Letteratura Necessaria

LETTERATURA NECESSARIA – ESISTENZE E RESISTENZE – AZIONE N° 8 (reading)

LETTERATURA NECESSARIA – ESISTENZE E RESISTENZE

AZIONE N° 8

MARTEDÌ 3 APRILE ore 21.30

ROMA

Associazione Culturale

“Villaggio Cultura”

Viale Oscar Sinigaglia 18/20

reading con

Nina Maroccolo, Annamaria Ferramosca, Alessia D’Errigo,

Fernando Della Posta, Anna Maria Curci, Enzo Campi

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Nina Maroccolo

È nata a Massa. Vive e lavora a Roma dal 2004.

Scrittrice, performer, artista visiva. È curatrice di libri e antologie, conduce laboratori di scrittura.

Ha fatto parte della casa discografica CPI, ha collaborato e organizzato eventi culturali con la “City Lights Italia”.

È fondatrice del gruppo poetico “Stanzevolute” e membro fondatore del gruppo artistico-sperimentale ATEM. Fa parte di “Atelier LiberaMente” e del Creative Drama & In-out Theatre”; è membro della Factory AL-KEMI lab e redattore del blog collettivo “La poesia e lo spirito”.

Ha pubblicato : Il carro di Sonagli, (City Lights Italia, 1999), Annelies Marie Frank (Empiria, 2004-2009), Documento 976 –Il processo ad Adolf Eichmann (Nuova Cultura, 2008), Malestremo (Le reti di Dedalus, 2008), Nitrito d’argento (Neobar, 2009), Illacrimata (Tracce, 2011).

Annamaria Ferramosca 

È nata a Tricase  (Lecce). Vive e lavora a Roma. Collabora con testi e note critiche alle riviste Le Voci della Luna, La Mosca di Milano, La Clessidra e con vari siti di poesia in rete, tra cui clepsydraedizioni.com. Ha pubblicato in poesia: Other Signs Other Circles, Chelsea Editions, New York, raccolta antologica di poesie 1990-2009, (Premio Città di Cattolica);  Curve di livello, Marsilio, 2006, (Premio Astrolabio, Castrovillari-Pollino, finalista ai Premi Camaiore, Lerici Pea, Pascoli, San Fele, Montano); Paso Doble, Empiria, 2006 (raccolta di dual poems, coautrice Anamaría Crowe  Serrano), Porte / Doors, Edizioni del Leone, 2002 (traduzione inglese di Anamaría Crowe Serrano e Riccardo Duranti, Premio Internazionale Forum); Porte di terra dormo, Dialogo Libri, 2001; Il versante vero, Fermenti, 1999 (Premio Opera Prima Aldo Contini-Bonacossi); Canti della prossimitàPuntoeacapo editrice, 2011 (silloge contenuta in  La Poesia Anima Mundi, quaderno monografico a cura di Gianmario Lucini).       Suoi testi sono inclusi nei volumi collettanei: Pugliamondo, 2010 e La Versione di Giuseppe, 2011, entrambi per le Ed.ni Accademia Terra d’Otranto-Neobar, Poeti e Poetiche, CFR, 2011. Ha ricevuto nel 2011 il Premio Guido Gozzano per la poesia inedita Fa parte della redazione del portale Poesia2punto0.com, dove è ideatrice e curatrice della rubrica Poesia Condivisa

http://www.poesia2punto0.com/category/poesia-   condivisa/

Alessia D’Errigo
Autrice, attrice e regista. Ricercatrice in campo teatrale e cinematografico. Da anni conduce un intenso lavoro sulla poesia parlata e scritta. Nel 2004 apre, insieme all’artista e regista Antonio Bilo Canella, il “CineTeatro di Roma” centro di ricerca, formazione e produzione in campo teatrale e cinematografico.  Nel 2011 crea il progetto IMPROMPTU THEATRE (Teatro all’improvviso), con l’intento  di voler fondere varie arti (musica, poesia, danza, pittura e teatro) in uno scenario d’improvvisazione totale. Progetto sancito dall’omonimo spettacolo “Impromptu” con il pittore-performer Orodè Deoro e successivamente da un altro evento “Variazioni Belliche (LamentAzione)”. Ha partecipato come attrice a svariati cortometraggi e lungometraggi; ha realizzato, diretto e montato opere cinematografiche, tra cui: “La casa del Sator” (2006), “Onde” (2007); ha scritto, diretto e interpretato numerosi lavori teatrali, tra cui: “Desiderio” (2006), “Shake Revolution” (2009), “Profetica” (2010), “Il pugno e la rosa” (2011). È rintracciabile, in rete, su www.cineteatro.it

Fernando Della Posta 

È nato a Pontecorvo, in provincia di Frosinone e vive e lavora a Roma nel campo dell’Information Technology.

E’ redattore del blog di letteratura e poesia “Neobar. Agorà senza l’assillo delle correnti”, http://www.neobar.wordpress.com/

Molti suoi testi sono apparsi sul web, riviste e antologie. Ha partecipato con suoi testi al poemetto collettivo “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello”, edito da Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011. La sua prima raccolta di poesie “L’anno, la notte il viaggio” edita da Progetto Cultura, 2011, nella collana “Le gemme”.

È rintracciabile in rete sul suo blog personale “L’anno e la notte.poesia”

http://versisfusi.wordpress.com/

Anna Maria Curci

È nata a Roma, dove vive e insegna.

Scrive sul blog “Cronache di Mutter Courage“,  su  “Unterwegs / In cammino” ed è tra i redattori del blog collettivo “Poetarum Silva”. Suoi testi sono apparsi su riviste (Journal of Italian Translation; Traduttologia) e antologie (La notte, Roma 2008), sul blog La dimora del tempo sospeso, sul blog collettivo  “La poesia e lo spirito” e sul sito “Poeti del parco”. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta Inciampi e marcapiano (LietoColle ed.).

Enzo Campi 

È nato a Caserta. Vive e lavora a Reggio Emilia. Autore e regista teatrale. Critico, poeta, scrittore.

È presente in alcune antologie poetiche edite, tra gli altri, da LietoColle, Bce Samiszdat, Liminamentis. È autore del saggio filosofico Chaos – Pesare-Pensare, scaricabile sul sito della compagnia teatrale Lenz Rifrazioni di Parma. Ha pubblicato per Liberodiscrivere edizioni (GE) i saggi Donne – (don)o e (ne)mesi (2007) e Gesti d’aria e incombenze di luce (2008); per BCE-Samiszdat (PR) il volume di poesie L’inestinguibile lucore dell’ombra (2009); per Smasher edizioni (ME) il poemetto Ipotesi Corpo (2010) e la raccolta Dei malnati fiori (2011). È redattore dei blog La dimora del tempo sospeso e Poetarum Silva. Ha curato prefazioni e note critiche in diversi volumi di poesia. Dal 2011 dirige, per Smasher edizioni, la collana di letteratura contemporanea Ulteriora Mirari e cura l’omonimo Premio Letterario. È ideatore e curatore del progetto di aggregazione letteraria “Letteratura Necessaria – Esistenze e Resistenze”.

In fase di pubblicazione per Smasher edizioni: Il Verbaio – Dettati per (e)stasi a delinquere (terzo classificato Premio Giorgi 2010, finalista Premio Montano 2011).

LETTERATURA NECESSARIA – ESISTENZE E RESISTENZE

 

Per una co-abitazione delle distanze:

Letteratura Necessaria – Esistenze e Resistenze

In un’epoca dove ritornano a galla sempre più prepotentemente l’urgenza e il bisogno di rispolverare e ridefinire i concetti di comunità e condivisione, nasce il progetto di aggregazione letteraria  LETTERATURA NECESSARIA – ESISTENZE E RESISTENZE.
Lo scopo del progetto è essenzialmente quello di far CIRCOLARE i libri e le cosiddette “risorse umane” creando dei momenti di aggregazione, scambio e confronto che possano abbattere qualsiasi tipo di divisione ideologica, editoriale, di mercato, ecc., mettendo in comunicazione tra loro diverse e svariate realtà che operano nel settore o che sono impegnate in tal senso.
In parole povere si tratta di costituire una serie di poli geografici di riferimento disseminati lungo tutto l’arco del territorio nazionale. Ogni polo avrà un referente che si occuperà dell’organizzazione in loco e con il quale concordare gli autori (locali e nazionali) da coinvolgere e le modalità di realizzazione dell’evento.

Il progetto è diviso in varie fasi; ad una prima fase quasi esclusivamente performativa seguirà una seconda fase dove gli autori – per rendere ulteriormente “concreto” il concetto di aggregazione – verranno chiamati a leggere e presentare criticamente altri autori.
Visto che il progetto intende caratterizzarsi come un qualcosa di itinerante e ad ampio respiro si cercherà di organizzare e rendere fattiva una terza fase in cui gli autori che intendono contribuire alla realizzazione del progetto ma che si trovano territorialmente distanti e/o impossibilitati a partecipare direttamente agli eventi, potranno rendersi presenti anche nella loro assenza attraverso contributi fonici e visivi.
La quarta fase del progetto prevede la realizzazione di uno o due volumi antologici “comunitari” con contributi letterari e critici di diverse decine di autori che collaborano all’iniziativa. Nella fattispecie, ogni autore antologizzato si impegnerà a realizzare un evento nella propria città e, attraverso le risorse individuate dalla rete, inviterà autori territorialmente vicini a partecipare all’evento. Durante questi eventi, oltre a “spacciare” i contenuti del progetto e l’antologia cosiddetta comunitaria, gli autori coinvolti potranno eventualmente presentare le loro opere e eventualmente altri autori.

Quello che conta qui è una vera e propria “messa al lavoro” della letteratura. Semplificando e riducendo, si potrebbe dire che se le “esistenze” sono riconducibili ai libri, in quanto oggetti fisici, le “resistenze” rappresentano le “azioni” di quei “soggetti” fisici che producono i libri. Aggiungendo una sola caratterizzazione: il fatto di ostinarsi, per esempio, a produrre e a “spacciare” poesia, oggi come oggi, deve essere considerato come un vero e proprio “atto politico”. In tal senso ogni azione di questo tipo viene a rivestirsi di un plusvalore sociale. “Letteratura necessaria” è un progetto che vuole rendersi pratico, concreto e tangibile. Qui si tratta di far sì che la necessità di mettersi in gioco in prima persona diventi l’aspetto preponderante della diffusione della letteratura come atto corporeo, politico e aggregativo. L’idea di fondo è quella di ovviare alla sempre più imperante DISPERSIONE che caratterizza, in negativo, l’attuale panorama letterario nazionale e di creare una sorta di rete che permetta la costituzione e la ripetizione di eventi (“marchiati” e catalogati progressivamente in “azioni”) collegati tra loro ove far interagire realtà letterarie e realtà editoriali, in un regime non competitivo, ma collaborativo.

“Letteratura necessaria”, beninteso, non vuole essere un movimento tematico, ma pluritematico, volto a certificare la propria “esistenza” e a diffondere una sorta di “resistenza”. Resistenza a chi e a cosa? A tutto ciò che è privazione, restrizione, negazione, omologazione, ghettizzazione, a tutto ciò che lede i propri diritti, che ripropone gli stessi, triti e ritriti canoni letterari. In poche parole il progetto, almeno in fase concettuale, nasce “in costruzione” e crescerà sempre “in costruzione”, assorbendo e consolidando, di volta in volta, necessità, urgenze, tematiche e facendosi portavoce di messaggi che possano rientrare nei concetti di necessarietà, esistenza e resistenza.

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Finora, tra Bologna, Milano, Parma, Reggio Emilia, Roma, Capua (CE), sono state realizzate 8 azioni live che hanno coinvolto : Francesco Marotta, Enrico De Lea, Jacopo Ninni, Agnese Leo, Dina Basso, Ermanno Guantini, Silvia Molesini, Patrizia Dughero, Nina Maroccolo, Anna Maria Curci, Cristina Annino, Vincenzo Bagnoli, Loredana Magazzeni, Luca Ariano, Viola Amarelli, Lucia Pinto, Marco Bini, Ada Gomez Serito, Lorenzo Mari, Simonetta Bumbi & Orlando Andreucci, Stefania Crozzoletti, Antonella Taravella, Silvia Rosa, Roberto Ranieri, Sergio Pasquandrea, Marco Palasciano, Daniele Ventre, Gianluca Corbellini, Valentina Gaglione, Enea Roversi, Martina Campi, Meth Sambiase, Patrizia Rampazzo, Marco Ruini, Claudio Bedocchi.

Le attività, dopo una breve pausa invernale, riprenderanno ad aprile con 5 azioni a Roma, Sasso Marconi, Bologna, Mantova  e Verona, e proseguiranno a maggio con altre 6 azioni tra Torino, Milano, Verona e Bologna. Sono in fase di costruzione altre azioni tra Marche, Veneto, Emilia Romagna e Lombardia.

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E’ stato costruito un blog per documentare le attività del gruppo, per segnalare altri eventi e per pratiche di divulgazione letteraria.
http://letteraturanecessaria.wordpress.com/

Pagina del gruppo su facebook

http://www.facebook.com/groups/179852888755635/

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LETTERATURA NECESSARIA – ESISTENZE E RESISTENZE – AZIONE N° 7

LETTERATURA NECESSARIA – ESISTENZE E RESISTENZE

AZIONE N° 7

GIOVEDÌ 29 DICEMBRE ore 21.00

CAPUA (CE)

Palazzo Lanza
Corso Gran Priorato di Malta 25

reading con

MARCO PALASCIANO
VIOLA AMARELLI
LUCIA PINTO
DANIELE VENTRE
JACOPO NINNI
ENZO CAMPI

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Marco Palasciano

Pensatore eclettico e artista multidisciplinare, presidente dell’Accademia Palasciania, P., nato a Capua nel 1968, opera principalmente nei campi dell’alta letteratura, dell’attivismo etico e dell’oratoria didattica (v.p.e. le 12 lezioni di De natura mundi, 2011). Non si sbatte molto per pubblicare, preferendo dedicarsi a progetti a lunghissimo termine, indifferenti ai ritmi dell’editoria moderna. Su commissione e no, senza contare i non inscenati, ha scritto e talvolta diretto e interpretato 6 lavori teatrali (tra cui Un Amleto di ritagli e di pezze, 1998) e composto musiche di scena per altri 7. Si è laureato in regia presso la Libera Università del Cinema di Roma. È stato tra i vincitori del Premio “Laura Nobile” 1995 con L’insectarium dei burattini e per 3 volte tra i finalisti del Premio “Calvino”, la terza con Prove tecniche di romanzo storico (Lavieri, 2006). Suoi testi minori si trovano in Mundus (Valtrend, 2008), Napoli per le strade (Azimut, 2009) e altrove. Nell’ultimo decennio ha tenuto 18 concerti pianistici e 61 spettacoli di lectura Dantis.

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Viola Amarelli

Campana, ha pubblicato la raccolta Fuorigioco (2007), il poemetto Notizie dalla Pizia (2009) e Le nudecrude cose e altre faccende (2011) oltre ad alcuni e-book.. Suoi testi sono presenti in varie antologie, su riviste e in rete tra l’altro su “Nazione Indiana” e “La dimora del tempo sospeso”. È redattrice di “Vico Acitillo”, e cura il lit-blog “Viomarelli”.

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Lucia Pinto

Grafico, con esperienza teatrale e di pittura. Collabora con la casa editrice LietoColle con la quale ha pubblicato Amare, null’altro. Sta lavorando a L’intradotto fracasso del legame e a Penelopea sulla tela di Odisseo.
È rintracciabile in rete su
http://luciapintomf.blogspot.com/

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Daniele Ventre

Dottore di ricerca in filologia classica e insegnante di materie letterarie, latino e greco nei licei classici, V., nato nel 1974 a Napoli e ivi laureatosi all’Università degli Studi “Federico II”, ha pubblicato nel 2010 presso la casa editrice catanese Mesogea una traduzione in esametri italiani dell’Iliade di Omero, per la quale ha ricevuto ex æquo il Premio “Achille Marazza” 2011. Come poeta ha tra l’altro partecipato al Premio “Giancarlo Mazzacurati e Vittorio Russo” 2010, indetto dalle Edizioni d’If, riuscendo a vedere pubblicati alcuni suoi sonetti nell’antologia relativa. Tra i reading cui ha preso parte cita con particolare affetto S’i’ fossi poeta cangerei ’l mondo, organizzato dall’Accademia Palasciania in occasione dell’evento 100 Thousands Poets for Change, celebratosi il 24 settembre 2011 in tutto il mondo. Dall’agosto 2011 fa parte della redazione del blog letterario Nazione Indiana. Sta attualmente lavorando alla rifinitura delle traduzioni dell’Odissea e della Teogonia, di prossima pubblicazione presso Mesogea.

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Jacopo Ninni

È nato a Milano, vive a Vicchio (FI), dove scrive per il settimanale locale, suona e collabora con la biblioteca.
Ha pubblicato diversi racconti in antologie (Perrone editore) e in riviste come Toilet e Prospektiva.
Alcune sue poesie sono state selezionate per alcune antologie e segnalate o premiate in alcuni concorsi.
Collabora con l’attrice Agnese Leo ed è redattore del blog collettivo Poetarum Silva.
Diecidita (Smasher, Messina, 2011) è la sua opera prima.

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Enzo Campi

È nato a Caserta. Vive e lavora a Reggio Emilia.
Autore e regista teatrale. Critico, poeta, scrittore. È presente in alcune antologie poetiche edite, tra gli altri, da LietoColle, Bce Samiszdat, Liminamentis. È autore del saggio filosofico Chaos – Pesare-Pensare, scaricabile sul sito della compagnia teatrale Lenz Rifrazioni di Parma.
Ha pubblicato per Liberodiscrivere edizioni (GE) i saggi Donne – (don)o e (ne)mesi (2007) e Gesti d’aria e incombenze di luce (2008); per BCE-Samiszdat (PR) il volume di poesie L’inestinguibile lucore dell’ombra (2009); per Smasher edizioni (ME) il poemetto Ipotesi Corpo (2010) e la raccolta Dei malnati fiori (2011). È redattore dei blog La dimora del tempo sospeso e Poetarum Silva. Ha curato prefazioni e note critiche in diversi volumi di poesia Dal 2011 dirige, per Smasher edizioni, la collana di letteratura contemporanea Ulteriora Mirari e cura l’omonimo Premio Letterario. È ideatore e curatore del progetto di aggregazione letteraria “Letteratura Necessaria – Esistenze e Resistenze”.

LETTERATURA NECESSARIA – ESISTENZE E RESISTENZE

Lo scopo del progetto è essenzialmente quello di far CIRCOLARE i libri e le cosiddette “risorse umane” creando dei momenti di aggregazione, scambio e confronto che possano abbattere qualsiasi tipo di divisione ideologica, editoriale, di mercato, ecc., mettendo in comunicazione tra loro diverse e svariate realtà che operano nel settore o che sono impegnate in tal senso. Quello che conta qui è una vera e propria “messa al lavoro” della letteratura. Semplificando e riducendo, si potrebbe dire che se le “esistenze” sono riconducibili ai libri, in quanto oggetti fisici, le “resistenze” rappresentano le “azioni” di quei “soggetti” fisici che producono i libri. Aggiungendo una sola caratterizzazione: il fatto di ostinarsi, per esempio, a produrre e a “spacciare” poesia, oggi come oggi, deve essere considerato come un vero e proprio “atto politico”. In tal senso ogni azione di questo tipo viene a rivestirsi di un plusvalore sociale. “Letteratura necessaria” è un progetto che vuole rendersi pratico, concreto e tangibile. Qui si tratta di far sì che la necessità di mettersi in gioco in prima persona diventi l’aspetto preponderante della diffusione della letteratura come atto corporeo, politico e aggregativo. L’idea di fondo è quella di ovviare alla sempre più imperante DISPERSIONE che caratterizza, in negativo, l’attuale panorama letterario nazionale e di creare una sorta di rete che permetta la costituzione e la ripetizione di eventi collegati tra loro ove far interagire realtà letterarie e realtà editoriali, in un regime non competitivo, ma collaborativo. “Letteratura necessaria”, beninteso, non vuole essere un movimento tematico, ma pluritematico, volto a certificare la propria “esistenza” e a diffondere una sorta di “resistenza”. Resistenza a chi e a cosa? A tutto ciò che è privazione, restrizione, negazione, omologazione, ghettizzazione, a tutto ciò che lede i propri diritti, che ripropone gli stessi, triti e ritriti canoni letterari. In poche parole il progetto, almeno in fase concettuale, nasce “in costruzione” e crescerà sempre “in costruzione”, assorbendo e consolidando, di volta in volta, necessità, urgenze, tematiche e facendosi portavoce di messaggi che possano rientrare nei concetti di necessarietà, esistenza e resistenza. (Enzo Campi – Reggio Emilia – Settembre 2011)

AAVV – Fragmenta

cliccando sulla copertina si apre il collegamento al sito delle Ed. Smasher tramite cui potrete ordinare il libro

 

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Antologia di prosa e poesia

Testi di

Cristina Bove, Doris Emilia Bragagnini, Martina Campi, Gianluca Corbellini, Ivan Fassio, Valentina Gaglione, Ermanno Guantini, Antonio Maggio, Sebastiano A. Patanè, Fernando Della Posta, Roberto Ranieri, Silvia Rosa, Meth Sambiase, Ada Gomez Serito, Tiziana Tius

 

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Selezione testi

 

Ada Gomez Serito

 

era nero e mettevo garze sul viso,

erano lente processioni di addio,

la mia preghiera era barocca e la sabbia

era marmo rosso di Francia,

il mio ventre marciva,

il respiro martellava il muscolo del cuore

rimbalzando sugli organi con rumore acuto in contro fase,

il vuoto rantolava nel sottoscala,

la punta delle dita mi si apriva in ragadi

e la notte riceveva le grida di memorie impazzite

 

*

Cristina Bove

MI HANNO DETTO DI OFELIA

Voci di corridoio (locuzione scontata)
eppure dice
che l’oggetto ci sembra in dedicato
verbale
allora qui domando se qualcuno
l’ha vista nello scorrere del fiume
o dormire
o morire
o l’uncino di un albero di acacia
l’abbia trafitta in salvo

a me pareva
d’averla tra-lasciata
a tra-spirare in vasi di cantina

Nel dilemma
mi annebbio e mi dibatto
considerato che
se sono matto, se racimolo aut-aut
dalle rovine
di un castello di carte (Elsinore, sapete,
è un luogo scritto) niente di fatto
non sono più sicuro del mio nome
e dell’Ofelia
ho perso ogni contatto. Mi darete notizie?
Mi farete sapere se son morto?..

vostro
Amleto

*

Ermanno Guantini

[…]

sfioro il mondo con la forza di andare avanti. dovevo dirti che non avevo decenza per esplorare la luce della notte. ora siamo qui ora non siamo altrove. non puoi dire di no. non possiamo avere il coraggio di tornare indietro su queste forze sfrenate. farci ritornare al punto da cui avevamo avuto l’idea lasciarci partire. e penetrare ancora la freddezza. provo a trascrivere le cifre incerte. ci dilunghiamo sulla necessità della notte. ci sforziamo di mantenere il sorriso nella coscienza della corrente. non conosciamo altra strada che la confessione. per onde e stringhe. non abbiamo niente da dirci poi che le nostre facce. non posso dirti niente. non possiamo lasciarci altro che una mutua offerta di pudore. non importa la presunzione della morte. abbiamo perso la parte più mesta di noi. forse abbiamo sentito che non potevamo avere altro. e questo ci poteva anche bastare. non avevamo velocità per raggiungere l’odio migliore dei mercenari. avevamo lacrime per la pelle. e ci bastava il silenzio. il freddo ci punge fino a fare scomparire il rimorso. non avevamo voglia di risalire piano la corrente. non avevamo voglia di  dare credito alle parabole. abbiamo scelto di andare avanti. e indietro. e far finta di andare avanti. di procrastinare ancora la concessione del fondale. forza sorridi al viatico. forza sorridi ai rimasugli del pane. forza sorridi. abbiamo deciso di modulare la sconfitta nei toni più freddi della decenza. nel pulviscolo appaiono anfratti sull’asfalto bagnato. odori, cretti in una spirale di perseveranza. dà un’ odore ipnotico questa pioggia. odore ipnotico il baratro. e batte il fiume grigio senza fermare il corso delle attese. non possiamo dirci niente ora.

[…]

*

Ivan Fassio

Presente già passato

Se fosse destinato

Lo sarebbe al distaccato dalla sorte,

All’esiliato in ogni luogo

Della terra e della mente.

Libro canto spettacolo,

Questo gesto spezzato

Appena comprendiamo:

Che davvero non sia mai finita

Per chi è ferito a morte

Per chi è segnato a vita!

La tragedia a ripetizione

Di vivere in contraddizione

È categoria ampia, tetra,

Forse infinita, ognuno può rientrare.

Eppure fai un passo indietro

Mentre mi ascolti: di certo

Non risulti nell’elenco, non sei invitato,

A te, proprio a te,

Questo verso non è dedicato!

 

*

Roberto Ranieri

Coda (A capo)

 

La coda non rende giustizia

al tuo ricettario infinito

di regole, pia liquirizia

di forme che non ho capito

ma sciolgo fra labbra e palato

sfidando l’astuzia del nero

a estinguere il moto e lo stato

dal tu reo confesso del vero.

Amore, che a nullo tuo amato

rifiuti mai la prefazione

in calce, carteggio avariato

di bocche riaperte a tuo nome

e subito chiuse, nadir

e zenit d’ogni convenzione

di pappe, già dolce dormire

di maggio, bidet al cortisone…

*

Tiziana Tius


Se fosse che un cappello in testa

portasse fortuna ai pensieri

ne spargerei vagoni

sopra le teste che nuotano

in un mare di niente

 

*

 

Il volto mira al cuore

un solo palpito

a percorrere

l’arsura del labbro

che cede al tormento

delle parole

(A Paul Celan)

 

 

*

 

Silvia Rosa


Imperfetto modo indicativo d(ell)’essere [parola]

 

era il nostro segreto
linguaggio -non era niente-
era quella parola che mi hai insegnato
e non pronunciavo -disubbidiente-
poi una volta, che non ti ricordi, certo,
ho detto, tenendola in bocca
come una caramella un boccone che scotta,
in fretta (ma sembrava l e n t a m e n t e)

era quella parola che ti ho insegnato
non ti ricordi ora, ma un tempo
la ripetevi sempre –un codice– (di voglie)
era la tua parola (come) –un ordine
il filo di lettere intorno a un baco
che moriva (un istante) indossando
ali di virgole, cambiando rauco il verso
dell’orizzonte e ancora e stanco

era il nostro segreto
linguaggio che hai (ab)usato
in una piazza nel vuoto di voci -altre-
dove chiunque che parla, parla il nostro linguaggio
che non era segreto, era qualunque
una lingua che reciti quando ti serve,
quando non sapevi che fartene
del silenzio perfetto della mia pelle

era la tua parola una puttana
di quelle così tristi e vecchie e sfatte
che t’innamorano di compassione
era la mia parola un’occasione
di trasformarla in madre in casa
in un Amore che non snudi di racconto,
non era che d’inchiostro lieve un apostrofo -per te-
la pausa -per me- che accoglieva il mio vo(l)to

era il tuo nome teso increspato in un soffio
che ricadeva a metà, al vertice
di quel nostro discorso (se mi arrendevo
al sapore più dolce della tua grammatica)
era il mio nome per intero che non dicevi
che qualche volta e pareva la prima
che fosse detto, come l’avessi inventato tu
per il gusto di possederlo -uno fra tanti, troppi-

era il nostro segreto linguaggio, era quella parola,
era il tuo nome era il mio, era la nostra storia
una trama qualsiasi, che non era neppure
qualsiasi una bugia -non era niente-
era la tua solitudine al culmine in un grumo d’assenze
era il mio pianto sottile di primavera una pioggia
vergine che si espone alla faccia del sole e
attraversa muta l’eclisse di ogni abbandono

è l’alfabeto con cui dirmi daccapo -sola-,

(ma) l i b e r a finalmente
[e se anche ti penso e ti voglio e ti cerco

e non ti penso e non ti voglio e non –è NO-]

*

Valentina Gaglione


Storia di versi 2 (Noi che ce la raccontiamo)
Raccontarsi una marcia in più
con un accendisigari tra le dita
darsi un tono da eremita
sfoltire gli anni alla richiesta,
tecnica fine di difesa

mista a speranza

puro inganno
Che possa ancora accadere?
Cosa?
Qualunque
Raccontarsi una marcia in più
diventa nascondiglio
di periodi infecondi e muti
istigazione a delinquere
per la forza del sorriso

Unghie di donne lungo le piante dei piedi
e tu non senti niente
Unghie di donna sull’anima di un principe
e tu piangi
Eri più forte da bambino
quando sparavi alle ombre
e i panni stesi erano giganti forti

Eppure ti muovi come caricatura
trovi il punto
in cui perdere o rubare soluzioni
per evadere nell’abbraccio di nuvole feconde.

 

*

Gianluca Corbellini

I tetti di Teheran

meglio tagliare i dubbi di traverso
e nel mezzo, il richiamo delle promesse
che si sciolgono fin da subito
come a perseverare la pioggia tra le mani
di chi afferra nodi sulla seta.

dopo tutto non solo per morire, scrivere
nelle striature della salsedine
senza lasciare tracce sulla pelle
mentre le vene scoppiano, di libertà
pagate al prezzo della luna

la mano tesa nel buco a cercare
un letto di chiodi, come verticale sui rimpianti
che a caderci sopra ti fottono le membra
ma è la testa a rimanere sverginata

troppe volte in quel corridoio buio
a cercare un appiglio, il ritratto di un muro
e il vinile che ricorda gli anni settanta
nei tetti di Teheran, dove si cadeva presto
e bisognava pagarsi pure le pallottole

non mi fido di te
di chi mi racconta solo del passato
perché il domani sembra muto
come un figlio bastardo, rinchiuso
senza neanche un letamaio per dormire
costretto a vederti nascere ogni anno
ed ogni anno a lasciarti andare.

*

Sebastiano A. Patanè


e queste mani che si estendono fino agli occhi      

e queste mani che si estendono fino agli occhi

questo delirio di carne che insinui umido ai lati della lingua

non risolve l’alba e non decide l’ora delle fate

se solo un fenicottero nella pozzanghera

può fermare il tempo

comprendere le coincidenze

soffocherebbe certe mutevolezze

ma si appiattirebbero le dune lungo i vecchi confini

ah! si vedono ancora in basso, allegrezze senza curve

spie avariate di metafore secche nelle controparole

sopravvivere poesia per poi morire appena sillaba

nell’incompiuta mai cominciata mentre una sfacciata clivia

non nasconde la sua bellezza…

*

Fernando Della Posta


La carne

Ho sempre domandato al sensale

o al maestro di cerimonie,

una storia che arda come

due fiammelle in un solo fuoco

sotto i colpi del vento

e le folate calde di passione.

Nelle stanze chiuse, riempire il tempo

con gli aliti delle lingue rosse

e saturarla, l’aria,

dei suoni e dei pensieri

di chi dimentica il mondo

e lo ricrea

nelle efelidi innocenti

di chi è amato e ricambiato

seppur fugacemente.

Sugli spuntoni di un letto soffice,

sorridere e divertirsi

è il minimo concesso;

dimenticare gli affanni

desiderando l’attimo infinito

è l’egoismo dei sensi

sacrificato al patto

suggellato dall’affetto:

è condividere il bisogno

di annientarsi e di fuggire:

è il confessarsi schiavi

dell’inganno del piacere

che è del mondo

la linfa imperitura.

 

*

 

Antonio Maggio


[…]

Lunedì  mattina. Lei è lì, col suo bagaglio di gioie e stanchezze, con quella giovane freschezza così fragile, così disarmante. Le otto. Come sempre, l’ora dell’incontro, ma chi la ha mai veramente incontrata? Lei giunge quando io arrivo, due treni diversi, due destinazioni opposte; una barriera di sogni ed emozioni che si interrompe per pochi minuti, il tempo di uno sguardo, di un impercettibile saluto, di un addio…

La stessa stazione, come ogni giorno, sporca e logora, stantia, stufa di accogliere sempre le solite persone, immagini di un passato e di un futuro già dimenticati. Le stesse movenze, gli stessi  gesti, emblema di un’abitudine stanca e invincibile.

Poi c’è lei. Come tutti, stanca, pallida ma con dolcezza, triste eppure volitiva, diversa, nuova anche nel ripetersi, nell’occupare la sua sedia, nell’aprire il suo libro.

Le otto e due. Un fischio dalla stazione annuncia l’imminente partenza del “suo” treno. Ed ecco che mi guarda. Mi osserva per pochi ma intensi istanti, ed il mondo mi appare un po’ migliore. Poi il treno parte ed io rimango solo, in questa moltitudine indifferente, ma non mi lamento. Un nuovo fischio ha appena annunciato la partenza del “mio” treno verso una direzione opposta a quella dei sogni, verso la mia giornata.

[…]

Quello che un grande poeta francese mi ha trasmesso dal profondo del suo cuore, si è ora perso nei meandri della mia memoria. Lei non c’è. Per la prima volta da quando la conosco o meglio, da quando credo di conoscerla, non occupa il solito posto vicino al finestrino ad un passo da un altro treno, da un altro mondo, ad un passo da me. Cosa sarà successo? Avrà dei problemi a casa? Non posso credere che abbia marinato la scuola, non è il tipo! Credo di conoscerla bene. Lei è la prima della classe, la classica studentessa brava ma non arrogante che irradia bontà, la mattina si mette lì per offrirmi quel breve momento di beatitudine, non può averlo saltato apposta, non può farmi questo. Deve esserle accaduto qualcosa. Che sia ammalata? Chissà dove sarà ora: in un letto? In un ospedale? Speriamo solo che la giornata passi velocemente, domani il mio sole tornerà a splendere.

Venerdì mattina. Il sole non è ancora tornato. Per due interi giorni l’ho attesa: niente. “Lei” non c’è. Le mie giornate non sono più le stesse da quando è sparita, a scuola seguo le lezioni come un automa svolge il suo bravo compitino e la notte ho smesso di leggere; sul mio diario non ci sono più poesie ma due pagine vuote. Quante cose avrei voluto dirle, anche per una sola volta avrei voluto correrle incontro per toccarla, sfiorarla e proprio ora che sento di avere il coraggio, di infischiarmene della scuola, dei treni, delle direzioni opposte corro il rischio di non rivederla, se non nei miei sogni.

[…]

*

 

Martina Campi


Un albero strangolatore impiega più di vent’anni

a prendere il posto dell’albero originario.

Nella foresta sacra si possono sentire le voci dei morti

e si può sentire il respiro degli alberi.

Era verde anche il cielo, e ogni lato da cui si proveniva.

Nelle stazioni di sosta si offrivano benvenuti

per pochi spiccioli. Altrimenti servono le ali,

per andarsene da qui servono le ali.

Non prendere niente. Non lasciare niente.

Abbiamo sentito l’abbraccio dei secoli sussurrarci all’orecchio

tutti i suoni del silenzio. Si camminava tra le radici

respirando corteccia, vestendo corteccia.

Poi il giorno scompariva dietro l’oceano

e veniva a prenderci la notte, e la notte

portava fuochi e portava carezze.

Veniva la notte a prenderci e la notte

portava la pace e portava altre luci.

 

*

 

Doris Emilia Bragagnini

ring

 

ho provato a mantenerti sogno, annientarti

dentro al ring di un modo d’essere, ammansendo il gesto

trattenerlo dentro, pensando cosìpiano da stordire l’intrusione

 

avrei chiuso il giunco dentro l’onda di salsedine

e tracciato nel profilo un trampolo di morte

– incubo incapace a sospendere giudizio

 

se ciò che chiamo è furore cieco

che si addormenta attento, forse sciame, di brividi retrattili

sotto il bordo di un così vasto soliloquio, come una lisca

a consegnarmi ferma, stivo il dolore a rostro

così scoscesa da salirti

 

e se spingo sull’orecchio, dove si annida il fiato

una colata a bassa distorsione non risparmia – accordi osceni –

corde d’ultimo piacere i nostri vincoli, il mio succhiare spago

che sfilaccia di sapore lungo l’argine che ci siamo dati

 

tu vieni e sverni, dentro le fessure della mia levigata inapparenza 

un lampo d’improvviso, fame, a incupirti gli occhi

diagonali di controllo in briglie un po’ allentate, scioglimenti al ruolo

sotto ciglia di ragazzo, pronto a mietere respiri

 

*

 

Meth sambiase


Bell’imbriana

Avresti dovuto

mettermi nuda fra le tue gambe

e darmi di nuovo la vita.

Chiamare tutte le cose

con un nome nuovo

perché fossero le mie cose

le tue cose

le nostre cose.

Avresti dovuto chiederti

perché mi chiudevo negli armadi al buio

e azzittivo i rumori

e diventavo feto intrizzito

maledicendomi con un cerchio sulla testa.

Avresti dovuto

confortarmi, nutrirmi, cullarmi,

mettermi una coperta rosa fatta all’uncinetto

lasciarmi peccare nell’egoismo

attaccata all’oro bianco delle tue mammelle.

Avresti dovuto somigliarmi

farmi credere alla verità lucente del vetro

degli anni che mutano la forma della sembianza,

una nuova architettura

spirali di vertebre e capelli

pilastri gemelli, e gemelle viventi.

Io c’ero.

C’ero sempre stata.

Sciupata dalle ditate sulle spalle,

-povero piccolo insetto –

pestata, ammaccata, inquieta,

pluviometro di lacrime,

azzoppate e sommerse dalle adolescenze,

dalle poesie veloci come spine,

e alla fine del fondale,

uno zodiaco d’acqua

con dodici segni disuguali a chiamarmi orfana,

accatastata

da un sonno leggero e storpio

che m’induceva a svegliarmi

nelle notti che disavanzavano dal sogno

e tenerti vicino,

a guardarmi,

ombra proiettata di corpo madre,

madre mia.

 

 

AAVV – Contatti – Enea Roversi (post di natàlia castaldi)

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Enea Roversi

Asfissia

in

AAVV Contatti

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Sergio Pasquandrea Parole agli assenti

Patrizia Dughero Canto di sonno in tre tempi

Enea Roversi Asfissia

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Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari – Sezione Tripodi


Adicere animos: l’incivile compito della poetica roversiana.

[…]
Ma cosa è mai l’Asfissia di cui parla Roversi?

Stando alla definizione letterale del termine, siamo in presenza di una condizione che nega la libertà di respiro ed ossigenazione, una condizione che provoca soffocamento e, figuratamente, noia, oppressione, appropriazione e disappropriazione, schiavitù, distacco e impotenza, reazione o abbandono.

Asfissia, dunque, è mal du vivre, è noia nell’accezione esistenziale del termine, ma non solo. Asfissia è presa di coscienza di una condizione limite da combattere, è necessità di respiro e riscatto, condizione precaria che denuncia e non si arrende, ma si dimena, si rifiuta, si contorce in una lotta estrema contro il tempo, contro la realtà sociale, contro gli ingranaggi che stritolano senza perdono.

imperativo non nascondere /la testa mai (attenzione) / dalla realtà marcita / vuota e disillusa / irreale e irrisolta / ci siamo dentro tutti / magra consolazione

Asfittico dunque è il presente che si dispiega come un cumulo di rovine, un ammasso di cemento che ha divorato gli spazi del vivibile, ornandoli di eccesso “inutile”, di superfluo destinato a travolgerci tutti. L’uomo appare spettatore malinconico e inerme – “un tempo l’immaginario viveva / in trame intricate di fili d’erba / ora abbiamo l’inutile tutto” –  soggiogato da se stesso, dai finti bisogni che si è imposto – “incombe sovrana /la pubblicità” – dagl’ingranaggi dell’economia e del mercato, “eretica parodia della modernità”.

Verrebbe da chiedersi a questo punto, come l’uomo si sia potuto rendere schiavo di se stesso, e la risposta arriva, arriva come una sentenza: “ci manca l’anima purtroppo”. Ecco, su questo verso mi sono a lungo interrogata:

di quale “anima” parla il poeta Roversi?

Dalla lettura dell’intera silloge, bene emerge quanto ciò che si dimena in questo stato di asfissia sia la lotta, la necessità di denuncia di una realtà che mortifica l’uomo e che viene additata, spogliata, scarnificata e mostrata, perché non soddisfi, perché – appunto – provochi “asfissia”.

vi maledico senza rimorso alcuno / … // penso con lo stomaco e la mente / non c’è più tempo per osservare / forse c’è  tempo per rimediare / lo sfacelo fu di certo annunciato / programmato con cura e accudito / i servi hanno ottemperato / al loro compito con precisione

Il poeta sembra volerci dire che proprio nell’asfissia, in quello stato di sofferenza estrema, si debba seminare il seme della ribellione, quale ultimo atto per la sopravvivenza; una lotta terrena dunque, che ravvisa nel presente la necessità di ricostruire un mondo a noi più “somigliante”, più vero.

tacciano per favore i falsi filantropi / non vogliamo più ascoltare / le loro attorcigliate litanie / che tornino alle loro caverne / … / c’è bisogno di umana intelligenza / e di sottoscritte regole certe / per poter alimentare il nuovo sogno.

Da qui, l’associazione del termine “anima” mi scivola via dalle dita nella sua più comune accezione “spirituale”, per materializzarsi in tutta la sua forza, come veemente volontà di “adicere animos”, infondere coraggio, smuovere coscienze. […]

(dalla prefazione di Natàlia Castaldi)

Selezione testi

il conto

domino senza effetto
le carte giocate
con rovello
la scelta prima o poi
si dice che è dovuta
ed ecco qualcuno arriva
prima o poi si sa
maitre dai modi freddi
a presentarti il conto
a dirti mi dispiace
soltanto un poco invero
e tocca a te pagare
per le lacrime versate
le discese schivate
gli specchi concavi
dove muore lo sguardo
tacere di quell’obolo
così mal sopportato
infine accorgerti
che quel conto è sbagliato
il dessert tu non l’avevi
neppure ordinato.

*

Asfissia

con l’ansia di spargere sale
sulle ferite di questa strada bagnata
mi fermo riluttante all’incrocio
ignorando le voci dietro i muri
sono in balìa di ricordi furiosi
questo senso di torpore
mi prende le mani e le stringe
questa vita oziosa e pagana
mi soffoca con guanti di velluto
questa asfissia rarefatta e molle
mi fa perdere i sensi per sempre.

*

altri versi ancora

tenebre di carta sottile
una scritta inutile
con inchiostro giallo
pagina scavata
lettera nuda
impiastricciata
per altri versi ancora
scritti male
pensati forse
con scaltra ispirazione
riversati motu proprio
senza sbavatura alcuna
ma quella carta sottile
non può certo mentire.

*

reality

imperativo non nascondere
la testa mai (attenzione)
dalla realtà marcita
vuota e disillusa
irreale e irrisolta
ci siamo dentro tutti
magra consolazione
osservati giorno e notte
dall’occhio miserevole
il taglio de L’àge d’or
produsse mille rivoli
oggi si cerca il sangue
dietro la porta di casa
mani compassionevoli
pregano a comando
share senza rossore
la vergogna è obsoleta
non c’è tempo alcuno
per ragionarci sopra
incombe sovrana
la pubblicità.

AAVV – Contatti – Sergio Pasquandrea

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Sergio Pasquandrea

Parole agli assenti

in

AAVV Contatti

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Sergio Pasquandrea Parole agli assenti

Patrizia Dughero Canto di sonno in tre tempi

Enea Roversi Asfissia

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Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari – Sezione Tripodi


Siamo così abituati a pensare alle parole come portatrici di senso, e al senso stesso, a sua volta, come portatore di altro senso (e così via), che fatichiamo ad accettare l’idea che ci possa essere altro, e non solo nel suono, ma nel senso stesso. Peirce, nella sua teoria semiotica, individua la conclusione della fuga degli interpretanti nel momento in cui, nella prassi interpretativa, essi producono nell’interprete un’azione, o una disposizione all’azione. E quando ascoltiamo un brano musicale, a fianco di aspetti gravidi di senso, che chiedono di essere interpretati, ci sono aspetti che producono direttamente la nostra azione, e dei quali la nostra azione diretta è l’unico interpretante possibile – come sa bene ogni ballerino, o chiunque non riesca a tener fermo il piede che segue il ritmo. Ci sono aspetti ritmici, aspetti timbrici (ma anche melodici e armonici) che ci travolgono assai prima di qualunque comprensione ne possiamo avere. L’accordo del Tristano ci aggroviglia le budella ancora prima di essere in grado di dargli un senso, e il senso che siamo poi in grado di dargli dipende anche dal sobbalzo che ha prodotto in noi.
Se parlo di andamento musicale delle poesie di Pasquandrea non mi riferisco solo (e nemmeno principalmente) al suono delle sue parole, né tanto meno al fatto che qua e là si accenni al jazz. Quest’ultimo non è in sé che un indizio, la spia di un interesse e magari di un’abitudine di ascolto – la quale potrebbe (ma non è detto) trovarsi alla base di una competenza. La musica non è fatta solo di suoni, ma anche e soprattutto di andamenti ritmici e andamenti tensivi; e sono questi andamenti che io continuo a ritrovare nelle risoluzioni e negli enjambement di questi versi, nello sviluppo del senso e del discorso e nella sua interazione con la prosodia.
È come quando nel jazz (ma anche in Bach) la frase musicale accenna la presenza di un inquadramento ritmico, e poi ne oltrepassa il quadro, per spegnersi più in là, e magari riaccendersi per finalmente quadrare, magari ritornare in sintonia, e poi deviare di nuovo, mentre talvolta nel frattempo si è proposto un inquadramento differente, e via così. Il discorso si dipana a cavallo dei versi di queste poesie nel medesimo modo, senza che i versi cessino di essere versi, pur nella loro irregolarità.
Ed ecco che, impostate le cose in questo modo, le allitterazioni, le rime, i ritmi prosodici, l’incertezza del senso, l’allusione, l’inconclusività, si rivelano tutti altrettanti modi per trascinare il lettore, agendo o direttamente a monte del senso oppure quando se ne sia colta anche solo una parte, o nuovamente e ripetutamente a ciascun livello della comprensione e dell’interpretazione.

(dalla prefazione di Daniele Barbieri)

Selezione testi

Moi est un autre

No non ricordo mai i sogni
che faccio e non so se sia
un bene o un male se si tratti di igiene
o di vergogna disertare di giorno
le stanze che abito di notte non so
nemmeno che cosa pensi di me
quell’altro – se questa musica perfetta e ineseguibile
me l’abbia spedita lui in amicizia
oppure per sfottermi.

*

Prima del volo

È il suo ultimo minuto di gioia
il suo ultimo verde
l’ultimo gesto aperto nella luce.
È il suo ultimo dolore la sua ultima vocale
l’ultimo freddo sotto i canini.
Tra poco sarà amico il giorno – l’aria
farà strada al sangue

ma adesso è il suo respiro migliore
vuole trattenerlo ancora – prima
di abbandonare il peso.

*

Camminando

ti raggiunge come un urto la misura
degli spazi. Solo dopo che hai emesso il tuo ultimo
verso lo sai. Remissione è la distanza
la retta tesa dagli occhi al vuoto
finalmente
l’aria sul rovescio dei pensieri.
Possiamo cancellare – per il momento –
i margini lasciare che tutto accada
nel ritmo dei passi nella flessione
di tarso e metatarso. Tutto
verrà scritto – ma non ora.
Ora fa freddo il respiro si condensa
ed è quella l’unica traccia che voglio lasciare.

*

Su ciò che non è mai stato

Io lo so qual è l’inizio l’argomento
dove si inerpicavano le voci – tutte
tranne una che piegò la traiettoria
rasente al tuo profilo. La prossima
dovrò attenderla a lungo perché sveli
l’onda più scura sulla guancia il gioco
preciso delle clavicole e ancora
perché si incontrino a mezza strada il mio sangue
e l’odore del tuo seno. Ma lo so
lo so a bruciapelo – quanto è stato strano
fin dall’inizio saperti dire
le ultime parole.

AAVV – Contatti – Patrizia Dughero

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Patrizia Dughero

Canto di sonno in tre tempi

in

AAVV  Contatti

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Sergio Pasquandrea Parole agli assenti

Patrizia Dughero Canto di sonno in tre tempi

Enea Roversi Asfissia

 

Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari – Sezione Tripodi


Gli studi più recenti sulla cultura delle donne ci dicono che le rane, animali anfibi, che vivono vicino all’acqua, sono il simbolo di un femminile primordiale che si rinnova, legato alla terra. Sono forme che assume la Dea Madre, primigenia e potente, quella dea che nei luoghi natii di Patrizia Dughero, di origine friulana, tra le alte valli dell’Isonzo prende l’aspetto di creature favolose, come le Krivapete o appunto le rane. Anche la dedica “A Lia de’ Savorgnan, mia nonna”, ci mette sulla buona strada: si tratta di un cantare, quello di “Canto di sonno”, che mescola piano autobiografico e familiare al piano simbolico e storico-geografico, affidando alla parola poetica il compito di indagare, nella storia familiare e dei luoghi, il proprio presente. Così, nella prima parte del poemetto, “Le rane gracidano il canto”, la figura della donna che non ha parole per dirsi, poiché “nessuno ha guardato nella sua parte” e che “si priva del senso, ascolta / si muove in tracce lievi di memoria”, prova a decifrare il lento ed uguale canto delle rane, colme di un sapere che va compreso e sviluppato.
Nella seconda parte, “L’inganno dei colori”, sono i luoghi e i loro riflessi che l’autrice insegue, in un percorso della memoria che diviene presa di coscienza della realtà, attraverso monti, valli, profumi, colori: il ronco, la casa divisa, il paese, l’arancio delle rose, la carrozza della madre che non torna, i merli, il graticcio delle rose, i nonni dalle mani nodose come rosmarini, abbarbicati ai nipoti, tutte voci di una lingua di poesia che costruisce se stessa nel confronto con la propria storia.
“Bianca inerzia. Egotica”, terza parte del Canto, si apre “con un botto e un frastuono”. Qualcosa dirompe dalla memoria, per forza d’inerzia, e nella lunga poesia che dà il titolo alla sezione, la bianca figura di donna che disprezza il letto coniugale e che è condannata a vagare “sciolta come un animale” prende contorno “dentro la casa / che s’inazzurra”, prende parola, impasta finalmente senso (in “Canto d’impasto”, una delle poesie più evocative), in cui il canto possa sciogliere la voce, ammorbidirla, “in un amalgama dove il sugo/ del mondo attacchi il suo sapore”

(Loredana Magazzeni)

Selezione testi

applicata alla nuda realtà

Applicata alla nuda realtà
– nessuno può esigerne uno sguardo –
non propone situazioni, mancando attenzione
resta sospesa scrutando chiunque entri
chi chiude la porta
di continuo spaziando
all’interno del luogo ch’è preposto.
Per inciso, non c’è nessuno che chieda
nessuno che guardi dalla sua parte.

*

guadagna il davanzale

Guadagna il davanzale, soltanto.
Schiaccia il suo occhio quasi tempo occupato
giocato da altri, saccheggiato in se stesso.

Nessuno poteva esigere il suo sguardo.

Nel passo, nel salto scopre l’uscita.
Il punto d’uscita, orme lievi
siccome raganella di memoria
guadagna quel punto.

Nessuno ha guardato dalla sua parte.

*

i rosmarini controllano il campo

I rosmarini controllano il campo
controllano il mondo
avvinghiati a muretti screpolati
– antiche fessure –
tenaci odorosi pungenti, nonni
cullano i nipoti con nastri sicuri
come rami secchi che sibilano
tra le falde dei figli.

*

Stasimo

A frastuono diradato le donne
si sono riconosciute
una porta uno sguardo
ambiguo e lontano, onnipresente.
S’accende lentamente
e l’altra rivede
le dice di salire.
Due stanze soltanto, divise
una sottile parete.
Una grande finestra nella stanza che
mostra i white chestnut fiammeggianti
macchine intermittenti che sfilano
stagliate su schermo da videogioco.
Il bianco domina sull’autunno
bianche le pareti, bianco l’abito
della donna, bianco il tavolo
tondo e adornato.

*

Canto d’impasto

Manteca arancione
di zucche grandi appoggiate
ai bordi delle strade greche.
Ho visto le tartarughe tornare
alla sabbia, torno felice.
Manteca arancione
di zucche appoggiate su banchi colmi
pesante autunno ci raggiunge
sulle strade greche ho gli occhi
pieni di volti mai più visti
di miti incrociati con i suoni rozzi
della lingua che ho cercato.
Manteca arancione
di zucca cotta coi pinoli
ammorbidisci questo sogno ruvido
impastalo coi miei vent’anni
in un amalgama dove il sugo
del mondo attacchi il suo sapore.

Letteratura Necessaria – Terapie a rischio – Roberto Ranieri

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Roberto Ranieri 

Terapie a rischio

 

Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari

Sezione Monografie

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Il banalista

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«Allora: cosa ha detto oggi di nuovo il tuo banalista?»

«Che un cappuccino per due euro è un furto. E che fa un po’ più freddo di ieri.»

«Bene. E ti ha ridotto i farmaci?»

«Sì papà, il Normalex l’ha portato a mezza compressa.»

«Bene figlia mia, mi pare tu stia facendo grossi progressi. È un po’ costoso, ma il migliore sulla piazza. Vieni qui.» La baciò sulla guancia con amorevolezza. Lei gli sorrideva commossa. «Che dici, papà, ora potrò fare le cose che mi piacciono?»

«Credo molto presto, mia cara, stai migliorando a vista d’occhio.»

«Ma potrò fare tutte le cose che fa la mia amica Carlina?»

«La tua amica Carlina non è un buon esempio, te l’ho già detto. Fai sempre quello che ti dirà il tuo banalista, devi avere fiducia.»

«Grazie, papà. Sì, è tanto bravo.»

«Lo so, è il migliore.» Si lisciò i radi capelli bianchi, sbirciando la cartellina a fiori posata sul tavolo.

«Che esercizi ti ha dato per oggi?»

«Oh, una cosa nuova. Devo ripetere “io sono” per 40 volte, davanti allo specchio, prima di colazione, pranzo e cena. Poi anche nella forma invertita, “sono io”, prima di addormentarmi»

«Ah, bene,» proseguì. «A che ora vai a scuola oggi, cara?»

«Ho il turno pomeridiano, papà. Devo sbrigarmi a finire di correggere i compiti di greco delle seconde classi, e trascrivere i voti di storia.»

«Fai cara, fai.» Poi andò nell’altra stanza, si chiuse a chiave e sollevò il telefono. «Buongiorno, mi passa il banalista per cortesia?»

«Sì Cavaliere, attenda in linea.»

I violini sintetici di un rondò cigolarono nella cornetta. «Sì pronto? Ah è lei Cavaliere…»

«Come le è venuto in mente di cambiare la terapia?»

«Guardi, la paziente…»

«Paziente un corno!» Il pugno sul tavolo riesplose nel timpano dell’interlocutore, all’altro capo del cavo. «Lei sa bene quant’è delicato, il caso di mia figlia. Da “tu sei” a “io sono” in ventiquattrore? Ma è impazzito?»

«Ma Cavaliere, lei sa che ora tocca ai pronomi facenti funzione di soggetto…»

«E perché proprio “io”? Ce ne sono sei, non si può fare prima con qualcun altro?»

«Mi perdoni Cavaliere, ma il protocollo della banalisi classica è chiaro, su questo punto. Abbiamo cominciato col soggetto semplice, “L’acqua bagna”, tre volte al giorno per sei mesi, con la testa a intermittenza sotto la doccia gelata. Ricorda? Poi abbiamo introdotto il primo pronome facente funzione di oggetto, “L’acqua li bagna” con i capelli su un catino tiepido, ed è passato un anno. Poi…»

«La conosco benissimo, la sequenza» tagliò corto il Cavaliere. «E dovrebbe ricordarsi bene cosa avvenne al passaggio successivo…»

«Vuole dire, Cavaliere, quando passò a ripetere 40 volte in serie di 3 il primo pronome facente soggetto, “tu sei”? Lì ci fu un certo periodo di adattamento…»

«E lo chiama “adattamento”?» Si accese nervosamente una sigaretta. «Dovetti appiccicare da subito sulla specchiera le foto dell’album d’infanzia, quelle con lei in braccio in tutte le posizioni, se no non mangiava più!»

«Sì Cavaliere, ma io le dissi che era meglio…»

«Ora basta!» tuonò il Cavaliere. «Lei adesso mi cambia l’esercizio, senza fare storie. Lei si ricorda chi l’ha raccomandata per il suo concorso di dirigente sanitario all’Unità Centrale di Banalisi, non è così?»

«Sì… fu lei, Cavaliere…»

«Appunto. E allora faccia come le dico. Io a mia figlia voglio troppo bene, perché lei possa permettersi di sbagliare terapia.»

«Va bene, Cavaliere. Si può passare a “egli è” in 3 serie da 40, mattina pomeriggio e sera, e per l’io si vedrà l’anno prossimo…»

«Ecco, bravo. A proposito», soggiunse il Cavaliere soddisfatto, «ultimamente mia figlia nomina spesso un’ex allieva della sua classe di greco, quella rimasta incinta, la Carlina… Lei sa già cosa deve rispondere vero?»

«Che è un cattivo esempio, perché ripetere “io sono” in due davanti allo specchio può rompere il vetro, e ci si taglia dappertutto.»

«Bravo. Mi raccomando, noi vogliamo entrambi il bene di mia figlia, dobbiamo solo comportarci di conseguenza.»

«Sarà fatto, Cavaliere. Si è fatto tardi. Ah, che giornata fresca, oggi. Non ci sono più le stagioni di una volta.»

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Congiunture infrabosco

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Ho problemi con i prefissi. Predire e condire nella mia testa si confondono: così non so mai con precisione come sarà il sugo degli spaghetti, né gli ingredienti buoni per prevedere il futuro. A capirci qualcosa, anche i luminari  e gli addetti ai lavori le sparano grosse, e poi non si mettono mai d’accordo. Così, devo fare attenzione a ciò che dico, prevenendo le mescolanze che renderebbero difficile il mio discorso all’orecchio altrui, e viceversa. Dico la verità: ho sempre pensato, dentro di me, che i prefissi fossero un di più, rispetto alle radici vere del lessico; per pre– o con– dire, uno sempre dovrebbe aprire la bocca, se no pretace o condorme o fa qualcos’altro; solo che se confà, anziché brigare con qualcuno si blocca e deve adattarsi a girargli in tondo, cessando ogni azione sua propria: ma, dico, si può parlare così?

Macché, dimenticavo, tutti si parlano addosso a meraviglia, il malato sono io: ne sono conscio, o forse subconscio, inconscio non credo ma dillo un po’ ai freudiani, e occhio al prescìo che se bluffa prefissa con troppe piste libere e poca autocoscienza. Troppo poca: e si sa quanto siano importanti i mezzi di locomozione, nell’auto-prefissarsi, oggi.

Dove non si prefissa e si tira un po’ il fiato è nelle zone franche; qui il mondo, anziché entrare a scossoni nelle sequenze del lessico e dei verbi che ne parlano, indugia sulla soglia, e con buone ragioni. Qui i prefissi si moltiplicano e si annullano a vicenda: parlo delle nubi e dei funghi. L’Hypoloma sublateritium non può escludere che, in qualche piega della propria tunica molecolare, un micolinguista non scovi una variante superlateritium; che qualche altro si proverà a mettere in dubbio sulla base di nuove osservazioni dal sottobosco o rivelazioni di laboratorio. Intanto, il funghetto sta lì, allunga il suo micelio oltre il tappeto d’aghi di pino e i prefissi spesi a catalogarlo; sul giallo vivo del suo epitelio si posano bruchi e moscerini sparsi, che l’osservatore scientifico dei boschi non tarderà a rivestire dei fonemi appropriati; salvo poi arrendersi allo statuto incerto di spore e lamellule sottostanti. E se leva lo sguardo oltre i ricami spericolati delle aghifoglie, su in alto, potrà facilmente imbattersi in qualche petalo di vapore sospeso nell’azzurro; che una generosa nomenclatura di forme tenderà invano a incasellare in una stringa apposita. Chiudi gli occhi e il cumulus è già stratocumulus, se è un po’ sviluppato sfrangia e  sconfina nel cirrus, ne assume le piene sembianze: e più insegui la parola giusta, più quello cambia e ti ricaccia in gola la sua celeste refrattarietà ad ogni sillaba spesa per afferrarlo. Che intanto si moltiplica in meteoriche spericolatezze, fronti prefronti affronti all’indicibile silenzio che alita su cieli e isobare rovelli modelli e nuovi sistemi complessi…

Io le so bene, queste cose, perché questo mio disagio coi prefissi ha una sua diagnosi coperta, che rifugge alla terminologia certa delle cose di medicina, ma si insinua nelle pieghe ancora vive di un ricordo preciso; fu una Clavaria pallida, che affiorava nel suo velluto lillà dal muschio, mentre un Cumulus congestus spingeva un proprio ricciolo bianchissimo sopra quel tratto di bosco, piegando il sole a uno strano riverbero di madreperla. La clavaria cruda è una delizia per il palato, anche se ogni micologo mette in guardia dalle sue varianti tossiche; il colore un po’ più marcato dei tubuli ma non è detto, la forma delle spore al microscopio ma non è certo, qualcosa insomma dovrebbe sempre mettere in guardia, ma non è mai sicuro. Si dovrebbe pre-cuocerle, mai con-cuocerle con il misto trifolato, per prudenza, ma è certo che crude sono una meraviglia; e infatti era deliziosa, mentre più in alto il cumulus ghiacciava nella sua sommità a forma di incudine, sospingendo uno smeriglio di cirrostrati sopra un tetto di larici. Una tossina, chessò io una clavarina, come l’amanitina la boletina e quant’altri nomi s’inventano per i veleni dei funghi, e in un attimo nella mia testa i prefissi presero strane turbolenze, mentre il cumulus in alto svaporava fra bande biancastre di cirrocumuli, che non si poteva più dire l’uno o l’altro, fino a dissolversi in un azzurro appena più carico.

Non ci sono purtroppo antidoti o lavande possibili della morfologia, per la mia lingua che straparla, stradice varianti e invarianti, all’improvviso, imponendo componendo segni opposti e frapposti più e meno su ogni comparto, su ogni reparto, così io nel prefisso mobile mi apparto, consuono dissuono, sostrato astrato di un piroettare fonetico senza bussola certa; e un altro codice intanto, oh se me ne accorgo!, impone sul tutto, per sfortuna iperfortuna o coincidenza, una sua muta numerazione di fabbrica, fungocumuli lisciati all’ultimo giro di elettrone, che mi fa infravivere e sopravvivere di temporali perfetti, delizie di lamellule da incasellare in questo spazio vuoto, un poco vero forse, per condividerli e, sulla pagina, appena un poco, scompaginarli…

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Il velopendulo

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Il professor Federici era famoso per i suoi aforismi. Filosofo di una scuola tutta sua, lo invitavano spesso a incontri e convegni; nell’ultimo, esordì con una delle sue massime così cariche di significato: «Il centro del mondo è inequivocabilmente faringeo, ogni cosa pensa se stessa nel tintinnio iugulare di vocali e consonanti.» Dopo l’ultima sillaba deglutì, allentando i muscoli del collo sulla contrazione dell’esofago; provò poi a riespandere il diaframma per riprendere il delicato ragionamento, quando l’attacco della frase successiva, sul tema della res cogitans, gli rimase impigliata in gola; gli occhi gli strabuzzarono all’indietro, e dopo qualche attimo di esitazione, nello sconcerto dei presenti, cadde dalla sedia con un tonfo. «Un dottore!» gridò qualcuno dal palco. «Presto, un bicchier d’acqua!» fece un altro, però l’acqua non faceva effetto, gli gorgogliava in gola per poi uscire schiumando bava ai lati della bocca.

La situazione stava precipitando. Uno studente di medicina gli tastò il polso: «Per me è un infarto», disse. «Non respira. Magari è un ictus», gli fece eco un altro. Uno studente del corso di Fonologia, che aveva seguito tranquillo la scena, arrischiò una sua idea: «E se fosse il velopendulo?» Estrasse dal taschino il suo registratore portatile, pigiò lo stop e poi il rew per cinque secondi, quindi al clic d’arresto riavviò il play dall’inizio. Al cigolio del nastro seguì un lungo ronzio di fondo, interrotto solo dal sonoro starnuto del prelato in seconda fila.

Il prof. Federici ebbe un sussulto, poi aprì lentamente gli occhi. «Cosa è successo?» «Un mancamento, professore, vedrà che ora si riprende » fece il primo studente. «Sì sì, una vertigine passeggera», gli fece il secondo. «A esser precisi, è una cosa da Nulla», aggiunse il fonologo in erba, mentre riavvolgeva il nastro. «La prossima volta professore, quando esprime un concetto o un aforisma sull’essere, le consiglierei almeno di fare uscire qualcosa.»

Letteratura Necessaria – Parola, nome relazione: Alessandra Pigliaru legge “Dall’intramata tessitura” di Enrico De Lea

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Enrico De Lea

Dall’intramata tessitura

 

Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari – Sezione Monografie

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Prefazione Alessandra Pigliaru

Postfazione Enzo Campi

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Alessandra Pigliaru

Parola, nome, relazione

Della parola


La poesia è figlia della notte, ricordava Jabès. Dovrà usare la voce per uscire dall’oscurità. Si farà trasparente la parola poetica, e non invisibile; raccoglierà i brandelli di ciò che in altro modo non può essere detto. C’è una necessità nel dire poetico che sovverte l’alba e si fa saldo coro degli opposti. Per poter vedere quell’indistinto che preme alla soglia del giorno si dovrà muovere con cautela verso un lume, oppure lasciarsi vincere dalla caduta in un altrove. C’è un doppio monito nelle parole di Jabès: da una parte si deve stare in guardia da chi canta immobilizzato dalla sorpresa e dall’altra ci si deve far piegare dalla notte come da una confidente a cui tendere le mani. La notte conosce l’intramata tessitura della memoria, del sofferto e cogente desiderio che dalla terra passa al verso. La nuova silloge di Enrico De Lea si fa largo nell’indistinto e caotico fragore dell’oscurità per dire, una volta per tutte, che non si arriva al mondo da soli. Neri e gaudiosi lumi in valle è la sezione di apertura dell’intero volume e la dichiarazione di un impossibile spaesamento. De Lea sa bene infatti che non ci si espone se non in quel noi che presagisce il passo a venire. Il coro è questo dirsi voce solo in quel noi. Da un plurale che dissolve l’aderenza dell’Io dunque, De Lea intona il proprio avvertimento. In quella terra raccontata dal poeta tuttavia le mani tese alla confidente sono come visitate da un linguaggio che ci parla; il dasein infatti sta nei versi come abitacolo di una perpetua veggenza. Quel ci che contraddistingue la tonalità emotiva è fonte sorgiva dell’essere-parola. Qui e ora o al di là?

Del nome


La nominazione è una faccenda assai complicata. Determina un soggetto che abbia coscienza di essere tale e una lingua da considerarsi familiare. Nominare le cose conforta sulla possibilità di mantenere in vita l’ossessione del passaggio. Eppure alla nominazione è sottesa un’ambivalenza linguistica di fondo. Insieme al nome, come suggeriva Blanchot, si decreta una sentenza di morte. Un trapasso necessario potremmo dire, proprio perché nominare riferisce di una scomparsa e insieme di una resurrezione nella parola. La poesia, che non soccombe all’ombra dell’algido concetto, mostra questo turbamento abbacinante del linguaggio in tutto il suo tremore. Nei pressi di una nominazione tradita e riconsegnata alla visione poetica, incontriamo l’opera di Enrico De Lea. L’iride si stempera e racconta di un occhio che sonda al di là. Il poeta diventa aruspice delle sue stesse viscere esposte in terra. Affidare al mare, senza un nome, / le ombre temibili del sonno, / invocando protezione, madre nera, / all’abbraccio dell’alba. Il nome diventa un’abrasione sulla lapide, un simbolo nella canicola del giorno a venire. Ma qual è il nome che va cercando De Lea? Quello del riconoscimento di sé oppure un nome alt(r)o, originario, che convochi il soggetto della parola? Certamente siamo in presenza di una salda andatura terrestre, di un solido colloquio con il proprio corredo familiare; ed è proprio a quest’ultimo che De Lea dà voce, in un coro inesausto di accadimenti che radunano a sé quarantena delle madri e accuse dei padri. Il nome è un sottofondo muto, qualcosa da rendere – indicibile – al rumore della propria trama d’infanzia. Il nome è anche quello agognato, quello a cui si stenta a credere se significa abbandono. Tentare l’ascensione / tra i sentieri invasi dalla storia, / dalle siepi di spine trionfanti. / Attrezzare non le mani, / ma il soffio con cui resisti / al sangue, ai graffi, / alle benvenute ferite. Il soffio come parola che travalica la storia,  sa congedare la morte e mettere a frutto la semenza della generazione. Quell’ascensione è un’eventualità abissale di redimere le trappole del falso sé, di impastarsi alla brocca sorgiva che tuttavia si sottrae. Continuamente.

Nomi da proferire come scale in pietra / che il piede nudo ascolta, divenuto / la leggerezza dell’infamia, / il segno del tradire degli eredi. Al corredo familiare che il poeta riunisce non si può sfuggire. La tradizione, come il tradimento, è un fardello da portare come un sintomo di mancata rispondenza alla propria tessitura. Ci si svesta dunque dal maldestro sonno della stirpe, ci si avventuri nella speculare dimora del linguaggio che, se non riferito all’altro, rischia di stare come peso morto del ricordo. Quel lume che doveva assistere al cedimento della notte diventa consapevolezza del sé.

Della relazione


Solo davanti al volto dell’altro il poeta arriva al due. In un respiro pieno e incessante. Perché il volto è segno di un’attualità interrogante; è fondo che perde la neutralità del noi per diventare tu. Il volto nelle Arie, seconda e poderosa sezione della silloge, non si attarda ad emergere e viene reclamato per dare statuto all’io. Traccio dei volti sopra certe rocce, / per primo il tuo e non lo disconosco, / anzi lo guardo, gli parlo a volte, lo nascondo. Il volto è dunque traccia dell’infinito di levinasiana memoria ma non c’è alcun appello alla responsabilità; dal volto non arriva alcuna preoccupazione che ripeta l’asfissia degli avi. Integrati i moniti genitoriali, compreso il rischio della dimenticanza, il poeta diventa artefice della propria esistenza. Quel volto disegnato, diventa il gioco dell’incontro con l’altro. Una possibilità di entrare in relazione che il coro non consentiva pienamente. L’altro è attore dell’incontro a venire che non può essere più rimandato. È qui che l’incubo dell’accusa e della quarantena si risolve per diventare flusso desiderante dell’altro. Un flusso nomade in cui i soggetti, almeno due, abitano il crinale dell’al di là. La relazione consente, poco più avanti, di mostrare che Siamo, nei padri, dentro le visioni / e, nelle madri, dentro carni e voci. Lo scacco della nominazione lascia qui spazio al dialogo, all’individuazione di sé traversando la prossimità. T’informo che alle volte il mondo è nuovo. / T’informo che ho saperi inusitati, su alberi / e su foglie, e sui cartoni lasciati dai dormienti, / e sugli spazi là intravisti all’alba. / T’informo pure che dimentico e ricordo, / che ho mani nascoste nelle tasche. / T’informo, inoltre, che – appena ieri – / indifferente andavo per burrasche. Il tu è mediazione tra sé e il circostante perché la percezione è doppia. C’è una parola poetica che costruisce il senso, manque à être che governa la distanza dal noi e non ci sa rassicurare – fortunatamente. Patirne lo slittamento significa toccare l’altro sparpagliandone le impronte. Perché d’acqua e farina sono quelle impronte che la scrittura tramanda.

E, pure, dico “grazie” a quel poco / di luce originaria, a quel che vedo / e che ieri vedevo. Calmo, rientro / nei possessi che l’occhio raduna. La parola poetica produce consonanze temporali, attutisce i riverberi dell’ombra e sa riferire di quella gratitudine originaria, rischiarata la radura umbratile dell’essere. Quel luogo notturno che Jabès esortava a percorrere e che De Lea si appresta a riunire. Dalla mano all’occhio. Dal nome al passo al di là.

(AP)

Selezione dai testi


Quarantena delle madri,

l’impastata notte di carbone e latte,

dietro il Coro, intorno alla fontana

delle mormoranti nostre brocche,

si tace del ritorno dell’acqua

a Selino, dopo anni di secca,

per la prossima festa, per la

devozione dell’urna al plenilunio.

Indugiare, sorelle, ave, nella conta dei morti,

pienamente parlare ed affidare

alla pazienza solare dei terrazzi,

è argento che il vivente strania, una fuga

ed un fiato montano improvviso.

*

L’ascensione dei morti lo affatica,

pavidi santi esausti scosta

dalla vista, allontana – questo drappello

fedele che è la vigna, dopo gli anni

tra i carrugi, le nebbie, i laghi crespi:

elevarsi e a sostegno il mandorlo

il ciliegio il noce a fuoco, col vicino

che devasta anni e zolle, con un volto

d’adulterio che lo fonda.

*

Mater dolorosa e fiacca,

deipara la mole della madre,

la fata la velata la reina

del ciottolo valgo e d’un sabato tardivo.

Con la scienza capitaria del maggio

all’infanzia del vespero floreale

accadono la costanza dei gelsi

e una seta del ritorno in vita.

*

Ancora un’ascesi del paterno

raccolto, in quell’arabia di ruderi

solenni, manca l’abbraccio

che impasta ulivi ed uomini.

Senza che sia risorto il costruttore

del secco casamento, un nulla di pietre

nel greto delle piene, una consolazione

da olivastri, giganti pronti

a nessuna salvazione del morente.

*

Fontana ultima alla brocca e sorgente,

dove riappare il chiarore iniziale, da

insaccare per risarcire la fine del viaggio.

Aggiungono le madri altre parole,

note, nomi come cose, che premono

tra l’odore prossimo del forno, ostie

somministrate dalle donne,

da deglutire senza masticare

nel paese-altare antemarino.

Nomi da proferire come scale in pietra

che il piede nudo ascolta, divenuto

la leggerezza dell’infamia,

il segno del tradire degli eredi.

*

Siamo, nei padri, dentro le visioni

e, nelle madri, dentro carni e voci.

Come uno scavo d’aria dalle Rocche

precipita e ramifica al Bastione;

dopo che un vino d’alto ha consumato

la parola, ad un tacito decreto

della verzura consentiamo, restiamo

ben impiantati nella terra smossa

dai passi, dal passaggio degli umani

dopo il rasserenato dopopioggia.

Siamo, stiamo, con un corpo

di fatica estesa, da millenni.

*