Lettere luterane

proSabato: Pier Paolo Pasolini, ‘Siamo belli, dunque deturpiamoci’

«ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece»

Se è giusta la mia ipotesi che nella categoria dei tuoi coetanei «obbedienti» trovino posto, e per primi, «coloro che erano destinati a morire» − cioè coloro che la scienza medica ha salvato dalla «mortalità infantile», e sono quindi dei «sopravvissuti» − quale è la loro funzione pedagogica nei tuoi riguardi? Che cosa ti insegnano col semplice loro essere e comportarsi?
La loro caratteristica prima − ti ho detto − è il sentimento inconscio che il loro essere venuti al mondo sia stato particolarmente indesiderato. Il sentimento inconscio di essere «a carico» e «in più». Ciò non può che aumentare immensamente la loro ansia di normalità, la loro adesione totale e senza riserve all’orda, la loro volontà non solo di non apparire diversi ma nemmeno appena distinti.
Dunque ciò che essi prima di tutto ti insegnano è vivere il conformismo aggressivamente: cosa questa che − come vedremo − ti è insegnata da quasi tutte le categorie dei tuoi coetanei «obbedienti». E dunque la analizzeremo meglio andando avanti col nostro discorso. Vorrei invece soffermarmi su tre punti privilegiati del loro insegnamento pragmatico (e dunque tanto facilmente assimilabile).
Essi ti insegnano: primo, la rinuncia: rinuncia resa assoluta, abitudinaria, quotidiana dalla mancanza di vitalità, che in essi è un dato di fatto reale, fisico, ma che in altri (come in te), può essere una tentazione. Essi dovevano morire; o meglio, in altre circostanze sociali, sarebbero di sicuro morti. Essi devono istintivamente ridurre al minimo lo sforzo per vivere: il che in termini sociali significa appunto rinuncia. È vero che come dice un mio amico di Chia − un ragazzetto che ricorda i proverbi dei vecchi − «il mondo è dei bravi, e i cojoni se lo godono». È una delle più grandi verità che le mie orecchie abbiano mai ascoltato. Tuttavia, io, vecchio borghese razionalista e idealista, cioè «bravo», continuo sempre a detestare con tutte le mie forze lo spirito di rinuncia. Che è poi ansia di integrazione e qualunquismo. Non temere di essere ridicolo: non rinunciare a niente. Lascia che i cojoni si godano il mondo, e invidia pure come me, struggentemente, per tutta la vita, la loro felicità.
La seconda cosa che i «destinati a morire» ti insegnano è una certa obbligatoria tendenza all’infelicità. Tutti i giovani di oggi − tuoi coetanei − hanno l’imperdonabile colpa di essere infelici. A quanto pare, non ci sono più cojoni: se non a Napoli o a Chia. Tutti sono bravi: e dunque tutti hanno la loro brava faccia infelice. Essere bravi è il primo comandamento del potere dei consumi (nel cui universo mentale e di comportamento tu, povero Gennariello, sei nato): bravi cioè per essere felici (edonismo del consumatore). Il risultato è che la felicità è tutta completamente falsa; mentre si diffonde sempre di più una immediata infelicità.
Sappi, invece, Gennariello, che, contrariamente al proverbio sublime di Chia, c’è anche una felicità dei bravi. Il proverbio di Chia dice infatti che «il mondo è dei bravi», alludendo decisamente al possesso, al potere. Ma allora va aggiunto che oltre al possesso del mondo da parte dei padroni, c’è anche un possesso del mondo da parte degli intellettuali, e questo è un possesso reale: com’è del resto quello dei cojoni. Si tratta soltanto di un diverso piano culturale. È il possesso culturale del mondo che dà felicità.
Non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità, della mutria cretina, della serietà ignorante. Sii allegro.
La terza cosa che ti viene insegnata dai «destinati a morire» è la retorica della bruttezza. Mi spiego. Da alcuni anni i giovani, i ragazzi fanno di tutto per apparire brutti. Si conciano in modo orribile. Fin che non sono del tutto mascherati o deturpati, non sono contenti. Si vergognano dei loro eventuali ricci, del roseo o bruno splendore delle loro gote, si vergognano della luce dei loro occhi, dovuta appunto al candore della giovinezza, si vergognano della bellezza del loro corpo. Chi trionfa in tutta questa follia sono appunto i brutti: che sono divenuti i campioni della moda e del comportamento. I «destinati a essere morti» non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello.
Ho imperversato un po’ contro questi «destinati a esser morti», col rischio di apparire un po’ vile e razzista: di creare cioè una categoria di persone da proporre alla condanna. No. Tra i «destinati a esser morti» ci sono esseri adorabili per lo meno come te, cosí vistosamente destinato alla vita. Se ho polemizzato con particolare violenza contro gli insegnamenti che ti impartiscono i «destinati a esser morti», è perché ho preso questa categoria a simbolo della media: media che ti insegna, appunto, queste stesse cose, e senza quel tanto di disperato che le corregge, le giustifica, le rende umane.

© Pier Paolo Pasolini, Siamo belli, dunque deturpiamoci, in Lettere Luterane. Il progresso come falso progresso, introduzione di Alfonso Berardinelli, Torino Einaudi 2003Prima edizione: collana «Supercoralli», Einaudi, 1976.

Riletti per voi #6: Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane

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Un libro per essere attuale non deve essere necessariamente scritto da poco tempo. Il passare degli anni aiuta il libro stesso a mostrare sino in fondo la sua disturbante verità, anzi spesso l’incomprensione da parte dell’epoca in cui è stato scritto è moneta per gli anni a venire. È il caso delle Lettere luterane (Einaudi) di Pier Paolo Pasolini, pubblicato nel 1976, l’anno dopo la morte dell’autore, ma già progettato da Pasolini con questo titolo. Questo libro può essere considerato, dopo la sua vita e la sua morte, il capolavoro di Pasolini, in cui si concentrano tutti i temi, le ossessioni dello scrittore, del poeta e del regista, ma ripresi con una maggiore lucidità e radicalità. Il testo è composto dagli articoli apparsi sul “Corriere della sera” e su “Il Mondo” nel corso del 1975, in cui Pasolini riflette su argomenti molto diffusi nella pubblicistica di quegli anni, ma li fa entrare nel corpo vivo di una riflessione di ampio respiro che mette in discussione il senso stesso della società italiana. L’autore legge nell’Italia che lo circonda un degrado fisico, ambientale e morale, causato dalla furia consumistica che ha spazzato via il modo di vivere arcaico e patriarcale degli italiani, senza sostituire ad esso una nuova scala di valori, ma solo un edonismo disperato che abbrutisce il singolo e lo isola dalla comunità. Anzi egli vede nel decennio a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ‘70 una mutazione antropologica, che addirittura ha alterato i tratti somatici stessi degli italiani. Nel 1975 per Pasolini “l’Italia (…) è distrutta esattamente come l’Italia del 1945”. Ma chi sono i maggiori responsabili di questo degrado? Pasolini individua come colpevoli la televisione, la scuola (che ha rinunciato al suo ruolo etico-formativo), il Sessantotto, che hanno diffuso una violenza piccolo borghese e nichilista, soprattutto tra i giovani, basandosi su modelli di “insolenza, disumanità, spietatezza” e in più hanno fatto sì che tutto questo fosse considerato normale. In ultimo denuncia la classe politica, che chiama metafisicamente “il Potere” e “il Palazzo”, che ha lasciato marcire il paese e ha consentito che prevalessero il sopruso, l’imbroglio, la distruzione del tessuto sociale della nazione e l’ha fatto per mero attaccamento alle poltrone e al denaro, senza che avesse un progetto, ma sfruttando, per il proprio tornaconto, di volta in volta le pressioni e le istanze della società stessa. Per tali motivi Pasolini arriva a proporre un processo per tutti i notabili della Democrazia Cristiana, rappresentate all’epoca di un potere solo apparente democratico. Per dirla con Corrado Stajano, “a rileggere oggi queste pagine si resta folgorati come da una profezia”. Il punto è che la profezia si è avverata, in peggio, perché “il Potere” ha metabolizzato anche i processi e i contestatori di allora, che sono diventati i giullari e i guitti del potere mass-mediatico e finanziario attuale, sia che lo giustifichino apertamente, sia che apparentemente lo critichino. In fondo l’Italia è una non-nazione, mai entrata consapevolmente nella modernità – da qui l’aspetto luterano delle lettere pasoliniane – di cui ha subito quasi esclusivamente gli aspetti negativi e sradicanti che si sono combinati in maniera tragica e grottesca con l’infantilismo e l’irresponsabilità di un popolo perennemente sottomesso, in cui la struttura del potere rimane clerico-fascista-clientelare, al di là delle tendenze politiche di facciata che di volta in volta assume. Inoltre, a quarant’anni dalla sua morte, sembra impossibile trovare quegli sprazzi di resistenza che Pasolini, in forma millenaristica, trovava, per esempio, in un certo sottoproletariato meridionale, romano e napoletano in particolare, come negli articoli della serie intitolata “Gennariello”, visto che il Sud è diventato un deserto umano e sociale e nella migliore delle ipotesi il suo riscatto può passare dal diventare meta coloniale del turismo di massa finto-culturale. In questi quarant’anni Napoli e Roma, con i loro sottoproletariati trasformatisi in plebe scolarizzata-tecnologizzata, sono diventate tra i laboratori più avanzati della deriva criminal-consumistica della società italiana, mentre nel resto della penisola quelli che per convenzione continuiamo a chiamare italiani sembrano già morti e non lo sanno. Forse – al di là del pasolinismo di maniera di cui lo stesso Pasolini è in parte responsabile e che da lui ha ereditato l’eccesso di moralismo ma non l’intelligenza critica, al di là della volontà dell’apparato mass-mediatico di trasformarlo in un santino sbiadito della scemocrazia italiota –  una prima cosa da fare è proprio rileggere questo libro, capire quanto nel profondo ci riguardi e ci parli.

© Francesco Filia