Letteratura russa

I poeti della domenica #323: Boris Pasternak, Mein Liebchen, was willst du noch mehr?

Mein Liebchen, was willst du noch mehr?

Fuggono dal muro le lancette.
L’ora assomiglia a uno scarafaggio.
Basta, perché spaccare i piatti,
far saltare i nervi e i bicchieri?

A questa dacia tutta legno
ben altre cose possono capitare.
La felicità è una cosa facile!
Non fasciamoci la testa prima che si rompa.

Potrebbe saettare un fulmine
e incendiare la cuccia umida.
Potrebbero scappare i cuccioli.
O un pallino di pioggia forare un’ala.

Il bosco non è altro che un salotto.
Il calore della luna sui pini – una stufa,
come grembiule steso al sole –
si asciuga una nuvola e fruscia.

E quando infuria sul pozzo
la bufera dell’angoscia, di sfuggita
elogia la tempesta le pareti domestiche.
Mia cara, che vuoi di più?

Un anno si è bruciato nel cherosene
come un moscerino sulla lanterna.
Eccolo, come un’alba grigio-azzurra,
si alza intriso di sonno, di intemperie.

Si mette alla finestra, arcuato,
vecchio, sconvolto di compassione.
Zuppo di lui rimane il guanciale,
sono i singhiozzi che vi ha affogato.

Come consolare tale decadenza?
O tu che vieni senza leggerezza,
in che modo placare la negletta
tristezza di un’estate desolata?

Gronda il bosco filamenti plumbei,
grigia e rabbuiata – la lappola,
mentre lui piange, quando risplendi tu!
Bella a giorno, bella di trepidazione!

Che avrai da lacrimare, vecchio zuccone?
Forse ne hai visti altri più felici?
Lì dove in campagna i girasoli
si smorzano – astri nella polvere e acquazzoni?

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L’attualità di Tolstoj e di Chadži-Murat

Quanto è attuale il Chadži-Murat di Tolstoj

Chadži-Murat in fuga, sulle montagne del Caucaso, viene reciso come un cardo, vilipesa, tranciata e mostrata la sua testa tra gli abitanti dei villaggi caucasici che ne conoscevano il valore e la fierezza. È un’immagine che porta alla mente il corpo senza vita del Che, così simile al Cristo morto del Mantegna, mostrato inutilmente dall’esercito boliviano in quell’ottobre del ’67 per non alimentare leggende sul rivoluzionario argentino. Straziato nel corpo, Chadži, ucciso da un rastrellamento congiunto di russi e di ceceni come lui. La metafora del cardo, l’incipit con cui il narratore racconta la fatica di divellere il gambo che si sfibra, si sfilaccia, ma lotta tenacemente perché così è nella sua natura, riporta chiaramente all’intera esistenza di Chadži-Murat. Tolstoj scrive questo romanzo breve in età avanzata, vedrà la luce postumo, nel 1912. A un certo punto, ricercato dall’abietto Samil, imam e spietato capo combattente dei ribelli ceceni, il quale teme la rivalità onesta di Chadži e ne tiene in ostaggio l’intera famiglia, il protagonista viene accolto in un villaggio secondo le sacre leggi di ospitalità vigenti tra i mussulmani ceceni. Tolstoj descrive con cura la grazia dei rituali di ospitalità, tratteggiando i lineamenti di una civiltà temeraria e intransigente, violenta e nobile allo stesso tempo. (altro…)

Ljudmila Petruševskaja, C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina

lafigliadellavicina

Ljudmila Petruševskaja, C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina, Einaudi, 2016, trad. di M. Caramitti; € 16,50, ebook € 9,99

di Martina Mantovan

 

I personaggi che animano i racconti di C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina appartengono a quella categoria di individui dai contorni ben definiti, marcati e netti sullo sfondo di una desolazione di massa e cemento. La Russia di Ljudmila Petruševskaja è un paesaggio dell’anima, di un’anima straziata, di un paese sospeso sul crinale della storia: sullo sfondo e tra le pieghe della fabula vi è la Russia post-sovietica dall’identità mastodontica e incombente. Ma vi è pure tutta la tradizione letteraria e folcloristica dei narratori russi: dietro i muri dell’urbanizzazione razionalista si celano donne e uomini sconfitti da un orrore strisciante e pervasivo.

Una donna odiava una ragazza madre, sua coinquilina in un appartamento in coabitazione. Intanto che la piccola cresceva e imparava a gattonare, la donna cominciò a lasciare in giro come per distrazione ora un tegame d’acqua bollente, ora un barattolo con una soluzione di soda caustica, oppure in corridoio si faceva scivolare di mano una scatoletta piena d’aghi. La povera madre non sospettava nulla, perché la bambina camminava ancora pochissimo e, siccome era inverno, non la lasciava mai uscire a quattro zampe. Ma stava per arrivare il momento in cui la bambina avrebbe iniziato a sgusciare dalla camera materna per esplorare i grandi spazi comuni.

L’umanità archetipica raccontata nelle favole metropolitane della Petruševskaja è la rappresentazione di un popolo orfano e parricida, ritratto nel grigiume oppressivo del quotidiano: tutti i personaggi sono figli dello sgretolamento del potere forte, anch’esso protagonista latente della narrazione. Il potere statuale diviene allora generatore di fantasmi, incubi e mostri: tra i fumi della vodka Baba Jaga subisce la trasformazione, e amplifica la sua influenza incarnandosi nel meccanismo che tutto sovrasta, in colei che divora i suoi figli. È il contesto a incombere sulle vite deragliate dei protagonisti: ogni racconto è pervaso da un cupo realismo che non teme di conciliarsi con un senso del fantastico scevro da fronzoli immaginifici. Gli elementi favolosi sottolineano nell’intreccio l’ineluttabilità di un destino miserabile; essi vengono giustapposti come punti di fuga che donano profondità, ma non speranza, all’abiezione di una quotidianità travagliata. Il fantastico diviene allora la dimensione necessaria in cui far procedere le peregrinazioni di esistenze poste al di sopra delle antinomie.

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Mai Più Senza #11: “Almanacco del giorno prima”

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.
Se avevo promesso di fermarmi al decimo episodio era perché non avevo previsto il libro che sto per recensire. Oggi è il suo secondo compleanno, e lo festeggio piegandomi a un grande assioma di Melville: «esistono iniziative per le quali il metodo corretto è un adeguato disordine.»

Almanacco-

Chiara Valerio, “Almanacco del giorno prima”, Einaudi 2014, euro 17,00, e-book euro 8,99

 

Io sono stato innamorato degli oleandri dai due ai sei anni. Li vedevo arrossire ogni volta che ci camminavo a fianco, moltiplicarsi giorno dopo giorno, allungarsi dalla siepe fino al centro della strada dove passavo per andare a scuola due volte al giorno e una settimana dopo l’altra, allungarsi per toccarmi. E poi, dopo che mamma si era comportata da suocera acida dicendo Sono velenosi, li ho visti ritrarsi delusi, offesi, pallidi, raccogliersi dietro foglie scure e appuntite come le lance di ferro dei cancelli. Sono certo che era amore, che altro poteva essere? Così la notte in cui ho smesso di volare e ho rinunciato all’eternit, sono sceso in giardino, ho raccolto una busta intera di fiori di oleandro, rosa pallido e rosso carminio, e li ho portati in camera. […] La mattina dopo sono stato svegliato da un urlo. Sentivo benissimo, dunque non ero morto, evidentemente i fiori di oleandro mi amavano troppo per ammazzarmi. Ed è per questo che te li ho portati, Elena, perché vorrei amarti come mi hanno amato questi fiori, e vorrei che tu mi amassi come mi hanno amato questi fiori. E poi perché, anche senza amore, gli oleandri sono fiori bellissimi.

È questa l’intossicazione con cui ho amato Almanacco del giorno prima. E con cui ho amato Elena, la donna che vende la propria assicurazione sulla vita sulla soglia dei settant’anni, e Alessio, il ragazzo rampante e geniale che la compra salvo innamorarsi di lei e rimanere invischiato nella più arzigogolata forma di lutto si possa immaginare: il terrore di veder morire, dopo aver prezzato la certezza che morirà, chi continua a ripeterci che non risponderà al nostro amore.

Che cosa intendeva in effetti Elena per pistacchi? E per tutte le altre cose visibili e invisibili?

C’è una tecnica che appartiene solo ai musicisti e agli architetti nel costruire un libro alla maniera dell’Almanacco del giorno prima, ed è quella che fa dei tempi e dei modi del narrare una varietà necessaria a un insieme compatto. (altro…)

“Viaggiatori nel freddo” di Sparajuri. Recensione di Sandra D’Alessandro

di Sandra D’Alessandro

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Viaggiatori nel freddo mi è stato segnalato in un’immobile giornata di neve da quel maestro che mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire. Se adesso vi ritrovate a leggere ciò che scrivo, coglierete senza ombra di dubbio la citazione.
Dalla prima pagina mi sono subito resa conto di stare per affrontare un viaggio, ho sentito quel brivido che si avverte non appena l’aereo lascia la terra ferma, quella sensazione di non appartenenza carica di futuro e di speranze, e in alcuni casi di innumerevoli piccoli ricordi legati alla destinazione. Sapevo che la destinazione era Mosca: ho rimboccato le coperte e ho lasciato che l’aereo scivolasse tra righe di alta letteratura, ricordi, novità, brividi e poesie.
Non posso comunque dire che si tratti di un libro che solo chi è stato a Mosca può capire. Bisognerebbe, certo, amare o conoscere un po’ quella che è l’anima russa, ma in ogni caso si tratta di un viaggio, e un viaggio può scegliere di farlo chiunque.
Per noi malati di Russia invece è diverso. Lo proporrei come libro di testo universitario: dopo aver posto le basi grazie alla Satta Boschian, la lettura dei Viaggiatori nel freddo diventa ai miei occhi auspicabile.
Un lettore casuale, probabilmente, non presterebbe attenzione al passaggio in cui il viaggiatore mostra il tesserino di riconoscimento al guardiano del dormitorio MGU, che, tra le altre cose, penso sia la meta e il rifugio preferito, per non dire quasi obbligato, di ogni italiano che si reca a Mosca. Quel tesserino racconta una storia, per me come per tutti loro. È per questo motivo che la mia matita ha segnato la riga con una X che, nella mia leggenda di segni letterari, significa precisamente: so di che parli. E aggiungerei: grazie del ricordo. Dovrei diventare una copista per lasciar cogliere questo freddo gelido che si coglie nel libro e quindi mi limiterò a dire che mi riferisco proprio a quei ricordi che, nel presagio dell’oblio, ingaggiano una lotta per la sopravvivenza. Ma nonostante la bellezza dei ricordi, il libro resosi viaggio è scoperta perenne, e persino se ci si comporta da turista nel paese natale, si riescono a scoprire cose nuove. I puntini di fianco ai paragrafi o ai nomi di luoghi o di persone sono, infatti, innumerevoli e di diversa natura. Nel mio linguaggio, i puntini rappresentano una Novità, o qualcosa da approfondire. La singolarità di questo libro sta nel fatto che non si ripercorre solo la storia o la letteratura in maniera univoca e ridondante senza possibilità di futuro. Il passato e il presente della Russia si incrociano, si scontrano, si abbracciano e si tengono per mano legati dalla scorrevolezza della narrazione. Si scoprono segreti, come per esempio quello che cercavo da quando ho conosciuto la prima volta l’anima russa, ossia: “Girate al contrario le lettere dell’alfabeto cirillico paiono del tutto a loro agio, cosa che non accade con quello latino e forse questo è il segreto di una letteratura e di un’esistenza paradossale”; ho conosciuto la lingua futura, un’assenza di parole che sognano parole; donne come Aleksandra Petrova o uomini come Solonovi. A tal proposito, credo fermamente che l’intervista a Solonovi sia stata inserita tanto per un omaggio alla bellezza intrinseca della poesia italiana, quanto soprattutto per un tentativo fallimentare di pulirsi la coscienza da parte degli scrittori/viaggiatori. Per un amatore, sognatore, aspirante slavista, la lettura di questo libro comporta inevitabilmente sogni di gloria legati al desiderio inespresso di arrivare un giorno a scrivere un libro di tale portata. Questo forse il senso della frase buttata lì quasi per caso, lasciata sulle povere labbra asciutte di Solonovi, ossia “Ora la prima cosa che dico agli studenti è che non riusciranno a vivere di letteratura” , che assume un’aura di tormentosa ambiguità.
Il soggetto in prima persona mi affascina, perché posso essere davvero io, possiamo essere noi. E il desiderio di essere lui, di camminare e viaggiare con lui è inaudito. Non sono una spettatrice passiva, non vorrei essere il suo fermaglio o il suo orologio, io so di poter essere lui: io pretendo di muovermi sui suoi movimenti. E questo desiderio che chiamerei quasi insano è amplificato dal fatto che non so effettivamente se riferirmi a lui o a lei. Percepisco, infatti, nella scrittura respiri maschili e femminili. Dissimulando un po’ lo stile dei viaggiatori, porterei il riferimento al già citato Erofeev e al suo Mosca-Petuški, libro molto amato soprattutto dagli uomini che si identificano forse in lui, o vorrebbero avere la sua libertà, ma che, d’altra parte, non sapranno mai quello che prova una donna. La donna viene letteralmente sedotta da Venika, una seduzione quasi ipnotica che un uomo riuscirebbe poco a percepire. Io supponevo che il magnifico viaggio ripercorso a Petuški, quasi altrettanto seducente quanto il primo, fosse stato scritto proprio solo e unicamente dal viaggiatore Francesco. Per cui la mia sorpresa, quando scopro che è stato scritto dalla viaggiatrice Elisa, è una sorpresa meravigliosa, quasi agghiacciante che mi fa sentire meno sola.
Sedotta da Venika ancora una volta, ma compresa, finalmente, da una donna che diventa amica di sventure amorose, ricordo Marina Cvetaeva, quando scrive: “Alcuni avevano scoperto Mosca seguendo i suoi passi”.
Io non l’avevo ancora conosciuta Marina, quando ho assaporato Mosca per la prima volta, ma posso essere sicura adesso che nel momento in cui tornerò, oltre a seguire i suoi passi, seguirò indubbiamente tutti i puntini che formano il percorso, il mio percorso, che ho tracciato con i viaggiatori nel freddo.

La mia memoria ha finalmente quello che cercava.