letteratura nordamericana

Io e I Langolieri (una storia d’amore)

“Quattro dopo mezzanotte”, la raccolta da cui è tratto il racconto I Langolieri

Non mi ricordo più per quale follia, ma mi ritrovai a comprare un biglietto dell’autobus per il mio ritorno da Firenze, dove avevo tenuto una presentazione, per Roma. Un biglietto dell’autobus, non del treno. Questo voleva dire non percorrere il Tirreno, ma salire fino a Bologna e da lì riattraversare gli Appenini fino alla Capitale. Follia, per questo non riesco a ricordarne il motivo. Ricordo solo che chiesi all’agenzia di viaggio due cose: la garanzia di un bagno in autobus, e la certezza di potermi fermare a fumare almeno una volta.
Ringrazio il cielo per questa follia, perché mi ha permesso di finire I Langolieri in un’atmosfera di viaggio ininterrotta, senza mai un ritorno a casa, dai tavolini risicati di un bar attorno al giardino di Boboli lungo il tragitto pazzo di un autobus che da Firenze risale a Bologna e che mi vede, con buona pace dell’autista, con le ginocchia al petto e una merendina in bocca tutta presa, rapita e trasognata, tra le pagine di un libro di King.
E solo King poteva chiamare racconto e non romanzo una narrazione di più di duecento pagine, e solo King poteva fare racconto e non romanzo di duecento pagine e passa, ognuna di loro perfettamente aderente, mai divagazione ma sempre necessità, incollata al nucleo pulsante della costruzione come carta moschicida. Perché I Langolieri parla di dieci persone, dei loro passati e presenti e può darsi futuri, nella cabina asfittica di un aereo come nell’ambiente di un aeroporto deserto, e ci permette di avere con loro dieci la confidenza e la familiarità che si ha con un amico. I Langolieri parla, soprattutto, della nostalgia e del rimpianto e del tempo che ci scorre attraverso, e lo fa proprio guardando in faccia quel tempo e non permettendogli di essere né individuale né nostalgico, ma bestialmente pronto a divorarci non appena sentiamo di averlo trascorso, di averlo perduto. (altro…)

Eccomi: Foer e l’arte dell’oreficeria

Jonathan Safran Foer, Eccomi, Guanda editore 2016 (tascabile 2017), € 14,50; traduzione di Irene Abigail Piccinini

 

Per svariate ragioni quella che segue è la più bella pagina di Eccomi, ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer, edito da Guanda nel 2016, con la traduzione di Irene Abigail Piccinini. E con “svariate ragioni” intendo la commistione tra arguzia di scrittura, profondità di riflessione e, ovviamente, riferimento anche semantico al macromondo che gravita attorno al titolo del libro, come se la pagina fosse monade del lungo e poderoso romanzo che il titolo contiene. La pagina è questa:

Dio mette alla prova Abramo, e il testo dice: «Qualche tempo dopo, Dio mise alla prova Abramo. Gli disse: ‘Abramo!’ ‘Eccomi’ rispose Abramo». La maggior parte della gente dà per scontato che la prova sia che Dio chiede ad Abramo di sacrificare suo figlio Isacco. Ma secondo me si potrebbe anche leggere che la prova è quando Dio lo chiama. Abramo non dice: «Che cosa vuoi?» Non dice «Sì?». Risponde con una dichiarazione: «Eccomi». Qualunque cosa Dio voglia, Abramo è completamente presente per Lui, senza condizioni o riserve o necessità di spiegazioni. Quella parola – hinneni, eccomi – ritorna altre due volte in questo brano, Quando Abramo porta Isacco sul monte Moriah, Isacco si rende conto di quello che stanno per fare e di quanto le cose si mettano male. Sa che sta per essere sacrificato, come tutti i bambini che sanno sempre quello che sta per succedere. Si legge: «E Isacco si rivolse ad Abramo, suo padre, e gli disse: ‘Padre mio!’, ed egli: ‘Eccomi, figlio mio’. E Isacco disse: ‘Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per il sacrificio?’ E Abramo disse: ‘Dio provvederà all’agnello per il sacrificio, figlio mio’». Isacco non dice: «Padre», dice «Padre mio». Abramo è il padre del popolo ebraico, ma è anche il padre di Isacco, il suo padre personale. E Abramo non chiede: «Che cosa vuoi?» Dice: «Eccomi». Quando Dio chiama Abramo, Abramo è completamente presente per Dio. Quando Isacco chiama Abramo, Abramo è completamente presente per suo figlio. Ma com’è possibile? Dio chiede ad Abramo di uccidere Isacco e Isacco chiede a suo padre di proteggerlo. Come può Abramo essere due cose opposte contemporaneamente? Hinneni è usato un’altra volta nel brano, nel momento più drammatico. «E arrivarono nel luogo che Dio gli aveva detto e Abramo costruì un altare e preparò la legna, poi legò Isacco, suo figlio, e lo mise sull’altare sopra la legna. E Abramo stese la mano e prese il coltello per sgozzare suo figlio. E un messo del Signore lo chiamò dal cielo e disse: ‘Abramo, Abramo!’, ed egli: ‘Eccomi’. E quegli disse: ‘Non alzare la mano sul ragazzo e non fargli niente, perché adesso so che temi Dio e non mi hai negato tuo figlio, il tuo unico’.» Abramo non chiede: «Che cosa vuoi?» Dice:«Eccomi». La porzione di Torah per il mio Bat Mitzvah tocca molti temi, ma secondo me il più importante è la riflessione su quali sono le persone per cui noi siamo completamente presenti e come questo, più di qualunque altra cosa, definisca la nostra umanità. Il mio bisnonno, che ho già nominato prima, ha chiesto aiuto. Non vuole andare alla Casa ebraica. Ma nessuno in famiglia ha risposto: «Eccomi». Hanno invece cercato di convincerlo che non sa qual è la cosa migliore per lui e che non sa neppure bene quello che vuole. Davvero, non hanno neppure cercato di convincerlo, gli hanno solo detto cosa dovrà fare. Stamattina, alla scuola ebraica, mi è stata rivolta l’accusa di avere usato delle brutte parole. Non so neanche bene se usato sia il termine giusto: fare un elenco non è certo usare qualcosa. Comunque, quando i miei genitori sono venuti a parlare con il rabbino Singer, non mi hanno detto: «Eccoci». Hanno chiesto: «Cos’hai fatto?», Vorrei che mi avessero almeno concesso il beneficio del dubbio, perché me lo merito. Tutti quelli che mi conoscono sanno che faccio un casino di errori, ma sanno anche che sono una brava persona. Ma non è perché sono una brava persona che merito il beneficio del dubbio, è perché loro sono i miei genitori che avrebbero dovuto concedermelo.

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proSabato: Grace Paley, Desideri

Desideri

.   Vidi il mio ex marito per la strada. Ero seduta sui gradini della nuova biblioteca.
.  Ciao, vita mia, gli dissi. Il nostro matrimonio era durato ventisettenni, mi sentivo giustificata.
.  Lui disse, Come? Quale vita? Non la mia.
.  Io dissi, Ok. Non è mia abitudine discutere, quando le posizioni sono inconciliabili. Mi alzai ed entrai in biblioteca per vedere quanto dovevo.
.  La bibliotecaria disse 32 dollari giusti giusti, e ce li deve da diciotto anni. Io non negai. Perché non mi rendo conto del passare del tempo. Li ho avuti, quei libri. Ci ho pensato spesso. La biblioteca è appena a due isolati da casa.
.  Il mio ex marito mi seguì fino al banco della restituzione. Interruppe la bibliotecaria, che aveva ancora da dire. Per tanti versi, disse, attribuisco la colpa del fallimento del nostro matrimonio al fatto che tu non abbia mai invitato a cena i Bertram.
.  È possibile, dissi io. D’altra parte, se ben ricordo: primo, quel venerdì mio padre stava male, poi sono nati i bambini, poi ho cominciato ad andare a quelle riunioni del martedì sera, e alla fine è scoppiata la guerra. Dopo mi sembrava di non conoscerli più, i Bertram. Comunque hai ragione avrei dovuto invitarli a cena.
.  Diedi alla bibliotecaria un assegno di 32 dollari. Subito tornai a godere della sua fiducia: dimenticò il passato, lo cancellò dalla mia scheda, che è proprio quello che gli altri impiegati comunali e/o statali non avrebbero mai fatto.
.  Prelevai i due libri di Edith Wharton che avevo appena restituito perché era passato un sacco di tempo da quando li avevo letti e mi sembrava il momento giusto per rileggerli. Capitavano a proposito. Erano La casa della gioia e I ragazzi, che racconta di quanto sia cambiata la vita americana a New York nel corso di ventisette anni, cinquant’anni fa.
.  Ho un bel ricordo della prima colazione, disse il mio ex marito. Rimasi sorpresa. Prendevamo solo caffè. Poi rammentai che in fondo all’armadio a muro della cucina c’era un buco che si apriva nell’appartamento dei vicini. Loro mangiavano sempre pancetta affumicata. Questo conferiva alle nostre colazioni un’aura di grandiosità, senza peraltro procurarci difficoltà di digestione.
.  Quando eravamo poveri, dissi.
.  E quando mai siamo stati ricchi? Disse lui.
.  Oh, col passare del tempo, e l’aumentare delle responsabilità, non ci siamo mai trovati nel bisogno. Tu non ci hai mai fatto mancare niente, dal punto di vista finanziario, gli ricordai. I bambini passavano quattro settimane al campeggio, una volta all’anno, avevano dei poncho decenti, i loro bravi sacchi a pelo e gli scarponcini, proprio come tutti gli altri. Erano molto carini. La nostra casa era calda in inverno, e avevamo dei bei cuscini rossi e altre cose.
.  Io volevo una barca a vela, disse lui. Ma tu non volevi niente.
.  Non prendertela, dissi io. Non è mai troppo tardi.
.  No, disse lui, con molta amarezza. Può darsi che me la comperi, la barca. In realtà ho già versato una caparra per un sette metri. Quest’anno le cose mi vanno bene, e in futuro andranno anche meglio. Per te invece è troppo tardi. Tu non vorrai mai niente. (altro…)

Brian Panowich, Bull mountain

Brian Panowich, Bull mountain, trad. Nescio Nomen, NN editore 2017, € 18,00, € 8,99

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Ci sono libri che rimangono dentro più di altri, per molto tempo. Libri che ci si attaccano anche per una frase soltanto, è una specie di magia che cerchi di ritrovare in libri di uno stesso o di altri autori che leggerai negli anni a venire. Una ricerca non così evidente, un po’ nascosta. A un certo punto una serie di sensazioni, oppure di frasi, o di immagini, si nascondono da qualche parte e aspettano di riaffiorare e di congiungersi con qualcosa che accade in un altro romanzo. A me è successo con Alabama blues di Tom Franklin (Sartorio 2007, trad. di Flavio Santi), una raccolta di racconti incredibile che non ho mai più dimenticato. Racconti dall’atmosfera un po’ cupa, a volte ironica, fatti e vissuti nei paesaggi dell’Alabama. Racconti dove gli uomini si scambiano poche parole, dove vince l’aspro, dove entra ogni tanto la commozione.

“Devi arrivare alla resa dei conti virilmente, con un po’ d’onore, allontanare un bambino dai binari, restando tu stesso sotto il treno. Lanciarsi su una bomba a mano in battaglia e salvare undici compagni, roba del genere. La pistola alla tempia è una possibilità, ma allora ci vuole un bel colpo di scena.”

Storie malinconiche e disperate (raccomando in particolare il racconto Bracconieri), che qualche volta ho sfiorato nei libri di Lansdale e che sono rimaste lì, come dicevo più su, nascoste fino a che non ho cominciato a leggere Bull Mountain.

Bull Mountain si trova in Georgia, che è proprio accanto all’Alabama, il paesaggio si somiglia e la gente è tanto diversa, ad esempio, dalla vicina Florida. C’è un filo grigio che lega i due territori e c’è un filo fatto di cattiveria, vendetta e speranze nascoste che lega gli uomini e le donne di questo romanzo. C’è una condanna che grava sulle teste dei protagonisti, una condanna che è familiare, calata per diritto di nascita dai nonni, dai padri, fino ai figli. Gli attori di questo romanzo sono attraversati da un dolore profondo che è quasi invisibile, ed è celato nel dominio che esercitano sugli altri, nel loro essere malavitosi, nel controllo territoriale fatto metro per metro, curva per curva, albero per albero. Saprebbero questi uomini chiamare ogni masso per nome ma non saprebbero abbracciarsi. Uomini che sono capaci di rispettare un animale e che ridono mentre vedono un altro uomo bruciare. Uomini che non danno scampo e che non hanno scampo. Brian Panowich, al suo primo romanzo, scrive del cuore nero delle persone e di quanto filo spinato ci stia intorno, e quante fatiche/ferite bisogna sopportare per liberare uno zampillo di sangue buono.

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proSabato: David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi

proSabato: David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi, (Einaudi; ultima edizione SuperET 2016); trad. di Giovanna Granato e Ottavio Fatica; € 13,00, ebook € 6,99

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Ancora un altro esempio della porosità di certi confini (XI)

Come in tutti gli altri sogni, sono con qualcuno che conosco ma non so come faccio a conoscerlo, e all’improvviso questa persona mi fa notare che sono cieco. Cioè letteralmente cieco, privo delle vista, ecc. Oppure è in presenza di questa persona che mi rendo improvvisamente conto di essere cieco. Quello che succede quando me ne rendo conto è che divento triste. Mi mette una tristezza incredibile essere cieco. Questa persona in qualche modo sa quanto sono triste e mi avvisa che mettermi a piangere in qualche modo mi farebbe male agli occhi rendendomi ancora più cieco, ma non posso farne a meno. Mi siedo e comincio a piangere davvero forte. Mi sveglio nel letto piangendo, e piango così forte che non vedo niente per davvero e non ci capisco più niente di niente. Questo mi fa piangere ancora più forte. La mia ragazza è preoccupata e si sveglia e mi chiede che c’è, e ci vuole un minuto buono per schiarirmi le idee tanto da rendermi conto che sognavo e sono sveglio e non sono cieco per davvero e che sto piangendo senza motivo, e poi raccontare alla mia ragazza del sogno e sentire la sua opinione. Poi per tutto il giorno al lavoro sono incredibilmente consapevole della mia vista e dei miei occhi e di quant’è bello poter vedere i colori e le facce delle persone e sapere esattamente dove sono, e di quant’è fragile tutto quanto, di quanto sia facile perderla, di come in giro vedo sempre ciechi col bastone e una strana espressione sulla faccia pensando sempre che è interessante starli a guardare un paio di secondi senza mai pensare che abbiano qualcosa a che spartire con me o miei occhi, e di come è davvero proprio solo una coincidenza incredibilmente fortunata che io ci vedo e non sono invece uno di quei ciechi che incontro in metropolitana. E per tutto il giorno al lavoro appena queste cose mi tornano in mente ricomincio a cedere, pronto a rimettermi a piangere, e se mi trattengo è solo perché le pareti divisorie dei cubicoli sono basse e chiunque mi potrebbe vedere e preoccuparsi, e dopo il sogno va avanti così tutto il giorno, ed è stancante da morire, prosciugamento emotivo direbbe la mia ragazza, e firmo per uscire prima e me ne vado a casa e sono così stanco e assonnato che non riesco quasi a tenere gli occhi aperti, e quando arrivo a casa me ne vado dritto a rannicchiarmi a letto a una cosa come le 4 del pomeriggio e si può dire che svengo.

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© David Foster Wallace

Una frase lunga un libro #87: Charles Wright, Italia

Una frase lunga un libro #87: Charles Wright, Italia, a cura di Moira Egan e Damiano Abeni, Donzelli 2016; € 18,50

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Non una parola s’è mai dissolta in gloria, non una.
Continuiamo a mandarle in alto, comunque,
così come il sole piove giù.

Not one word has ever melted in glory not one.
We keep on sending them up, however,
As the suns rains down.

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Ci sono libri che vengono da molto lontano, un lontano costruito negli anni e sugli anni; libri che sono la somma di altri libri, di parole pensate e scritte nell’arco di decenni; libri che raccontano molte storie, che ne ricordano altre; libri che accompagnano, che costruiscono un mondo  dopo averne osservato un altro. Libri fatti di viaggi e residenze, libri di suoni e desinenze, libri che hanno un passo classico e un occhio moderno. Libri che portano il nome di un luogo e che quel luogo reinventano. Uno di questi libri è lo straordinario volume di poesia Italia di Charles Wright, curato nell’edizione italiana da Moira Egan e Damiano Abeni, ma costruito dai traduttori insieme al poeta americano, libro che Wright sognava di realizzare da molti anni, sogno che comprendiamo bene dopo aver finito di leggere il libro. Poesie queste che sono uscite dagli anni sessanta in avanti, in vari volumi, negli Stati Uniti (si rimanda alla nota bibliografica in coda all’edizione italiana) e che ora stanno magnificamente insieme sia per i lettori nordamericani sia per quelli italiani. Nell’ultima parte di Italia Egan e Abeni spiegano le gioie e la fatica di queste traduzioni e poi accennano alle difficoltà di trovare un editore che desse loro casa; sono dovuti passare, infatti, circa sei anni dalla fine del lavoro dei curatori prima che i versi italiani di Wright venissero accolti da un editore italiano. Vista l’indiscutibile bellezza e l’importanza del volume mi sento di ringraziare Donzelli editore, del cui catalogo ricordiamo altri formidabili raccolte di autori nordamericani, come Simic, Gallagher, Strand.

Da:

 

Omaggio a Ezra Pound

Oltre San Sebastiano, oltre
Ognissanti e San Trovaso, lungo
Le Zattere e a sinistra
al di là del ponte scalinato fino a dove
—discosta sulla destra, seminascosta—
la Dogana Vecchia brucia al sole primaverile:
è così che ci si arriva.

Questa è la strada in cui abita Pound,
un vicolo cieco
di anfratti catarrosi e pietra sbrecciata,
al cui imbocco le acque
si radunano, i gabbiani stridono;
qui dentro—muto, immoto—lui aspetta,
cernendo gli affetti freddi del sangue.

*

Past San Sebastiano, past
The Ogni Santi and San Trovaso, down
The Zattere and left
Across the tiered bridge to where
– Off to the right, half-hidden –
The Old Dogana burns in the spring sun:
This is how you arrive.

This is the street where Pound lives,
A cul-de-sac
Of rheumy corners and cracked stone,
At whose approach the waters
Assemble, the gulls cry out;
in here – unspeaking, unturned – he waits,
Sifting the cold affections of the blood.

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Una frase lunga un libro #79: Rick Moody, Hotel del Nord America

moody

Una frase lunga un libro #79: Rick Moody, Hotel del Nord America, trad. di Licia Vighi; Bompiani, 2016, € 18,00.

*

All’epoca in cui i Culture Club, il gruppo pop inglese, erano all’apice del successo, io mi stavo specializzando in sociologia e, non me ne vogliate, ma mi piaceva canticchiare il pezzo che li aveva resi famosi , “Do You Really Want to Hurt Me?”. Tuttavia, diffondere ogni giorno questa canzone, insieme a “Boys Don’t Cry” e “Should I Stay or Should I Go?”, in versione jazzata, dalle casse della sala da pranzo significa andare in cerca di guai. Katherine Salk era convinta che fosse stato il brano dei Culture Club a farle esplodere l’emicrania, ma potevano anche essere stati i mobili gialli.

Come si può raccontare la vita delle persone? Come si descrivono? Come si inventa un personaggio? Come si costruiscono un ambiente narrativo e un paragrafo? Come si fa salire la tensione? In che modo bilanciare la risata alla malinconia? Come mostrare la solitudine, o la voglia di fuga, o la ricerca di compagnia? O ancora: come creare una struttura nuova dentro la quale metterci la vita degli americani; e sì, di tutti gli americani? Forse sono queste alcune delle domande che si è posto Rick Moody prima di cominciare a scrivere questa storia, o più semplicemente gli interessava sul serio esplorare il mondo dei recensori degli hotel. Il recensore, però, chiunque sia, è sempre una persona. Col trolley si porta dietro la sua vita, i suoi dolori, le sue idiosincrasie. Il postatore seriale che, a volte seriamente a volte meno, riempie le pagine di siti come Trip Advisor, facendoci provare curiosità o terrore nei confronti di un semplice Bad & Breakfast.

Reginald Edward Morse (scelta di nome e cognome strepitosa) è un collaboratore del sito ValutaIlTuoSoggiorno.com, un semplice recensore. Reginald di viaggio in viaggio, si muove molto per il suo lavoro di oratore motivazionale (in precedenza è stato anche operatore finanziario), attraversa il Nord America, e non solo (leggeremo anche un paio di recensioni di hotel italiani, un agriturismo pugliese, un Hotel di Londra) e recensisce, ma che cosa? E questo il punto ed è questo il fulcro del romanzo di Moody.

Hotel sperduti nel Connecticut, motel di Tulsa, minuscole stanze in Ohio, nello stato di New York. Lampade con cui non vorremmo mai avere niente a che fare. Cimici nei letti. Trucchi per fuggire dopo aver scoperto che l’hotel non è come vorremmo che fosse, o che è troppo caro per quello che è. Finte Jacuzzi, bagni troppo lontani dalle camere. Colazioni indimenticabili, colazioni da dimenticare. Wifi, frigobar, canali porno, tv satellitare, assenza di tv. Carta da parati. Eccesso di beige, eccesso di giallo. Qui sono spesso gli oggetti a parlare, come succede nella vita, o in narrativa, o in poesia; o come ci insegnano saggi bellissimi come La vita delle cose di Remo Bodei (Laterza, 2010). Ma sono orologi, televisori, saponette che non appartengono a nessuno, per questo possono raccontare la storia di una comunità insieme a quella di un singolo. E poi Scortesia e gentilezza. Parcheggi attraverso i quali scappare, parcheggi dentro i quali finire a dormire.

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I poeti della domenica #104: Mark Strand, Non ci sono parole per descriverlo

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Non ci sono parole per descriverlo            

Come divampavano quegli incendi che non esistono più,
come peggiorava il clima, come svaniva l’ombra del
gabbiano senza lasciare traccia. Era la fine di una sta-
gione, la fine di una vita? È stato talmente tanto tempo
fa che pare non sia mai esistito? Cos’è in noi che vive
nel passato e ha nostalgia del futuro, o vive nel futuro
e ha nostalgia del passato? E che importanza ha quan-
do la luce entra nella stanza dove dorme un bambino
e la madre che si sveglia, aprendo gli occhi, desidera
sopra ogni cosa che ciò che non è in grado di nomina-
re infonda in lei l’opposto del risveglio.

*

No Words Can Describe it

How those fires burned that are no longer, how the
weather worsened, how the shadow of the seagull van-
ished without a trace. Was it the end of a season, the
end of a life? Was it so long ago it seems it might nev-
er have been? What is it in us that lives in the past and
longs for the future, or lives in the future and longs for
the past? And what does it matter when light enters
the room where a child sleeps and the walking moth-
er, opening her eyes, wishes more than anything to be
unwakened by what she cannot name?

*

Mark Strand, Non ci sono parole per descriverlo, da Quasi invisibile, Mondadori, 2014; traduzione di Damiano Abeni.