Letteratura italiana

Anteprima: Giovanna Amato, Viviana del Lago

Giovanna Amato, Viviana del lago, Robin 2019, euro 12, copertina di Giulia Amato

 

 

Il professor D’Amedeo annuisce composto quando Alessandro gli racconta del suo pomeriggio in riva al lago. Poi tiene la bocca aperta come per parlare, per qualche secondo, e non appena Alessandro è abbastanza curioso da sentire di poterlo minacciare comincia.
«Sono contento che lei prenda così sul serio il suo lavoro da fare viaggi per centinaia di chilometri, ma voglio ricordarle che è una tesi, non una biografia autorizzata.»
«Professore», scatta lui di rimando, «la dottoressa mi ha promesso accesso a fatti che non potrei conoscere altrimenti, e materiale inedito, forse in esclusiva. Questo può essere il modo di far diventare questa tesi un lavoro grande, notevole. Non lo dico solo per me, professore, ma anche per il prestigio dell’università. Possiamo lavorare su un autore non ancora indagato, si tratterebbe di un’opera che aggiunge un tassello importante alla conoscenza del panorama contemporaneo.»
«Una monografia su Viviana Santeremo?»
Il professore, capisce Alessandro, è impastoiato fino al midollo nelle vecchie dinamiche accademiche di promozione dei soliti, assodati noti. Il professore è un galoppino della critica rimasticante. Si è trovato un bruto. Meglio chiudere immediatamente con questo discorso, e considerarlo un semplice dispensatore di firme burocratiche da qui alla tesi.
«Professore, mi lasci lavorare e vedrà.»
«Io la lascerò lavorare eccome; bisognerà vedere se l’oggetto della sua tesi sarà altrettanto collaborativo. Ha avuto la geniale idea di offrirle di controllare il suo lavoro, ma il danno è fatto. Solo, si ricordi in questi mesi che la tesi è sua, e non c’è nulla che la signora potrà o non potrà fare per cambiare anche solo una virgola di quello di cui lei è convinto. Per quanto mi riguarda, in bocca al lupo, può iniziare.»
Come se un critico, pensa Alessandro, possa mai saperne di più di un autore, di un qualsiasi autore. Come si vede che il suo professore non sarebbe in grado di distribuire una goccia di tempera con un pennello. Un bruto, si è trovato un bruto.

*

«Vieni, però stai zitto, mi raccomando», dice Viviana.
Alessandro ubbidisce. Non strofina neanche i piedi contro lo zerbino per non interrompere quel suono.
Dal soggiorno arriva, a un volume che sembra quasi silenzioso e che è un tutt’uno con il brano che si espande, l’Andantino della Sonata numero venti di Schubert. E Viviana ha le guance rosse, come se quell’Andantino fosse una persona e lei fosse grata di averla lì, dopo tanto tempo che non si incontravano, a quell’angolo di strada, e ci fosse tempo per bere un bicchiere di vino insieme.
«Lo conosci?», chiede lei.
«Certo.»
Gli occhi di Viviana si illuminano. Per un attimo sembra fiera di lui.
«Ti spiace se lavoriamo lasciandolo in sottofondo?»
«Certo che no. Però non parlare neanche tu.»
Così, mentre Viviana sorride, prendono una tela senza fare il minimo rumore. Ascoltano più volte la barcarola. La sezione centrale, con i suoi forte poderosi. Il ritorno singhiozzato del primo tema. Non lavorano nello studio: Alessandro ha steso per lei dei giornali sul pavimento del soggiorno e lei dà rapide pennellate in piedi, contro una parete, mentre lui resta a guardarla seduto sul divano.
Per un attimo, gli sembra che lei dipinga in tre ottavi come l’Andantino. Che mettendole davanti una tela del tutto vuota, potrebbe dipingere il tema sconsolato e poi la sezione degli accordi furiosi e di nuovo l’ipnosi della chiusa. Se si impegnasse, Viviana potrebbe dipingere in fa diesis minore.
Passa quasi mezz’ora prima che lei spenga il ritorno continuo di quegli otto minuti. Mentre si avvicina al divano per sedere accanto a lui, Alessandro pensa: cosa ha ascoltato mentre dipingevo i quadri che conosco? Come ho fatto a non sentirlo?
«Erano anni che non lo ascoltavo. Grazie per avermelo fatto lasciare.»
«Figurati. Il quadro sta venendo bene.»
«Grazie, ma ormai non so se crederti più.»
Lo tocca sotto il colletto della camicia, gli lascia un piccolo graffio di tempera rossa.
«Scusa.»
«Fa niente.»
«Sembra un’allucinazione, vero?, la parte centrale. Vorrei essere così violenta anch’io nel quadro, e assieme vorrei che si sentisse la barcarola. Rendo l’idea? Vorrei essere desolata. Fare qualcosa di desolato come un animale che è rimasto incastrato in una tagliola e si lamenta e poi diventa furibondo e poi torna tanto triste, tanto triste, rendo l’idea, Alessandro?»

© Giovanna Amato

Se “il cuore non si vede”: intervista a Chiara Valerio

Chiara Valerio, “Il cuore non si vede”, Einaudi 2019, euro 17.50

Chiara Valerio è leonardesca. Dottorato in matematica, splendida prosa, occhio acuto e lingua critica, grande talento nel far brillare gli altri. Verrebbe da dire: viva la letteratura che ce l’ha. E guarda un po’, è la nostra.
Perché al momento presente Chiara Valerio è (tra le altre cose) saggista e traduttrice, drammaturga e redattrice, ma soprattutto autrice di romanzi, biografie della matematica, migliori definizioni di cosa sia una persona agli occhi della sorella minore (“la via la verità la vita”, in Spiaggia libera tutti, Laterza 2010), personaggi come Antonia Speranza (Nessuna scuola mi consola, Nottetempo 2009), sorta di Pizia di Dürrenmatt da collegio docenti dallo spiccato dono dell’ipotassi, e di uno dei più bei compianti  della storia dell’arte (in Almanacco del giorno prima, Einaudi 2014): un ragazzino disteso tra gli oleandri.
È da poco in libreria con Il cuore non si vede, per i tipi di Einaudi. Per chi bada al cosa, Andrea Dileva si sveglia una mattina senza un cuore, e una cadenza dopo l’altra, pure in un organismo funzionante, deve dire addio a molti organi. Per chi bada al come, c’è una cosa che salta all’occhio e che è presente in tutti i libri di Valerio, tanto da fornire loro una sorta di impronta di velocità scoiattolesca: mantenendosi all’interno di una terza persona singolare, la cifra di Chiara Valerio con la lingua è connessa a una pratica ferrea nello stare ancorati al procedimento del pensiero, e nel saperlo riprodurre. Ne viene un libro che dirige specie le primissime pagine a mimesi perfetta della formazione del concetto, l’incapacità della mente umana di registrare il reale fissando il fuoco, per quanto fondamentale sia l’argomento. Anche quando ci si sveglia senza un cuore, e la cosa dovrebbe occupare ogni sinapsi, l’inevitabile funzionamento del pensiero è a metà tra approfondimento e digressione. Ci si sveglia senza un cuore, e ci si chiede – una serie infinta di cose, non necessariamente collegate tra loro, accanto allo stupore su chi abbia scelto, per le pareti, quella precisa gradazione di grigio. E questo perché approfondimento e digressione, e quella precisa gradazione di grigio, sono sangue e vita, la reale realtà accanto e nonostante la fiaba di un organo perduto. In parole povere: quando non si è più quelli di prima, non lo si è rispetto a chi? Così in questo romanzo di sparizioni spariscono organi e ghiandole, giocatori di nascondino, donne delle pulizie in imbarazzo. E a stento le parole riescono a fare mondo, nell’identità tra i verbi servili, nel “dubbio tra stare e andare”, nel “chiamarsi, forse, questa era l’avventura”, in un istinto golemico a non sfumare. (altro…)

Maria Allo, Memoria e identità nella Sicilia di Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino. Kamarina (Comiso), 1995. Foto di ©Paola Agosti

 

Memoria e identità nella Sicilia di Gesualdo Bufalino

 

 “Essere o riessere, ecco il problema. La scrittura me lo risolve, mi permette di cibarmi dei miei ieri come le iene si cibano dei cadaveri e così sopravvivere al deserto”.

Gaglianone e L. Tas, Essere o riessere, conversazione con Gesualdo Bufalino, Omicron, Roma, 1996, p. 10.

Gesualdo Bufalino (Comiso, 15 novembre 1920 – Vittoria, 16 giugno 1996) è stato uno degli ultimi grandi umanisti del ‘900. Nel solco della tradizione che va da Verga a Tomasi di Lampedusa, da Fortunato Stefano D’Arrigo a Lucio Piccolo, da Brancati a Sciascia, non è mai tra i primi scrittori siciliani citati, ma merita assolutamente un posto d’onore. La fase d’avvio della sua produzione è caratterizzata da un prolungato esercizio di scrittura sommersa che affonda le radici nel cuore di un’esistenza vista sempre come evanescenza e fuga dalla vita mentre il suo fulcro risiede nell’adolescenza e nella prima giovinezza dell’autore. Una fuga dalla vita, dunque, a cui Bufalino risponde con la ricerca sullo sfondo sempre della Sicilia, in cui il binomio di “stigma-stemma” (la malattia assume qui un carattere positivo, da stigma in stemma che in fondo vogliono dire la stessa cosa, e cioè “segno” ma nel primo caso, il segno è una piaga, mentre nel secondo è un’insegna di nobiltà, come sostiene Romano Luperini in “l’interpretazione e noi”). Il termine, derivante dal latino, indica in origine il marchio a fuoco che nell’antichità veniva impresso sul corpo degli schiavi o dei delinquenti. Nella lingua odierna è sinonimo di “segno caratteristico”, “impronta “, ne deriva anche “stigmate”, che indica per antonomasia i segni impressi alle mani, ai piedi e al costato di Cristo crocifisso. Stigma-stemma in Bufalino è fonte di dissidio feroce per la necessità di stare da un lato nel suo paese e dall’altro il suo non bisogno di uscirne. “…ogni siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte. Altrove la morte può forse giustificarsi come l’esito naturale d’ogni processo biologico; qui appare come uno scandalo, un’invidia degli dei”. (Da Studi novecenteschi, Edizioni 45-46 – Pagina 57). Pochi i fatti della sua vita: combatte in Friuli durante la Seconda guerra mondiale, successivamente viene catturato dai tedeschi, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, ma riesce a scappare. Terminata la guerra nell’autunno del 1944, si ammala di tisi e viene ricoverato all’ospedale di Scandiano. La degenza diventa un antidoto alla sofferenza fisica e mentale di Bufalino. Lo scantinato dell’ospedale diventa il nascondiglio della biblioteca deI dottor Biancheri, il primario dell’ospedale, che desiderava proteggerla dai pericoli della guerra. Bufalino passa il suo tempo a leggere quei libri con la sua onnivora curiosità intellettuale e ibridazione, “Poiché leggere a me non servi soltanto da risorsa conoscitiva, utile a esplorare, dal fondo del mio pozzo buio, il più che potessi del lontanissimo cielo: significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie”. (Da Malpensante, Bompiani, Milano, 1987, sottotitolata “Lunario dell’anno che fu”). Riprende gli studi universitari, interrotti dalla guerra, laureandosi presso la facoltà di lettere e filosofia. Per due anni insegna nell’Istituto Magistrale di Modica. Nel 1951 ottiene il trasferimento all’Istituto Magistrale di Vittoria, poco distante da Comiso, dove insegnerà per altri venticinque anni. La cifra stilistica più apprezzabile negli scritti di Bufalino è dunque una scrittura viva, nutrita di memoria «onnivede, stravede, non vede» (Bufalino-Trecca, Essere, p. 48) e di una profonda indagine sull’identità siciliana, che collega e confronta ma soprattutto affonda nelle radici aeree della terra natia, «patrimonio di memorie, vera mnemoteca e insieme materno cordone ombelicale con l’esistenza» (Bufalino-Trecca, Essere, p. 49) e in un saggio dedicato a Pirandello, Bufalino descrive cosa significa per uno scrittore siciliano essere siciliano: “Per noi siciliani, ripeto, non per voler ridurre il peso europeo e universale dello scrittore, bensì per insinuare che il suo essere europeo e universale risulta inzuppato e come saturato dal suo essere siciliano. Pensate a una corrente marina, alla Corrente deI Golfo, poniamo, la quale attraversa l’Atlantico intero senza perciò cessare d’ esser sé stessa, con una salsedine propria, una temperatura propria; ma che non appare in nulla diversa dal corpo acqueo totale dell’oceano all’ occhio del marinaio che la naviga o dell’albatro che la sorvola. Allo stesso modo la Sicilia sta dentro l’Europa pirandelliana senza distinguersi da essa e tuttavia restando incontaminabile e propria”. (Da Saldi d’autunno di Gesualdo Bufalino, pag.686, Gruppo editoriale Fabbri-Bompiani- Sonzogno, Etas 1990). Così per questa sua prosa, così unica, che, pur calandosi nella cultura del proprio territorio d’origine, tocca tematiche universali, Bufalino ha superato il proprio localismo, come dimostrano i prestigiosi riconoscimenti del “Campiello” prima e del premio “Strega”, dopo (1988). Muore il 14 giugno del 1996 a seguito di un incidente stradale tra Comiso e Vittoria. All’amministrazione comunale, l’autore di ”Diceria dell’untore” ha lasciato anche il suo archivio, che contiene manoscritti di romanzi, di saggi, ma anche poesie e lettere. Così nell’ex mercato ittico di Comiso, (U Còmmisu in siciliano) sorge La biblioteca privata di Gesualdo Bufalino diventata proprietà del Comune di Comiso, suo paese natale, custode dei tremila libri dello scrittore.  “Era un paesotto popoloso [ … ] ma non triste. A giudicare dalle case dipinte di blu meteIene, ciascuna delle quali sui grami usci inalberava a comice un’odorosa pergola di gelsomino. Scurissime le facce, ma allegre di sapone recente. [ … ] E già uscivano per la prima messa le ragazze, [ … ] camminavano come signore, distribuendo a destra e a manca la tenera mafia degli occhi. È l’umile fondale del vicolo da cui sbocciavano, fra gabbie di galline e zacchere sparse, piuttosto che mortificare l’alterigia del passo, pareva conferire un di più di gloria e di teatro alla scena. [ … ]  (G. Bufalino, Comiso ieri, immagini di vita signorile e rurale, Sellerio editore, 1978, Palermo, p. 3).  Il romanzo Diceria dell’ untore,  pensato e abbozzato verso il ‘50, scritto nel ’71 covato dalla giovinezza con dedizione e silenzio, e poi subito bestseller nel 1981. L’autore scrisse il testo sette volte e lo modificò ripetutamente nei 30 anni della sua genesi tra il 1950 e l’anno della sua pubblicazione. Il labor limae attuato potenzia il linguaggio figurato, leitmotiv della scrittura bufaliniana e trova conferma nei suoi aforismi nella raccolta Il Malpensante: “Rileggere ciò che è scritto cinquanta volte ogni giorno, non fosse che per cambiarvi una parola, come si cambia un fiore in un vaso”.  È importante perciò non incorrere nell’errore di confondere le date di scrittura di Diceria con quelle di stampa, dato che Gesualdo Bufalino entra tardi ufficialmente nello scenario della letteratura italiana nel 1981, all’età di sessant’anni, sollecitato da Sciascia per telefono. Elvira Sellerio fece una scommessa perché era certa che avesse un manoscritto nel cassetto, dice Bufalino in un’intervista dell’85 di Sergio Palumbo. Certamente l’esordio tardivo e la reticenza a considerare la sua opera come definitiva hanno destato nel clima letterario dell’epoca tanta curiosità e Bufalino stesso in Saldi d’autunno, 242, così spiega: “La mia riluttanza alla stampa [… ] nasce da una discrezione nativa, [ … ] per me un’opera può solo dirsi veramente viva se, e finché è inedita, mobile, trasmutabile ad libitum come la vita. Un’altra ragione sta nel clima letterario dell’epoca: Bufalino stesso, in una sua intervista, attesta di aver scritto il suo romanzo “stretto fra due cadaveri freddi: la salma deI Neorealismo e il feto dell’Avanguardia”. «Diceria» evoca, nel parlato spiccio, un’insinuazione di scarsa credibilità, come di uno sproloquio mormorato all’orecchio. ‘Untore’, di ascendenza manzoniana, è termine più complesso e fa l’effetto di un libro sorprendentemente antico. Un’opera che nasce già con la premessa di farsi incontentabile e preziosa e che cresce quasi fuori di un tempo precisabile. Il romanzo, strutturato nelle forme tradizionali del memoriale autobiografico, presenta un carattere lirico-autobiografico, una sorta di riflessione esistenziale sui grandi temi della morte stigma-stemma, della malattia e dell’amore, svolta attraverso una serie di evidenti richiami alla letteratura decadente (si pensi a La montagna Incantata di Thomas Mann o a Moby Dick di Melville, anche se lo scrittore, tuttavia, dichiara in un’intervista di non essersi ispirato all’opera di Mann). “Non è la Montagna incantata che mi ha incantato. L’ho letta nel 1943, non ero ancora ammalato, non ho sentito allora una consonanza di temi. Il Mann che mi è più vicino è quello di Morte a Venezia e certe immagini del Dottor Faustus, mentre escludo nel modo più totale una derivazione tra la Montagna e Diceria”.  (61 F. Santini, La mia Sicilia è un museo d’ombre e io vivo in un buco nero, in «Tuttolibri», 11 luglio 1981). Scrittore in presenza di un dio che non c’è, grande sperimentatore, soprattutto sul piano del linguaggio e della ricerca linguistica nella scelta lirica e musicale della scrittura, si allontana anche rispetto alla tendenza dell’estremismo di molti narratori contemporanei (Gadda, Consolo, D’Arrigo e Pizzuto) e coraggiosamente non ha seguito la strada degli scrittori che in quegli stessi anni cominciavano a optare per una lingua di tono medio con forme semplici e accessibili al grande pubblico, mentre lui cercava di contrastare  l’ossificazione del mondo, una visione anche della letteratura che molto spesso sembrava scadere nella banalità, nel tono grigio. (altro…)

«Non fate troppi pettegolezzi»

Cesare-Pavese1

Com’è noto, Cesare Pavese pose fine alla sua vita nella notte fra il 26 e il 27 agosto del 1950, in una stanza dell’Albergo Roma, a Torino. Sul comodino c’era la sua ultima opera, Dialoghi con Leucò, il libro cui teneva di più («l’unico che vale qualcosa» scrisse in una lettera). Pochi mesi prima, a giugno, si era aggiudicato lo Strega con il libro La bella estate, pubblicato nel 1949 da Einaudi. In quell’occasione fu accompagnato da Doris Dowling, sorella della sua amata Connie. Ne Il mestiere di vivere Pavese aveva annotato: «22 giugno Domattina, parto per Roma. Quante volte dirò ancora questa parola? È una beatitudine. Indubbio. Ma quante volte la godrò ancora? E poi? Questo viaggio ha l’aria di essere per essere il mio massimo trionfo. Premio mondano, D. che mi parlerà – tutto il dolce senza l’amaro. E poi? E poi?». Lo Strega, a quanto pare, non servì a risollevarlo dal suo stato interiore. Leggiamo ancora dal suo diario: «17 ag. […] Resta che ora so qual è il mio più alto trionfo – e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita».
Per ricordare oggi Pavese, riportiamo di seguito dei passi tratti dal libro di Sandra Petrignani, La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg, pubblicato da Neri Pozza (2018). L’estratto proviene dal capitolo intitolato Non fate troppi pettegolezzi, che descrive in modo dettagliato il luogo, visitato dalla Petrignani, in cui avvenne il suicidio (pp. 212-215). Per la bibliografia di riferimento riguardante le citazioni contenute nel seguente testo, si rimanda sempre a La corsara, pp. 441-450.

All’Hotel Roma conservano la stanza com’era, anche se non l’hanno trasformata in museo ma l’affittano ai clienti come tutte le altre. Si trova in un’ala dell’albergo che è rimasta ferma agli anni Quaranta, perché molti preferiscono il décor originale alle comodità contemporanee. Di Pavese magari non sanno nulla e dormono tranquilli nella “sua” stanza, all’oscuro di tutto. Io all’oscuro non ero quando ci sono capitata. Una notte a Torino, nella 346. Il numero 3 davanti al 46 è un’innovazione dei nostri giorni, un’aggiunta per indicare il piano. Ho salito a piedi la scala ampia, accarezzando il vecchio corrimano di legno. Ai tempi l’ascensore non c’era. Mi sono recitata in testa i versi che Pavese scrisse nei mesi precedenti a quell’agosto caldissimo: «Sei la vita e la morte […] Il tuo passo leggero / ha riaperto il dolore». Nell’ultima pagina del diario, il 18 agosto, aveva annotato: Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più». Sapeva esattamente cosa avrebbe fatto. In quello stesso diario aveva anche scritto: L’anno non finito che non finirò». Il 1950, appunto. L’anno in cui con La bella estate si è aggiudicato lo Strega («la Stregoneria» lo chiamava lui beffardo). «Ho vinto il premio mondano» annunciò al telefono all’amico Davide Lajolo, l’autore della discussa biografia, Il vizio assurdo. L’anno in cui pubblicò l’ultimo romanzo, La luna e i falò, composto furiosamente in tre mesi.
«Credo che Pavese sia il più importante, complesso, denso scrittore italiano del nostro tempo» disse Italo Calvino in un’autointervista del 1956 (in Sono nato in America…), e in un articolo per l’Unità su Il compagno (ora in Saggi): «Pavese i suoi libri se li lascia crescere addosso come funghi, non li stimola, non li sollecita, non li forza: nascono da sé come frutti maturi, e devono portare dentro tutto quello che l’autore ha imparato di nuovo della vita nell’intervallo tra un libro e l’altro». Che cosa aveva dunque imparato per poter scrivere La luna e i falò, suo testamento letterario? Ancora una volta la morte, il suicidio. È un libro pieno di morti.

La stanza al terzo piano è l’ultima in fondo a un breve corridoio. «Tra fiori e davanzali / i gatti lo sapranno» recita un’altra famosa poesia. E fu un gatto, tramanda la leggenda, il primo essere vivente a infilarsi nella 46 quel 27 agosto del 1950, una domenica, quando il padrone dell’albergo prese un grimaldello e forzò la porta. Non vedeva quel cliente da una notte e un giorno e la cameriera il giorno prima di era lamentata di non essere riuscita a rifare la stanza chiusa dall’interno. Pavese giaceva sul letto, la testa sul cuscino, vestito. Aveva tolto solo la giacca e le scarpe. «Ci saranno altri giorni / ci saranno altre voci. / Sorriderai da sola. / I gatti lo sapranno». Cosa sapranno mai i gatti che noi non sappiamo?
«Ci sono state due ristrutturazioni, ma la 346 non è stata toccata» mi ha garantito il portiere. Se non per i servizi igienici. Per il resto la stanza è rimasta come compare nelle foto del tempo sparate dai giornali dopo il suicidio, foto in bianco e nero. Adesso, in più, vedo i colori. Vedo la finestra in fondo, il lampadario triste, un armadio incassato nel muro, di legno biondo con un ornamento rosso intorno alla serratura, una poltrona di cuoio rosso ai piedi del letto singolo addossato ad angolo alle pareti. Si sentono, dentro la poltrona, le vecchie molle sotto l’imbottitura. È una stanza stretta e lunga. Di fronte all’armadio un tavolo piccolo, di legno, col ripiano ancora una volta rosso. Di fronte alla poltrona un attaccapanni a pannello montato su un mobiletto a ribalta con un ripiano a righe multicolori. Vado alla finestra. Gli infissi sono moderni, coi doppi vetri; ma una volta girata la maniglia ci si scopre dietro un’altra finestra, quella originale, dalla vernice bianca scorticata. Qui non c’è una maniglia da girare, ma quel tipo di chiavistello che hanno le vecchie finestre piemontesi, su modello francese. Lo alzo e guardo la piazzetta sottostante, la piazza Paleocapa con al centro la statua dell’ingegner Pietro Paleocapa, insigne patriota del 1848; intorno i vecchi palazzi con gli abbaini nei tetti scuri e, in basso, gli archi del portico a separare la piazza Paleocapa dalla piazza Carlo Felice. È bello questo scorcio di città.
«La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all’amico che abbiamo perduto e che l’aveva cara» scrive la Ginzburg. «È, come era lui, laboriosa, aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; ed è nello stesso tempo svogliata e disposta ad oziare e a sognare. Nella città che gli rassomiglia, noi sentiamo rivivere il nostro amico dovunque andiamo; in ogni angolo e ad ogni svolta ci sembra che possa a un tratto apparire la sua alta figura col cappotto scuro a martingala, la faccia nascosta nel bavero, il cappello calato sugli occhi. L’amico misurava la città col suo lungo passo, testardo e solitario;si rintanava nei caffè più appartati e fumosi, si liberava svelto del cappotto e del cappello, ma teneva buttata intorno al collo la sua brutta sciarpetta chiara; si attorcigliava intorno alle dita le lunghe ciocche dei suoi capelli castani, e poi si spettinava all’improvviso con mossa fulminea».
Pavese quel giorno si è affacciato dalla finestra della 46 fumando l’inseparabile pipa. Hanno trovato cenere sul davanzale. Ma non era solo la cenere della pipa. Aveva bruciato qualcosa. Del piccolo falò rimase la lettera mezzo carbonizzata destinata a Pierina. Il diario l’aveva lasciato a casa, sul tavolo, con sopra scritto di suo pugno il titolo, dunque già purgato e destinato per sua volontà alla pubblicazione. […] Aveva quarantadue anni quando si è ucciso.

Marco Onofrio, Nuvole strane (lettura di Maria Serena Felici)

Un viaggio a bordo della letteratura. Nuvole strane di Marco Onofrio

Aforismi e pensieri sono letture straordinarie, che ci aiutano a dipanare matasse apparentemente inestricabili come le varie difficoltà che il quotidiano ci prospetta; quella aforistica è una letteratura tutta da riscoprire e di questo vorrei ringraziare di cuore Marco Onofrio, che ci dona un nuovo volume di grande valore, com’è ormai sua consuetudine: Nuvole strane. Pensieri e aforismi, edito da Ensemble (2018, pp. 104, Euro 12).
Quelli che viviamo sono i tempi delle frasi con sfondo colorato su Facebook, che non hanno altro effetto che quello di sdoganare le vere massime perché privi di elaborazione; sono i tempi di Wikiquote, a cui chi soffre di egocentrismo acuto può ricorrere quando viene a mancare qualche personaggio famoso per copiare e incollare sul proprio profilo social una frase attribuita al defunto per rendergli un omaggio (non richiesto); una frase, spesso, sradicata dal suo contesto e per questo interpretabile in mille modi diversi, spesso mancando di rispetto all’autore.
Sarebbe molto importante, quindi, che, fra le nostre letture, i volumi di pensieri e aforismi comparissero con molta frequenza, poiché il rischio, che io e molti come me e più quotati di me avvertono ai nostri giorni, è che si stia perdendo il valore delle parole. Non è il topico compianto della contemporaneità, di cui a volte si abusa; gli odierni mezzi di comunicazione hanno molti aspetti positivi, ma uno di quelli negativi, e grave, è che l’estemporaneità dell’espressione, la sintesi estrema che alcune piazze richiedono, il poco tempo che si dedica alla lettura, partoriscano un gusto per l’espressione di impatto, concisa e inevitabilmente superficiale.
E dire che l’aforisma vero, di cui Marco Onofrio ci presenta oggi dei magnifici esempi, è l’esatto opposto di tutto questo: è frutto di osservazione, riflessione, indagine, studio.
Come genere letterario, nasce alle origini dell’umanità e le sue espressioni più celebri sono quelle di Ippocrate (460-377 a. C.), che raccolse nei suoi Aforismi le più importanti scoperte in campo medico; l’imperatore Marco Aurelio (121-180) ci ha lasciato i suoi splendidi Colloqui con sé stesso (ca. 168-179 d. C.), ove possiamo trovare i dubbi, le debolezze, le angosce della vita interiore di un uomo dall’apparenza impassibile; non si può non ricordare Confucio (551-479 a. C.), citato anche da chi poco conosce della cultura cinese. Nell’epoca moderna, Nietzsche (1844-1900) si è servito del genere per elaborare un’intera dottrina filosofica, (“L’aforisma” scrisse ne Il crepuscolo degli idoli (1888) “la sentenza, […] sono le forme dell’“eternità”; la mia ambizione è dire in dieci frasi quello che chiunque altro dice in un libro, – quello che chiunque altro non dice in un libro…”).
Gli Aforismi di Zürau (scritti tra il 1917 e il 1918 e pubblicati postumi nel 1946) di Franz Kafka (1883-1924), Strada a senso unico (1926-1927) di Walter Benjamin (1892-1940), L’ombra e la grazia (scritto tra il 1940 e il 1942 e pubblicato postumo nel 1947) di Simone Weil, Minima moralia (1951) di Theodor Adorno (1903-1969), sono certamente letture che, chi apprezzerà il volume di Marco Onofrio, potrà certamente riservarsi per proseguire questa fortunata scelta letteraria.
Io, come lusitanista – studiosa di culture e letterature di lingua portoghese – non posso non fare riferimento a un grande libro di pensieri che trovano una certa eco in Nuvole strane: il Libro dell’Inquietudine di Fernando Pessoa.
Il Libro dell’Inquietudine, attribuito dal grande poeta portoghese al suo semieteronimo Bernardo Soares,[1] consiste in una successione priva di filo conduttore di pensieri e, per l’appunto, aforismi. Alcuni, per la verità, eccedono la lunghezza degli aforismi, ma mantengono la natura del pensiero fluttuante. Rispetto alla scelta di scrivere un volume di aforismi, c’è da dire che essa appartiene maggiormente alla volontà degli amici di Pessoa e, in particolare, ad Adolfo Casais Monteiro: gli appunti che compongono il Libro dell’Inquietudine sono stati trovati, come tutte le poesie eteronime, in un baule nella casa dello scrittore dopo la sua morte, non erano pubblicati ma neanche riuniti in vita; alcuni sono datati, altri no, ma si capisce che la loro composizione ricopre un lasso di tempo lunghissimo. Rispetto al libro di Marco Onofrio, bisogna dire anche che i pensieri di Pessoa-Soares hanno un tenore decisamente meno ottimistico; eppure, la continuità c’è e risiede, tra gli altri aspetti, in un elemento che Marco ha considerato così importante da farne il titolo della sua opera: sono nuvole.

Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento […] Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino. […] Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mia ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso. Nuvole… che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio! Nuvole… Continuano a passare, alcune così enormi (poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccolissime, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, separate dalle altre, in un grande isolamento, fredde.

Nuvole… mi interrogo e mi disconosco. […] Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.[2]

Non sfuggiranno le attinenze con l’aforisma 44 di Marco Onofrio, che dice: “Il cuore non smette di battere, anche se gli ordino di farlo. Continua, va per conto suo. Ma quando sarà sua l’iniziativa, allo stesso modo, non potrò impedire che si fermi”.[3] Oltre, naturalmente, ai pensieri che aprono il libro, dove le nuvole passano nel cielo della mente. “Guardare le nuvole per ore” scrive Marco “spiarle, studiarle – non certo per capire che tempo farà. Lasciare invece che l’anima, allentate le catene della materia, si lasci cadere nell’abisso del cielo, immemore patria, e obbedisca tutta al suo richiamo, al naturale impulso dell’etereo informe mutamento. Fissare il cielo oltre lo sguardo, uscire senza tempo […]. Ecco le nuvole che inerti vagano, si fanno e si disfanno senza posa, ignare che quaggiù c’è chi le osserva. Gonfie, barocche, ricciute… cicciose, morbide, turrite… sfrangiate, splendide, fumanti… nel soffio dell’azzurro che le porta. E all’improvviso capisci che le nuvole cono i tuoi pensieri, e in quei bordi luminosi leggi tutta la storia della tua vita e la vita misteriosa dei giorni che devi ancora attraversare […]”.[4]
Il topos della nuvole percorre la letteratura mondiale attraverso i secoli e la sua simbologia è sempre legata al campo del pensiero, della filosofia, del tempo umano della riflessione. (altro…)

Giuseppe Ceddìa, I “tetri” antecedenti del romanzo storico italiano

Eliseo Sala: Malinconia, o Pia de’ Tolomei (1846)

Il seguente testo è un estratto dal lavoro di ricerca L’imagery gotica nella letteratura dell’Ottocento italiano.
Tutta la nostra letteratura dell’Ottocento è permeata da lugubri atmosfere mutuate dal gotico anglosassone (il cui avvio è sancito dal romanzo The Castle of Otranto di Horace Walpole, 1764); ben prima degli scapigliati e dei veristi – i quali in maniera assai costante hanno dedicato molti racconti a tematiche oscure e fantastiche nel senso più ampio del termine – vi è stato il romanzo storico, il quale nelle opere di Manzoni, Guerrazzi, Cantù, Bazzoni, etc. ha sostanzialmente dato linfa al genere romantico (seppur mal temperato, essendosi sviluppato nella “soleggiata” Italia e non nei lugubri cieli d’Oltralpe). Anche il romanzo storico italiano, però, ha i suoi “tetri” antecedenti, ravvisabili nella novella in versi pre-romantica, che non si fa fatica ad accostare ai componimenti dei poeti cimiteriali inglesi Gray e Young.

 

I “tetri” antecedenti del romanzo storico italiano

Prima dell’affermarsi del romanzo storico in Italia, per intenderci quello derivante per filiazione diretta dalla lettura di Walter Scott,[1] vi erano state operazioni che in qualche modo, seppur con diverso impeto e motivazioni, avevano anticipato il neo-genere, in primis per la presenza di alcune atmosfere lugubri e per l’impianto “storico” della narrazione.
Facciamo riferimento al poema cavalleresco da un lato, che si situa – temporalmente parlando – ben prima del romanzo storico, e delle novelle in versi o in prosa dall’altro, rappresentative della maniera preromantica, che in qualche modo anticipano la stessa operazione romanzesca di più ampio respiro, essendo lo sfondo storico sostanzialmente invariato.
In coerenza con la presente trattazione ci soffermiamo sulla stagione preromantica nella quale anche alcuni tra gli stessi classicisti, in apparente contraddizione con quanto professarono, si mossero agevolmente tra atmosfere cimiteriali e lugubri, mutuate principalmente dai componimenti in versi dei cosiddetti poeti “cimiteriali” inglesi (Edward Young e Thomas Gray su tutti) da un lato, e dalla traduzione dei Canti di Ossian curata da Melchiorre Cesarotti, dall’altro.
Scrive Lopez-Celly: «Le visioni lugubri erano allora di moda, rese celebri specialmente dai nomi di Young, Betola, Gray ed altri»;[2] e ancora: «L’indirizzo storico in Italia, prima dello Scott, è anche attestato dalla rigogliosa fioritura delle novelle in prosa e in versi. Scrissero novelle in prosa il barnabita Cosimo Galeazzo Scotti, l’Agrati che, con la sua Storia di Clarice Visconti, (1817), ci ha dato piuttosto un breve romanzo; Diodata Saluzzo Roero, tanto ammirata e tanto esaltata dal giovane Santorre, della quale fu merito trattare la novella in modo popolare, ravvivandola e drammatizzandola. Più numerosi gli scrittori di novelle in versi […] tra i quali è assai noto il Grossi con la sua arte rugiadosa, sdolcinata, cascante, indeterminata pur nella sicurezza sonante dell’ottava. […] Gli elementi che preannunciano il romanzo storico si riscontrano più che nella Fuggitiva, pubblicata nel 1816 in dialetto milanese, nell’Ildegonda (1820) […]. Nelle novelle del Pellico siamo dinanzi ad un Medio Evo di cartapesta, gemebondo, lacrimoso, in cui domina più la pietà che la ferocia, […] l’armamentario del romanzo storico scottiano, castelli, menestrelli, ecc. è già in atto. Troviamo, invece, soltanto influssi byroniani ed ossianeschi nella migliore di tutte queste novelle, la Pia de’ Tolomei (1822) di Bartolomeo Sestini, originale, efficace e suggestiva specialmente nella descrizione della maremma toscana».[3]
Non a caso, a proposito di influssi ossianici, la novella in versi di Sestini è davvero zeppa di situazioni inquietanti riconducibili al gotico anglosassone; riguardo a Diodata Saluzzo Roero, vedremo come alcune sue novelle, in particolare Il castello di Binasco (1819), siano riconducibili alla maniera gotica della Radcliffe.
Lo stesso Alessandro Manzoni, che si dimostrò assai contrario a quel “guazzabuglio di streghe, di spettri” (esprimendo la sua idea sul Romanticismo al marchese Cesare D’Azeglio in una lettera del 1823), non rimase indifferente, anzi elogiò il poemetto Rovine (1816) della Roero.
Persino Ludovico Di Breme definì lo scritto come uno degli esempi più alti di Romanticismo italiano, assolutamente in controtendenza rispetto al moderatismo manzoniano.
Di Breme individuò, nel poemetto della Roero, quella “lezione” che Madame De Staёl – sempre nel 1816, in un articolo intitolato Sulla maniera e utilità delle traduzioni (tradotto da Pietro Giordani), apparso sul primo numero della “Biblioteca italiana” –  tentò di comunicare ai classicisti italiani, consigliando loro di guardare oltre le proprie mura domestiche e di concentrarsi e porre attenzione a ciò che avveniva in Francia e Germania.
Basta leggere alcuni passaggi del poemetto affinché la memoria spontaneamente corra ai componimenti ossianici e a quelli dei cimiteriali inglesi:

Ombre degli Avi per la notte tacita
al raggio estivo di cadente luna
v’odo fra sassi diroccati fremere,
che ‘l tempo aduna.
[…]
Salve, o sacra rovina! io seguo, e schiudonsi
innanzi al lento e traviato passo
le doppie torri e meditando siedomi
sul duro sasso.

Ma oltre alla Roero (che Foscolo salutò come la “Saffo italiana”)[4] fu proprio il poeta di Zante a far sua la lezione della letteratura sepolcrale con il carme Dei Sepolcri, dedicato a quell’Ippolito Pindemonte (traduttore dell’Odissea omerica) il quale, con poco acume, non notò il netto fil rouge tematico che legava il componimento foscoliano ai cimiteriali inglesi.
A tal proposito osserva Maria Antonietta Terzoli: «La pretesa del Pindemonte di avere tra le mani un soggetto che gli parea nuovo è sintomo, se non di ingenua presunzione, di cecità un po’ capziosa, per chi rifletta sulla moda della letteratura sepolcrale europea, in versi e in prosa, penetrata in Italia soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo attraverso molteplici traduzioni e rifacimenti. Basti ricordare la fortuna della Elegy written in a country Churchyard di Thomas Gray, tradotta in italiano dal Cesarotti e in latino dal Costa […]. Né si dovranno dimenticare The Complaint, or Night Thoughts on Life, Death and Immortality di Edward Young (Le Notti), o Meditations among the Tombs di James Hervey (Le Tombe).
E tra gli autori nostrani si dovranno menzionare almeno il Varano macabro delle Visioni e le Notti romane (1792-1804) di Alessandro Verri, ambientate presso il sepolcro degli Scipioni di recente scoperto».[5]
Le composizioni sepolcrali appaiono tratto comune al neoclassicismo e al preromanticismo; il ‘funebre’ caratterizza in maniera assai penetrante queste opere, conseguenza diretta delle «grandi scoperte archeologiche di secondo Settecento e specialmente in una archeologia come quella pompeiana, che istituzionalmente si misura con il modello di una città morta e col tema delle rovine e dell’ubi sunt».[6] (altro…)

Andrea Lanfranchi, La voce obliqua (lettura di Salvatore Ritrovato)

Andrea Lanfranchi, La voce obliqua, ArcipelagoItaca, Osimo 2018

Il teatro naturale della poesia è la terra, e ogni poeta che conosce il suo lavoro lo sa, dal momento che si riporta – con maggiore o minore consapevolezza – all’esempio di Esiodo, il primo a tradurre, in Le opere e i giorni, il suo malessere privato esistenziale su un orizzonte georgico e cosmologico. Il poeta che parla dei suoi luoghi non lo fa per omaggiare la toponomastica, ma per trattenere per sempre, sulla pagina, l’aria del luogo in cui vive, assimilarla nel sangue, nella scrittura. Operazione tanto difficile quanto meritoria, com’è vero che ci rassicura sul fatto che la parola della poesia sa evadere dai termini circoscritti della cronaca personale assurgendo a una dimensione universale, e nello stesso tempo offrire al lettore la possibilità di condividere paesaggi e sentimenti comuni. Penso che siano queste le premesse da cui muovere per avvicinarsi a questa nuova raccolta di Andrea Lanfranchi, La voce obliqua (Arcipelago Itaca, Osimo, 2018) che svolge in tre sezioni il sentimento di una terra finora poco percorsa dai poeti, l’entroterra dei Monti Sibillini, meno ignota però a viandanti, pellegrini, e oggi giorno a escursionisti di ogni specie.
Nel leggere le poesie di Lanfranchi si avverte chiaramente il senso di una poesia che si è messa in cammino, non per raggiungere una meta, semmai per evitarla o almeno tenerla a distanza; si è messa in cammino per quel puro bisogno, innanzitutto di visione e di ascolto, che nel movimento passo dopo passo si realizza, onde attingere a quella nuova dimensione sensoriale che snida i dettagli dal paesaggio (e lo vediamo nella prima sezione della raccolta di Lanfranchi, l’eponima La voce obliqua), così come la Natura, che ancora regna (ne è la prova estrema il terremoto, con cui il poeta si misura nella seconda sezione, Cratere) nelle regioni del pianeta meno antropizzate, oggi recintate entro parchi nazionali, suscita in una riflessione finale sull’uomo, Tra dono e danno (come recita il titolo dell’ultima concentratissima e sorvegliatissima sezione). Dunque, è mai possibile una riflessione esistenziale sull’uomo che prescinda dalla sua più profonda essenza, la terrestrità, incisa già nell’etimo (da homo, quindi humus, ‘terra’, dalla radice sanscrita bhu/hu)? Domanda retorica; e Lanfranchi stesso ci avverte, in una corrispondenza privata, che occorre guardare di là dalla «concretezza e verità dell’ambientazione», verso una risemantizzazione sostanziale di quegli elementi paesaggistici (fra i quali spiccano le «pietre», quasi a misurare l’immobilità del dove) in cui si affatica l’andare di chi scrive, quindi verso una prospettiva trascendentale, che, se pure non è riconducibile immediatamente all’esperienza del reale, intanto la rende possibile. Questo tenere al centro della poesia l’io non è però un atto di potenziamento narcisistico, ma è solo di autenticazione del soggetto nella misura in cui lo responsabilizza come “uomo” (cioè creatura terrestre) nei confronti del paesaggio. Paesaggio che pertanto diventa proprio dell’io che ce lo mostra e lo attraversa, allorché anche noi possiamo condividerlo, farlo nostro. E questo diventa evidente quando il poeta s’inoltra nelle stesse zone già osservate nel loro stato di profonda quiete, ora colpite dal sisma: non si tratta di una vana nostalgia (nel senso di dolore del ritorno) per una pace perduta, ma di una lucida presa di coscienza che il soggetto, già appartato protagonista di un paesaggio, ora può dissolversi nella parola io che lo grammaticalizza, sì che il suo senso di straniamento personale si preciserebbe, di fronte a un evento geologico così rovinoso, come un timore di estraneità di fronte al vissuto collettivo. Se questo non avviene, la ragione sta nel fatto che l’ultima sezione torna a ricucire i due aspetti yin e yang della natura (o, come direbbe Laozi, il lato oscuro e quello luminoso della collina), e in particolare l’ultimo (è più veloce di te questa scrittura) riapre il discorso riportando la riflessione sulle istanze della scrittura, di quel verso capace di distendersi in ampie volute ritmiche, e di ramificarsi e infittirsi come in un bosco di segni, assecondando il passo-pensiero lento e divagante del poeta in cammino, la sua ambizione non ad arrivare, bensì a sostare e attendere.
È su quest’ultimo aspetto della poesia di Lanfranchi che vorrei richiamare l’attenzione, ricordando come essa maturi raccogliendo i frutti delle precedenti raccolte. Alcune poesie della seconda sezione hanno per qualche tempo oscillato fra una stesura in prosa e una in versi, prima di fermarsi, con provvidenziale scelta, su quest’ultima. Non perché Lanfranchi non creda nel poème en prose, né perché sia un convinto sostenitore della “poesia verso la prosa”, ma perché ritengo non si potesse scegliere dispositivo di versi, avvolgenti ma mai tortuosi, migliore alla ‘dissoluzione’ ritmica della prosa: di là dal loro scarno filtro metaforico (che non ne pregiudica la tensione lirica), queste poesie intendono raccontare la stessa libertà di movimento di chi cammina senza guardare al cronometro, per stabilire qualche nuovo primato; esse, al contrario, rimettono in moto un pensiero poetante, capace di riprodurre, quasi nel tentativo di raggiungere un’affabile continuità poematica, il timbro gorgogliante e sognante di una sorgente che si fa ritmo, di un ritmo che si fa passo, e così si slancia e ricomincia, si spegne e poi riprende, e quindi di un ritmo che si fa corpo che non mette un ego convinto di custodire qualche forma di vita inimitabile al centro del suo cammino, bensì i suoi tanti dubbi, la sua fragilità.

© Salvatore Ritrovato

 

Dalla sezione La voce obliqua

un mattino piccolo

il sole affiora sulle rocce e scova gli uomini, giù in basso
densi tra le case
in un mattino piccolo di un giorno qualunque
come un dio minore trovare la luce che incanta
gli occhi, incagliare in un’ombra di passi

è nelle valli la vita tra questi monti dove i vecchi
hanno la loro tana come i tassi e le donnole vispe
e le pietre cambiano colore nell’arco del giorno e il vento
è una sfinge e abbandona chi ascolta e resta muto
di fronte al suo vessillo

cosa cercate voi sul dorso dei giganti? – cosa vi spinge
nella fatica di salire per poi cedere alla stanchezza?
c’è un’erba magra qui tra questi sassi, e una terra dura
e rugginosa e lucertole e serpi che serrano le pupille
come lame
solo ciò che vedi è nel buio tra i boschi che ammantano
le pareti, e questo è quanto basta per chi sale e si sporge
oltre la vita: camminare e non altro, divenire ciò che si è
e nulla di troppo

  (altro…)

Coriandoli a Natale #14: Sara Nissoli, Nelle foto non si invecchia, da Mentre volavo via

Sara Nissoli, Mentre volavo via, Bookabook 2017, 10 euro, e-book 7,99 euro

Mi sono innamorato di Luisa tre anni fa, in agosto.
Ho visto la sua foto su un giornale locale. È un giornale cattolico, esce una volta alla settimana. Io lo leggo sempre al bar, il venerdì mattina, dopo il turno di notte. Quando esco dalla ditta, passo dall’edicola, chiedo Noi Cattolici, perché si chiama così, entro al bar, ordino due cappuccini, un cornetto e un decaf­feinato e mi metto a leggere. Lo leggo tutto e finché non ho finito rimango lì. In seconda pagina ci sono gli orari delle messe di tutte le parrocchie del paese. Sant’Eustachio, domenica ore undici e trenta, rimane da sempre la più vantaggiosa. Poi mi piacciono le pa­gine sportive, quelle verso la fine, prima dei necrologi. L’atletica Estrada, la Visconti calcio, le foto dei pulci­ni che si accalcano in area. Qualche volta riconosco i figli di un amico, gli telefono per avvertirlo, non mi ri­sponde mai. Forse perché chiamo presto, appena esco dal lavoro, quando ho bisogno di sentire una voce, una qualsiasi, perché amo Luisa da tre anni e quattro mesi, ma sono da solo.
Il sabato è vacanza. Non metto mai straordinari, li lascio fare ai neri che sono arrivati. Sono arrivati tutti i neri e io sono bianco, ma non semplicemente bianco, ho il colore di uno che vede la luce al massi­mo tre ore al giorno. Faccio la notte da quindici anni, esco all’ora di pranzo solo dopo la messa della dome­nica, e la luce che prendo ogni giorno dalle quattro del pomeriggio, ora che è quasi inverno, è debole e mi immalinconisce. (altro…)

Coriandoli a Natale #13: Tomas Bassini, estratti da Quando eravamo portieri di notte

volume edito nel 2017

Me la prendo comoda, per quanto possibile. Cerco di rintracciare ogni prova tangibile che testimoni quello che c’è stato fra me e Lei. Sono diventato quello che si potrebbe chiamare un “topo da biblioteca”, mi sono messo a studiare come non ho mai studiato in vita mia: con diligenza, con regolarità, pure con una certa pignoleria da primo della classe. Voglio recuperare ogni materiale disponibile, dagli scontrini dei negozi dove siamo stati ai conti dei ristoranti, dai biglietti del cinema alle lettere d’amore; voglio avere tutto sopra al tavolo senza saltare i capitoli e senza dare per scontato anche il più limitato particolare, voglio fare il bravo studente, per una volta, e non puntare solamente sulla faccia tosta. Me la prendo comoda nel senso che ci metto tanto; è da non credere quanto materiale probatorio si possa accumulare in soli tre anni di relazione, quanto ne venga fuori anche all’ultimo momento quando si pensava il lavoro oramai finito. Ecco appena rintracciato, in questo preciso istante (ore 5.18) un documento scritto di mio pugno di cui mi ero completamente dimenticato: (altro…)

Coriandoli a Natale #12: Fabrizio Sinisi, Paesaggio di Milano un’ora prima dell’alba #2

4.

Le madri e le nonne del quartiere di Loreto si lamentano spesso e volentieri: “Va bene tutto”, dicono quando ogni tanto una troupe televisiva o un blogger, con l’aria avventurosa di reporter in territorio di guerra, vanno a interpellarle, “ormai va bene tutto, ma i travestiti di via Padova sono i peggio”. Come un mondo sotterraneo che ogni tanto affiori in quello diurno, con brevi interferenze e rapidi balenii, i travestiti di via Padova capita spesso di vederli anche di giorno, in quello che a Milano può chiamarsi giorno, grigio e sporco in un perenne tardo pomeriggio, al Parco Trotter o al Pinetti o anche ai giardini di piazza Gobetti, Durante, Aspromonte, fino a Cimiano: si prostituiscono tra i cespugli o su una panchina, con una coperta sulle gambe, non lontano dai bambini che giocano. A differenza dei colleghi che lavorano nei bordelli e nelle case del centro, questi non hanno abbastanza soldi per essere belli: le mani adunche, la pelle malrasata, le tette malfatte e abnormi come protesi tumescenti, gli occhi stanchi cupi di cipria emergono da volti sgrossati e incattiviti. Ma ora, nel punto più basso della notte, qui, nel buio degli scantinati dove vivono e lavorano, dove Samir e gli altri sono scesi forse troppo rapidamente e rumorosamente, spaventandoli e scatenando il panico, sono solo ombre gibbose, mostri o vampiri pieni di furore, parrucche scalmanate, un coro di proteste. E un odore, un odore insopportabile di merda, di piscio, di muffa, di sperma. Questi tuguri dove non c’è neanche il cesso li affittano a quattrocento euro al mese e dentro ci campano e ci lavorano, pisciano e cagano dentro i portaombrelli di plastica, per poi svuotarli la mattina nei giardini. (altro…)

Coriandoli a Natale #11: Fabrizio Sinisi, Paesaggio di Milano un’ora prima dell’alba #1

1.

Bisogna che io parli di Samir. Non perché mi piaccia farlo – piuttosto perché è necessario per capire. Questo è il suo ventunesimo viaggio: sulla tratta Taranto-Milano è ormai un habitué il cui curriculum conta otto fermi, due arresti, quattro notti in galera e un pestaggio serio. Il viaggio, anche questo, è stato la solita traversata che non finisce mai. Sono partiti da Taranto alle sei di mattina, quand’era ancora buio, il treno polveroso e semideserto come piace a lui, i soliti, lui Farid e Ahmed, hanno spanato subito i sedili tolto le scarpe si sono buttati a dormire, ma coi trolley agganciati al gomito casomai qualcuno al volo non si sa mai; tutto tranquillo per un po’, a Barletta è iniziata a salire un po’ di gente, ma quando si affacciano nello scompartimento subito richiudono la porta e rimangono nel corridoio a sbuffare e brontolare ancora intontiti nel mezzo sonno, solo che poi però a Foggia guarda caso è salita la polizia per un controllo, loro sono scattati via subito ma poco da fare, Ahmed l’hanno preso e gli hanno tolto il trolley, e allora ad Ahmed gli è venuta una crisi di quelle brutte, s’è messo a lottare coi due agenti per non farsi portare via il trolley, ha paura di Tonio Corvetto, Samir l’ha capito, come dargli torto, poi Ahmed è un fratello e la sua paura di Corvetto del tutto comprensibile ma tanto ormai è andata così, che combatti a fare, tanto il trolley non te lo lasceranno mai tenere, non ha senso opporre resistenza, tanto vale evitare di farsi pestare; invece Ahmed l’hanno addirittura dovuto ammanettare e ancora lui si rotolava per terra e si divincolava come un pazzo o una bestia, con la maglia strappata e il busto magro tenuto a fatica dai poliziotti e urlava a squarciagola: “Avvocatoooooooo! Avvocatoooooooo! Voglio mio avvocatoooooooo!”, giacché nei film che vedeva aveva capito che quando gli sbirri ti mettono le mani addosso bisogna dire così, e tutti gli spettatori affacciati sui finestrini e la banchina a godersi la scena, ché mica succede tutti i giorni di vedere un corriere negro che viene arrestato con un trolley pieno di roba e gli prende un attacco di panico di quelli brutti, violenti, Ahmed continuava a divincolarsi e a strillare, se prima forse no adesso è proprio sicuro che lo portano in centrale a Foggia e lo pestano di brutto, è stato stupido da parte sua. Dai finestrini di un altro scompartimento Samir e Farid l’hanno guardato anche loro come tutti trascinato via per i gomiti lungo la banchina della stazione, hanno fatto finta di non conoscerlo, Samir è un po’ intristito ma come dice Farid – è colpa sua, se non si faceva prendere dal panico gli toglievano il trolley ma non l’arrestavano, si è fatto prendere dal panico, non dovrebbe succedere ma succede, che vuoi farci – Ahmed è fatto così, non è colpa di nessuno, forse abbiamo fatto male a svaccarci a quel modo sui sedili, forse è stato qualcuno dei pendolari a dirlo al controllore e quello ha chiamato la polfer, ma è andata così ormai e proseguiamo. Da lì in poi, pure con la macerazione e il caldo e la noia e l’ansia e il rap messo su da Farid tutto è andato nel modo più tranquillo fino a Milano. Ed è qui, a questo punto, nel crepuscolo di un caldissimo, crudele pomeriggio autunnale, appena sceso da un intercity gremito, quando lascia il trolley a Farid e gli dà appuntamento un’ora dopo al Tobbler perché ora “ho da fare una cosa” – sotto i faraonici capannoni della Centrale e poi nella piazza prospiciente lunare e livida nella luce troppo bianca dove già è iniziato, a brevi scatti nervosi, lo spaccio d’eroina – che decidiamo su di lui lo sguardo. (altro…)

Coriandoli a Natale #10: Niccolò Ammaniti, da L’ultimo Capodanno

Cristiano Carucci aveva in testa tre possibilità per sfangare quella maledettissima notte.
Uno.
Andare con gli altri della comitiva al centro sociale Argonauta. In programma quella sera c’era la megaspinellata di capodanno e il concerto degli Animal Death. Ma quel gruppo gli stava profondamente sulle palle. Dei fottuti integralisti vegetariani. Il loro gioco preferito era tirare braciole crude e bistecche grondanti sangue sulla platea. L’ultima volta che era andato a un loro concerto era tornato a casa tutto inzaccherato di sangue. E poi facevano uno schifo di rock anconetano…
Due.
Chiamare Ossadipesce, prendere la 126 e andare a vedere che si diceva in centro. Casomai imbucarsi a una festa. Sicuramente a mezzanotte si sarebbero fermati da qualche parte, nel panico del traffico, ubriachi lessi e avrebbero brindato all’anno nuovo in mezzo a un mare di stronzi sovreccitati che suonavano i clacson.
Oddio che tristezza!
Si rigirò nel letto. Prese dal comodino il pacchetto di Diana blu e se ne accese una.
Non sarebbe stato male se ci fossero state Esmeralda e Paola. Ma quelle due se ne erano andate a Terracina. Senza dire niente. Roba di uomini sicuramente. Avrebbe potuto fare un po’ di sesso se ci fossero state.
Quando Paola si prendeva una delle sue famose pezze alcoliche finiva per dargliela.
Scopi a capodanno scopi tutto l’anno.
Tre.
Fottersene. Fottersene di tutto. Di qualsiasi cosa. Tranquillo. Un Budda. Rimanersene chiuso in camera. Barricato nel bunker. Piazzare su un disco e fare come se quella non fosse una notte speciale ma una qualsiasi di un giorno qualsiasi.
Non male, si disse.
Unico problema.
Sua madre stava in cucina dalle cinque di mattina a preparare il fottuto cenone di San Silvestro.
Ma chi glielo fa fare? si domandò senza trovare risposta.
Aveva organizzato un cenone esagerato per Mario Cinque, il portiere della palazzina Ponza, e la sua famiglia (tre bambini+moglie logorroica+suocera parkisoniana), per Giovanni Trecase, il giardiniere del comprensorio, la moglie e Pasquale Cerquetti, il guardiano, e sua sorella Mariarosaria di ventiquattro anni (grandissimo cesso!). Mancava solo Stefano Riccardi che quella sera era di turno in guardiola. Aveva invitato tutti quelli che lavoravano nel comprensorio.
No, non lo aveva detto a Salvatore Truffarelli, quello che faceva la manutenzione della piscina condominiale. Ci aveva litigato.
È incredibile mia madre!… Se li ciuccia tutti anche a capodanno.
La signora Carucci era la portiera della palazzina Capri.
Tutti insieme appassionatamente, stipati in quello scantinato in cui vivevano come sorci. A sfondarsi di cibo. A spaccarsi il fegato di fritto.
Si alzò dal letto stiracchiandosi. Sbadigliò. Si guardò allo specchio.
Aveva una faccia veramente di schifo. Gli occhi rossi, la forfora, la barba non fatta da due giorni. Tirò fuori la lingua. Sembrava un calzino da tennis. Pensò a tutto quello che avrebbe dovuto fare per tirarsi fuori da lì.
Lavarsi, radersi, vestirsi e soprattutto passare per la cucina e salutare tutti.
Impresa titanica.

da © Niccolò Ammaniti, L’ultimo Capodanno, Mondadori, 1998