letteratura

Riletti per voi #17: Marguerite Duras, Emily L.

L’edizione di riferimento è Feltrinelli 1987, traduzione di Laura Guarino.

 

Più che di un romanzo breve, si tratta di un racconto lungo, per il taglio obliquo e l’assoluta compattezza del tema, o per lo stesso motivo di un saggio, e in qualche modo di una lettera, per quel suo continuo tu, ma in qualche modo Emily L. è la cosa più vicina a una spiegazione di cosa sia la frizione tra la scrittura e la realtà, di come la realtà pruda sul braccio di chi scrive sia quando dona alla scrittura che quando ne riceve, di come ci voglia un minimo di disattenzione perché tutto brilli come una mina.
Così questo piccolo libello, dalla prosa paratattica e la divisione in brevi blocchi, si dipana attraverso l’intreccio di due storie d’amore sbilenche: l’una, tra l’io narrante e il tu molto più giovane, vissuta dall’interno, e l’altra, quella tra una coppia inglese che ne divide lo spazio di un bar, osservata e orecchiata. Marguerite Duras ha dichiarato che la seconda storia è stata inserita solo in un secondo momento, quando il racconto (abbastanza biografico) della scrittrice più anziana con il giovane scrittore era già compiuto. Ne viene un continuo gioco di rimandi, una specularità e un ritorno di temi che girano intorno a cosa voglia dire accogliere il reale nel pensiero e lasciare che il reale lo accolga. (altro…)

POETARUM SILVA A FESTIVALETTERATURA DI MANTOVA

Anche quest’anno Poetarum Silva sarà presente al Festivaletteratura di Mantova, che raggiunge nel 2018 la ventiduesima edizione e si svolgerà, tra il centro della città e il magnifico Palazzo Te, tra mercoledì 5 settembre e domenica 9 settembre.
Giovanna Amato gironzolerà per voi tra il magnifico programma, consultabile qui, con un entusiasmo che rasenterà l’ubiquità. Ogni giorno, un post riassuntivo racconterà le esperienze e le atmosfere, e una copertura twitter vi terrà aggiornati in diretta sugli eventi letterari e musicali offerti dal Festival.
Nell’attesa, non dimenticate di rispolverare i post delle passate edizioni; ci vediamo tra una settimana con il #Festlet!

Giorgio Galli, Le morti felici

Giorgio Galli, Le morti felici, Il Canneto Editore 2018, € 10,00

 

Che non si possa fare un bilancio se non a compimento è una realtà di buon senso. Mi è sempre piaciuto pensare all’impossibilità di aggiungere non come a un’interruzione, ma come a una sorta di non perfettibilità raggiunta. Così vorrei imparare a vedere anche la morte: come una libreria ormai talmente stipata che non ci sarebbe spazio per un altro acquisto, ma proprio per questo perfetta a vedere. Sarebbe una “morte felice”, nel senso del titolo piccolo e densissimo libro di Giorgio Galli, edito da Il Canneto Editore nel 2018. E lui, che è un finissimo libraio, probabilmente apprezzerebbe la similitudine.
Le morti felici schiude e dilata, con diverse forme e attraverso diverse angolature, la morte (e proprio per questo la vita) di ventotto personaggi, dal matematico e filosofo Khayyām a Leonard Cohen con incursioni nel mito e molte nel mondo dell’arte.
Il libro intero sembra essere un lungi da. Lungi dall’essere un catalogo di “coccodrilli”, è pennellata esatta del senso di ogni vita; lungi, dall’altro lato, dall’essere un catalogo di biografie, è vaglio di quei gesti che hanno reso degno un percorso attraverso la cernita luminosa della morte. A volte la terza persona che commemora (anche se più che una commemorazione il tono è sempre quello del racconto) lascia il posto a una prima che semplicemente parla di sé; e in questo caso lungi dall’avvertire una voce da uno spazio altro sentiamo le parole di un attimo esatto, eppure espanso, che ha così il potere di pulire all’indietro. La morte è felice non (sempre e solo) in quanto accolta o desiderata, o in quanto ultimo tassello di perfezione, ma in quanto timbro di una vita appagata, che può essere stata burrascosa e arruffata, umile, dolorante, ma ad ogni modo, appunto, felice. Qualsiasi sia stata la biografia e la ragione della morte di chi muore, da Sándor Márai che raggiunge la sua Lola al gelido Mitropoulos stroncato durante le prove di un Mahler, non si perde l’impressione di aver sentito parlare una creatura che ha vissuto la propria vita così come era giusto che fosse condotta. (altro…)

L’anno che verrà (Pistoia 3, 4 e 5 novembre)

 

L’anno che verrà: I libri che leggeremo

*

***Sabato 4 novembre 2017***
ore 15-19 Auditorium Terzani
Incontro con gli editori Bompiani/Giunti Editore, Giulio Einaudi Editore, Edizioni E/O, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Editori Laterza, Libri Mondadori.

ore 15.00
Saluti e introduzione
ore 15.15 – 16.30
Conversazione con gli editori
Antonio Franchini, Bompiani/ Giunti Editore e Luca Saltini, autore
Marco Peano Giulio Einaudi Editore e Marco Balzano, autore
Modera: Alba Donati (poetessa, Presidente del Gabinetto G.P. Vieusseux

ore 16.30 – 17.45
Conversazione con gli editori
Claudio Ceciarelli Edizioni E/O e Sacha Naspini, autore
Anna Gialluca Editori Laterza e Valerio Valentini, autore
Modera: Benedetta Centovalli (critico e agente letterario, Premio Internazionale Ceppo Pistoia)

ore 17.45 – 19.00
Conversazione con gli editori
Linda Fava Libri Mondadori e Francesco Targhetta, autore
Laura Cerutti Giangiacomo Feltrinelli Editore e Rosella Postorino, autore
Modera: Gianni Montieri (poeta e critico, caporedattore della rivista Poetarum Silva)

ore 21.15
Incontro con gli autori americani Tom Drury e Benjamin Markovits (traduzione simultanea in sala)
Conduce l’incontro Alessandro Raveggi (autore e direttore di TheFLR)
Con Isabella Ferretti 66thand2nd Editore e Serena Daniele NN Editore

***Domenica 5 novembre***
Galleria Centrale
ore 10 – 11
Incontro con gli editori
Stefano Friani Racconti edizioni e Marco Marrucci con Michele Orti Manara, autori
Isabella Ferretti 66thand2nd Editore
Modera: Gianni Montieri (caporedattore della rivista Poetarum Silva

ore 11- 12
Incontro con gli editori
Giorgia Antonelli LiberAria Editrice e Tiziana D’Oppido, autore
Marco Cassini edizioni sur
Modera: Gianni Montieri (caporedattore della rivista Poetarum Silva

ore 12-13.30 Sala Letture Diverse
Speed date letterario a cura di GoodBook.it
Cosa cerchi in un libro? Siedi di fronte all’editore: in quattro minuti cercherà di conquistarti con il libro che fa per te. Compila una scheda con i tuoi stati d’animo e i tuoi gusti letterari. Mostrala a turno ai dieci editori presenti: in soli quattro minuti ti consiglieranno il libro del loro catalogo più adatto a te. A fine evento avrai una lista di nove consigli di lettura fatti su misura per te. Gli editori partecipanti: Liberaria, L’Orma, Marcos Y Marcos, Minimum Fax, NNE, Racconti, 66thand2nd, Sur, Voland
Ingresso libero su prenotazione, scrivendo a info@goodbook.it
Evento facebook: https://www.facebook.com/events/144744562807660

ore 13.30 – 15.00
Pausa pranzo
Al pubblico partecipante agli incontri della mattina che si sarà registrato presso la segreteria entro le ore 10.30, sarà rilasciato, insieme ai materiali informativi e alle istruzioni per l’accesso al sistema wi-fi della biblioteca, un tagliando che darà diritto ad accedere gratuitamente al buffet. Per tutti gli altri sarà in funzione per tutta la durata del convegno la caffetteria della Biblioteca.

ore 15.00 – 16.15
Incontro con gli editori
Claudia Tarolo marcos y marcos e Enzo Fileno Carabba, autore
Alberto Ibba NN Editore
Modera: Antonello Saiz Libreria Diari di Bordo – Libri Per Viaggiare

ore 16.15 – 17.30
Incontro con gli editori
Lorenzo Flabbi e Marco Federici Solari L’orma editore
Daniela Di Sora Voland e Nicola H. Cosentino, autore
Modera: Giuseppe Girimonti Greco (traduttore, redattore della rivista The FLR – The Florentine Literary Review

ore 17.30 – 18.45
Incontro con gli editori
Matteo Codignola Adelphi Edizioni e Omar Di Monopoli, autore
Luca Briasco minimum fax e Danilo Soscia, autore
Modera: Luca Baldoni (poeta, redattore della rivista The FLR – The Florentine Literary Review

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Omaggio a Carlo Michelstaedter

Un autoritratto di Carlo Michelstaedter

Omaggio a Carlo Michelstaedter a 130 anni dalla nascita

Il 3 giugno 1887 nasceva a Gorizia Carlo Michelstaedter. Il nostro omaggio si manifesta oggi con un passaggio da un saggio di Rosita Tordi del 1981, nel quale la studiosa riflette su La Persuasione e la Rettorica di Michelstaedter, che pubblichiamo qui insieme a una scelta di poesie dello scrittore goriziano.

E tuttavia quando il fine perseguito è di decostruire l’insieme dei procedimenti regolamentati, non può essere più consentito il linguaggio piano della sicurezza, della ‘padronanza’: il Michelstaedter sceglie infatti la tessitura polimorfa della scrittura frammentaria, aforistica, moltiplica le metafore, a testimoniare la pluralità dei punti di vista, coi quali deve ‘giocare’ chi cerca la verità.
Si direbbe allora che se lo stile è un mezzo per tenere a distanza i lettori inadatti, l’abuso che il Michelstaedter si concede di citazioni dal greco, l’assiduità con cui ricorre a grafici, formule chimiche o espressioni algebriche, sono il segno inequivocabile della sua volontà di prendere le distanze dal lettore ‘comune’. I suoi interlocutori privilegiati sono quanti, sottrattisi all’ottica ‘borghese’, «(…) cercano angosciati una tavola di salvezza, un punto saldo (mentre) tutto si scompone, tutto cede, fugge, s’allontana e tutto domina il ghigno sarcastico: uùuùuùuùu… niente, niente, non sei niente, so che non sei niente». E all’uomo braccato dai ‘mostri’, il Michelstaedter suggerisce di ‘permanere’, stabilire un ‘punto fermo’ da cui affacciarsi sull’orlo dell’abisso ‘senza accusare vertigini: è allora che si misura la distanza tra l’uomo ‘rettorico’ e il ‘persuaso’, ché mentre il primo non riesce a sottrarsi alle lusinghe di falsa ‘sicurezza’ che continuano a pervenirgli da una società dove di fatto «(…) ognuno violenta l’altro (…) ognuno schiavo e padrone ad un tempo (…). Così gli uomini che hanno accettata la cambiale della società, vi si tengono colle dite rattrappite (…) è questa la loro gravità d’istrumenti d’orchestra che perché soffiano e vengono soffiati si sentono l’autorità del compositore»; il secondo al contrario, il ‘persuaso’ non si lascia distrarre, non si volta indietro.
Ancora una volta è l’immagine mitica di Orfeo che il Michelstaedter perché il suo linguaggio acquisti la sua massima persuasività: «Euridice che gli dei infernali concessero ad Orfeo, era il fiore del suo canto, del suo animo sicuro. Quando egli nell’aspra via e oscura verso la vita si volse, vinto dalla trepida cura, già Euridice non era più».
La tensione del Michelstaedter verso un linguaggio che recuperi la sua originaria forza figurativa mediante la ricostituzione di quella unità concreta e indivisa di parola-arte-mito, che è all’origine del linguaggio artistico, spiega la suggestione esercitata su di lui dai drammi di Sofocle, dai dialoghi socratici di Platone, dalle liriche di Simonide e ancora dall’opera di Lucrezio, Vico o Leopardi, da quelle opere cioè dove massima è l’attenzione verso il recupero della straordinaria forza suggestiva del mito e dove la componente del mistero, della complessità e indecifrabilità della natura umana e del mondo trova il massimo ascolto.
[…] Il senso di angoscia che deriva dalla perdita delle certezze, dalla constatazione della inservibilità degli abituali strumenti conoscitivi, in una realtà divenuta inaspettatamente priva di segnali comprensibili – «Per le vie della terra l’uomo va come in un cerchio che non ha fine e che non ha principio, come in un labirinto che non ha uscita» – raramente ha trovato nella letteratura italiana del primo ’900 una rappresentazione altrettanto lucida e intensa.
Lo stesso Debenedetti riconosce al Michelstaedter stati «(…) di una veggenza complessa e tentacolare del rapporto tra i fenomeni che salgono alla superficie e gli strati più profondi della coscienza (…). Egli osserva con un prisma che, nel deviare i raggi, affina e separa le qualità particolari, senza confonderle in nuove vibrazioni di luce e di colore». Tuttavia per il Debenedetti si tratterebbe soltanto di pause, impreviste e per il lettore e per l’autore, nelle quali fortuitamente sarebbe consentito al Michelstaedter di realizzarsi ‘poeta’, ché subito dopo l’arida nomenclatura dei guasti che derivano all’uomo dall’uniformarsi al ‘sistema’ riprenderebbe implacabile.
Ma in questo modo si rischia di concedere ancora credibilità ai bilanci crociani di poesia e non poesia, sempre inadeguati e mistificanti, ma tanto più inefficaci per La Persuasione e la Rettorica che è opera certamente insolita e non facilmente definibile secondo l’abituale sistema dei ‘generi’: in essa filologia, erudizione, filosofia e poesia concorrono in un equilibrato insieme di sostegni e di spinte al quale non è estranea la stessa esperienza di disegnatore e pittore che il Michelstaedter è andato intensamente svolgendo negli anni 1908-1910. E se gli esiti a cui la sua riflessione è pervenuta richiamano altre singolari esperienze che si sono venute svolgendo, particolarmente nell’ambito del pensiero negativo, tra ’800 e ’900 – Schopenhauer e Nietzsche – è vero che i punti di differenziazione sono molteplici: la vita ‘persuasa’ è condizione estremamente precaria, che, una volta acquisita, deve essere costantemente difesa dalle insidie della ‘rettorica’: «Chi vuole la vita veramente, rifiuta di vivere in rapporto a quelle cose che fanno la vana gioia e il vano dolore degli altri (…). La sua vita è il rifiuto e la lotta contro tutte le tentazioni degli illusori soddisfacimenti, e non disperdendosi nell’atto delle continue correlazioni (possessi illusori) si afferma e prende forma e si crea da sé stessa».
E proprio questa critica del ‘politico’ come sintesi dei bisogni irrazionali dell’individuo, l’abbandono di ogni prospettiva teleologica, il rifiuto di consolanti utopie e piuttosto l’accentuazione della componente di sofferenza e di lotta che inerisce alla condizione del ‘persuaso’, l’attento ascolto prestato a quanto di insondabile e misterioso è nella natura, determinano la specificità e singolarità dell’opera del Michelstaedter nella cultura italiana del primo Novecento.

Rosita Tordi, Tensioni tra ‘pubblico’ e ‘privato’ nell’opera di Carlo Michelstaedter, in: eadem, Il diadema di Thoth. Itinerari per una ‘diversa esplorazione’ del reale nella letteratura italiana del primo Novecento, Edizioni dell’Ateneo s.p.a., Roma 1981, pp. 75-78.

Che ti valse la forte speranza, che ti valse la fede che non crolla
che ti valse la dura disciplina, l’ansia che t’arse il core
o mortale che chiedi la tua sorte, se dopo il tormento diuturno
se dopo la rinuncia estrema – non muore la brama insaziata
la forza bruta e selvaggia, se ancora nel tedio muto
insiste e vivo ti tiene; – perché tu senta la morte
tua ogni istante nell’ora che lenta scorre e mai finita
perché tu speri disperando e attenda ciò che non può venire
perché il dolore cieco più forte sia del dolore che vide
la stessa vanità di sé stesso? – Tu sei come colui nella note
vide l’oscurità vana ed attese da dio chiedendo la divina luce
e d’ora in ora il fiero cuor nutrendo
di più forte volere e la speranza
esaltando più viva, quando il giorno
con la luce pietosa
alla vita mortale
ogni cosa mortale riadulava
non ei si scosse che con l’occhio fiso
vedeva pur la notta senza stelle. –
Come il tuo corpo che il sole accarezza
gode ed accoglie avido la luce
perché non anche l’animo rivolgi
ai lieti e cari giochi? Vedi intorno
fin dove giunge il guardo, la campagna
ride alla luce amica

.

Giugno

Tutta la forza dal tuo seno, o terra,
il sole ha tratto che salendo avvampa,
e l’estate trionfa.
Due volte l’erba ti recise avaro
il prudente bifolco, e già le fronde
onde tutta t’ammanti,
per il continuo ardor si fan perdute;
ed alla notte gli astri all’orizzonte
per i vapor rosseggiano più grandi,
quasi la vita per più forza gravi
come un’aura di morte.
Ma se i fiori onde prossima l’aurora
del giorno estremo
anelava l’adolescente Aprile,
vento estivo ha dispersi,
sotto le fronde si matura il frutto,
e il bifolco gioisce.
Ahi, la promessa della primavera in
questo picciol frutto si rinserra,
ed il tempo procede per il giro
d’altri inverni e di nuove primavere.

Ma alla notte sui vertici ricolmi
passa il nembo e pel cielo s’accavalla
la nera massa delle nubi, e lungi
livida luce rompe la tenebra
e pei piani rivela in nuovo aspetto
messi ondeggianti e alberi ricurvi,
e pei monti corruschi nuove forme
ed in cielo più mondi e nuova vita
ogni volta diversa, mentre lungi
nuova voce rimbomba e intorno e in alto
si spande e ancor dai monti riecheggia.
E a destra e a manca e presso e da lontano
riappar la nuova luce, e come il cielo
nel diverso bagliore si trasmuta,
così la terra la livida faccia
in nuova congiunzion sembra mutare,
mentre presso e lontano, oscuro o chiaro,
romba il nuovo fragore senza posa.

Qual nuova speme, anima solitaria,
qual si ridesta
al diffuso baglior speme sopita?
Dal diffuso baglior verra la Luce
mai veduta? e dal rombo vorticoso
la Voce squillerà che non udisti?
Ecco la terra ancora si congiunge
coi nuovi mondi in alto,
e la striscia di fuoco ecco dirompe
la tenebra, ed io stesso abbacinato
nel vortice di fuoco sono avvolto.
Sospesa a quella luce è la mia vita
un attimo o un tempo senza fine
– chè fra il lampo ed il tuono non si vive.
… Ora scoppia la vita, e s’apre il frutto
del mio tanto aspettar, ora la gioia
intera e il possesso dell’universo,
ora la libertà che non conosco,
ora il Dio si rivela, ora è la fine!
Ma scroscia il tuono che m’assorda… Io vivo
e famelico aspetto ancor la vita.
Altri lampi altri tuoni…. Ed il mistero
in benefica pioggia si dissolve.

.

Non è la patria
il comodo giaciglio
per la cura e la noia e la stanchezza;
ma nel suo petto, ma per suo periglio
chi ne voglia parlar
deve crearla. –

.

da Carlo Michelstadter, Poesie, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano, 1987

Sì, il Nobel a Dylan

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*
Da Poesia e rock, di Pier Vittorio Tondelli (anni 1987-89):
«Il bisogno di poesia, bisogno assoluto e struggente… è stato soddisfatto da intere generazioni mandando a memoria parole e strofe di canzoni: ballate pop, testi psichedelici, neofuturisti, intimisti, sentimentali, onirici, politici, ironici, demenziali… Mentre la poesia colta rimaneva territorio di interpretazione, esegesi…
Poesie e canzoni, dunque. Un aspetto non sufficientemente preso in considerazione dai critici ufficiali e dai letterati di professione: la consapevolezza, insomma, che il contesto rock ha prodotto i più grandi poeti degli ultimi decenni.
(…) l’immagine del poeta romantico… sopravvive, incandescente, ormai solo nell’universo rock. I poeti ufficiali si nascondono dietro le loro scrivanie e i loro libri. Mescolano e affinano parole e rime. Si applaudono fra loro e si complimentano, premiandosi a vicenda per le venti copie vendute. Hai la sensazione che oltre la capacità combinatoria, oltre la perfezione formale non esista un’anima. Nei poeti rock, più o meno maledetti che siano, questa anima è eccentricamente viva e pulsante».
A Bob Dylan oggi, a Stoccolma, è stato conferito formalmente il Nobel. Il Premio Nobel per la Letteratura, non per la Poesia (?). Il che non è differenza da poco, specialmente per quanto questo possa significare, e significa molto, nell’orizzonte Nordamericano. D’altronde la motivazione per l’assegnazione è stata: «per aver creato una nuova espressione poetica nell’ambito della grande tradizione della canzone americana». Appunto. Basterebbe, tra l’altro, vedere o rivedere con attenzione No Direction Home di Martin Scorsese (2005), per capire questo, e tante altre cose.
Sul fatto che non sia andato di persona a ritirare il Premio, per una volta forse è lecito dire: “chissenefrega”. Anzi, c’è proprio da pensare che abbia fatto bene. Ha fatto bene cioè a lasciare che altri (molti, tanti, troppi) ne parlassero, discutessero: lì ad arrovellarsi, ad accanirsi su cos’è e cosa non è, rilasciando o togliendo patenti, snobbando (loro sì) un Dylan Premio Nobel. Ed è stato il modo, oltretutto, di lasciare nel dubbio la stessa Accademia, che eppure il premio gliel’ha assegnato (come dire: avete fatto bene, o no? Una certa indifferenza d’altronde è spesso la risposta più interessante. Senz’altro la più intrigante).
Poi era prevedibile, questo suo gesto di non andare, di non esserci. Di maschere (“persone”) Dylan ne ha indossate moltissime negli anni, sfuggendo immediatamente a qualsiasi etichetta fosse pronta ad essergli appiccicata addosso. Non si lascia prendere, ancor oggi, non si lascia definire, ecco. Credo occorra semplicemente farsene una ragione. Tutto qui. Si ascolti anche solo, a questo proposito, It Ain’t Me, Babe, o anche, pur con sfumature diverse, Visions of Johanna (canzone da cui si evince peraltro che stiamo parlando più di un narratore visionario che di un poeta. Come, ancora solo per esempio scusate, in tutto l’album Blood on the Tracks, 1975).
Prevedibile, quindi, come prevedibile che prima o poi arrivasse questo premio perché non è un mese che se ne parla, sono vent’anni (la prima candidatura è del 1996).
E non è questione di umiltà. Anzi, sì, è una questione di umiltà: Dylan risponde soltanto alla propria coscienza e a Dio («The Commander in Chief», he said… ). Ha altri impegni, benissimo: può permetterselo. Poteva allora (1965) dire e fare quel che voleva (scherzando così: «A poem is a naked person… some people say that I am a poet» – lui ventiquattrenne, al tempo di Bringing It All Back Home); può permetterselo soprattutto adesso, di essere o non essere, qualcosa o qualcuno, dall’alto dell’enormità che è, che è diventato.
Tutto questo accade, per fortuna. Checché ne dicano i poeti. I cosiddetti, o tanto peggio i sedicenti tali.

Cristiano Poletti

 

La fondazione di un linguaggio. Luca Bernardi: Medusa

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A volte mi domando cosa succederebbe se dovessi valutare un manoscritto inedito, qualcosa che non sia mai passato al vaglio di un gruppo o di una singola mente di fiducia e professionalità. Arrivata a pagina due di Medusa la risposta, in questo caso, è che avrei sussurrato un hallelujah.
Il suo autore è Luca Bernardi, classe novantuno, e l’anagrafe può solo farci considerare che siamo all’inizio di un percorso. Splendidamente scritto, costruito con una bravura quasi sfrontata ma mai fine a se stessa (e che non mostra mai la fune), Medusa è un gioiello per capacità di trovare effetti linguistici, nuove sponde di immagini. Con procedimenti simili a questo, del resto, sono sempre state create le metafore, e leggerne una pagina ci permette in qualche modo di entrare nella fucina di una lingua primigenia: (altro…)

Giovanni Parrini, “Valichi”: una nota di lettura

Giovanni Parrini, Valichi, Moretti&Vitali 2015, euro 12

Giovanni Parrini, Valichi, Moretti&Vitali, 2015, € 12,00

 

Alla voce Valico, l’enciclopedia Treccani recita: «Depressione dei contrafforti montuosi attraverso i quali passano vie di grande comunicazione». La mia memoria invece mi riporta un valico in particolare che attraversavo spesso in macchina da bambina, un passo tra i Monti Lattari che diventa trivio prima di ridiscendere a fondovalle, e che risalito dalla strada costiera presenta all’improvviso, quando la pendenza riprende, la sagoma del Vesuvio sdraiata sulle case dell’Agro e, in lontananza, il mare. Quando mi capitava di attraversarlo di mattina presto, accoccolata nel mio sedile di passeggero, aspettavo con emozione il giro della curva per essere schiaffeggiata dal contorno della montagna grigia sulle strisce di luce elettrica delle città.
Dico tutto questo perché le poesie di Giovanni Parrini, e specialmente alcune distribuite con controllata cadenza nella sua raccolta Valichi (Moretti&Vitali 2015, premio Giuria Viareggio 2015 e premio Pisa 2015) creano la stessa sensazione di trabalzo di una strada che si apre su un panorama inaspettato che è, nell’economia del viaggio, ragione più fondamentale di ogni partenza e arrivo.
Valichi è un libro dall’accurato percorso: due sonetti aprono altrettante sezioni, il sentiero si svolge in un paesaggio vicino all’immaginario tutto moderno del cantiere, del ritorno a casa dal lavoro, della camminata tra il supermercato e la città, dei giri di chiave alla porta; è una dimensione di lamiere e neon, alberi e ruspe dove i dettagli aprono spaccature di tempo e meditazione, «quanto basta a sentire in questa poca esistenza l’infinito di un’altra». (altro…)

Cinema e letteratura: breve storia di un lungo amore #1

Quella che segue è la prima parte di un saggio breve di Gianluca Wayne Palazzo sui legami tra il cinema e la letteraturaCi interromperemo, oggi, alle soglie degli anni ’50; vi aspettiamo domani qui, alla stessa ora, per un’analisi fino agli anni ’60. Buona lettura.

cabiria

Il cinema è l’ultima grande forma d’arte che l’umanità abbia dato alla luce. La sua comparsa sul palcoscenico del mondo ha avuto un impatto senza precedenti nell’immaginario collettivo, certamente mai avvicinato nel secolo abbondante trascorso da allora. Nemmeno l’avvento dell’elettronica e del web è paragonabile all’urto che i film – le immagini in movimento – provocarono nel panorama culturale dell’epoca, approfittando della crisi delle strutture narrative del romanzo e del racconto, terremotate dalle avanguardie artistiche di inizio Novecento.
Ma la storia del cinema è anche la storia di un rapporto ininterrotto con le strutture letterarie che lo hanno preceduto, persino con quelle forme meno blasonate di intrattenimento – fumetto, musica pop, riviste scandalistiche e “dime novels” – alle quali generalmente veniva rifiutata la qualifica di arte.
Anche una breve ricognizione delle relazioni fra gli intellettuali italiani e il nuovo mezzo espressivo mostrerà dunque un processo di adattamento darwiniano, che parte dalla totale subordinazione culturale del film al romanzo, passa per una fruttuosa serie di interferenze reciproche, e giunge al contesto odierno, in cui la narrazione per immagini domina quale specie incontrastata. Ed è grazie a questo processo di selezione naturale che i narratori contemporanei, cresciuti in un reticolo mediale composito – fra tastiere, homevideo, web e serialità televisiva – possono saldare quel debito pregresso che il cinema aveva accumulato nei confronti della letteratura. (altro…)

Federica Arnoldi: Roberto Bolaño

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Federica Arnoldi, Roberto Bolaño, Saggistica, Starter, Doppiozero, 2015; ebook €3,00

Eccomi qua, di nuovo Bolaño. Di nuovo un viaggio, di nuovo il tentativo di capire perché io non riesca a smettere di leggerlo. Di nuovo io, io lettore, che rimango incantato perché in un frase (o paragrafo, o pagina), già letta più volte, io, io lettore, riesco a trovare qualcosa di nuovo. Qualche spiegazione in più, o se preferiamo conforto, o se vogliamo, se va bene, emozione nuova, mi arrivano da questo saggio di Federica Arnoldi, da poco uscito in ebook, per Doppiozero. Per provare a parlarne, parto da una frase di Alberto Manguel, che trovo in un libro che amo molto: Al tavolo del cappellaio matto (Archinto, 2008). Lo scrittore argentino inserisce una mappatura del lettore ideale, interessante e divertente, fa un gioco dal quale si impara e col quale ci si può riconoscere. Tra le definizioni che Manguel usa, ne scelgo una: Il lettore ideale non esaurisce mai la geografia di un libro. E qui mi fermo un attimo.

(altro…)

Eduardo Galeano – Un ricordo partendo da Splendori e miserie del gioco del calcio

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Eduardo Galeano: Montevideo, 3 settembre 1940 – Montevideo, 13 aprile 2015

La copertina arancione, un po’ sbiadita, sdrucita. Lo comprai su una bancarella in via Filzi, a Milano. Era parecchio usato, ma a pensarci bene quel libro aveva più senso un po’ rovinato che nuovo, aveva più senso, così come ha senso un campo di calcio massacrato dopo una partita vera. Quel libro era come le scarpette sporche di fango quando ritornavi a casa e avevi giocato, sognando chissà cosa, dentro la pioggia. Quel libro era Splendori e miserie del gioco del calcio di Eduardo Galeano. Dire che ho amato quel libro sarebbe riduttivo, non spiegherebbe il miracolo della grande letteratura applicata al calcio, dell’ampia visione delle cose mischiata al sogno. Galeano sapeva rappresentare la prospettiva che sul calcio hanno i bambini. L’allegria, la spensieratezza, la fantasia, la magia e il sogno. E poi sapeva di quello sport raccontare la malinconia, la solitudine, l’amarezza. Lo stupore che tutti accomuna e che accompagna sia la vittoria che la sconfitta. Galeano era dell’Uruguay, uno dei posti che da sempre mi attira e che non ho ancora visitato. L’Uruguay suo e di Mario Benedetti. L’Uruguay che ancora tormenta i ricordi calcistici dei brasiliani. L’Uruguay piccolo e indispensabile. Galeano è stato un grande scrittore e non solo scrittore di calcio, ma credo che la sua essenza e la sua penna magica abbiano trovato la massima espressione proprio in quel libro che trovai su una bancarella, abbandonato da chissà chi. Eduardo Galeano è morto oggi, nel giorno in cui se ne è andato pure Günter Grass, un altro grande della letteratura. Eppure a me è per Galeano che viene da piangere. (gianni montieri)

Da Splendori e miseri del gioco del calcio, trad. di Pier Paolo Marchetti. Sperling e Kupfer editori.

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Zamora

Debuttò in prima divisione a sedici anni, quando portava ancora i pantaloni corti. Per giocare nello stadio dell’Español a Barcellona, si mise una maglia inglese a collo alto e un cappello duro come un casco che doveva ripararlo dal sole e dai calci. Correva l’anno 1917, e le cariche erano ancora da cavalleria. Ricardo Zamora aveva scelto un lavoro ad alto rischio. L’unico che correva più rischi del portere era l’arbitro, allora chiamato el Nazareno, che era esposto alle vendette del pubblico negli stadi che non avevano fossato né recinto. A ogni gol si interrompeva lungamente la partita, perché la gente si riversava in campo per abbracciare o picchiare qualcuno.Con gli stessi indumenti di quella prima volta, la figura di Zamora divenne famosa nel corso degli anni. Era il terrore degli attaccanti. Se lo guardavano negli occhi erano perduti: con Zamora in porta, lo specchio si rimpiccioliva e i pali si allontanavano fino a perdersi di vista. Lo chiamavano el Divino. Per vent’anni fu il miglior portiere del mondo. Gli piaceva il cognac e fumava tre pacchetti di sigarette al giorno e qualche sigaro.

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Geografia dei Santo Barbaro

Santo-Barbaro-allargati2-foto-di-Christoph-Brehme

Di recente, uno dei dischi che mi ha entusiasmato di più è stato senz’altro Geografia di un corpo dei Santo Barbaro. Per questo nuovo album Pieralberto Valli e Franco Naddei hanno chiamato a raccolta altri sette musicisti della scena indipendente italiana e, in soli tre giorni, sono riusciti a registrare tutto in presa diretta. Christoph Brehme ha filmato una sorta di video-documentario visibile sul canale youtube della band. Abbiamo contattato Pieralberto per fargli qualche domanda.

 

 

Dovendo presentare i Santo Barbaro ai lettori di Poetarum Silva, come li definiresti?
Un gruppo postumo di musica italiana?

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