Letteratura italiana

Giuseppe Ceddìa, I “tetri” antecedenti del romanzo storico italiano

Eliseo Sala: Malinconia, o Pia de’ Tolomei (1846)

Il seguente testo è un estratto dal lavoro di ricerca L’imagery gotica nella letteratura dell’Ottocento italiano.
Tutta la nostra letteratura dell’Ottocento è permeata da lugubri atmosfere mutuate dal gotico anglosassone (il cui avvio è sancito dal romanzo The Castle of Otranto di Horace Walpole, 1764); ben prima degli scapigliati e dei veristi – i quali in maniera assai costante hanno dedicato molti racconti a tematiche oscure e fantastiche nel senso più ampio del termine – vi è stato il romanzo storico, il quale nelle opere di Manzoni, Guerrazzi, Cantù, Bazzoni, etc. ha sostanzialmente dato linfa al genere romantico (seppur mal temperato, essendosi sviluppato nella “soleggiata” Italia e non nei lugubri cieli d’Oltralpe). Anche il romanzo storico italiano, però, ha i suoi “tetri” antecedenti, ravvisabili nella novella in versi pre-romantica, che non si fa fatica ad accostare ai componimenti dei poeti cimiteriali inglesi Gray e Young.

 

I “tetri” antecedenti del romanzo storico italiano

Prima dell’affermarsi del romanzo storico in Italia, per intenderci quello derivante per filiazione diretta dalla lettura di Walter Scott,[1] vi erano state operazioni che in qualche modo, seppur con diverso impeto e motivazioni, avevano anticipato il neo-genere, in primis per la presenza di alcune atmosfere lugubri e per l’impianto “storico” della narrazione.
Facciamo riferimento al poema cavalleresco da un lato, che si situa – temporalmente parlando – ben prima del romanzo storico, e delle novelle in versi o in prosa dall’altro, rappresentative della maniera preromantica, che in qualche modo anticipano la stessa operazione romanzesca di più ampio respiro, essendo lo sfondo storico sostanzialmente invariato.
In coerenza con la presente trattazione ci soffermiamo sulla stagione preromantica nella quale anche alcuni tra gli stessi classicisti, in apparente contraddizione con quanto professarono, si mossero agevolmente tra atmosfere cimiteriali e lugubri, mutuate principalmente dai componimenti in versi dei cosiddetti poeti “cimiteriali” inglesi (Edward Young e Thomas Gray su tutti) da un lato, e dalla traduzione dei Canti di Ossian curata da Melchiorre Cesarotti, dall’altro.
Scrive Lopez-Celly: «Le visioni lugubri erano allora di moda, rese celebri specialmente dai nomi di Young, Betola, Gray ed altri»;[2] e ancora: «L’indirizzo storico in Italia, prima dello Scott, è anche attestato dalla rigogliosa fioritura delle novelle in prosa e in versi. Scrissero novelle in prosa il barnabita Cosimo Galeazzo Scotti, l’Agrati che, con la sua Storia di Clarice Visconti, (1817), ci ha dato piuttosto un breve romanzo; Diodata Saluzzo Roero, tanto ammirata e tanto esaltata dal giovane Santorre, della quale fu merito trattare la novella in modo popolare, ravvivandola e drammatizzandola. Più numerosi gli scrittori di novelle in versi […] tra i quali è assai noto il Grossi con la sua arte rugiadosa, sdolcinata, cascante, indeterminata pur nella sicurezza sonante dell’ottava. […] Gli elementi che preannunciano il romanzo storico si riscontrano più che nella Fuggitiva, pubblicata nel 1816 in dialetto milanese, nell’Ildegonda (1820) […]. Nelle novelle del Pellico siamo dinanzi ad un Medio Evo di cartapesta, gemebondo, lacrimoso, in cui domina più la pietà che la ferocia, […] l’armamentario del romanzo storico scottiano, castelli, menestrelli, ecc. è già in atto. Troviamo, invece, soltanto influssi byroniani ed ossianeschi nella migliore di tutte queste novelle, la Pia de’ Tolomei (1822) di Bartolomeo Sestini, originale, efficace e suggestiva specialmente nella descrizione della maremma toscana».[3]
Non a caso, a proposito di influssi ossianici, la novella in versi di Sestini è davvero zeppa di situazioni inquietanti riconducibili al gotico anglosassone; riguardo a Diodata Saluzzo Roero, vedremo come alcune sue novelle, in particolare Il castello di Binasco (1819), siano riconducibili alla maniera gotica della Radcliffe.
Lo stesso Alessandro Manzoni, che si dimostrò assai contrario a quel “guazzabuglio di streghe, di spettri” (esprimendo la sua idea sul Romanticismo al marchese Cesare D’Azeglio in una lettera del 1823), non rimase indifferente, anzi elogiò il poemetto Rovine (1816) della Roero.
Persino Ludovico Di Breme definì lo scritto come uno degli esempi più alti di Romanticismo italiano, assolutamente in controtendenza rispetto al moderatismo manzoniano.
Di Breme individuò, nel poemetto della Roero, quella “lezione” che Madame De Staёl – sempre nel 1816, in un articolo intitolato Sulla maniera e utilità delle traduzioni (tradotto da Pietro Giordani), apparso sul primo numero della “Biblioteca italiana” –  tentò di comunicare ai classicisti italiani, consigliando loro di guardare oltre le proprie mura domestiche e di concentrarsi e porre attenzione a ciò che avveniva in Francia e Germania.
Basta leggere alcuni passaggi del poemetto affinché la memoria spontaneamente corra ai componimenti ossianici e a quelli dei cimiteriali inglesi:

Ombre degli Avi per la notte tacita
al raggio estivo di cadente luna
v’odo fra sassi diroccati fremere,
che ‘l tempo aduna.
[…]
Salve, o sacra rovina! io seguo, e schiudonsi
innanzi al lento e traviato passo
le doppie torri e meditando siedomi
sul duro sasso.

Ma oltre alla Roero (che Foscolo salutò come la “Saffo italiana”)[4] fu proprio il poeta di Zante a far sua la lezione della letteratura sepolcrale con il carme Dei Sepolcri, dedicato a quell’Ippolito Pindemonte (traduttore dell’Odissea omerica) il quale, con poco acume, non notò il netto fil rouge tematico che legava il componimento foscoliano ai cimiteriali inglesi.
A tal proposito osserva Maria Antonietta Terzoli: «La pretesa del Pindemonte di avere tra le mani un soggetto che gli parea nuovo è sintomo, se non di ingenua presunzione, di cecità un po’ capziosa, per chi rifletta sulla moda della letteratura sepolcrale europea, in versi e in prosa, penetrata in Italia soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo attraverso molteplici traduzioni e rifacimenti. Basti ricordare la fortuna della Elegy written in a country Churchyard di Thomas Gray, tradotta in italiano dal Cesarotti e in latino dal Costa […]. Né si dovranno dimenticare The Complaint, or Night Thoughts on Life, Death and Immortality di Edward Young (Le Notti), o Meditations among the Tombs di James Hervey (Le Tombe).
E tra gli autori nostrani si dovranno menzionare almeno il Varano macabro delle Visioni e le Notti romane (1792-1804) di Alessandro Verri, ambientate presso il sepolcro degli Scipioni di recente scoperto».[5]
Le composizioni sepolcrali appaiono tratto comune al neoclassicismo e al preromanticismo; il ‘funebre’ caratterizza in maniera assai penetrante queste opere, conseguenza diretta delle «grandi scoperte archeologiche di secondo Settecento e specialmente in una archeologia come quella pompeiana, che istituzionalmente si misura con il modello di una città morta e col tema delle rovine e dell’ubi sunt».[6] (altro…)

Andrea Lanfranchi, La voce obliqua (lettura di Salvatore Ritrovato)

Andrea Lanfranchi, La voce obliqua, ArcipelagoItaca, Osimo 2018

Il teatro naturale della poesia è la terra, e ogni poeta che conosce il suo lavoro lo sa, dal momento che si riporta – con maggiore o minore consapevolezza – all’esempio di Esiodo, il primo a tradurre, in Le opere e i giorni, il suo malessere privato esistenziale su un orizzonte georgico e cosmologico. Il poeta che parla dei suoi luoghi non lo fa per omaggiare la toponomastica, ma per trattenere per sempre, sulla pagina, l’aria del luogo in cui vive, assimilarla nel sangue, nella scrittura. Operazione tanto difficile quanto meritoria, com’è vero che ci rassicura sul fatto che la parola della poesia sa evadere dai termini circoscritti della cronaca personale assurgendo a una dimensione universale, e nello stesso tempo offrire al lettore la possibilità di condividere paesaggi e sentimenti comuni. Penso che siano queste le premesse da cui muovere per avvicinarsi a questa nuova raccolta di Andrea Lanfranchi, La voce obliqua (Arcipelago Itaca, Osimo, 2018) che svolge in tre sezioni il sentimento di una terra finora poco percorsa dai poeti, l’entroterra dei Monti Sibillini, meno ignota però a viandanti, pellegrini, e oggi giorno a escursionisti di ogni specie.
Nel leggere le poesie di Lanfranchi si avverte chiaramente il senso di una poesia che si è messa in cammino, non per raggiungere una meta, semmai per evitarla o almeno tenerla a distanza; si è messa in cammino per quel puro bisogno, innanzitutto di visione e di ascolto, che nel movimento passo dopo passo si realizza, onde attingere a quella nuova dimensione sensoriale che snida i dettagli dal paesaggio (e lo vediamo nella prima sezione della raccolta di Lanfranchi, l’eponima La voce obliqua), così come la Natura, che ancora regna (ne è la prova estrema il terremoto, con cui il poeta si misura nella seconda sezione, Cratere) nelle regioni del pianeta meno antropizzate, oggi recintate entro parchi nazionali, suscita in una riflessione finale sull’uomo, Tra dono e danno (come recita il titolo dell’ultima concentratissima e sorvegliatissima sezione). Dunque, è mai possibile una riflessione esistenziale sull’uomo che prescinda dalla sua più profonda essenza, la terrestrità, incisa già nell’etimo (da homo, quindi humus, ‘terra’, dalla radice sanscrita bhu/hu)? Domanda retorica; e Lanfranchi stesso ci avverte, in una corrispondenza privata, che occorre guardare di là dalla «concretezza e verità dell’ambientazione», verso una risemantizzazione sostanziale di quegli elementi paesaggistici (fra i quali spiccano le «pietre», quasi a misurare l’immobilità del dove) in cui si affatica l’andare di chi scrive, quindi verso una prospettiva trascendentale, che, se pure non è riconducibile immediatamente all’esperienza del reale, intanto la rende possibile. Questo tenere al centro della poesia l’io non è però un atto di potenziamento narcisistico, ma è solo di autenticazione del soggetto nella misura in cui lo responsabilizza come “uomo” (cioè creatura terrestre) nei confronti del paesaggio. Paesaggio che pertanto diventa proprio dell’io che ce lo mostra e lo attraversa, allorché anche noi possiamo condividerlo, farlo nostro. E questo diventa evidente quando il poeta s’inoltra nelle stesse zone già osservate nel loro stato di profonda quiete, ora colpite dal sisma: non si tratta di una vana nostalgia (nel senso di dolore del ritorno) per una pace perduta, ma di una lucida presa di coscienza che il soggetto, già appartato protagonista di un paesaggio, ora può dissolversi nella parola io che lo grammaticalizza, sì che il suo senso di straniamento personale si preciserebbe, di fronte a un evento geologico così rovinoso, come un timore di estraneità di fronte al vissuto collettivo. Se questo non avviene, la ragione sta nel fatto che l’ultima sezione torna a ricucire i due aspetti yin e yang della natura (o, come direbbe Laozi, il lato oscuro e quello luminoso della collina), e in particolare l’ultimo (è più veloce di te questa scrittura) riapre il discorso riportando la riflessione sulle istanze della scrittura, di quel verso capace di distendersi in ampie volute ritmiche, e di ramificarsi e infittirsi come in un bosco di segni, assecondando il passo-pensiero lento e divagante del poeta in cammino, la sua ambizione non ad arrivare, bensì a sostare e attendere.
È su quest’ultimo aspetto della poesia di Lanfranchi che vorrei richiamare l’attenzione, ricordando come essa maturi raccogliendo i frutti delle precedenti raccolte. Alcune poesie della seconda sezione hanno per qualche tempo oscillato fra una stesura in prosa e una in versi, prima di fermarsi, con provvidenziale scelta, su quest’ultima. Non perché Lanfranchi non creda nel poème en prose, né perché sia un convinto sostenitore della “poesia verso la prosa”, ma perché ritengo non si potesse scegliere dispositivo di versi, avvolgenti ma mai tortuosi, migliore alla ‘dissoluzione’ ritmica della prosa: di là dal loro scarno filtro metaforico (che non ne pregiudica la tensione lirica), queste poesie intendono raccontare la stessa libertà di movimento di chi cammina senza guardare al cronometro, per stabilire qualche nuovo primato; esse, al contrario, rimettono in moto un pensiero poetante, capace di riprodurre, quasi nel tentativo di raggiungere un’affabile continuità poematica, il timbro gorgogliante e sognante di una sorgente che si fa ritmo, di un ritmo che si fa passo, e così si slancia e ricomincia, si spegne e poi riprende, e quindi di un ritmo che si fa corpo che non mette un ego convinto di custodire qualche forma di vita inimitabile al centro del suo cammino, bensì i suoi tanti dubbi, la sua fragilità.

© Salvatore Ritrovato

 

Dalla sezione La voce obliqua

un mattino piccolo

il sole affiora sulle rocce e scova gli uomini, giù in basso
densi tra le case
in un mattino piccolo di un giorno qualunque
come un dio minore trovare la luce che incanta
gli occhi, incagliare in un’ombra di passi

è nelle valli la vita tra questi monti dove i vecchi
hanno la loro tana come i tassi e le donnole vispe
e le pietre cambiano colore nell’arco del giorno e il vento
è una sfinge e abbandona chi ascolta e resta muto
di fronte al suo vessillo

cosa cercate voi sul dorso dei giganti? – cosa vi spinge
nella fatica di salire per poi cedere alla stanchezza?
c’è un’erba magra qui tra questi sassi, e una terra dura
e rugginosa e lucertole e serpi che serrano le pupille
come lame
solo ciò che vedi è nel buio tra i boschi che ammantano
le pareti, e questo è quanto basta per chi sale e si sporge
oltre la vita: camminare e non altro, divenire ciò che si è
e nulla di troppo

  (altro…)

Coriandoli a Natale #14: Sara Nissoli, Nelle foto non si invecchia, da Mentre volavo via

Sara Nissoli, Mentre volavo via, Bookabook 2017, 10 euro, e-book 7,99 euro

Mi sono innamorato di Luisa tre anni fa, in agosto.
Ho visto la sua foto su un giornale locale. È un giornale cattolico, esce una volta alla settimana. Io lo leggo sempre al bar, il venerdì mattina, dopo il turno di notte. Quando esco dalla ditta, passo dall’edicola, chiedo Noi Cattolici, perché si chiama così, entro al bar, ordino due cappuccini, un cornetto e un decaf­feinato e mi metto a leggere. Lo leggo tutto e finché non ho finito rimango lì. In seconda pagina ci sono gli orari delle messe di tutte le parrocchie del paese. Sant’Eustachio, domenica ore undici e trenta, rimane da sempre la più vantaggiosa. Poi mi piacciono le pa­gine sportive, quelle verso la fine, prima dei necrologi. L’atletica Estrada, la Visconti calcio, le foto dei pulci­ni che si accalcano in area. Qualche volta riconosco i figli di un amico, gli telefono per avvertirlo, non mi ri­sponde mai. Forse perché chiamo presto, appena esco dal lavoro, quando ho bisogno di sentire una voce, una qualsiasi, perché amo Luisa da tre anni e quattro mesi, ma sono da solo.
Il sabato è vacanza. Non metto mai straordinari, li lascio fare ai neri che sono arrivati. Sono arrivati tutti i neri e io sono bianco, ma non semplicemente bianco, ho il colore di uno che vede la luce al massi­mo tre ore al giorno. Faccio la notte da quindici anni, esco all’ora di pranzo solo dopo la messa della dome­nica, e la luce che prendo ogni giorno dalle quattro del pomeriggio, ora che è quasi inverno, è debole e mi immalinconisce. (altro…)

Coriandoli a Natale #13: Tomas Bassini, estratti da Quando eravamo portieri di notte

volume edito nel 2017

Me la prendo comoda, per quanto possibile. Cerco di rintracciare ogni prova tangibile che testimoni quello che c’è stato fra me e Lei. Sono diventato quello che si potrebbe chiamare un “topo da biblioteca”, mi sono messo a studiare come non ho mai studiato in vita mia: con diligenza, con regolarità, pure con una certa pignoleria da primo della classe. Voglio recuperare ogni materiale disponibile, dagli scontrini dei negozi dove siamo stati ai conti dei ristoranti, dai biglietti del cinema alle lettere d’amore; voglio avere tutto sopra al tavolo senza saltare i capitoli e senza dare per scontato anche il più limitato particolare, voglio fare il bravo studente, per una volta, e non puntare solamente sulla faccia tosta. Me la prendo comoda nel senso che ci metto tanto; è da non credere quanto materiale probatorio si possa accumulare in soli tre anni di relazione, quanto ne venga fuori anche all’ultimo momento quando si pensava il lavoro oramai finito. Ecco appena rintracciato, in questo preciso istante (ore 5.18) un documento scritto di mio pugno di cui mi ero completamente dimenticato: (altro…)

Coriandoli a Natale #12: Fabrizio Sinisi, Paesaggio di Milano un’ora prima dell’alba #2

4.

Le madri e le nonne del quartiere di Loreto si lamentano spesso e volentieri: “Va bene tutto”, dicono quando ogni tanto una troupe televisiva o un blogger, con l’aria avventurosa di reporter in territorio di guerra, vanno a interpellarle, “ormai va bene tutto, ma i travestiti di via Padova sono i peggio”. Come un mondo sotterraneo che ogni tanto affiori in quello diurno, con brevi interferenze e rapidi balenii, i travestiti di via Padova capita spesso di vederli anche di giorno, in quello che a Milano può chiamarsi giorno, grigio e sporco in un perenne tardo pomeriggio, al Parco Trotter o al Pinetti o anche ai giardini di piazza Gobetti, Durante, Aspromonte, fino a Cimiano: si prostituiscono tra i cespugli o su una panchina, con una coperta sulle gambe, non lontano dai bambini che giocano. A differenza dei colleghi che lavorano nei bordelli e nelle case del centro, questi non hanno abbastanza soldi per essere belli: le mani adunche, la pelle malrasata, le tette malfatte e abnormi come protesi tumescenti, gli occhi stanchi cupi di cipria emergono da volti sgrossati e incattiviti. Ma ora, nel punto più basso della notte, qui, nel buio degli scantinati dove vivono e lavorano, dove Samir e gli altri sono scesi forse troppo rapidamente e rumorosamente, spaventandoli e scatenando il panico, sono solo ombre gibbose, mostri o vampiri pieni di furore, parrucche scalmanate, un coro di proteste. E un odore, un odore insopportabile di merda, di piscio, di muffa, di sperma. Questi tuguri dove non c’è neanche il cesso li affittano a quattrocento euro al mese e dentro ci campano e ci lavorano, pisciano e cagano dentro i portaombrelli di plastica, per poi svuotarli la mattina nei giardini. (altro…)

Coriandoli a Natale #11: Fabrizio Sinisi, Paesaggio di Milano un’ora prima dell’alba #1

1.

Bisogna che io parli di Samir. Non perché mi piaccia farlo – piuttosto perché è necessario per capire. Questo è il suo ventunesimo viaggio: sulla tratta Taranto-Milano è ormai un habitué il cui curriculum conta otto fermi, due arresti, quattro notti in galera e un pestaggio serio. Il viaggio, anche questo, è stato la solita traversata che non finisce mai. Sono partiti da Taranto alle sei di mattina, quand’era ancora buio, il treno polveroso e semideserto come piace a lui, i soliti, lui Farid e Ahmed, hanno spanato subito i sedili tolto le scarpe si sono buttati a dormire, ma coi trolley agganciati al gomito casomai qualcuno al volo non si sa mai; tutto tranquillo per un po’, a Barletta è iniziata a salire un po’ di gente, ma quando si affacciano nello scompartimento subito richiudono la porta e rimangono nel corridoio a sbuffare e brontolare ancora intontiti nel mezzo sonno, solo che poi però a Foggia guarda caso è salita la polizia per un controllo, loro sono scattati via subito ma poco da fare, Ahmed l’hanno preso e gli hanno tolto il trolley, e allora ad Ahmed gli è venuta una crisi di quelle brutte, s’è messo a lottare coi due agenti per non farsi portare via il trolley, ha paura di Tonio Corvetto, Samir l’ha capito, come dargli torto, poi Ahmed è un fratello e la sua paura di Corvetto del tutto comprensibile ma tanto ormai è andata così, che combatti a fare, tanto il trolley non te lo lasceranno mai tenere, non ha senso opporre resistenza, tanto vale evitare di farsi pestare; invece Ahmed l’hanno addirittura dovuto ammanettare e ancora lui si rotolava per terra e si divincolava come un pazzo o una bestia, con la maglia strappata e il busto magro tenuto a fatica dai poliziotti e urlava a squarciagola: “Avvocatoooooooo! Avvocatoooooooo! Voglio mio avvocatoooooooo!”, giacché nei film che vedeva aveva capito che quando gli sbirri ti mettono le mani addosso bisogna dire così, e tutti gli spettatori affacciati sui finestrini e la banchina a godersi la scena, ché mica succede tutti i giorni di vedere un corriere negro che viene arrestato con un trolley pieno di roba e gli prende un attacco di panico di quelli brutti, violenti, Ahmed continuava a divincolarsi e a strillare, se prima forse no adesso è proprio sicuro che lo portano in centrale a Foggia e lo pestano di brutto, è stato stupido da parte sua. Dai finestrini di un altro scompartimento Samir e Farid l’hanno guardato anche loro come tutti trascinato via per i gomiti lungo la banchina della stazione, hanno fatto finta di non conoscerlo, Samir è un po’ intristito ma come dice Farid – è colpa sua, se non si faceva prendere dal panico gli toglievano il trolley ma non l’arrestavano, si è fatto prendere dal panico, non dovrebbe succedere ma succede, che vuoi farci – Ahmed è fatto così, non è colpa di nessuno, forse abbiamo fatto male a svaccarci a quel modo sui sedili, forse è stato qualcuno dei pendolari a dirlo al controllore e quello ha chiamato la polfer, ma è andata così ormai e proseguiamo. Da lì in poi, pure con la macerazione e il caldo e la noia e l’ansia e il rap messo su da Farid tutto è andato nel modo più tranquillo fino a Milano. Ed è qui, a questo punto, nel crepuscolo di un caldissimo, crudele pomeriggio autunnale, appena sceso da un intercity gremito, quando lascia il trolley a Farid e gli dà appuntamento un’ora dopo al Tobbler perché ora “ho da fare una cosa” – sotto i faraonici capannoni della Centrale e poi nella piazza prospiciente lunare e livida nella luce troppo bianca dove già è iniziato, a brevi scatti nervosi, lo spaccio d’eroina – che decidiamo su di lui lo sguardo. (altro…)

Coriandoli a Natale #10: Niccolò Ammaniti, da L’ultimo Capodanno

Cristiano Carucci aveva in testa tre possibilità per sfangare quella maledettissima notte.
Uno.
Andare con gli altri della comitiva al centro sociale Argonauta. In programma quella sera c’era la megaspinellata di capodanno e il concerto degli Animal Death. Ma quel gruppo gli stava profondamente sulle palle. Dei fottuti integralisti vegetariani. Il loro gioco preferito era tirare braciole crude e bistecche grondanti sangue sulla platea. L’ultima volta che era andato a un loro concerto era tornato a casa tutto inzaccherato di sangue. E poi facevano uno schifo di rock anconetano…
Due.
Chiamare Ossadipesce, prendere la 126 e andare a vedere che si diceva in centro. Casomai imbucarsi a una festa. Sicuramente a mezzanotte si sarebbero fermati da qualche parte, nel panico del traffico, ubriachi lessi e avrebbero brindato all’anno nuovo in mezzo a un mare di stronzi sovreccitati che suonavano i clacson.
Oddio che tristezza!
Si rigirò nel letto. Prese dal comodino il pacchetto di Diana blu e se ne accese una.
Non sarebbe stato male se ci fossero state Esmeralda e Paola. Ma quelle due se ne erano andate a Terracina. Senza dire niente. Roba di uomini sicuramente. Avrebbe potuto fare un po’ di sesso se ci fossero state.
Quando Paola si prendeva una delle sue famose pezze alcoliche finiva per dargliela.
Scopi a capodanno scopi tutto l’anno.
Tre.
Fottersene. Fottersene di tutto. Di qualsiasi cosa. Tranquillo. Un Budda. Rimanersene chiuso in camera. Barricato nel bunker. Piazzare su un disco e fare come se quella non fosse una notte speciale ma una qualsiasi di un giorno qualsiasi.
Non male, si disse.
Unico problema.
Sua madre stava in cucina dalle cinque di mattina a preparare il fottuto cenone di San Silvestro.
Ma chi glielo fa fare? si domandò senza trovare risposta.
Aveva organizzato un cenone esagerato per Mario Cinque, il portiere della palazzina Ponza, e la sua famiglia (tre bambini+moglie logorroica+suocera parkisoniana), per Giovanni Trecase, il giardiniere del comprensorio, la moglie e Pasquale Cerquetti, il guardiano, e sua sorella Mariarosaria di ventiquattro anni (grandissimo cesso!). Mancava solo Stefano Riccardi che quella sera era di turno in guardiola. Aveva invitato tutti quelli che lavoravano nel comprensorio.
No, non lo aveva detto a Salvatore Truffarelli, quello che faceva la manutenzione della piscina condominiale. Ci aveva litigato.
È incredibile mia madre!… Se li ciuccia tutti anche a capodanno.
La signora Carucci era la portiera della palazzina Capri.
Tutti insieme appassionatamente, stipati in quello scantinato in cui vivevano come sorci. A sfondarsi di cibo. A spaccarsi il fegato di fritto.
Si alzò dal letto stiracchiandosi. Sbadigliò. Si guardò allo specchio.
Aveva una faccia veramente di schifo. Gli occhi rossi, la forfora, la barba non fatta da due giorni. Tirò fuori la lingua. Sembrava un calzino da tennis. Pensò a tutto quello che avrebbe dovuto fare per tirarsi fuori da lì.
Lavarsi, radersi, vestirsi e soprattutto passare per la cucina e salutare tutti.
Impresa titanica.

da © Niccolò Ammaniti, L’ultimo Capodanno, Mondadori, 1998

Gianluca Wayne Palazzo, Il paradosso della Luna

Gianluca Wayne Palazzo
Il paradosso della Luna
Il Seme Bianco, € 14,90

 

Un professore di liceo dalla birra facile e il pallino del surf che narra in prima persona. Una giovane studiosa di Leopardi che tratta il suo poeta come farebbe un tassidermista e gli altri umani con abbastanza spiccia confidenza da non trattenere superbie e scatti d’ira. Lui ha quasi quarant’anni e una malinconia ben strutturata che a volte lo rende scomposto, lei ha delle fragilità su cui non ha la minima intenzione di stare a discutere serenamente e un naso importante e magnetico. Lui ha deciso di appropriarsi del colore dei suoi occhi attribuendole un azzurro che non esiste, lei di se stessa ha ben chiara la proprietà e ha deciso di non innamorarsi mai. Potrebbe sembrare l’inizio di una ballata cavalleresca, se il tutto non fosse così perfettamente calato nella realtà quotidiana (il rancore per la differenza di tranquillità economica, per fare un esempio triviale) e se i due personaggi non resistessero così bene allo scavo.
È a un seminario su Leopardi che Valentina e il protagonista si incontrano. Lui è un professore di liceo e sta portando lì i suoi alunni, lei è tra i relatori. Qualsiasi cosa Valentina pensi in proposito, l’attrazione è quasi immediata. Lei accende con messaggi pieni di emoticon, e di quella sproporzione emotiva che l’uso di un’emoticon tra le mani di un quasi trentenne spesso porta con sé; lui si fa strada in un sentimento montante come in mezzo a una foresta tropicale. E fa presto a scattare il paradosso che dà titolo al romanzo: proprio la gravità che avvicina due corpi fa sì, come sta accadendo tra la Terra e la Luna in questo stesso istante, che i corpi aumentino la velocità con cui si sfuggono e inizino a respingersi.
La Luna è il collante di tutto il romanzo, Leitmotiv che compare come titolo a ogni capitolo e quasi perseguita il protagonista fin dal primo seminario leopardiano. Leggende, paradossi, sonate, modi di dire, perfino aneddoti sul cinema tempestano il malcapitato narratore che ora si arrende e ora protesta contro questo continuo segnale. Assieme, la Luna sostiene l’architettura del romanzo e ne aiuta la sua composizione in variazioni su tema, la sua costruzione in scene drammatiche e mai in gratuiti racconti. (altro…)

I poeti della domenica #201: Mario Benedetti; Per un fratello

Mario Benedetti
(nessun copyright presente sul web)

Per un fratello

Nel viale penso che guardiamo insieme
ancora una volta dopo nostra madre i fiori.

Il tuo bambino è nato.
Alla distanza del telefono cellulare
ha la sua voce, tra la natura delle macchine
ripiegata nel poco universo, nel poco correre,
con gli uomini nei sedili a imitarla.

Obliquamente, dopo un tetto uno alto
con la fonte di luce dietro,
del sole incendiato sul parco, come un’origine,
uno squillo, a parlare ancora in confidenza.

Mentre ci sentiamo come dopo,

con i piedi impacciati, la presenza stralunata. A brevi scatti
si fa sera e densa come fosse una nuova cosa
dove le nostre voci, la nostra gioia, i nostri corpi…

*

Mario Benedetti, Per un fratello, da Umana gloria (Mondadori 2004), in Tutte le poesie, Garzanti, 2017

Carlo Levi, La terra cede e scivola

Carlo Levi, da Biografieonline

Carlo Levi, La terra cede e scivola
(o come dare torto e ragione a Calvino su Carlo Levi)

di Sandro Abruzzese

 

“Io uso dire, in modo paradossale, che l’Italia ha due capitali e che una è Torino e l’altra è Matera”.

“Nulla è sicuro invece nel mondo contadino, il tempo non vi è segnato dagli orologi e non vi scorre, e ogni immagine scoperta può essere perduta. Esse stesse, le immagini, sono i soli punti certi e raggiunti, la sola difesa di una vita personale in continuo rischio: perciò esse tendono a fissarsi, a diventare ripetibili e quasi rituali, a trasformarsi in formule magiche o evocatorie, (…) in questo continuo sforzo del mondo contadino di esprimersi, noi vediamo, mi pare, il continuo fenomeno della creazione del linguaggio, poiché le parole non sono altro che la memoria dei nomi che rappresentano l’atto della distinzione da un oggetto, la creazione, cioè, degli oggetti dalla indifferenziazione”.

Carlo Levi, Il contadino e l’orologio

 

Nel saggio introduttivo al Cristo, Italo Calvino sostiene che per comprendere la poetica di Levi occorre partire da Paura della libertà, libro scritto nel ’39 a La Baule, durante l’esilio in Francia. In esso infatti affiora per la prima volta la riflessione dello scrittore in merito allo Stato-idolo. Sono riflessioni molto belle, che risentono della filosofia europea, da Vico, Spengler, a Hegel, Gramsci, Gobetti. Levi al cospetto del fascismo e dei totalitarismi vi sostiene che quando si combatte per un idolo, quando gli stati sprezzano l’individuo imbrigliandolo nell’esercito, nella macchina burocratica, nell’organizzazione centralistica, la libertà lascia il posto alla crescente e continua oppressione. Per uno Stato del genere, poi, la guerra è “il sacrificio perfetto”. A uno Stato del genere occorrono nemici, schiavi, servi. E nessuno meglio degli stranieri, di estranei può fare al caso. “L’idolo statale”, scrive Levi, “può reggersi soltanto finché avrà di fronte a sé uno straniero: un nemico necessario, che dovrà essere continuamente espulso e continuamente ritrovato, una vittima provvidenziale” (p. 114). Quando si combatte per un idolo, quando si è in una guerra religiosa, lo Stato ha bisogno di una massa informe, di cui le grandi città, i sobborghi di “gente senza storia”, insieme al tecnicismo, sono il risultato. È questo Stato a generare un mondo “impoetico, anonimo, ripetitivo”.

In Paura della libertà Levi intuisce pure che l’urbanesimo, il corpo sformato del Paese, è legato a una cultura del non senso, di massa, a suo modo totalitaria, perché intrisa di propaganda, la quale serve allo Stato-idolo per produrre l’identità indistinta, confusionaria e priva di molteplice. È un’umanità informe, “sradicata da ogni determinazione”. Inoltre egli riflette sulla compresenza dei tempi e delle civiltà, individuandone lungo la penisola una militare e una contadina. La prima è statolatra, religiosa e giuridica, il cui tempo risulta lineare; la seconda anarchica, irreligiosa e poetica, fuori dalla storia poiché immobile. È quest’ultimo il mondo portato alla luce da Levi in Cristo si è fermato a Eboli. Ed è questa compresenza dei tempi che egli testimonia e per cui giustamente Calvino rimanda a Paura della libertà.

paesaggio calanchivo di Aliano, foto di Sandro Abruzzese

Tuttavia, sebbene lo scritto del ’39 sia un saggio ricco di riflessioni interessanti sull’arte, sulla lingua, sul sacro e sul religioso, quello che il Cristo aggiunge è lo sguardo, la capacità percettiva dell’esule torinese, e quella scrittura “erotica”, certo a volte venata di atteggiamenti tronfi o paternalistici, ma che nasce sempre dall’amore per la vita e l’umano, dalla passione per la libertà e la giustizia. La scrittura di Levi, avrà modo di dire Giulio Ferroni, “ha il dono (…) di saper dare il senso di una vita distesa nel tempo, di uno spazio pullulante di presenze, di speranza, di sensazioni, di delusioni”.
Non solo. In Carlo Levi il paesaggio, l’ambiente, la luce, prendono corpo. Credo che la fisicità, la corporeità lucana, nonché l’impatto che su di lui ha avuto la lunga permanenza forzata a contatto col mondo contadino sia qualcosa di simile a un’agnizione per l’intellettuale cittadino. Levi è un corpo estraneo, un intellettuale europeo, illuminista, proveniente da una Torino già industriale, ed è come se proprio in quanto corpo estraneo egli sia in grado di mettere a fuoco le contraddizioni lampanti ma aggrovigliate della società meridionale. È questa matassa che Levi dipana grazie agli intensi e precedenti studi meridionalistici e all’esperienza diretta del confino.

Se volessimo trovare qualcosa di simile, e di pari, capitale importanza nella cultura italiana, verrebbe fatto di pensare al meridionale sardo Antonio Gramsci, trapiantato dalla piccola Ghilarza alla grande città industriale sabauda grazie a una borsa di studio. Nondimeno negli stessi anni, tra Francia e Inghilterra, per altre vie del tutto originali, sarà Simone Weil ad avvicinarsi e approfondire le stesse tematiche dell’autore del Cristo.

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I poeti della domenica #196: Franco Fortini, L’ora delle basse opere. #Centenario

The Italian literary critic Franco Fortini (Franco Lattes) reading a newspaper at home. Italy, 1970s
Credits: Getty Images

Rubrica domenicale dedicata per intero a Franco Fortini nel giorno del centenario della nascita.

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L’ora delle basse opere

È tutto chiaro ormai,
le parole dei libri diventate
tutte vere. Tutti gli altri lo sanno.
T’hanno detto di fare due passi avanti
in mezzo al cortile d’acqua e vento,
di lumi gialli prima dell’alba.
Vedi cani maestri con grembiali di cuoio
scaricare quarti umani per le celle
refrigerate e crusca
sotto i ganci cromati. Gli scontrini
li timbrano alla porta
dove a battenti aperti aspetta un camion.
Era giorno, i postini
sgrondavano gli incerati nelle guardiole.

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da © Franco Fortini, Versi scelti, ora in Tutte le poesie, Mondadori, 2014.

I poeti della domenica #190: Giuliano Mesa, Di una vita…

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Giuliano Mesa, Da I quattro quaderni, Zona, 2000 (ora in Poesie 1973/2008, La camera verde, 2010)

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(di una vita non rimane quasi niente
e quello che rimane, spesso, non è vero)
(prendi a misura, adesso, com’è il rumore,
fuori, della notte)

(di più falso non c’è nulla
che il voler dire il vero)
(è vero questo approssimarsi.
è vero che a qualcosa, sempre,
noi ci approssimiamo
– anzi, ci avviciniamo,
che suona meglio,
ed è meglio di niente)