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proSabato: “Camilla cara…”. Camilla Cederna e Luce D’Eramo si scrivono

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Camilla cara,
..in questi giorni ho letto il tuo recente «Vicino e distante» (autunno 1985), ma ho riletto sulla lanciata gli altri tuoi due libri che sono usciti dalla Mondadori: «Nostra Italia del miracolo» (1980) e «Casa nostra» (1983). E, non so, irretita dalla ricchezza del tuo scandaglio nella realtà italiana, mi sono risfogliata anche i tuoi libri precedenti, quelli editi da Longanesi e poi da Feltrinelli, a partire dl lontano «Noi siamo le signore» (1958). Tredici volumi, ma ho presenti alla mente anche certi tuoi pezzi e corrispondenze (dagli Usa, dall’URSS, dalla Cina) che non hai raccolto in questi volumi. M’è venuto da riflettere sul tuo «corpo scritturale» e ho cose da chiederti, tre domande. Te le dico e argomento così come mi si sono poste. Tu però rispondi nell’ordine che vuoi, spontaneamente come io fossi davanti a te a intervistarti, in un colloquio orale. Puoi?
..Ecco, a parer mio, hai sempre intrecciato quello che i sensi percepiscono − l’occhio vede, l’orecchio ascolta, il naso odora, il palato assapora, le mani toccano − con ciò che la memoria sa di quello che stai osservando. Alterni la figurazione sensibile con le notizie, mischiando il piano rappresentativo e il piano formale del discorso, in modo così indistricabile che l’informazione si fa racconto e l’immagine si fa ricordo personale. I dati indagati, captati, carpiti diventano suspence romanzesca, a cui i particolari esatti, i luoghi le persone i gesti gli ambienti danno fisicità. Un esempio qualsiasi. Anni fa, raccontasti una «Sei giorni» di Milano. Una sera guardavo in tivù quei ciclisti che pedalavano a volte sur place nel circuito ovale e mi sono detta: «Il video non rende quello che ho visto in realtà». Ma io non ho mai assistito a una sei giorni e mi sono accorta ch’era il tuo testo a essermisi sedimentato come un’esperienza vissuta.
..Ma il tuo procedimento narrativo non è uniforme. Non c’è uno stampo in cui immetti di volta in volta gli oggetti della tua attenzione. Ogni storia ha il suo filo d’Arianna, che cambia di vicenda in vicenda, come fosse il caso in esame a strutturare in racconto. Per esempio, in «L’ultimo safari» (in «Nostra Italia del miracolo») ci troviamo ai bordi di una piscina ad Acapulco, e, guardando il sangue che tinge l’acqua di rosso dopo la raffica di pallottole, ripercorriamo l’esistenza dell’ucciso sino alla sua infanzia che risale a galla assieme al suo cadavere.
..La mia domanda è: come ti poni di fronte alla pagina bianca e come riesci a comporre quanto hai di fronte con ciò che gli sta dietro, sotto e a lato? Cioè come organizzi la tua scrittura? Prendi appunti? Correggi molto? In breve, qual è il tuo metodo di lavoro?
..Sopra ho parlato d’un crescendo organico nella tua opera; la sensazione è che, nel decorticare a una a una le singole situazioni, con gli anni la tua curiosità s’è allargata e approfondita dalla dimensione del costume a quella sociale che, implicita anche nei primissimi libri, s’è via via esplicitata come luogo sempre più urgente della tua riflessione. Fino a che ti sei battuta in prima persona mettendo nero su bianco l’occultato, l’illecito, il criminoso, diventando bersaglio di campagne diffamatorie e processi. Penso al tuo libro su Pinelli, al tuo «Sparare a vista» al tuo «j’accuse» sulla carriera del presidente Leone, che costituiscono la seconda fase della tua produzione. E arriviamo ai tuoi ultimi libri, apparentemente meno clamorosi, che sono invece d’una forza ostinata di scavo nelle «periferie», negli scandali a latere, nelle città devastate dalla speculazione. […] (altro…)

proSabato: Gabriele d’Annunzio, dal “Solus ad solam”

solus

Una lettera dal Solus ad Solam

31 agosto 1908.
Tutta la giornata di ieri passò in silenzio. Stamani la posta non mi ha portato nulla. Sono le tre del pomeriggio, e tu non dài nessun segno. La tua ultima lettera del 28 diceva imminente la partenza. E soggiungeva: «Vorrei stabilirmi in qualche posticino tranquillo, dove ti potessi vedere…» E mi poneva nel cuore il sogno e la speranza della felicità. Attendevo da un attimo all’altro la parola di gioia; perché in tutte queste vicende io non ho guardato se non a una sola possibilità: a quella di averti finalmente tutta per me; e non ho avuto se non una sola pena: quella di sentirti sempre esitante.
Ah, povera piccola, dove ritroverai, dove ritroveremo una magìa d’amore così continua e così alta?
La sola presenza –
sempre – bastava a darci l’oblio d’ogni altra cosa e a rinnovare perpetuamente la nostra ebrezza. L’ultima volta che ci siamo baciati – te ne ricordi? – la nostra commozione era più profonda di qualunque altra; e tu avevi il sentimento d’una passione che fosse nel suo culmine.
Che l’imagine notturna del tuo amico – giunto fino a te di là dall’ombra e dal pericolo – rimanga nell’anima tua e ti conforti e ti mostri la sola via da prendere!
Quanto ho pensato in questi giorni d’attesa terribile!
Nel centro del mio cuore è la certezza assoluta che non dobbiamo e non possiamo se non congiungere per sempre le nostre due vite. Qualunque altro pensiero è un sacrilegio contro l’amore e contro il passato.
Io ho bisogno di te, ho bisogno di riposarmi nella tua presenza continua, nel possesso perfetto. Il destino ti ha condotta sul mio cammino, e ora affretta gli eventi.
L’amore t’illumini. Il giuramento, rinnovato e suggellato
nei giorni mistici, ti tenga lontano da ogni atto vile!
Comprendo il rammarico che ti punge. Ma non pensi alla divina armonia di quei giorni? Non pensi alla tua ripugnanza nel tornare verso il martirio? Non pensi al tuo pentimento di avermi lasciato andare dopo ore di così perfetta gioia, di così pura malinconia?
Ho dentro di me una cupa angoscia; e stamani ho guardato più volte il mio revolver con un senso di liberazione. Ignoro tutto, e questo silenzio ostinato è inesplicabile. Non comprendo come almeno la donna fida non riesca a mandarmi una qualunque parola di speranza o di disperazione.

Che accade? Dove sei? Che fanno di te? Sei tornata di nuovo sotto l’oppressione e l’imposizione?
Folle! Folle! Una sola cosa tu devi fare; ed è veramente, questa volta, il tuo «dovere» sacro: venire a me, correre a me, confidarti in me. Ti parlo con tutta l’anima mia. Ti offro di nuovo la mia vita in cambio della tua.
Vieni. Non temere di pesarmi. Tu sai il mio cuore. Saremo felici. Io saprò comporti un’esistenza di calda e profonda bellezza. Tu mi renderai tutto quello che ti ho dato, essendo la testimone e la protettrice del mio lavoro futuro.
Ho bisogno di lontananza e di silenzio; ho bisogno di ritrovare la voce della mia poesia, tenendo la tua mano nella mia mano come quel giorno in cui la musica di Beethoven ci trascinava sul fiume di tutte le cose belle.
Oggi si compie l’agosto: mese, per noi, di sofferenza e di gaudio.
Or è un anno, era per compiersi il sogno ardente di Brescia. Il soffio di Tristano passava su noi, nella notte… Te ne ricordi?

Ardentissimamente prego il fato, che ti renda a me, che ti suggelli con me, nell’anniversario. Non mi perdonerò mai d’esser fuggito, l’altro giorno, nell’intolleranza dell’ansia. Ero come folle, e la tua crudeltà mi pareva mostruosa. Volevo ripartire nella notte, non avendo pace; e un guasto alla macchina me l’impedì. Il presentimento mi mordeva il cuore.
Se avessi potuto vederti a Laterina, certo ora sarei felice, perché – te lo giuro – a nessun costo ti avrei più lasciata. Ora sarei felice in un luogo tranquillo, e placherei ogni tua inquietudine con la mia tenerezza invincibile. Tu la conosci, tu la conosci.
Ricòrdatene!
Questa lettera ti giungerà? Le altre mie lettere, gli altri miei telegrammi ti son giunti?
Eccomi – te lo ripeto davanti all’anima mia, all’anima tua – eccomi tutto per te. Non ascoltare nessun’altra voce fuorché quella dell’amore, che sola è santa e giusta. Ti pentirai di tutto fuorché d’esser venuta a me, liberamente, fieramente.
Pènsaci.
Ti amo. Non ho nessun pensiero che non sia tuo; non ho in cuore nessun desiderio che non sia per te; non vedo nella mia vita altra compagna, non vedo altra gioia.
Ti parlo con la sincerità più certa.
Prego la sorte che questa lettera giunga nelle tue mani perché tu raccolga la parola più vera e più possente ch’io ti abbia mai detta.
Bada a quel che fai! La tua
trasgressione non sarà senza castigo.
Resta nella verità. O prima o poi sentirai che una sola cosa vale: il legame che ci lega; e che tutto il resto è vano e ingiusto e falso.
Te l’ho già detto una volta:
l’aiuto non ti verrà se non dal tuo amico.
Voglio contenere il mio spasimo, e attendere ancóra un giorno.
Fossi domani sera con te, e guardassi con te la piccola luna di settembre, e dicessi con la bocca su la tua bocca: «Mia, mia, mia, tutta mia, per sempre tutta tutta tutta mia!»
Ricòrdati che dinanzi all’altare del Crocifisso, in San Francesco,
noi ci siamo sposati.
Gabri tuo.

© Gabriele d’Annunzio, in Solus ad solam, Firenze, Sansoni, 1939 (poi in Milano, Mondadori, 1947).

Giosetta Fioroni “Grata di Linguaggi”. Con una lettera inedita

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Giosetta Fioroni, Grata di linguaggi, a cura di Cristina Fiore e Andrea Penzo, Edizioni Inaudite BIGstuff, 2015, € 10.00 edizioniinaudite.weebly.com/bigstuff.html sinedieproject.weebly.com/edizioni-inaudite.html

Un volume-compendio prezioso, che entra con grazia in una parte dell’opera di Giosetta Fioroni ma anche nel suo rapporto con Goffredo Parise, il compagno di una vita. Un libro che riallaccia l’esperienza di Fioroni a numerosi altri personaggi del suo tempo che hanno nutrito, negli anni, il suo lavoro e la sua esperienza. La curatela è frutto di un fortunato e atteso incontro avvenuto nel 2012 (proseguito sino al 2014) tra gli artisti performativi Cristina Fiore e Andrea Penzo e la stessa Fioroni; da qui nasce questo imperdibile omaggio all’autrice con contributi dello stesso Parise e di Alberto Boatto, Erri De Luca, Guido Ceronetti (ma anche un ritratto di Fioroni a lui) e una lettera ad Andrea Zanzotto, e poi disegni, fotografie, ma anche una lettera inedita di Fioroni a Parise sulla quale si ritornerà fra poco.
C’è soprattutto – all’inizio – una visione complessiva del rapporto di lavoro più recente e importante di Fioroni, quello con il fotografo Marco Delogu, punto di arrivo (o di nuova partenza) di un percorso che, negli anni Duemila, l’ha portata a indagare aspetti prima inesplorati e che la vedono protagonista in prima persona in un ciclo di “Ritratti dell’artista da vecchio”.
La vastità del lavoro di Fioroni, la multiforme essenza e la molteplicità dei materiali, il suo sguardo pittorico legato al colore ma anche scultoreo legato alla scelta di supporti e oggetti, nonché quello filmico e performativo, mirano da sempre ad accordare una molteplicità di linguaggi in cui non si dimentica mai l’importanza della parola. La parola è – da sempre – per lei, un appiglio in grado di creare connessioni, interne o esterne e comunque coerenti con l’opera, entrando a farne parte, dialogando con essa. (altro…)

Carissimo Luigi

luigi

Carissimo,

fossi vivo non esordirei così, ma tu sei andato a farti il giro lungo, e poi sarà un ricordo pubblico, quindi consentimi un po’ di scenografia. Avevo pensato di scrivere, uno dietro l’altro, tutti gli sms o whatsapp che avrei voluto mandarti quest’anno, sarebbe stata una cazzata. Insomma, dove li avrei mandati? Non so nemmeno che prefisso ci sia dalle tue parti, di sicuro non vale il +39. Per farti stare tranquillo, ti dico subito che la tua Juve è prima, certe cose non cambiano, solo che degli arbitri non si occupa più Moggi, secondo me col primo rigore concessovi contro la Roma c’entri tu, ma non voglio approfondire. Siamo sotto Nobel e vendemmia, nessuno dei nostri ha vinto, nemmeno quest’anno. Ha vinto Modiano, che non è nemmeno dei loro, da Einaudi son tutti lì a cancellare il nome di Murakami dalle fascette. La buona notizia (per me, per te e per tutti quelli che hanno un po’ di fantasia) è che Michele Mari è arrivato in finale sia al Campiello che al Viareggio, no, non ha vinto, ma per fortuna hanno vinto due bravi scrittori con due ottimi libri: Pecoraro e Fontana. Un po’ di luce, un po’ di respiro.

Davvero vuoi sapere dello Strega? Secondo me sai già tutto, non perché tu adesso veda ogni cosa, ma perché nulla è cambiato. Scurati ha sfiorato la vittoria, ma non ha vinto, pare sia fissato con i massaggi, li piazza in ogni libro e per farli venire bene li copia dai romanzi precedenti, vabbè ma queste sono fesserie. Siamo a ottobre, pazzesco che sia già passato un anno, non trovi? È stato un anno fortunato, ho letto dei bei libri. Tre, credo, ti sarebbero piaciuti particolarmente: Stati di grazia di Davide Orecchio, perché è un libro che porta via senza abusare della pazienza del lettore, ed è bellissimo. Il secondo è Critica portatile al visual design di Riccardo Falcinelli (e qui c’entra Rachele), perché è un libro che insegna un sacco di cose e a te piace imparare. Il terzo è Cartongesso di Francesco Maino, per la maniera in cui usa la lingua. Lui mi ha ricordato quel “passo di Palassolo” (e il complimento lo sto facendo a Maino). Tante cose belle, in ogni caso, è appena uscito Pynchon e sto leggendo Lagioia, che promette bene. Adelphi ha da poco pubblicato I Diabolici, qualcuno l’ha fatta passare per una novità, cose che capitano, me l’avevi detto che l’editoria è un mondo dove le omissioni regnano sovrane.

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Su “Dobbiamo disobbedire” di Goffredo Parise

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Povertà è un’ideologia, politica ed economica. Povertà è godere dei beni minimi e necessari […] Povertà significa, insomma, educazione elementare alle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. […] Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artgiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.
Il nostro paese compra e basta. (pp. 18-19)

proprio come scuola, la televisione  insegna a guardare (non a vedere), mentre la Scuola di Stato insegna a leggere e a scrivere (cioè a pensare, a scegliere), esercizio lento, molto più lento e faticoso che guardare. (p. 38)

l’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, […] ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento. Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali (che tempismo regressivo le regioni!), vogliono essere «paesani», «paisà», perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai. Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in «lotti», in piccole, piccolissime proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato, tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, […] l’Italia è il «lotto», il proprio terreno, la propria villetta, il proprio «bicamere e servizi», costruiti da geometri o finti architetti secondo i proprio gusti e soprattutto in materiali presocché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile. (pp. 57-58)

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AA.VV. 99 rimostranze a Dio

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COMUNICATO STAMPA

L’11 dicembre 2013 esce l’ebook 99 Rimostranze a Dio (Ottolibri edizioni, pp. 198, €5.00), la prima antologia che può vantare la partecipazione di ben 101 autori (tra cui scrittori, artisti, attori, blogger, ma soprattutto persone che si cimentano nella scrittura per la prima volta). Nata da un’idea della scrittrice Eva Clesis, responsabile editoriale di Ottolibri, 99 Rimostranze a Dio è un libro che farà sicuramente molto parlare di sé e non solo a Natale. I 101 autori coinvolti, che hanno partecipato gratuitamente a questo grande progetto collettivo dopo una campagna di adesione sui social network (fb e twitter) e la forza di uno strepitoso passaparola, si sono infatti cimentati nello scrivere una breve rimostranza al Padreterno (o a Madre Natura), con libertà di stile e linguaggio, e l’unica prerogativa di farne una vera “questione personale”. Insomma, a tutti gli autori è stato chiesto se non avessero qualcosa di cui volersi lamentare con Dio.
Il risultato è questo libro unico, dal forte impatto narrativo, il cui ricavato andrà a finanziare la traduzione di due titoli nel 2014 per la neonata casa editrice Ottolibri. L’idea infatti è quella del “crowdfunding”: le prime 700 copie vendute, tramite il sito di Ottolibri (www.ottolibri.it), le librerie e gli store online, finanzieranno le due traduzioni; dalla 701esima copia, grossa parte del ricavato andrà a finanziare iniziative culturali, come la creazione di biblioteche o librerie, il sostegno di associazioni ecc.
Ogni iniziativa nata dalle “99 Rimostranze” verrà diffusa sul sito delle edizioni Ottolibri e porterà un logo a ricordare il contributo.

Per avere una copia del testo, in formato pdf, scrivete a: ottolibri@ottolibri.it
Per ulteriori informazioni:
http://www.ottolibri.it/99-rimostranze-a-dio/

La campagna di adesione:
http://www.tempostretto.it/news/iniziative-editoria-misura-lettore-eva-clesis-svelaprogetto-
ottolibri.html
http://wormholediaries.wordpress.com/2013/11/13/99-rimostranze-a-dio/
http://inkistolio.wordpress.com/2013/11/10/ottolibri-per-una-rimostranza-a-dio-lascrittrice-
eva-clesis-racconta/
http://www.adexo.it/ottolibri-fa-le-rimostranze-a-dio-2/#sthash.WwCdQssb.dpbs
http://starbooks.it/tag/99-rimostranze-a-dio/

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Introduzione – Il libretto di istruzioni

Gentile  Dio, così non va. Quando ho comprato la lavatrice, c’era il libretto di istruzioni. L’ho letto, e ho capito come
funzionava la lavatrice. Quando dovevo trombare, del tutto a corto di notizie riguardo all’accoppiamento, ho comprato in allegato a una rivista porno,  l’ottimo “Didattica del congiungimento carnale”, e da lì in poi è stata una festa. Non Le voglio dire che sia andato in giro a scopare senza criterio, questo mai: se c’era l’amore, cimettevo pure il batacchio, altrimenti avanti la prossima. E insomma, Lei non mi crederà, ma persino l’Iphone, che è fatto per i cretini, ha un libretto di istruzioni. Anzi, non vorrei peccare di presunzione, ma Lei che tutto vede sarà costretto a credermi: sa che ciò che dico è la pura verità. Sa che non La voglio prendere per il culo.
Insomma, vengo al punto: Lei ha presente il mondo, questo qui? Non tutto l’universo, ma il pianeta Terra con isuoi abitanti. Lo so, l’universo è grande e noi siamo un granello e bla bla, ma per il momento preferisco non allargare il discorso alle forme di vita extraterrestre, perché dovrei parlare senza cognizione di causa. È mai possibile, dicevo, che Lei ci abbia scaraventati nel mondo senza libretto di istruzioni? Chi siamo, dove andiamo, e perché ci andiamo: un cazzo di niente. Nessun indizio. Non vorrei essere troppo generico, e non vorrei rischiare di essere frainteso. Si fa un gran parlare dell’ira di Dio e non ci tengo proprio a verificare di persona di cosa si tratti. Ma se Lei, invece di mandarci ‘sti misteriosi segni da interpretare, ché poi non si capisce mai chi li abbia decifrati nella maniera corretta, ci mandasse un libretto di istruzioni chiaro, Le assicuro che ci sarebbe di gran giovamento. Lo so, non ci ha pensato, chi sa i cazzi dell’aldilà. Ci rifletta: un manualetto, massimo cento pagine. Adesso, con gli ebook, non Le costa nulla di stampa. Naturalmente, se con la creazione ex nihilo non Lecostasse ugualmente nulla, preferirei di gran lunga il cartaceo. Ma questo lo sa. Si faccia vivo.
Se mi passa la battuta, senza farsi mettere in croce.

Ivan Arillotta

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(RIMOSTRANZA n.7)

Buonasera signor Dio, non so se posso darti del tu…
comunque quello che ti rimprovero è di non esistere.

Andrea Bianchi

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(RIMOSTRANZA n.23)

Caro Dio,
quello che vorrei chiederti è perché mi hai dato una quarta misura. Non hai nessuna idea dell’ingombro che comporta, soprattutto se hai due spalle da dodicenne. Vorrei parlarti del problema delle camicie. Quando va bene, il bottone centrale una volta allacciato tira, mostrando quello che hai sotto. Altrimenti, visto che il tuo concorrente, il dio-moda, ci vuole tutte piatte, mi condanna a vedermi rinchiusa nei camerini con almeno 15 cm di stoffa mancante, prima che i bottoni possano incontrarsi con le asole. Il capitolo reggiseni meriterebbe una trattazione assai lunga. Mi limiterò a poche e concise parole: basta reggiseni imbottiti che ti regalano una taglia in più. Basta con i reggiseni della nonna per le maggiorate! Si sente il bisogno di reggiseni che semmai sostengano, abbraccino e non taglino o infilino i ferretti dritto nella carne, carini come quelli di chi porta una seconda. Sorvoliamo poi sul fatto che alle scuole tutti mi prendevano in giro, roba vecchia, certo, ma che non si dimentica. Ebbene, come puoi giustificarti?
Spero tu possa rispondermi presto.
Cordialmente,

Cristiana Nucci

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(RIMOSTRANZA n.86)

Dio ti prego, no! Fai che non sia uno di quei soliti, luridi parassiti. Eppure il numero mi puzza, tipico da call center. Chi sarà? La compagnia elettrica o qualche promozione per depuratori dell’acqua? Non me ne frega un cazzo di avere l’acqua del rubinetto come una minerale! Oppure sono quelli del fotovoltaico? Falli smettere, Dio, perché ti ostini a farmi questo?
È sempre la stessa solfa. E se invece fosse una chiamata vera? Qualcosa per cui vale la pena rispondere? D’altronde, perché lo farebbero squillare così a lungo? Avranno un buon motivo. Dio, speriamo che il capo non mi veda; non sopporta che si usi il telefono personale sul posto di lavoro…
«Pronto?»
«Pronto, buongiorno, mi chiamo Matteo e chiamo per conto della Telecall, abbiamo un’offerta per la telefonia fiss…»
«Senti, non me ne frega un cazzo del telefono, non ho il fisso e non uso granché nemmeno il cellulare. E poi sto lavorando, non potete importunare di continuo le persone che lavorano. Non mi interessa la vostra offerta, tanti saluti!»
«Ma non vuole nemmeno…»
«Nooo! Non ho tempo!»
Ecco, ben ti sta, rompicoglioni!
Bastardi, parassiti.
“Ma non vuole nemmeno…”, no cazzo! Dio, ce l’hai con me, vero? Almeno fai restare quel telefono muto e fammi finire la mia pessima giornata di lavoro…
Vediamo, dov’ero arrivato? Ah, sì: Conti Ivo.
Speriamo risponda… ecco!
«Pronto, signor Conti? Mi chiamo Marco e la chiamo per conto della Elettroweb, la informo che siamo in promozione…».

Nicola Arcangeli

[risentimento dell’arte, lettera ad ardengo soffici (2004)] – Pier Maria Galli (post di natàlia castaldi)

Ardegno Soffici – Chimismi lirici

(è un semplice esercizio/precipizio amoroso verso ardengo soffici, a cui devo, talora privo di innocenza e consapevole, il gusto dello scrivere. E l’entusiasmo infantile tra le mie mediocrità di aderire ad una letteratura perdente, orta, dicembre 2004)

.

supponi un luogo ed un movente di risa ed è di un’estetica cinematografica
:fanali in corsa
tra le vite di un caffè & toilette di tipografie
tra modiste fuori moda & vetrine dei pasticcieri:
retribuire i pensieri di vecchie réclames in via ricasoli 8
sbiadite tra le cosce di firenze e
limitare il rendimento di questo millenovecentodiciannove
ai colori mediocri delle copertine di una zigzagante vallecchi come
alla risonanza tra letto e soffitto dei suoi piccoli seni
da modella infarinata in clown
o portalettere di terre postume,
bassorilievi da redazione le bambine carburante che ti desistono
e ti braccano tra i turbamenti delle colline papiniane
che tagliano l’orizzonte a lamine flaccide, a metafisiche sanguinose.
ancora segatura sui pavimenti dove si agitano suole e versature intentate
a cui le rotative dei bar devono la simultaneità della distribuzione tra visi briachi.
e osservare quanto tra le pareti di testi a piede libero
una gendarmeria possa attrezzarsi a te
monumento a cose ardite, fantasma fallito o
in ordine maniacale
giostrare dei sensi a burrasca di mandorli in fiore.
la tua uscita di scena da una fessura tra i denti
odora al dettaglio di modernità affinché tu possa diffondere attrattive
reclamismo di mitologie
luna-park di meteostupori meccanici:
. avvizzisce il cocchiere venuto da kief in tasca di marinetti
per non aver nulla più da dire e da fare tra
l’avventurarsi in primavere a schiera sulla pallida schiena toscana.
&
mi farò allora un vestito favoloso di vecchie affiches
pantaloni a cornice sur la mer
ed il fumo di una sigaretta che rimescola i colori sui muri
della camera 19 de l’Hotel des Anglais a Rouen
tanto da sfilarmi fuori dagli hangars della poesia sul labbro delle folle.
filmo sul quai notturno la guerra & la performance da acrobata dei tuoi abiti neri:
ti scagiona il pretesto dell’arte dai crimini della verità.
Fuorigioco dei torti. E dei forti.
Il battere delle tue ciglia sul tavolino e le poche risorse dei fogli.
al di là dei vetri l’antico paese da cui dici è di coccio.
E descrive finestre spalancate sul nulla di mezzogiorno
in sgrammaticate quartine da viaggio.

è proibito parlare al manovratore.
così ti scrivo dal confino delle tue mani

*

Pier Maria Galli (dicembre, 2004)

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Tra le cosce calde della creatura cava- f.f.

.

metto le virgole  i doppi punti

e il doppio petto che ti aggiusti   mentre reciti

una versione di te stesso

lascio il cadavere   delle parole imbalsamate

le spillate strettoie della mente

la vertigine inutile della discussione

il periplo l’assioma e l’algoritmo di una giornata

persa tra queste lettere senza sesso e senza senso

senza altro sogno che un segno

es-posto in vetrina

sotto formal-dei-de la crisi economica che si esaurisce cantando

dibattendo la crisi super a n a t o m i c a  della  disintegrazione del sentire

mentire      l’ultimo cerchio della gogna

agognata carogna di chi ha fame di vergogna e prende

l’ostia dentro il retto     principio di osservarle       le  regole

sacre del mercato edito reale nella carta tormentata

da una insana ragione di educare.

A cosa?  A chi?   Se tutto è forma che si fa orma e meno ancora

sparisce nel getto di un inchiostro senza mano e senza battuta

nemmeno un dente dentro lo scrittoio  io

solo un diaframma tra qui e là dove mai ci si trova.

Paventate parole scena della lercia vacuità che si

sparpaglia si sventricola e si squaglia

nella cella di un corpuscolo di rosso

fattosi avaro scarno e saccente

Il più grosso inconveniente?

Può in un lemma separarti o spararti una raffica assassina o

rendersi tossina d’altri    inconsapevoli  gestori

di un male articolato che travalica la carta e

si fa canto  in frusciante   lussureggiante  cartamoneta  tonante

in lingotti di soqquadri che disarticolano la storia

in vetrine di macelli e falsi testimoni

poichè la storia è solo una grande fossa

un ammasso di menzogna

per una guerra che non cessa

e        sì  da sempre

ci intossica  le ossa.

*

Riferimento:

http://fernirosso.wordpress.com/?s=Tra+le+cosce+calde+della+creatura+cava