tutte le citazioni da Moby Dick traduzione Cesare Pavese, Adelphi 1987)

«Ora, siccome l’occupazione di stare sulle teste d’albero a terra e in mare è molto antica e interessante, diffondiamoci qui un tantino.»
C’è in questo romanzo di vertiginose profondità marine qualche brusca virata in altezza, che contribuisce allo stordimento. Non basta rollare e beccheggiare, leggendo Moby Dick. Bisogna seguire creature colossali in fondo all’abisso e alzare la faccia vesto la testa d’albero della vedetta, da dove si ha il compito di osservare, fino all’ultimo istante dell’ingresso in porto, qualche balena da cacciare.
Ma la più alta delle altezze, da cui si rischia di fracassarsi le ossa cadendo, sono i monologhi di Achab. Preso l’abbrivio di una di queste letture, basta staccare gli occhi dal foglio per sentire la terra mancare sotto il piede.
Sono a Napoli. Ho ventiquattro, venticinque anni e per un anno vivo qui. È la prima volta che leggo Moby Dick: ogni tanto mi prende la frenesia di comprare libri enormi, I Miserabili è ancora lì che aspetta nonostante io giuri di amare Hugo sopra ogni cosa (c’è Notre-Dame, dico io, c’è Novantatré). Quindi ho questo libro enorme e un’estate torrida napoletana, e vorrei incontrare di persona chi dice che le stagioni a Napoli sono miti, ho appena finito un post laurea alla Federico II e ho consegnato la mia tesi, non mi resta che fare avanti e indietro per la sirena Partenope, ogni tanto mi schianto sulla sedia di un bar e tiro fuori questo chilometrico libro. (altro…)

Variazioni bianche #4: Direzioni

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

 

«Tutto, tutto ciò che so lo so perché amo», diceva probabilmente Tolstoij, dove la probabilità è nel fatto che ho trovato la frase su internet e non mi sale alla memoria nessuno scritto da cui potrebbe essere tratta. Vi sarei grata se approfittaste dello spazio qui sotto per chiarirmi le idee.
So perché amo. È il motivo per cui Mozart mi scorre sereno ma non riesco a suonare Chopin. Per cui mi perdo andando a fare la spesa ma conosco la Merulana fino ai suoi civici (a patto di non arrivarci da Piazza Vittorio, perché Piazza Vittorio ruota di notte, non c’è altra spiegazione). Non molto tempo fa ho dato indicazioni al millimetro a una signora torinese, indicazioni bastanti per un’ora di passeggiata nel quartiere, ma quel quartiere era Testaccio. Amo Testaccio con le viscere: la casa di Elsa Morante, la tomba di Amelia Rosselli. Prima di doverlo raggiungere ogni giorno per due anni per questioni lavorative, il quartiere era per me solo il cimitero e la strana bianchezza della sua piramide, l’aria di paese e la facciata splendida della sua chiesa. Ora lo amo e lo so, nella sua aria pigra e sfrontata che sembra fare spallucce ai suoi stessi motivi di pregio, come un ragazzo incompiuto che mastica un filtro di sigaretta con la scarpa sporca appiccicata al muro.
Ishmael non ama la terra, si vede dal suo modo goffo di ricevere indicazioni: (altro…)

Variazioni bianche #3: Selvaggio

 

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

 

Sono tempi bui, se un bel po’ di tempo fa un uomo si rifiutava di coricarsi accanto a un altro per paura del suo essere selvaggio e nel corso di qualche ora ammetteva con se stesso di non aver mai dormito meglio.
Meglio dormire con un cannibale saggio che con un cristiano ubriaco.
La coppia formata da Quiqueg e Ishmael, più volte ribadita “maritale”, trascende l’amicizia, l’eros e l’agape ed è forse la più solida della letteratura mondiale. Quiqueg è quieto e leale, abile, silenzioso e attento. Attraverso Quiqueg, Ishmael conosce il mondo, tramite brevi racconti simili a piccole lettere persiane.
Come quando Quiqueg racconta che gli avevano riso dietro per essersi caricato una carriola in spalla pensando che era così che andava portata, non diversamente da come il suo popolo aveva riso dietro all’occidentale che aveva presenziato alle nozze di sua sorella e si era lavato le mani in una bevanda, perché, ci fa notare Melville nel 1851, l’uomo può guardare il mondo attraverso la lente del relativismo culturale.
Affettuoso e discreto, aggraziato ma forte, Quiqueg sembra rappresentare l’idea più alta di uomo, un Ur-personaggio fatto di lealtà per gli umani e conoscenza verso le cose. Senza che ciò disturbi attraverso un’eccessiva esposizione. Non è raro che il lettore si stia domandando cosa faccia Quiqueg, il fido Quiqueg, il forte Quiqueg, perché le sue azioni sono in qualche modo paradigma. Paziente, intelligente e savio, Quiqueg si ammala e affronta un’agonia da cui si riprende in un giorno invece di morire, riprendendo anche tutti i lavori lasciati in sospeso. Durante questo prodromo di morte che tutti danno per scontata, non fa altro che chiedere che gli si faccia una canoa al posto di una bara, e ne prende le misure distendendovici dentro e sussurrando: “può andare”.
Il suo mistero non viene da qualche esotismo, ma viene proprio dal contatto estremo che Quiqueg ha con il suo essere umano, con l’aver dischiuso tutta la potenza della propria umanità. Il suo dentro corrisponde con il fuori, come anche i tatuaggi che lo ricoprono per intero:

Questo tatuaggio era stato opera di un defunto profeta e veggente della sua isola, che per mezzo di quei segni geroglifici gli aveva tracciato addosso una teoria completa dei cieli e della terra e un mistico trattato sull’arte di conseguire la Verità, cosicché Quiqueg era nella sua persona stessa un enigma da spiegare, un’opera meravigliosa in un volume, i misteri della quale però neanche lui sapeva leggere benché sotto vi pulsasse il suo cuore vivo: questi misteri erano quindi destinati a perire alla fine insieme alla pergamena vivente dov’erano tracciati e così restare insoluti fino all’ultimo. E doveva essere stato questo pensiero che suggerì ad Achab quella sua fiera esclamazione, un mattino mentre si voltava ad osservare il povero Quiqueg: «Oh, diabolica tentazione degli dèi!».

© Giovanna Amato

 

Variazioni bianche #2: Balena

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

«E mentre tutto il resto, o nave o animale, che entra nell’abisso spaventoso della bocca di questo mostro (la balena), è senz’altro perduto e inghiottito, il gozzo marino vi si rifugia con grande sicurezza e vi dorme.» Montaigne, Apologia di Raymond Sebond.
Questo è forse il più dolce delle decine e decine di esergo in capo a Moby Dick. Invece io delle balene originariamente so poco, prima che Melville ne faccia un fuoco d’ellisse del mio immaginario. Dico balena per non dire capodoglio, come sarebbe giusto e vero nel caso di Moby Dick. Lo dico per eccesso di generalizzazione. Lo dico perché Melville titola: Moby Dick, or The Whale.
Uno dei primi ricordi coscienti è quel Pinocchio frainteso, che invece di finire in bocca a uno squalo va in cerca di suo padre in fondo a una balena. Il secondo è Giona. “Tutto può entrare, niente può uscire”, vaticina sconsolato Geppetto contro ogni velleità di fuga. Il ricordo più vivido però è di una ragazza che spiavo per i suoi occhi scuri. «Qual è il tuo animale preferito?», chiesi tanto per parlare. E lei parlò della balena. Mi chiesi cosa volesse dire, come potesse lei. Avevo l’idea talmente errata da essere blasfema che la balena fosse un animale goffo.
Non so se la sua sacralità, assieme ctonia e marittima e celeste, sia venuta prima o durante aver letto Moby Dick. Ma dopo di lui si innesta la certezza che la balena provenga da un prima che è precedente agli dèi. (altro…)

Helene Paraskeva, Storie sogni e segreti (lettura di Plinio Perilli)

STORIE, SOGNI E SEGRETI

i miti classici trasgrediti e rimodernati dalla poesia di Helene Paraskeva

Borges, sempre misterioso e alchemico, lucido ma visionario per partito preso, redenzione doverosa, forse, della Realtà nuda e cruda, ha giocato in lungo e in largo coi miti, astraendone o riscrivendoli, variandoli ad libitum, con una grazia visionaria ma ingegneristica, candida e famelica insieme… Apriamo a caso un suo Meridiano, ed ecco un’Altra versione di Pròteo; o il bizzarro sfogo ultra-classicista Parla un busto di Giano; ma soprattutto, la sua magica, eterna dichiarazione di poetica, che è obnubilata e futuribile all’unìsono: Nostalgia del presente
In quel preciso momento l’uomo si disse…
   Nella poesia moderna e gustosamente anti-classicista di Helene Paraskeva, la nostalgia appunto non è dell’antico, andato e consunto, ma semmai d’un presente anticato, sempiterno e casual, e cioè dei nostri cari ed evocanti miti, che andrebbero appunto utilizzati, scomodati, solo quali risorse ribaltate e catartiche del nostro esoso, estroso attimo fuggente… Un hic et nunc, diciamo, che non sta più solo “qui”, e non avviene solo “ora”, ma di certo è già accaduto, ogni volta uguale e diverso, metamorfico eppure fedele, radicato e variato, metà inconscio collettivo – direbbe Jung – metà archetipo perfettamente individuale, in un’altalena divertente e per paradosso drammatica (ma recitata, of course, scenica) di bel Teatro dell’Anima (od operetta di Psiche: prima ancora che “morale”)…
Così era stato coi più intriganti dei suoi libri precedenti: Meltèmi, Lucciole imperatrici, L’odor del gelsomino egeo… Ora con questa sua ultima, preziosa raccolta bilingue, Storie Sogni e Segreti, con l’adorabile testo a fronte in neogreco, Helene ci conduce in un antro platonico primigenio (o è uno studio televisivo – quello presso la via Tiburtina della Gold TV – One TV – da cui ogni settimana trasmettiamo una puntata conversevole di “Arte e Poesia”?), dove come in una riffa da Parnaso più scanzonato, Storie, sogni e segreti coincidono, e non perché i sogni restino segreti, o i segreti implodano sognati, o soprattutto le storie smettano di essere secretate, obliate, censurate (le storie del mondo tutto, dell’intero diorama dell’Immaginario), e tornino o restino patrimonio lirico, ridda ancestrale, gran rimescolìo d’un Inconscio che è – sulla pagina – perfettamente consapevole della maschera comica o tragica con cui a volte recitiamo, camminando alti sui coturni…
Dunque se torniamo a vivere, usciamo e scendiamo via dalla scena, è solo – squisito paradosso – per scappar via col deus (o la dea) ex machina, e avventurarci magari tra le pagine di carne d’un Sogno chiamato vita, sempre molto più lungo del solo, pur interminabile Giorno del famoso film di Coppola con Nastassja Kinski…
Intanto Helene Paraskeva dà il meglio di sé, parodiando il mito eppure adempiendo il realismo: “Afrodite sulla sabbia”; l’appello dei serpentelli che scappano dalla testa recisa di Medusa; il cranio di Yorick che forse esce ed entra da un videogioco: “Prima che l’identità di plastica / nella tomba ritrovi”. “Sublime Icaro”, poi, è addirittura strepitosa. Con questo eroe luminoso e balzano, monomaniaco come un attor giovane americano in un road movie (che decollando lui trasforma in un fervido, cinetico skyline): “Trasgredisci la Legge Naturale. / Non puoi giocare / su questo tavolo per sempre. / Ma neanche smettere. / Trasgredisci.” (altro…)

Gli Arcani Maggiori #21: IL MONDO (Parte seconda)

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con la seconda parte de Il Mondo, carta del tutto. 

[qui la parte prima]

«Secondo me dovresti andare», mi disse E indicando il solito rifugio degli sceneggiatori di thriller senza idee, il condotto di aerazione.
«Ha ragione», continuò T. «Sei, ecco, no, non sei la più mingherlina. Ma sei giovane, puoi scappare più veloce se le cose si mettono male.»
Mi guardarono tutte come se fossi stato il Messia. Un eroe. Evidentemente un martire, agli occhi di M, che venne chiusa nello stanzino delle scope.
«Non telefonate. Non vi muovete. Non vi picchiate. Vorrei trovarvi tutte in un posto e sane di mente quando torno», dissi.
Fu così che mi ritrovai per strada, uno svincolo silenzioso e senza stole di statale deserta, pieno di cartacce, con vista su pastore tedesco investito. Non c’erano balle di fieno solo perché eravamo in una periferia di città, e non c’erano gli avvoltoi – ma c’erano i gabbiani, in genere impazziscono, preferiscono farlo a mezzanotte ma quella mattina urlavano a poco più di venti metri sopra la mia testa, a mucchi. Uno stava pasteggiando, ad ali aperte, incredibilmente grande per avere paura di me, da un cumulo di carne sanguinolenta abbandonato sull’asfalto. Non era un corpo morto; era una bistecca scivolata da un cartoccio che rotolava poco lontano. Per dirla tutta era a ben tre metri dal corpo morto di R, caduta a piombo dalla finestra della sua camera probabilmente la sera prima. Forse i gabbiani non sono quegli assaggiatori di cadaveri su cui il campo si stringe nelle discariche; non capisco perché la stessa bestia possa rappresentare libertà e grandezza quando ha per sfondo il mare e omicidio e putrefazione quando abita in città. O forse, più semplicemente, l’animale aspettava che proseguissi prima di assaporare la signorina R, e si stava dando solo un tono. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #21: IL MONDO (parte prima)

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con la prima parte de Il Mondo, carta del tutto.

L’albergo si sviluppava su tre piani, ed era un unico, triste rettangolo in cui i lunghissimi corridoi erano stati montati l’uno sopra l’altro, come tre cassetti di compensato scadente. Dieci camere per piano contenevano i bambini, a camerate di sette letti per volta. Due studenti avevano rinunciato all’ultimo momento e avevamo dovuto restituire la quota, ma quando noi insegnanti eravamo state scaricate davanti all’albergo, per lo squallore avevamo sussurrato che sarebbe stato meglio spendere quei soldi in topicida.
In tre giorni avevamo visto tutti i monumenti che era possibile vedere, avevamo dato da mangiare ai piccioni e imparato i nomi degli arbusti nella villa comunale. Per il resto, in albergo avevo il compito di bussare alle undici e staccare tutte le prese di corrente; poi potevo mettermi nella mia branda a leggere uno dei libri che avevo portato con me.
Nella mia stanza eravamo in tre. Io, P, che insegnava matematica e tendeva a ricordarmelo ogni volta che finivo un paragrafo lamentando il calo di rendimento dopo la spiegazione delle divisioni improprie, e M, che approfittava delle aperture di cuore serali per lamentarsi della spina che le si era infilata in un dito, del tallone che le si era graffiato contro i calzini, del piccione che l’aveva guardata male quando gli aveva lanciato le granaglie, del portico della chiesa che sembrava molto più bello in fotografia, del bambino che forse le aveva toccato le natiche sull’autobus, del ristoratore che si era volutamente dimenticato della sua comanda, del figlio che dopo due giorni ancora non l’aveva chiamata, del maglione che aveva visto in vetrina che aveva le righe delle maniche che non combaciavano con quelle del torso, del traffico per tornare in albergo e del pigiama che le pungeva il petto. Stavo cercando di leggere, ma P aveva deciso di mettersi in pigiama e commentò il ciuffo di peli che le usciva dalle ascelle, così uscii per la ronda serale.
Il corridoio era stranamente silenzioso. In molte stanze i bambini avevano già spento le luci; i pochi ancora svegli, seduti a gambe incrociate al centro dei loro letti, mi guardavano, quando aprivo all’improvviso le loro porte, come dei lemuri, con le pupille che si dilatavano per la sorpresa e i quaderni stretti al petto. Finii il giro e arrivai alla camera delle altre sorveglianti. Bussai e mi fu aperto. F, docente di sostegno, stava facendo yoga sul tappeto. S, che era stata attaccata da un grosso topo, quel pomeriggio, uscendo dal bagno di un bar, scoppiò immotivatamente a piangere prima che io potessi rivolgerle la parola. Pare che il marito l’avesse chiamata una mezz’ora prima, mi informò R, anche lei docente di sostegno; le aveva rinfacciato di nuovo di essersene andata a zonzo con i figli degli altri e aveva garantito che avrebbe chiesto all’avvocato la custodia del suo. Chiesi allora a R come stesse lei, e mi rispose che era il solito schifo, e che prima la morte la coglieva meglio era. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #20: IL GIUDIZIO

 

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Giudizio, carta della nuova vita.

 

Romerolago Diazi si sentiva spietatamente solo. Ma era comunque ed estremamente soddisfatto di sé.
Non aveva fatto nulla, nella sua vita di maestro elementare, che gli potesse pesare sulla coscienza; ora, in pensione, si limitava a trottare da casa sua al baretto, e dal baretto a casa sua, scegliendo sempre, per colazione, un cappuccino tiepido e una brioche salata.
Si sedeva sotto i tigli, senza scambiare chiacchiere con nessuno, a vote schiacciando una pennichella riparato dallo scampolo di visiera che gli offriva il suo basco.
Romerolago Diazi era allergico ai tigli, ma questa allergia l’aveva colto quando era già quasi vecchio; così, pur di non cambiare le sue abitudini, usciva ogni giorno di casa imbottito di antistaminici (era anche per questo che aveva la pennichella facile). Si stringeva sempre al suo bastone da passeggio, un lungo ramo di ciliegio che aveva, come pomello, la testa rotonda di un coniglio d’argento.
Romerolago Diazi aveva pianto una sola volta, nella sua vita. Fu quando i suoi colleghi gli prepararono la festa d’addio prima della pensione. Era entrato in presidenza col suo passo macilento, e ci aveva messo qualche secondo a capire per quale motivo fossero tutti riuniti, dietro la scrivania, stretti a coorte, con una grossa torta di un insano colorito arancione che si scioglieva tra loro e la porta. Aveva sorriso battendo le mani, e gli avevano consegnato il suo regalo; dall’incarto non sembrava certo un maglione, ma a mano a mano che svolgeva la carta dall’asse di legno per arrivare al pomello l’ansia aumentava. Aveva uno strano presentimento, come il formicolio del catarro nei bronchi.
Quando aveva svolto la testolina, il respiro si era fatto più veloce, e la mano più lenta. Tutti si erano messi ad aspettare accerchiandolo con le loro teste curiose. Dalla carta regalo erano spuntati due occhietti neri, e un dentino intagliato sotto un musetto rotondo. Romerolago Diazi aveva trattenuto il respiro.
Fu solo quando liberò le orecchie, afflosciate in un unico blocco di metallo attorno alla testa, che scoppiò a piangere. Tutti applaudirono e risero. Romerolago Diazi piangeva di umiliazione e vergogna, a bocca aperta e a guaiti strazianti: erano anni che Romerolago Diazi, per la sua calma e la sua stolidità, veniva chiamato il coniglio. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #19: IL SOLE

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Sole, carta della vitalità.

Una mattina di un’epoca lontana il tanuki che viveva dentro il legno dell’albero Irrenbosshu venne svegliato da un forte tramestio. Si fece largo fino all’occhio del tronco e vide una lunga fila di viaggiatori procedere lungo la riva del ruscello.
«Se gioco bene le mie carte» pensò «potrò tirare qualche scherzo a questi vagabondi, e magari ricavarne del cibo o qualcosa da scambiare.»
Per prima cosa, per non destare sospetti, si trasformò in un sasso e rotolò fino al punto dove la fila sarebbe arrivata da lì a qualche istante, e una volta là si mise in ascolto. Ma gli uomini erano insolitamente silenziosi, e il tanuki non riuscì a carpire nessuna informazione. Allora si trasformò in un uccello e provò a seguirli per qualche ora, ma ancora i viandanti restavano in silenzio. Arrivato vicino a un villaggio, si posò sull’asse di uno steccato e pensò a una nuova idea.
«Mi tramuterò in un bambino e parlerò con loro. Così saprò chi sono, cosa fanno e dove sono diretti questi uomini misteriosi. Poi tirerò loro qualche scherzo.»
Così aspettò che i viandanti si avvicinassero al villaggio e andò loro incontro con le sembianze di un bambino povero e malvestito.
«Signori! Signori! Dove state andando? Avete un pugno di riso per me?» disse.
Gli uomini si fermarono e gli diedero attenzione. Qualcuno gli diede anche un sacchetto di riso, altri della carne salata che avevano legato alle bisacce dell’haori.
«Siamo i kataribe del paese, i cantastorie», spiegarono loro. «Veniamo da ogni parte del Giappone e siamo convocati a palazzo reale per la salita del nuovo Imperatore. Abbiamo il compito di raccontare le leggende e le storie del nostre terre, per trasferire in lui l’anima del nostro Paese, come ogni volta che un nuovo Imperatore prende il trono.»
«E dove si trova adesso l’Imperatore?»
«Nella capitale, Asuka-kyō, a mezza giornata di cammino da qui.»
Il tanuki ringraziò per il cibo, ma appena i kataribe si furono allontanati si fregò le mani dalla gioia: se avesse ragionato bene avrebbe potuto tirare uno scherzo all’Imperatore in persona. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #16: LA TORRE

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Torre, carta della rottura.

 

La prima volta che se ne accorse, Lei si era fermata su una sedia in cortile per fumare una sigaretta prima di rientrare a casa. Faceva buio molto presto, e il cielo del pomeriggio era di un gonfio grigio scuro: così qualcuno, in un piano alto dello stabile, aveva acceso una luce che l’intelaiatura del cemento di fronte assorbiva, restituendo un riflesso morbido e azzurro. Bisognava alzare lo sguardo verso l’alto per accorgersene, e Lei lo vide quasi per caso, dal profondo del suo cortile. Per qualche memoria che non le apparteneva, provò tenerezza e fumò la sua sigaretta per intero fissando la luce impressa contro il muro, che portava la sagoma verticale del telaio di una finestra. Quando ebbe finito la sigaretta si alzò e non pensò più a quello che aveva visto.
Ma quella sera, quando stava per mettersi a dormire, si accorse che puntando lo sguardo da un angolo della stanza riusciva a vedere la sagoma del riflesso sul muro di fronte, perché la finestra da cui proveniva la luce era proprio accanto alla sua. Allora trascinò il letto in modo da riuscire a guardare il riflesso, che le conciliò il sonno.
Il giorno dopo non pensò al riflesso finché fu di nuovo ora di tornare a casa. Accese la sigaretta in cortile come aveva sempre fatto, e solo allora il gesto le fece ricordare di alzare lo sguardo verso il muro. Il riflesso era di nuovo lì, della stessa forma e con la medesima intelaiatura di come lo ricordava. Fumò una prima sigaretta, poi una seconda, e continuò a guardare quella forma cercando di capire se le ricordasse qualcosa che poteva giustificare tutto quell’affetto. Perché era affetto vero e proprio quello che portava per quella sagoma azzurrina, come lo si potrebbe portare a un luogo che ci è stato caro da bambini o a un oggetto regalato da una persona amata.
«Guarderò questo riflesso come i giapponesi sistemano i fiori o prendono il tè», disse a se stessa, «con la stessa tenera attenzione.»
All’improvviso, alla terza sigaretta, vide il profilo del riflesso cambiare: l’asse del telaio scorse fino al limite della zona illuminata e una forma tonda e scura, con tutta probabilità una testa, ne occupò la parte centrale. Lei provò un’immediata rabbia per quell’intrusione. Non le importava che fosse grazie al suo vicino che quel riflesso esisteva: lui non aveva il diritto di interrompere quel sortilegio con il volgare gesto di affacciarsi alla finestra. Spense la sigaretta sotto il piede, la buttò nel cestino comune e salì le scale di corsa per non correre il rischio di incontrare il vicino se fosse uscito. Di nuovo, quella notte, sistemò il letto in modo da guardare l’area illuminata e riuscì a prendere sonno prima che la luce si spegnesse. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #15: IL DIAVOLO

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Diavolo, carta della crisi.

 

(ma sempre sarà tua.)

In un tempo non troppo lontano di un luogo lontanissimo della foresta tropicale, viveva una pantera più nera della notte. Era lei che la foresta chiamava quando le nuvole andavano in secca e le rocce crepavano attorno al fiume, perché la sua mente era lucida come il suo corto mantello, e allora posava la larga zampa sulla riva e giudicava chi e per quanto tempo aveva diritto ad abbeverarsi. Era sempre lei che stabiliva a chi apparteneva una preda lasciata indietro dai cacciatori troppo sazi, o chi dovesse crescere cuccioli rimasti orfani dopo un combattimento. Tutti si fidavano del suo giudizio, perché era ferma e gentile.
Una notte, la pantera decise di lasciare i sentieri battuti della sua foresta per andare alla città bianca degli uomini, che da secoli era in rovina e che solo un tempo era stata bianca, perché adesso riposava sotto il verde compatto della vegetazione.
Nella foresta tropicale la luna sa essere di latte, ma quella notte c’era luna nuova e la pantera non vide, seguendo le mura diroccate della città, il baratro che si apriva sotto il tappeto di liane e che la fagocitò alla minima pressione delle zampe. Non ebbe scampo, la pantera, e volò per metri prima di cadere in piedi nel fondo asciutto di un pozzo.
Scrollata la polvere, abituati gli occhi a un nero fondo che a stento le faceva intravedere le giunzioni tra le pietre della parete circolare, per prima cosa la pantera chiese aiuto lanciando un vasto ruggito di richiamo.
«Voi dite di me che sono ferma e gentile», disse. «Allora aiutatemi. Sono nel fondo di un pozzo, e non vedo l’uscita. Aiutatemi a tornare alla mia foresta, fuori di qui.» (altro…)