Letture preliminari

Io e Vittorio Sereni (di Emiliano Ventura)

Vittorio_Sereni

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Scrivere un profilo su Vittorio Sereni vuol dire tornare indietro di qualche decennio, Diario d’Algeria è, insieme a Ossi di seppia, la prima raccolta di poesie che ho cercato e letto nella sua interezza. Era l’edizione degli Oscar Mondadori dei primi anni novanta. Allora non sapevo ancora dell’importante ruolo svolto da Sereni nella Mondadori e della creazione della collana degli Oscar, una sua iniziativa che ha rivoluzionato l’editoria del secondo dopoguerra.
Cerco questa edizione del Diario d’Algeria nella mia libreria che però è stracolma e non riesco a trovarla, alla fine devo riconoscere che non è qui, è rimasta nella libreria della casa dei miei. Sono affezionato a quella copia per cui faccio di tutto per trovare il tempo di recuperarla; una volta in mio possesso sprofondo nel poeta che ho conosciuto e apprezzato a lungo venti anni fa, lui e gli altri poeti di quella incredibile generazione.
Giovanni Raboni presentava nell’introduzione a La scatola nera di Giorgio Caproni quella cerchia di poeti che in modi e tempi diversi vestirono anche i panni dei critici, i critici-poeti appunto:

«Quella razza particolare e a parere mio non solo (si vedano al proposito, per esempio, le osservazioni finemente motivate di Pier Vincenzo Mengaldo nell’introduzione ai suoi Poeti italiani del Novecento) particolarmente pregiata di critici che nella cultura letteraria italiana di questo mezzo secolo sono stati, appunto, i critici-poeti, penso alle Letture preliminari di Sereni, alle Aritmie di Bertolucci, al Discorso naturale – e, ora, alla Naturalezza del poeta – di Luzi.»[1]

Naturalmente la lista potrebbe essere più lunga, si pensi ai nomi di Fortini, Solmi, Pasolini e Montale, ma nei quattro testi citati da Raboni sembra assistere a un dialogo tra scrittori che, a distanza, si citano e si recensiscono, tra rispetto e nostalgia; forti del legame che unisce una generazione travagliata, di chi ha vissuto totalitarismi e guerre, disperazioni e speranze. Raboni continua:

«La vicenda e la situazione di una generazione di poeti amici, di poeti che si ammirano, si riconoscono, si amano, incarnando una diversità quasi scandalosa sia rispetto ai poeti della generazione che li ha preceduti e che è stata una generazione di poeti rivali, di poeti nemici, sia, temo, rispetto a quelli delle generazioni successive, che sono – con poche eccezioni, e forse, chissà, non senza ragione – poeti che si ignorano. Io ho un ricordo molto intenso e preciso di un incontro a Parma, una sorta di convegno-festa in onore di Bertolucci al quale fra tanti altri estimatori, parteciparono appunto Caproni, Luzi, e Sereni.»[2]

Probabilmente Raboni scrivendo questa introduzione intorno alle generazioni dei poeti aveva come punto di riferimento il saggio di Oreste Macrì Le generazione della poesia italiana del Novecento. Il brano si chiude definendo questi quattro autori «i maggiori poeti d’una generazione»,[3] una generazione che ha condiviso la guerra e la dittatura fascista negli anni della gioventù, le mille difficoltà e le rare gioie. Maurizio Cucchi, poeta classe 1945, parla in un’intervista con Francesco Napoli[4] di quella stessa felice generazione di poeti: «Eppure guarda che generazione, anche sul piano della poesia: è quella di Sereni, Luzi, Bertolucci, Caproni.»[5] Affinità elettive e differenze, ricordi e recensioni quasi sottovoce e con discrezione circondano i saggi raccolti in volume nel corso degli anni. Così Luzi ricorda Caproni e Sereni, Caproni[6], a sua volta, compone felici intuizioni sulla poesia di Luzi o Sereni, Bertolucci[7] ricorda Sereni e uno scambio epistolare con Luzi.

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