letteratura

La più bella pagina del mondo

foto di Giovanna Amato

TEMA

Racconta qual è, secondo te, la più bella pagina di letteratura del mondo.
Ricorda di essere quanto più oggettivo possibile nelle tue argomentazioni.

SVOLGIMENTO

Una delle risposte degne di una traccia del genere, professoressa, potrebbe essere un lungo sermone sulla natura collettiva del sostantivo “letteratura”, oppure sulla impossibilità di legarsi mani e piedi nel corso di un’esistenza ad unico agglomerato di concetti. Meglio ancora, visto che non temo ripercussioni, un bel foglio bianco di radicale protesta. Ma voglio stare al suo gioco, e indicare una pagina perfetta, completamente bella dall’inizio alla fine, bella anche per uno strano colpo di fortuna che vuole le proposizioni iniziare e finire all’interno della sistemazione grafica.
La pagina più bella, però, non è la più amata. Non è uno Stevenson né un Hugo, non viene dal Moby Dick né dai Libri della Jungla né da nessuno dei MaiPiùSenza che lei, professoressa, se seguisse Poetarum Silva (e dovrebbe) potrebbe conoscere. Non è una pagina cara, né una pagina fondamentale: è semplicemente una pagina bella. Il perché, professoressa, mi dica lei se è oggettivo: io stravedo per i pavoni.
(altro…)

Poetarum Silva a Festivaletteratura

copertina2014

Siamo felici di potervi dare una notizia, oggi: Poetarum Silva sarà a Mantova dal 3 al 7 settembre per seguire Festivaletteratura. Quella del 2014 sarà la XVIII edizione di questa importante manifestazione letteraria (e non solo!) che avrà come ospiti Francesco Abate, Giuseppe Antonelli, Alberto Arbasino, Antonia Arslan, Tullio Avoledo, Luigi Ballerini, la Banda Osiris, Marco Belpoliti, Miki Ben-Cnaan, Stefano Benni, Riccardo Bertoncelli, Enzo Bianchi, Giovanni Bietti, Carlo Boccadoro, Eugenio Borgna, Chandra Livia Candiani, Luciano Canfora, Laura Cangemi, Pierluigi Cappello, Massimo Cirri, Michael Cunningham, Francesco D’Adamo, Franca D’Agostini, Francesco De Gregori, Mario Desiati, Diego De Silva, Giorgio Fontana, Vivian Lamarque, Vittorio Lingiardi, Loredana Lipperini, Adriana Lisboa, Davide Longo, Àlen Loreti, Carlo Lucarelli, Claudio Magris, Nicoletta Maragno, Andrea Molesini, Antonio Moresco, Luisa Muraro, Michela Murgia, Francesco Piccolo, Ranieri Polese, Fabrizio Puglisi, Radiodervish, Lidia Ravera, Ermanno Rea, Massimo Recalcati, Francesca Rigotti, Paolo Rumiz, Elisa Ruotolo, Andrea Segre, Michele Serra, Beppe Severgnini, Elif Shafak, Gary Shteyngart, Fabrizio Silei, Raffaele Simone, Marino Sinibaldi, Vladimir Sorokin, Francis Spufford, Corrado Stajano, Matteo Stefanelli, Marco Steiner, Annalisa Strada, Cecilia Strada, Elizabeth Strout, Benedetta Tobagi, Wu Ming e molti altri.

Giovanna Amato e Alessandra Trevisan della redazione di Poetarum, saranno presenti parlarvi ogni giorno di alcuni eventi, raccontarvi qualche curiosità. Seguiteci!

Vi segnaliamo il ricco programma del Festival qui:
http://www.festivaletteratura.it/programma2014.php

I 5 (+1) libri da leggere quest’estate (e anche dopo) (secondo me)

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Non è una classifica; l’ordine è causale. Leggeteli tutti!

 

1) Davide Orecchio – Stati di grazia – Il Saggiatore – € 16,00 – ebook € 10,99

Quanto mi piacerebbe saper raccontare questo libro, ma non sono in grado, no. Per scrivere di questo libro bisognerebbe essere in possesso di una certa grazia, diversa da quella del titolo e diversa da quella che tocca l’autore, ma comunque una grazia, una leggerezza e una profondità di sguardo capaci di attraversare l’oceano parola per parola. [continua a leggere la recensione Qui]

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2) Felicitas Hoppe – Johanna – Del Vecchio editore, 2014 – € 14,00 – ebook € 9,99 – traduzione di Anna Maria Curci

Si può raccontare la Storia inventando una storia. Si possono prendere le documentazioni, interi archivi, libri, certificazioni e metterle al servizio di una nuova narrazione. Si può inventare e allo stesso tempo raccontare la verità, così si dovrebbero fare le biografie, così si dovrebbero fare i romanzi. Questo è quello che ha fatto Felicitas Hoppe in Johanna, da poco uscito per Del Vecchio editore, e, tradotto in maniera splendida da Anna Maria Curci. La meraviglia, però, non sta soltanto nel cosa ma nel come. Il come con cui la Hoppe ha raccontato la pulzella d’Orleans è straordinario. [continua a leggere la recensione Qui]

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3) David Means – Il punto – Einaudi 2014 – € 16,00 – ebook € 9,99 – traduzione di Silvia Pareschi

Faccio un’ammissione di stupore e meraviglia all’inizio, promettendo di usare le due parole il meno possibile nella scrittura di questa nota. Sono colpevole, dunque, di essermi stupito e meravigliato moltissime volte durante la lettura di questa nuova raccolta di racconti di David Means: Il punto(titolo originale The Spot, 2010); gli “Oh” e gli “Andiamo” si sprecavano. È passato un mese da quando ho terminato di leggere, mi sono ricomposto e posso scriverne fingendo di non essere il tifoso che sono. [continua a leggere la recensione Qui]

4) Francesca Serafini – Di calcio non si parla – Bompiani 2014 – € 10,00

Di mio nonno che se la prendeva sempre con Beppe Savoldi perché ai tempi era il più forte, e non gli andava perdonato nulla. A Savoldi non bisognerebbe perdonare mai d’aver voluto cantare, qualche rigore sbagliato ci può stare. Di radioline attaccate all’orecchio, e le voci di Ameri e Ciotti e gli scusa Ciotti ma il Napoli si è portato in vantaggio. Di mia madre che ripete all’infinito: «E mo’ basta cu stu pallone». Di tutte le volte che almeno qui, almeno a cena, insomma è Natale, qui di calcio non si parla. [continua a leggere la recensione su Fútbologia]

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5) Donald Barthelme – La vita in città – Minimum fax 2013  – € 11,00 – ebook € 5,99 – traduzione di Vincenzo Latronico

Ho finito di leggere il libro di pomeriggio. La sera sono arrivato a casa e i ponteggi dei lavori in cortile non c’erano più, ma in bilico, su un davanzale, erano ricomparse le mie scarpe sparite da mesi. Allora ho scritto una poesia, questa:

e quindi un cantiere nel palazzo
scarpe da tennis che scompaiono
polvere, impalcature, operai infine
e io che li accuso mentalmente
voi, voi, voi ladri di vecchie adidas
e la racconto e la dimentico
poi è marzo, i lavori finiscono
i ponteggi smontati in un giorno
cortile pulito, lenzuola stese
adidas più sporche che mai,
come in un racconto di Barthelme,
riapparse sul bordo del balcone
di un vicino, do l’acqua ai fiori
in questa vita in città, di ringhiera.

[continua a leggere la recensione Qui]

 

libro jolly: George Saunders – Dieci dicembre – Minimum fax – € 15,00 – ebook € 7,99 – traduzione  di Cristiana Mennella

La versione di Andrea 

Ho letto Dieci dicembre di George Saunders (Minimum Fax, traduzione di Cristiana Mennella) su suggerimento di Gianni Montieri. Gianni era talmente preso dai racconti di Saunders da dimenticarsi di scendere alla fermata giusta della metropolitana. Mi sono detto che in un libro non può esserci niente di più promettente di questo.

La versione di Gianni

Quella che segue potrebbe essere una recensione appassionata, ma sarà obiettiva, ve lo garantisco. Ho letto Dieci dicembre due volte. Alla prima lettura saltavo le fermate della metropolitana, alla seconda prendevo appunti. La prima volta, come si fa con un libro di racconti, ho cominciato dall’inizio e ho seguito l’ordine dettato dall’indice. La seconda volta ho cominciato dalla fine, dal racconto che ha lo stesso titolo del libro e che mi aveva commosso particolarmente [continuate a leggere Qui]

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© gianni montieri

 

Octopus Adriatic Tentacular Fest

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Inizia domani venerdì 4 luglio l’Octopus Adriatic Tentacular Fest, Festival organizzato dall’Associazione Maze Eclectic Circle e dedicato a cinema, musica e letteratura. Fino a domenica 6 – presso il Museo Michetti a Francavilla a Mare (Chieti) – si alterneranno presentazioni di libri, mostre, proiezioni, concerti tra stand di dischi in vinile, di abbigliamento e tanto altro.

Da segnalare le presenze musicali: dal quartetto jazz Cinedelika (che, attraverso una personale reinterpretazione, suonerà temi più o meno conosciuti tratti dalle colonne sonore del cinema italiano) ai Pollock Project (ensemble art-jazz che ha fatto del rapporto con le arti visuali e la poesia la propria cifra stilistica), dai Farabutti (complesso beat specializzato in atmosfere vicine alle ambientazioni dei famosi fumetti neri come Diabolik, Satanik, Kriminal) all’Orchestra Criminale (dieci elementi per un viaggio all’interno della storia del cinema italiano attraverso le composizioni di grandi maestri quali Trovajoli, Piccioni, Morricone, Umiliani e Micalizzi).

Chi vuole sapere gli orari e qualcosa in più sul Festival, può visitare il sito.

Giorgio Agamben, “Il fuoco e il racconto” (una minima nota di lettura)

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C’è un’andatura, nella prosa di Agamben, che dispone il lettore alla consegna di ogni altro atto mentale.
Anche nei suoi momenti più scorrevoli – perché di questo si tratta, nel nostro caso, di dieci saggi densi e complessi ma dall’incredibile limpidezza di lettura – una potenza ben dosata preme la pagina contro la retina, e si concede, senza nessun vezzo, di sfoderare, al momento giusto, l’unghiolo.
Cuore del libro è il saggio eponimo in apertura. È lui che segna il discorso intero, gli imprime spinta e da lì lo osserva ruotargli intorno. Il fuoco e il racconto sono i due poli che, secondo un racconto riportato da Scholem, aprono e chiudono un’apparente evoluzione: il primo, il fuoco, è il mistero, l’enigma, il mito; il secondo, che lo rimpiazza quando l’altro è perduto, è la storia. Ma che la perdita del mistero in virtù dell’affrancamento della storia (la sua “secolarizzazione”) sia, in letteratura, un progresso, è immediatamente escluso: non può appagare ciò che dimentica di essere, soprattutto, modo per testimoniare che si è perso il fuoco, quello stesso fuoco che, da solo, non potrebbe essere detto:

Il fuoco e il racconto, il mistero e la storia sono i due elementi indispensabili della letteratura. Ma in che modo un elemento, la cui presenza è la prova inconfutabile della perdita dell’altro, può testimoniare di quell’assenza, scongiurarne l’ombra e il ricordo? Dov’è il racconto, il fuoco si è spento, dove c’è mistero, non ci può essere storia.
Dante ha compendiato in un solo verso la situazione dell’artista di fronte a questo impossibile compito: “l’artista / ch’a l’abito de l’arte ha man che trema” (Par. XIII, 77-78). La lingua dello scrittore – come il gesto dell’artista – è un campo di tensioni polari, i cui estremi sono stile e maniera. “L’abito de l’arte” è lo stile, il possesso perfetto dei propri mezzi, in cui l’assenza del fuoco è perentoriamente assunta, perché tutto è nell’opera e nulla può mancarle. Non c’è, non c’è mai stato mistero, perché esso è interamente esposto qui e ora e per sempre. Ma, in questo gesto imperioso, si produce a volte un tremito, qualcosa come un’intima vacillazione, in cui bruscamente lo stile tracima, i colori stingono, le parole balbettano, la materia si aggruma e trabocca. Questo tremito è la maniera, che, nella deposizione dell’abito, attesta ancora una volta l’assenza e l’eccesso del fuoco. E in ogni vero scrittore, in ogni artista vi è sempre una maniera che prende le distanze dallo stile, uno stile che si disappropria in maniera. In questo modo il mistero disfa e allenta la trama della storia, il fuoco gualcisce e consuma la pagina del racconto.

Entra così in gioco l’elemento che attraverserà i saggi – l’oscillazione, il tremito, l’equilibrio, la lotta serrata dell’uomo con le spinte e controspinte che lo avvicinano all’opera. Una volta insinuato, il tema riemerge in quello che del filo è la perla, il saggio Che cos’è l’atto di creazione?. Partendo dalla definizione di Deleuze di atto di creazione come “atto di resistenza”, Agamben desidera qui proseguire il discorso, inserirsi in una sacca di possibilità del pensiero, chiarire di cosa si possa star parlando quando si parla di “resistenza” e creazione. “Resistenza” e “potenza” (a sua volta poter-fare e poter-non-fare, “signoria su una privazione”) diventano allora un altro esempio di forza bipolare il cui equilibrio è la grazia dell’opera:

Colui che possiede – ho ha l’abito di – una potenza può tanto metterla in atto che non metterla in atto. […] L’architetto è potente, in quanto può non costruire, la potenza è una sospensione dell’atto. […] La potenza è, cioè, un essere ambiguo, che non solo può tanto una cosa che il suo contrario, ma contiene in se stessa un’intima e irriducibile resistenza. Se questo è vero, dobbiamo allora guardare all’atto di creazione come a un campo di forze teso fra potenza e impotenza, potere e poter-non agire e resistere. […] La duplice struttura di ogni autentico gesto creativo, intimamente ed emblematicamente sospeso fra due impulsi contraddittori: slancio e resistenza, ispirazione e critica.

Ciò che si perde, in caso di disubbidienza alla perfezione di queste forze, è chiaro: “l’artista ispirato è senz’opera”; “la potenza-di-non non può essere a sua volta padroneggiata e trasformata in un principio autonomo che finirebbe con l’impedire ogni opera”; infine, “chi manca di gusto non riesce ad astenersi da qualcosa, la mancanza di gusto è sempre un non poter non fare”.
A sottolineare il limine sottile tra l’opera e ciò che non lo è (o che smette di esserlo), la parola “potenza”, con tutto il suo carico di delicato equilibrio, ritorna nell’ultimo saggio (Opus alchymicum), dedicato all’Opera alchemica come aggancio tra lavoro su di sé e produzione di un’opera. Si è già detto altrove (Dal libro allo schermo. Il prima e il dopo del libro) che “un’opera in cui la potenza creativa fosse totalmente spenta non sarebbe un’opera, ma cenere e sepolcro dell’opera”. Qui lo sguardo si allarga, tocca l’interazione tra l’opera e i suoi creatori, o tra l’opera e i suoi guardanti:

Un soggetto che cercasse di definirsi e di darsi forma soltanto attraverso la propria opera si condannerebbe a scambiare incessantemente la propria vita e la propria realtà con la propria opera. Il vero alchimista è, invece, colui che – nell’opera e attraverso l’opera – contempla soltanto la potenza che l’ha prodotta. […] Ciò che il poeta, divenuto “veggente”, contempla è la lingua – cioè non l’opera scritta, ma la potenza della scrittura. […] Certo contemplazione di una potenza si può dare soltanto in un’opera; ma, nella contemplazione, l’opera è disattivata e resa inoperosa e, in questo modo, restituita alla possibilità, aperta a un nuovo possibile uso. Veramente poetica è quella forma di vita che, nella propria opera, contempla la propria potenza di fare e di non fare e trova pace in essa.

Ma questa nota di lettura è minima, e si è aggrappata a un solo filo. Tante le eco interne a mostrare, in questo libro, il telaio di una mente al lavoro su più fronti, il cui ragionamento si espande, con il battuto di una stessa terra, su più di un sentiero. Con un capo sempre ben stretto a “ciò che ci resta ancora e sempre da capire – il nostro essere parlanti” (Parabola e Regno). Perché

è sulla lingua che gli intervalli e le rotture che separano il racconto dal fuoco si segnano implacabili come ferite. I generi letterari sono le piaghe che l’oblio del mistero scalfisce sulla lingua: tragedia ed elegia, inno e commedia non sono che i modi in cui la lingua piange il suo perduto rapporto con il fuoco. […] Scrivere significa: contemplare la lingua, e chi non vede e ama la sua lingua, chi non sa compitarne la tenue elegia né percepirne l’inno sommesso, non è uno scrittore.

Rewiring the brain! Il cervello rimodellato dalla lettura

proust e il calamaro  

Maryanne Wolf, Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge (V&P, 2009)


Ogni progresso viene dalla lettura e dalla meditazione.
Le cose che non sappiamo le impariamo leggendo.
Le cose che abbiamo imparato le conserviamo meditando.
 
Antica sentenza

 

Sostenere che il cervello sia (o resti) uno dei più grandi e affascinanti misteri dell’essere umano torna riduttivo e di certo non porta lontano. Ritorna però utile ricordare che il cervello si organizza in un cablaggio molto più ampio di Internet e dialoga con sé stesso ad una velocità impressionante. La complessità delle reti del cervello si compone di «trillions of connections among billions of brain cells», migliaia di miliardi di connessioni tra miliardi di cellule nervose (T. Delbruck, T. Sejnowski, 2012): Internet ce l’abbiamo in testa! Quanto accade persino nella più semplice delle azioni svolte nel quotidiano ha davvero del sorprendente, se andiamo a scoprire il meccanismo delle attività mentali e intellettive che regola il nostro vivere in ambito chimico-biologico, psicologico ed emotivo. La scienza interessata a comprendere e fissare i termini di questa struttura e la dinamica delle attività cerebrali ha un nome dal dittongo sinuoso e creativo, neuroscienze, ed è tanto creativo quanto scientifico allorché ricercatori e specialisti scoprono l’estensione e il rinnovamento delle connessioni che presiedono allo scambio di messaggi fra neuroni. Conoscere la mappa del nostro cervello aiuta a conoscere qualcosa di noi stessi, delle reazioni interne da cui derivano sentimenti e comportamenti. La mappa del cervello, però, è in perenne mutamento. Non è lo stesso del giorno prima perché i collegamenti fra neuroni «si modificano continuamente nel corso nella nostra vita, trasformandosi e trasformandoci sulle base delle nostre esperienze […] il cervello è geneticamente predisposto per svilupparsi in modo armonico; ma tutte le esperienze che facciamo […] influiscono profondamente sull’architettura cerebrale» (F. Cro).
Nei fatti, la lettura, fra le attività della mente, contribuisce a rimodellare la rete del cervello affinché possano crearsi nuovi circuiti di comunicazione. La prova arriva dal libro della neuroscienziata cognitivista Maryanne Wolf, Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge, edito da V&P. Wolf, attualmente alla Tufts University di Boston dove dirige un centro ricerche – il Center for Reading and Language Research dell’Eliot-Pearson Department for Child Development –, si è specializzata ad Harvard (Human Development and Psychology) e le sue pubblicazioni sono indirizzate allo studio neurologico della lettura, del linguaggio e della dislessia. Il libro Proust e il calamaro (ed. orig. HarperCollins, 2007) si costituisce luogo di incontro fra i risultati delle sue ricerche e il lettore (sia di settore sia non-specialista) che si avvicini o approfondisca una disciplina così complessa e interessante. Il titolo concerne da subito una curiosità: cosa c’entra l’autore della Recherche con il calamaro? La neuroscienziata lo rivela dalle prime pagine, Proust e il calamaro sono «modi complementari per capire dimensioni diverse del processo di lettura» (p. 12), dal punto di vista dello scrittore francese, autore del noto saggio Sur la lecture, quale attività ricreativa, dal punto di vista del calamaro per l’attività neurobiologica rappresentata dal lungo assone, cioè la parte costituente il suo sistema nervoso. Ecco nel duplice riferimento la finalità principale del libro, analizzare e mettere in luce per l’appunto la dimensione intellettuale e biologica della lettura e di un disturbo ad essa correlato come la dislessia.
Grande invenzione perciò la lettura! anzi: «è l’esempio per eccellenza di invenzione culturale acquisita che avanza richieste alle strutture cerebrali preesistenti» (p. 12). Grazie alla plasticità neuronale del cervello, leggere ha condotto l’essere umano verso un’evoluzione atta a ricablarne le reti di scambio. In tale prospettiva, l’invenzione della scrittura ha permesso di modificare e ampliare la percezione, di elaborare il pensiero e comunicarlo, influenzandolo. Per esaminare il work in progress del cervello, Wolf parte dalla storia antica e dai primi sistemi di scrittura fino a giungere all’alfabeto e quindi da un’individuazione dei caratteri logosillabici e simbolici fino alla decodificazione delle lettere. Sottolinea, fra l’altro, come la lettura in lingue differenti (prendiamo il cinese e l’inglese, completamente opposte per ramo, tipo e morfologia) vada ad attivare vie nervose diverse, di conseguenza «vie nervose diverse possono essere usate da un solo cervello per leggere scritture differenti» (p. 71). A tal proposito, nel formulare le teorie relative all’efficienza evolutiva e corticale, l’autrice fa notare che il cervello di un lettore dell’antichità classica a contatto con l’alfabeto non era migliore del cervello di un lettore sumero esperiente del sistema logosillabico, bensì erano cervelli diversi la cui elevazione culturale e di pensiero era avvenuta proprio attraverso la scrittura. Per rifarci a Lev Vygotskij: «L’atto di mettere per iscritto parole pronunciate e idee ancora inespresse libera, nel farlo, il pensiero stesso e lo trasforma.»
Durante la lettura le reazioni invisibili del cervello sono molteplici, si realizzano continui processi cognitivi e linguistici nelle varie regioni cerebrali (per citare un esempio, l’area di Wernicke situata nel lobo temporale, deputata alla comprensione del linguaggio) impegnate a codificare nella parola la forma e il riconoscimento del suono e il suo effetto sulla percezione. In sintesi «ogni parola ha 500 millisecondi di gloria» (p. 159) e in quei 500 millisecondi si concentra la corsa a recuperare il nostro sapere su quel termine; un impulso o segnale – uno spike per usare la definizione di Delbruck e Sejnowski – si innesca e parte, raggiunge la corteccia e attiva diversi neuroni, comunicanti fra loro, delle differenti aree corticali. In merito alla visione, e all’attivazione degli impulsi, bisogna rilevare che le parole sono come gli oggetti, con la differenza che un oggetto viene direttamente percepito nella sua entità, mentre le parole vengono elaborate perché riconosciute quali simboli grafici concernenti l’idea e non l’oggetto. Nei 500/600 millisecondi si è completato un processo semantico e di comprensione di quella singola parola da noi valutata pure sul piano emotivo, poiché «la regione limbica ci aiuta anche a stabilire priorità e valutare qualsiasi cosa leggiamo. L’emotività contribuisce a stimolare o lasciare a riposo i nostri processi di attenzione e comprensione» (p. 156). Il dato emotivo spiegherebbe – secondo un’altra attenta ricerca condotta dallo psicologo Ara Norenzayan pubblicata nel 2006 su Cognitive Science (un recente articolo di Hanna Drimalla su Mente & Cervello ci informa di esperimenti correlati a tale ricerca) – le ragioni per cui una storia fantastica o mitologica, fiaba, favola, racconto magico, ecc., riesce ad avere una resa persistente sulla percezione del lettore. Nel tempo l’esperienza di leggere sottintende un modo di scegliere cosa leggere, pertanto la qualità della nostra attenzione e delle nostre scelte dipenderà dai libri che abbiamo vissuto e viviamo poiché «ciò che leggiamo ci trasforma nel tempo» (p. 170). I poeti, aggiunge la neuroscienziata, sono le antenne della società capaci di captare nel miglior modo possibile questo segnale di trasformazione.
Argomento complesso è il disturbo della dislessia di cui si occupa la terza parte del libro, un campo aperto alle prospettive di ricerca e sperimentazione. Tanto illuminanti le scoperte quanto diverse le ipotesi riguardo la genesi del disturbo, i cui orientamenti spaziano da un difetto nelle strutture preesistenti (interessate, queste, al riconoscimento morfo-fonemico della parola) e a difetti di natura circuitale fino all’ipotesi di «un cervello riorganizzato in maniera diversa». Questa organizzazione diversa venne avvalorata dalle osservazioni scientifiche di Samuel T. Orton (1879-1948) il quale ribattezzò il disturbo strefosimbolia, ossia distorsione dei simboli, dovuta ad un difetto di comunicazione fra i due emisferi per cui viene a mancare la normale dominanza emisferica sinistra – responsabile della corretta visione delle parole, dell’individuazione dei suoni, della comprensione del linguaggio –, a carico dell’emisfero destro, deputato a funzioni differenti, relative alla creatività, alla deduzione di schemi, comportando così un disordine nella percezione dello spazio, un capovolgimento di alcune lettere e una difficoltà nella lettura, nell’ortografia e nella scrittura  (p. 201-205). Nonostante la casistica eterogenea del disturbo, gli studi neuroscientifici hanno imboccato la strada giusta per identificarlo e comprenderlo. Sorvegliare le manifestazioni della dislessia significa estendere l’indagine sulla sua stessa natura – non solo in una data lingua, ma su scala interlinguistica – per scoprire «cosa succede quando il cervello non riesce a imparare a leggere». Con molta probabilità la dislessia potrà rivelarsi non un difetto come generalmente concepito, bensì «un esempio straordinario delle strategie usate dal cervello a scopo di compensazione: quando non può svolgere una funzione in un modo, il nostro cervello si riorganizza per inventarne, letteralmente, un altro» (p. 215). Il deficit ci permetterà di cogliere una differenza strutturale del cervello o un diverso modo di costituirsi nella sua configurazione per far fronte alle difficoltà! Forse ciò non può (o al contrario potrebbe) spiegare una particolare tendenza al talento e al genio da parte del dislessico.
Tuttavia l’indagine scientifica sta rilevando che studi sulla morfologia cerebrale e sui cambiamenti neuronali – di notevole importanza le pagine dedicate agli studi sul planum temporale (p. 221-223) – possono essere un indicatore molto utile riguardo la causa o la conseguenza della difficoltà di lettura e predispone la scienza a ripensare geneticamente la dislessia. Nondimeno questo disturbo diviene una prova, «un’attestazione evolutiva quotidiana che sono possibili differenti organizzazioni cerebrali» (p. 233).

Grazie a Maryanne Wolf riusciamo a esplorare da vicino l’avventura scientifica e spirituale della lettura, esperienza decisiva per la formazione della civiltà e per la comprensione dell’uomo. Se davvero «we are what we read» per dirla con Joseph Epstein, allora nella lettura riscopriamo le aspettative di un progresso umano, intellettuale e creativo.

© Davide Zizza

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Riferimenti dell’articolo

– T. Delbruck, T. Sejnowski, The language of the Brain. Scientific American, ottobre 2012, p. 54-59; ed. it. Il linguaggio del cervello, Le Scienze, dicembre 2012, p. 52-57 (qui l’articolo in lingua originale
Francesco Cro, dall’articolo Il genitore consapevole, su Mente & Cervello, n. 105, anno XI, settembre 2013, p. 52
M. Proust, Sur la lecture, Paris 1906, trad. it. Sulla lettura, Mondadori, 1995 (è possibile leggere un articolo dedicato al tema della lettura con riferimento a Proust a questo link)
Lev Vygotskij, Pensiero e linguaggio, Giunti, Firenze, 2007
Ara Norenzayan, Scott Atran, Jason Faulkner, Mark Schaller, Memory and Mystery: The Cultural Selection of Minimally Counterintuitive Narratives, Cognitive Science 30 (2006) p. 531-553; sulla ricerca di Norenzayan ed altri esperimenti parla l’articolo di H. Drimalla, Nel mondo delle fiabe, pubblicato su Mente & Cervello, n° 97, anno XI, gennaio 2013, p. 62-67 (è possibile consultare il pdf della ricerca qui)
J. Epstein, Plausibile Prejudices. Essays on American Writing, Norton, 1985

Anna Toscano – my camera journal 2

“…emozione e adattamento, riconoscimento e scoperta, conferma e sorpresa”
(José Saramago, Viaggio in Portogallo)

questo è il viaggio, una volta affidati i fiori (e il cane) a chi vi sa badare. (at)

2013-07-25-00-14-53

Cosa si può sentire nel vedere per la prima volta una città appena sotto le nuvole, quando ancora non si ha ricongiunto l’ombra alla terra. Dal finestrino dell’aereo ci si sforza a fissarne i contorni, a intuire sagome. E si attende quel poco tempo che ancora separa. Buenos Aires l’ho attraversata nelle pagine di poeti e narratori, l’ho letta nei saggi, studiata nei documentari, sofferta nei film. Ma cosa vuol dire vivere una città senza averci mai messo piede. È come seguire alla perfezione una ricetta: leggere la ricetta delle medialunas, vedere un cuoco che le prepara al video, vederle che si compongono lentamente, lievitano nel forno, vederle pronte su un piatto. Poterne quasi sentire l’aroma e la fragranza da di qua del video, lo strato quasi impercettibile di glassa che fa l’occhiolino. Come esiste una città che ti fa l’occhiolino da poesie e romanzi, che ti adesca da documentari e film. Cosa sarà una volta che ci avrò messo piede. Non lo so. Scendo e la mordo, a passi lenti cauti instancabili.

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testo e foto di Anna Toscano

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Leggi il my camera journal 1

Interviste credibili # 1 : Davide Tosches

Comincia oggi un ciclo di chiacchierate informali con musicisti, artisti, scrittori, poeti. La prima (non) intervista è al musicista piemontese Davide Tosches. (GM)

Gianni: Ciao Davide, prima tre domande di servizio : Hai un asino?
Davide: No, al momento ne sono sprovvisto, ma sto facendo delle valutazioni molto serie in merito

Gianni: Vivi nei boschi?
Davide: Passo nei boschi molto tempo e fra un mese mi trasferirò in una casa nel bosco, lì succede tutto, lì si respira la verità.

Gianni: Sei un cantautore?
Davide: Sono un musicista che suona tanti strumenti tutti a caso, un cantautore non ho ancora capito bene che cos’è, quindi non posso essere un cantautore. Come se io dicessi a te che sei il Dalai Lama o una sedia.

Gianni:“Il lento disgelo” è il titolo del tuo ultimo album (va bene se lo chiamo così? o preferisci Cd?); lo ascolto da quando me l’hai spedito (senza autografo, vabbè) e se dovessi definirlo in due parole direi: “aperto e avvolgente”. L’apertura mi viene in mente, perché le tue musiche (mi era successo anche con “Dove l’erba è alta” il tuo disco precedente) mi fanno sentire, letteralmente all’aperto, in balìa di un vento basso, costante. Questo avvolge, insieme alle parole e, in un certo senso, conforta. Che ne pensi?

Davide: Album va benissimo, per l’autografo provvederò quanto prima. Ti ringrazio molto, sono lusingato del fatto che possa essere considerato un disco che conforta e avvolge, del resto io faccio una musica molto “amichevole” in un certo senso, la sincerità è importantissima nel comporre musica, almeno per me. Quel che vedi se mi conosci, è quello che ascolti nei miei dischi. Poi, una cosa importante è sicuramente la mia irrinunciabile necessità di creare musica partendo da immagini, fenomeni naturali, emozioni; quando parti da queste cose, parti dal reale, o almeno dalla tua visione del reale, quindi non si può mentire, perché non c’è il contributo del pensiero razionale. Magari sarei anche in grado di scrivere canzoni che parlino di fatti di cronaca o altre cose che non ho vissuto, ma in questo momento proprio non mi interessa, non mi stimola.

Gianni: Si riesce a leggere e a scrivere ascoltando le tue canzoni, per come la vedo io è un merito, altri dicono di no, qual è la tua idea in proposito?
Davide: Sei la prima persona che me lo dice, di solito mi dicono che la mia musica ti trascina via da quello che stai facendo. Però mi fa piacere, anche se non so dirti molto riguardo a questa cosa, perché io non sono in grado di leggere o scrivere ascoltando musica, forse perché quando la ascolto, sono sempre molto attento. Riesco a dipingere o disegnare però, soprattuto ascoltando Lester Young o Duke Ellington.

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Gianni: Parlami della Controrecords
Davide: La Controrecords l’ho fondata nel 2009, per l’uscita del mio primo disco. Disco che non interessava praticamente a nessuno, così ho fatto da me e oggi siamo una dozzina di artisti, tutte persone splendide che condividono una visione musicale comune, quella dell’impegno, necessaria per fare dischi seri e curati. È più un collettivo che un’etichetta vera e propria, nessuno a parte l’artista ci guadagna niente, ognuno è il manager di sé stesso, ma con il supporto degli altri, quando necessario. Il concetto che sta alla base dell’etichetta è: se tu non fai niente, non succederà niente e se tu non sei il primo a credere al tuo talento e al tuo messaggio, non ci crederà nessuno. Dai, mandami una demo.

Gianni: (ok te la mando) Ho letto sull’ultimo numero de Il Mucchio un interessante (forse) articolo sulla nuova (o non ancora nuova) (o già vecchia) scuola musicale torinese. Esiste questa scuola torinese? Senti di farne parte? Trattasi di minchiata?
Davide: Non esiste alcuna scuola torinese, esistono persone che hanno voglia di collaborare e fare musica, ma sicuramente negli ultimi anni, hanno prevalso i singoli autori rispetto ai gruppi. Torino ha sempre avuto un grande fermento musicale fin dagli anni 70, ma l’attenzione non si era mai focalizzata sugli autori come in questo momento. Ci sono molte persone in gamba, se dovessi fare una lista comprenderebbe almeno una quindicina di nomi e non è poco per una città relativamente piccola e che negli anni si è guadagnata la fama di città grigia dove succede poco e niente.

Gianni: Quali sono i musicisti che non potresti fare a meno di ascoltare?
Davide: Troppi, ma proviamo a sparare qualche nome, anche se ne dimenticherò moltissimi: Joe Henry, Bruce Cockburn, Piero Ciampi, Bill Frisell, Frank Sinatra, Smog, Mimmo Locasciulli, World Party, Elvis Costello, Alice Cooper (fino al 1976), Tom Waits (fino a Mule Variations), 16 Horsepower, Jim White, Megadeth, Rush, Andrew Bird, Steven Wilson, Living Colour, Deacon Blue, Yma Sumac. Dai mi fermo, altrimenti occupo tutto il sito e il vostro provider si incazza.

Gianni: Il tuo album imprescindibile?
Davide: Closing Time di Tom Waits.

Gianni:Mi piace molto come usi le parole insieme alla musica. L’effetto per chi ascolta è che nessuno dei due aspetti assecondi l’altro ma che l’armonia tra suoni e testi sia quasi spontanea, è così?
Davide: È così, è assolutamente necessario per me che se un brano abbia un testo, quel testo debba già avere un suo suono. Non scrivo con strutture ben definite, non scrivo in rima, ma le adatto, appunto in modo spontaneo alla musica, come fanno le piante fra di loro per creare un bosco.

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Gianni: Invidio molto le foto che posti all’alba su Facebook, com’è vivere fuori dalla città? (ma viverci sul serio, non come Carboni che ci è andato adesso e di colpo costruisce mobili)
Davide: Vivere fuori dalla città è la dimensione naturale dell’uomo, è come la differenza fra respirare spontaneamente o essere attaccati ad una bombola di ossigeno. Le città attuali, sono il primo esempio storico di realtà virtuale, di distorsione della realtà e dell’allontanamento da noi stessi, una sorta di schizofrenia collettiva. Si accetta la follia, che diventa la normalità e si nega la dimensione naturale, che viene percepita come falsa, come romantica e non possibile. Ho amici che hanno paura delle api, dei serpenti, delle spine, della pioggia e del vento, come se fossero cose che non gli appartengono, non mi sembra una cosa possibile, eppure è così. Sai, spesso le persone mi accusano di essere estremista quando faccio questi discorsi, ma la domenica invadono le campagne perché non ce la fanno più e poi ti dicono: “caspita come si mangia bene in trattoria”, oppure “questa è vita”, “hey, ma queste albicocche sono vere!” e altre scemenze del genere che si commentano da sole. Senti, già che ci siamo, dammi l’indirizzo di Carboni che mi serve un comodino. Li farà anche con il piano in pietra di Luserna? Metti una buona parola che sto spendendo un sacco di soldi ultimamente…

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Gianni: La scena musicale indipendente italiana lo è sul serio, o è un’approssimazione giornalistica?
Davide: È sempre un’approssimazione giornalistica, come pure i generi musicali. Poi, indipendente da che cosa, nessuno l’ha ancora capito.

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Gianni: Il nostro è un blog letterario ti va di raccontarmi delle tue letture, i libri che contano per te e, se vuoi, se ce sono, quali sono i poeti che ami?
Davide: Leggo moltissimo, di solito la sera prima di andare a dormire, di giorno chissà perché faccio più fatica, ma a volte capita. Negli anni ho letto e amato moltissimi autori (e li amo ancora) come Erskine Caldwell, Steinbeck, Buzzati (forse il mio preferito), David Goodis, Andrea G. Pinketts, Bukowsky. Negli ultimi anni, ho adorato alcuni libri di Frank Schätzing (Il mondo d’acqua) di Alain De Botton (L’importanza di essere amati), Ray Bradbury (Fahrenheit 451), George Orwell (1984) e altri che adesso non mi vengono in mente, ah sì, anche il libro di Woody Guthrie (Questa terra è la mia terra) e l’unico in italiano di Lenny Bruce (Come parlare sporco e influenzare la gente). Il libro più importante che ho letto negli ultimi anni, è stato forse il diario di Eugène Delacroix, un autentico capolavoro che ha contribuito a consolidare la mia visione della vita. Anche “Un amore” di Buzzati è sicuramente un testo di una potenza incredibile. Poesia, a dirti la verità ne leggo poca, ma per caso, perché mi piace molto. I poeti che apprezzo di più sono Kenneth Patchen, Ezra Pound (non solo per la poesia), Lawrence Ferlighetti, William Blake, Neruda, Eliot, Bukowsky (anche se molti non lo definiscono un poeta) e anche quel poeta rumeno, come si chiama? Ah si, Bacovia, meraviglioso. Dimentico sicuramente qualcuno…

Gianni: Ti ricordo che mi devi un autografo e, almeno un paio di bicchieri, segnatelo.
Davide: Segnato, non ti preoccupare. Tu prendi l’autostrada in direzione Torino e quando sei nei pressi di Chivasso telefonami e ti dico come arrivare da me. Mi raccomando, avvisami almeno mezz’ora prima perché sono molto impegnato.

(c) intervista di Gianni Montieri

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al link qui sotto potrete leggere qualche notizia in più su Davide Tosches:

Toschesbio

Solo 1500 n. 41 – Firenze lo sai (o-scurantesimo)

Solo 1500 n. 41  – Firenze, lo sai (O-scurantesimo)

Ammettiamo che tu abbia comprato una piccola casa, accollandoti un cospicuo mutuo, ammettiamo che questo mutuo sia composto da rate mensili, oscillanti tra i 450 e i 600 euro, ammettiamo, in alternativa, che tu sia in affitto, stesso esborso mensile più o meno. Aggiungiamo, naturalmente, che tu abbia delle bollette da pagare, abbonamento ai mezzi pubblici, treni ecc.; mettiamo il caso che tu abbia bisogno di mangiare. Facciamo (per ipotesi) che tu sia un precario oppure un lavoratore a tempo determinato, e che il tuo stipendio mensile sia di poco più di mille euro. Ci sei fin qui? Bene. Diciamo che tu sia uno scrittore o aspirante tale, e che abbia un romanzo o  una raccolta di racconti pronta. Tu pensi che sia il momento di pubblicarla, che il tuo lavoro valga ma non sai come fare, non sai a chi rivolgerti, oppure l’hai fatto ma senza risultati. Mi segui? Perfetto! Stai tranquillo, da oggi, i tuoi problemini da piccolo scrittore saranno risolti dal Festival dell’inedito. Come? Molto semplicemente, tu ci mandi il tuo manoscritto e noi lo esaminiamo, lo valutiamo, ti consigliamo, ti abbracciamo, ti diamo uno stand, una penna bic, un paio di quaderni, un panino con la salamella e qualche gadget. Fico, vero? Ti chiediamo, soltanto, un piccolo sacrificio  da fare in nome della cultura, se preferisci chiamalo: investimento per il futuro; per un mese dovresti non pagare l’affitto, o non mangiare, o farti prestare dei soldi (avrai un amico no?) perché noi costiamo più o meno 500 euro. Molto poco non trovi? Che ne dici? Ma che fai, canti? “Per questo canto una canzone triste, triste, triste, triste, triste come me”.

Gianni Montieri

qui un articolo di Jacopo Ninni sull’argomento

qui la lettera aperta degli scrittori fiorentini (e non)

Orfeo ed Euridice (o sulla moltiplicazione letteraria del mito)

di Davide Zizza

 

Il mito è una miniera d’oro per la letteratura universale perché è un vero e proprio generatore di opere che sviluppano idee, varianti, e soprattutto simboli; esso riferisce un fatto primordiale, che nel tempo viene rimaneggiato enne volte, e si scopre così che il volto originario di quel determinato mito ha cambiato i tratti, mantenendone la struttura fondamentale, talora alterando alcuni fattori accidentali. Questo è ciò che distingue in letteratura la tradizione dalla modernità: da un lato il mantenimento di un’ossatura archetipica e dall’altro lo stravolgimento drammatico e brillante degli eventi.
Non si tratta di richiamare concetti sacri e filosofici. La riflessione intende solo portare l’attenzione al dato che dei miti si prestino ad una facile modellabilità per comunicare una verità che fa parte dell’essere umano di ieri e di sempre. Talvolta è tramite l’escamotage del mito riveduto in maniera felicemente scorretta che il testo letterario dice la sua.
Su Orfeo ed Euridice la letteratura non si è mai stancata di moltiplicare le versioni ufficiali, tradizionali e quelle – chiamiamole – apocrife, cioè moderne. È un mito letterario, seguendo quanto ci dice Pierre Brunel nel suo Dictionnaire, i cui rifacimenti hanno sottolineato il carattere profano della storia. Analizzando dei testi ci si accorge che la reinterpretazione della vicenda di amore e morte fra Orfeo ed Euridice non è necessariamente concentrata sulle varianti degli accadimenti, ma in modo prevalente sul piano dell’azione. Si interpreta letterariamente il gesto. Un’azione può nascondere (ecco il valore del termine apocrifo di prima) un significato ambiguo o comunque polivalente, complesso per le ragioni simboliche in sé contenute; di conseguenza tale oscurità sul mito si presta ai dubbi e ai tentativi di ricollocazione di significato che poeti e scrittori hanno riversato nelle loro opere, ridimensionando così la visione poetica e rendendola attuale. Il respicere di Orfeo rientra nella suddetta polivalenza. Quanto ci perviene dalla letteratura, nel presente caso, è riconducibile ad un attimo: a Orfeo – sceso nell’Ade per recuperare la consorte morta una prima volta per il morso di un serpente – viene concesso di riportare alla vita Euridice a patto di non guardarla, ma prima di varcare completamente l’uscita del regno dei morti si volta verso di lei. Euridice muore per una seconda volta perché per “gran furore” egli non ha resistito.
(altro…)

Anno kleistiano 2011 – 3 – Kleist, il «genio sinistrato»

“La verità è che per me sulla terra non c’era soccorso” (“Die Wahrheit ist, daß mir auf Erden nicht zu helfen war”): così, nella lettera  d’addio alla sorella Ulrike, scrive Heinrich von Kleist. Il 21 novembre di duecento anni fa il «genio sinistrato», come lui stesso si definiva, decise di porre fine alla propria vita a tre miglia da Berlino, sulle rive del Wannsee, lungo la strada per Potsdam.  Da quel giorno ha avuto inizio la storia della ricezione di un autore tra i più straordinariamente recalcitranti a qualsiasi classificazione. Non è soltanto riduttivo, è fuorviante ricorrere agli aggettivi ‘classico’ o ‘romantico’ per definire l’impianto delle opere dello scrittore nato nel 1777 a Francoforte sull’Oder. Non sono mancati, nel cammino percorso dalla ricezione di Kleist, leggende e mitizzazioni – la tomba dello scrittore e di Henriette Vogel , la donna malata di cancro con la quale trascorse le ultime ore nell’attesa della morte (“come due ragazzini fanno a gara a gettare ciottoli in acqua facendogli fare quanti balzi è possibile”:  A.M. Carpi, Un inquieto batter d’ali. Vita di Heinrich von Kleist, Mondadori, Milano 2005, 331), fu in tutto l’Ottocento meta di pellegrinaggi – , silenzi inspiegabili – il primo e più eclatante , quando Kleist era ancora in vita, fu quello di Madame de Staël  nel saggio De l’Allemagne, del 1810 – e tentativi ripetuti di manipolazione ovvero di ‘addomesticamento’ a classico del nazionalismo prussiano, nel secondo così come nel terzo Reich.

In Kleist, il «genio sinistrato»,  saggio introduttivo all’edizione completa delle Opere ne “I Meridiani” (settembre 2011), Anna Maria Carpi ricostruisce questa storia e, allo stesso tempo, indaga la duplice cifra kleistiana, che si dipana tra i poli di attualità e inattualità, tra il destino di marginalità in vita al quale lo condannò ‘l’età di Goethe’ e la riscoperta dei moderni e dei contemporanei dopo la sua morte,  marginalità e riscoperta che Kleist ha in comune con Friedrich Hölderlin. Lontano da Goethe, che si rifiutò, tra l’altro, di prendere in considerazione il “Frammento” di Pentesilea pubblicato su “Phöbus” del 23 gennaio 2008, Kleist era altrettanto distante dal progetto di “ poesia universale progressiva” dei Romantici.

Aveva tuttavia un sogno, un sogno ‘umano, troppo umano’ eppure “anti-umano” (A.M. Carpi), un sogno paradossale, nel quale la materia è, contemporaneamente, «antigrave». In questo sogno di Kleist è la marionetta ad assumere un ruolo centrale. Ecco, dal saggio Il teatro delle marionette,  il brano conclusivo nella traduzione di Renata Colorni:

«Ebbene, mio ottimo amico» disse il signor C… «ora Lei è in possesso di tutti gli elementi che Le occorrono per comprendermi. Noi osserviamo che sempre, nel mondo organico, quanto più la riflessione si fa debole e oscura, tanto più fulgida e imperiosa campeggia la grazia. Tuttavia, come l’intersezione di due rette al di là di un punto dato, dopo aver traversato l’infinito, si ripresenta ad un tratto al di qua di tale punto, o come l’immagine di uno specchio concavo, dopo essersi allontanata nell’infinito ricompare ad un tratto vicinissima a noi, così la grazia si ripresenta una volta che la conoscenza sia passata per così dire attraverso un infinito; in modo che essa, la grazia, si rintraccia al tempo stesso, più pura che mai, in quell’umana struttura corporea che o non ha coscienza alcuna o ha una coscienza infinita, cioè nel pupazzo meccanico oppure nel Dio.»

(Heinrich von Kleist, Opere, a cura di Anna Maria Carpi, Mondadori, I Meridiani,  Milano 2011, 1021)

Link alle puntate precedenti: Anno kleistiano 2011-1, Anno kleistiano 2011 -2

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