letteratura contemporanea

“Da giovani promesse…” 2018. Il festival dal 16 maggio all’1 giugno a Padova

Dal 16 maggio al 1 giugno l’Ufficio Progetto Giovani del Comune di Padova presenta “Da giovani promesse…”, il festival letterario dedicato agli esordi letterari più brillanti e ai giovani autori del panorama editoriale italiano e internazionale.

Nella prima metà di maggio, due appuntamenti in libreria anticipano il festival vero e proprio: domenica 6 maggio, la scrittrice sudafricana Yewande Omotoso presenta “La signora della porta accanto“, mentre giovedì 10 maggio Philipp Winkler incontra il pubblico padovano con il suo esordio, “Hool“.

Il titolo “Da giovani promesse…” parafrasa l’affermazione del critico Alberto Arbasino che descrive l’evoluzione della carriera di uno scrittore che, nato come giovane promessa, spesso attraversa la fase del “solito stronzo” per poi diventare un venerato maestro.

Presentazioni letterarie, incontri di approfondimento, workshop e gruppi di lettura, senza dimenticare gli appuntamenti rivolti scuole: il festival nasce con l’intenzione di coinvolgere un pubblico sempre più eterogeneo e rendere protagonisti i giovani e i loro talenti, valorizzando, al tempo stesso, uno degli spazi culturali più importanti della città, il Centro Culturale Altinate San Gaetano.

moderatori saranno giovani professionisti dell’editoria, critici o scrittori, e dottorandidell’Università, che avranno l’occasione di portare il proprio contributo in un confronto “alla pari” con gli autori, coinvolgendo il pubblico in un dibattito sulle forme del racconto e sulla giovane narrativa italiana.

Non mancheranno gli incontri con gli studenti delle scuole superiori di Padova, che dialogheranno con gli ospiti del festival per scoprire il mestiere dello scrittore e approfondire con loro forme e contenuti della narrazione.

 

Il programma

Quando non diversamente indicato, gli appuntamenti si svolgeranno allo Spazio 35, al piano terra del Centro Culturale Altinate San Gaetano.

Tutti gli incontri sono ad accesso libero e gratuito.

Mercoledì 16 maggio – 18:30

Joshua Cohen
“Un’altra occupazione” (Codice edizioni)

con Giulio D’Antona

Giovedì 17 maggio – 18:30

Mattia Conti
“Di sangue e di ghiaccio” (Solferino)

con Ilaria Gaspari

Venerdì 18 maggio – 18:30

Marco Balzano
“Resto qui” (Einaudi)

con Emmanuela Carbé

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Eccomi: Foer e l’arte dell’oreficeria

Jonathan Safran Foer, Eccomi, Guanda editore 2016 (tascabile 2017), € 14,50; traduzione di Irene Abigail Piccinini

 

Per svariate ragioni quella che segue è la più bella pagina di Eccomi, ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer, edito da Guanda nel 2016, con la traduzione di Irene Abigail Piccinini. E con “svariate ragioni” intendo la commistione tra arguzia di scrittura, profondità di riflessione e, ovviamente, riferimento anche semantico al macromondo che gravita attorno al titolo del libro, come se la pagina fosse monade del lungo e poderoso romanzo che il titolo contiene. La pagina è questa:

Dio mette alla prova Abramo, e il testo dice: «Qualche tempo dopo, Dio mise alla prova Abramo. Gli disse: ‘Abramo!’ ‘Eccomi’ rispose Abramo». La maggior parte della gente dà per scontato che la prova sia che Dio chiede ad Abramo di sacrificare suo figlio Isacco. Ma secondo me si potrebbe anche leggere che la prova è quando Dio lo chiama. Abramo non dice: «Che cosa vuoi?» Non dice «Sì?». Risponde con una dichiarazione: «Eccomi». Qualunque cosa Dio voglia, Abramo è completamente presente per Lui, senza condizioni o riserve o necessità di spiegazioni. Quella parola – hinneni, eccomi – ritorna altre due volte in questo brano, Quando Abramo porta Isacco sul monte Moriah, Isacco si rende conto di quello che stanno per fare e di quanto le cose si mettano male. Sa che sta per essere sacrificato, come tutti i bambini che sanno sempre quello che sta per succedere. Si legge: «E Isacco si rivolse ad Abramo, suo padre, e gli disse: ‘Padre mio!’, ed egli: ‘Eccomi, figlio mio’. E Isacco disse: ‘Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per il sacrificio?’ E Abramo disse: ‘Dio provvederà all’agnello per il sacrificio, figlio mio’». Isacco non dice: «Padre», dice «Padre mio». Abramo è il padre del popolo ebraico, ma è anche il padre di Isacco, il suo padre personale. E Abramo non chiede: «Che cosa vuoi?» Dice: «Eccomi». Quando Dio chiama Abramo, Abramo è completamente presente per Dio. Quando Isacco chiama Abramo, Abramo è completamente presente per suo figlio. Ma com’è possibile? Dio chiede ad Abramo di uccidere Isacco e Isacco chiede a suo padre di proteggerlo. Come può Abramo essere due cose opposte contemporaneamente? Hinneni è usato un’altra volta nel brano, nel momento più drammatico. «E arrivarono nel luogo che Dio gli aveva detto e Abramo costruì un altare e preparò la legna, poi legò Isacco, suo figlio, e lo mise sull’altare sopra la legna. E Abramo stese la mano e prese il coltello per sgozzare suo figlio. E un messo del Signore lo chiamò dal cielo e disse: ‘Abramo, Abramo!’, ed egli: ‘Eccomi’. E quegli disse: ‘Non alzare la mano sul ragazzo e non fargli niente, perché adesso so che temi Dio e non mi hai negato tuo figlio, il tuo unico’.» Abramo non chiede: «Che cosa vuoi?» Dice:«Eccomi». La porzione di Torah per il mio Bat Mitzvah tocca molti temi, ma secondo me il più importante è la riflessione su quali sono le persone per cui noi siamo completamente presenti e come questo, più di qualunque altra cosa, definisca la nostra umanità. Il mio bisnonno, che ho già nominato prima, ha chiesto aiuto. Non vuole andare alla Casa ebraica. Ma nessuno in famiglia ha risposto: «Eccomi». Hanno invece cercato di convincerlo che non sa qual è la cosa migliore per lui e che non sa neppure bene quello che vuole. Davvero, non hanno neppure cercato di convincerlo, gli hanno solo detto cosa dovrà fare. Stamattina, alla scuola ebraica, mi è stata rivolta l’accusa di avere usato delle brutte parole. Non so neanche bene se usato sia il termine giusto: fare un elenco non è certo usare qualcosa. Comunque, quando i miei genitori sono venuti a parlare con il rabbino Singer, non mi hanno detto: «Eccoci». Hanno chiesto: «Cos’hai fatto?», Vorrei che mi avessero almeno concesso il beneficio del dubbio, perché me lo merito. Tutti quelli che mi conoscono sanno che faccio un casino di errori, ma sanno anche che sono una brava persona. Ma non è perché sono una brava persona che merito il beneficio del dubbio, è perché loro sono i miei genitori che avrebbero dovuto concedermelo.

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Silvia Greco, Un’imprecisa cosa felice: nota di lettura

Silvia Greco, Un’imprecisa cosa felice, Hacca edizioni, € 14,00

Il libro ha in esergo una citazione da Fernando Pessoa, da Fu un momento, ma sembra quasi prenderne le mosse: come se tu / senza volerlo / mi toccassi / per dire / qualche mistero / improvviso ed etereo, / che neppure sapevi / dovesse esistere. / Così la brezza / dice sui rami senza saperlo / un’improvvisa / cosa felice. E non è al titolo che penso quando mi sembra che il libro rubi a piene mai a questa poesia, ma al gesto del toccare senza volerlo, dell’apertura attraverso il tocco verso qualcosa di leggero.
Penso questo perché il toccarsi dei personaggi, i loro scontri quando sono troppo vicini e i fortuiti incontri quando sembrano lontani, sono carichi di un’involontarietà che da sola rende più profondi i solchi che si lasciano l’un l’altro, come se l’intenzione (nel fare amicizia, nel programmare un viaggio, nell’innamorarsi) avesse potuto al contrario rendere più blando il loro conoscersi. Per non parlare di quanto involontarie, se si può usare una parola del genere in questo caso, siano le morti raccontate: perché il filo rosso che lega il racconto è l’assurdità della gran parte delle dipartite.
Marta in terza persona, e Nino in prima, sono i protagonisti di Un’improvvisa cosa felice di Silvia Greco (Hacca edizioni 2017), e alternano la loro vicenda durante tutta la prima parte del libro in capitoli brevi come istantanee e con un unico, anonimo incontro. La seconda parte vede dispiegare la loro stramba amicizia: ragazzino naïf lui, che incarta le uova del negozio di sua madre nei giornaletti porno che gli passa suo cugino, ragazza sregolata lei, sovraccarica di un lutto per l’adorata zia morta e insofferente alle regole di sua madre, alla vita di università, alle responsabilità del piccolo lavoro di commessa fioraia del cimitero. Sarà proprio la passione per i giornaletti porno a permettere il loro incontro: passione che, per Nino, è sui generis, dal momento che ritaglia le facce dopo che suo cugino ha usato i corpi come modelli anatomici per i disegni. (altro…)

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg (doppia nota di lettura)

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Sibylle Lewitscharoff,  Blumenberg. Traduzione di Paola Del Zoppo, Del Vecchio editore, 2013 – euro 15,00 – ebook 4,99

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg
Nota di lettura di Anna Maria Curci

Di che materia è fatta questa morte?
«Ghermisce» è una parola accovacciata.
Bivacca, perde il pelo e pure il vizio,
sta nel disinteresse la sua chiave.

Anna Maria Curci

Regista abile e sapiente, Sibylle Lewitscharoff pone nello studio del filosofo Blumenberg il punto di partenza di una narrazione che tiene conto, intrecciandoli, separandoli, mettendone alcuni, di volta in volta, in primo piano, oppure, in un disegno contrappuntistico,  al rovescio, di una molteplicità inusuale di fili. Sono fili sottilissimi e robusti, assortiti in maniera sicuramente inedita, indubbiamente originale, sono fili che attraversano ambiti del sapere −  la filosofia, la storia dell’arte, la settima arte, la storiografia, la letteratura, l’ermeneutica e la traduzione, la storia del costume e l’indagine sociologica – e squarci sull’esistenza. Subito, da quello studio si parte per un viaggio che ha mete impensabili, senz’altro non scontate. La prima delle peregrinazioni è un pensiero, un’associazione,  il particolare di un quadro di Antonello da Messina: «E a destra, dietro il palco del sapiente, si affaccia dall’oscurità un misero leone. No, niente proporzioni leonine ed enormi zampe, ma provvisto di sottili arti scattanti, come un levriero. Probabilmente Antonello da Messina non aveva mai visto un leone di persona.» Il «misero leone» del quadro di Antonello da Messina è contrapposto al leone che, dalla sua prima apparizione notturna nello studio del filosofo, mentre questi registra su nastro le lezioni universitarie che la segretaria si premurerà poi di trascrivere, si manifesterà a Blumenberg fino alla conclusione di questo romanzo – ma il finale promette già una prosecuzione – in momenti significativi della vicenda: il leone non appare in tutte le sequenze di quest’opera dal fortissimo carattere visionario, eppure la sua presenza, silenziosa e forte, è dominante e costituisce un saldo punto di riferimento, avvio e approdo dei percorsi  qui narrati.
Un altro elemento, non un personaggio, ma un vero e proprio nodo concettuale – così l’ho definito nell’intervista a Paola Del Zoppo sulla traduzione di Blumenberg – permea l’intero romanzo: si tratta della «onnicomprensiva cura», concetto, impegno, attività che costituisce il titolo del sesto capitolo e che emerge in esplicita relazione con Käthe Meliss, suora conventuale,  uno dei personaggi più misteriosi e dotati di un quieto e formidabile potere (inattuale, fuori da ogni schema, da ogni modalità usuale) di attrazione: un’apparizione gloriosa, magnifica, come Lewitscharoff sottolinea nel testo, ricorrendo al corsivo. Probabilmente – ma la questione rimane aperta – è l’unica, oltre a Blumenberg, a poter vedere il leone. Non sono in grado di vederlo gli altri personaggi della vicenda, in prevalenza giovani, in prevalenza studenti universitari che frequentano le lezioni di Blumenberg: Isa – angelo fluttuante e fluente, una Ofelia innamorata di Blumenberg e della musica di Patti Smith -, Gerhard (Optatus, e sui nomi, le lettere che li compongono, i richiami intertestuali e intratestuali varrebbe la pena di istituire una vera e propria mappa), Richard, preda di incantamenti e miti, e Hansi, «bardo redivivo».
Nella complessità mai smentita, mai trascurata, anzi, saldamente padroneggiata, sono i luoghi a rendere più fitta e intrigante la trama. Sono i collegamenti a letture e a visioni di film a lanciare funi, liane e ormeggi: se l’itinerario di Richard in America latina, febbrile set cinematografico menziona esplicitamente Fitzcarraldo, più sottili, ma altrettanto tenaci, sono gli indizi che riconducono a Heinrich von Kleist nel capitolo Heilbronn (Das Kätchen von Heilbronn) e a Ingeborg Bachmann (Die ägyptische Finsternis, capitolo dell’incompiuto romanzo Der Fall Franza)  nel capitolo Egitto. Di che materia è fatta questa vita? Di che materia è fatta questa morte? I due quesiti guidano la narrazione, non indebolita, anzi irrobustita da considerazioni condotte sulla scorta di un’attenzione alta alla variazione e alla ‘sostenibilità’ linguistica di miserie minute, talvolta divertite e divertenti, di parabole e paradossi umani nel loro contendere quotidiano e nel loro timido, cauto ovvero temerario sporgersi verso l’altrove.

© Anna Maria Curci

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Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg

Chi vede il leone? di Gianni Montieri

 

Si può partire da un personaggio realmente esistito e immaginargli un’altra vita, una storia diversa. Gli si possono mettere intorno altre vite, vite di studenti, per alcune di queste si può annunciarne la morte, con la scrittrice che si inserisce nella trama, morte che avverrà molte pagine dopo, senza per questo togliere nulla al piacere di proseguire la lettura. Si può piazzare, al centro dello studio del filosofo Blumenberg, un leone che per buona parte del romanzo solo lui vedrà. Un leone per il quale proverà un timore mai eccessivo, curiosità; un leone che gli darà sicurezza e del quale, presto, non potrà più fare a meno. Un leone che non vedranno mai i suoi quattro studenti, gli altri protagonisti del libro. Non lo vedrà Isa, infatuata del professore, che vive in simbiosi con la sua colonna sonora fatta di Patti Smith e Bruce Springsteen. Saranno proprio le note di una canzone ad accompagnare il bellissimo capitolo che ne racconta la morte come se fosse una poesia. Non lo vedrà Gerhard, il ragazzo di Isa, studente brillante, molto intelligente, a questi la Lewitscharoff applicherà la sua fantasia, inserendosi nel racconto, come il tasto pausa dei vecchi stereo, con la voce fuori campo, e ne anticiperà lo svolgersi della vita negli anni successivi e la morte. Non lo vedrà Richard, che partirà per un lungo viaggio in Sudamerica, viaggio – manco a dirlo – senza ritorno. Non lo vedrà il bellissimo e strano Hansi, che passa le sere a leggere poesie nei bar. Solo un personaggio, forse, vedrà il leone, oltre a Blumemberg, sarà Käthe Meliss, una suora, dotata di  uno straordinario carisma, di  un potere mentale, nel quale il filosofo troverà una corrispondenza, comprensione e, una certa strana, compassione. Il Leone, immaginario o meno, infonderà nel filosofo una sicurezza tale da fargli tenere lezioni ancora più affascinanti, lo farà sentire bene, addirittura migliore. «Gli venne in mente la magnifica foto di Glenn Gould, da giovanotto, bellissimo, seduto al pianoforte a coda con il suo cane a chiazze bianche e nere, un cane altrettanto bello, con le zampe poggiate sui tasti, mentre guarda gli spartiti. I due davano l’impressione di suonare insieme, come se a Glenn Gould riuscisse ciò che faceva solo grazie alla partecipazione del cane.» La Lewitscharoff costruisce un bellissimo romanzo, la trama che tesse è fitta, ricca di riferimenti storici, filosofici, letterari, pittorici; ma non ne perde mai il controllo, è una maestra dell’ironia, è pungente ma dolce allo stesso tempo. Si inserisce nel racconto e subito si ritrae, ma non si inserisce per vanità. Si prende cura dei suoi personaggi, li accarezza, li accompagna per mano, fino a dopo la morte. Le parole, gli aggettivi, la costruzione delle frasi, l’originalità e la grande conoscenza dell’autrice, mettono a dura prova il traduttore, come spiega Paola Del Zoppo nella sua scatola nera, posta alla fine del libro. Tradurre la Lewitscharoff è una specie di avventuroso viaggio, lo stesso che l’autrice ha pensato per il lettore. Quel viaggio che vale la pena intraprendere per trovarsi dentro uno dei più bei romanzi usciti nel 2013. Un libro che pone la vita e la morte una sovrapposta all’altra, sullo stesso piano, per questo i momenti più delicati, quelli dove la scrittrice mostra la sua compassione, sono quelli che precedono e, immediatamente, seguono le morti dei protagonisti, mostrandoli in una sorta di fluttuare collettivo con il leone a vegliare.

© Gianni Montieri

David Foster Wallace – Il re pallido

DAVID FOSTER WALLACE – IL RE PALLIDO – EINAUDI STILE LIBERO 2011

«La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù e presto anche l’età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch’io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo più veritiero di dire “morire”, “andarsene”, il solo suono mi fa sentire come mi sento al crepuscolo di una domenica d’inverno…». La bellezza di queste poche righe (pag. 184) giustificherebbe da sola la lettura de Il re pallido il romanzo postumo di David Foster Wallace (morto suicida il dodici settembre del  2008), senza dubbio lo scrittore più amato della sua generazione. Un genio assoluto della letteratura. Righe che sembrano quasi un presagio. Pur rilevando i  contrasti, che sempre suscita un lavoro incompleto di uno scrittore, chi ha amato DFW e suoi libri precedenti (Infinite jest su tutti) non potrà fare a meno di amare questo libro. Una buona metà del romanzo è totalmente scritta e revisionata dall’autore stesso, la seconda è stata assemblata, con gli appunti e parziali scritture di Foster Wallace, dal suo amico e storico editor Michael Pietsch, che ne ha curato la stesura definitiva e pubblicazione. La storia racconta l’anno in cui DFW lavorò effettivamente per l’Agenzia delle entrate dell’Illinois. Semplificando potremmo dire che questo libro è la perfetta trasposizione narrativa della Noia, la dimostrazione che il talento per l’invenzione letteraria può tirare fuori miracoli anche dai più (apparentemente) soporiferi lavori del mondo. Nel romanzo troveremo: digressioni, finte prefazioni, introduzioni a storia già cominciata da un pezzo, personaggi surreali, a volte comici, a volte addirittura solenni, altre commoventi. La storia ambisce a restituire alla noia una sua dignità, una certa empatia e ci riesce. DFW ci concede pagine intere di scrittura memorabili, frasi che mozzano il fiato. Non ci si separa facilmente da questo libro così come non ci si è separati facilmente dal suo scrittore. “Siccome respiriamo tutti, tutto il tempo, è sbalorditivo quando qualcuno ti indica come e quando devi respirare. E con quale chiarezza uno totalmente privo di immaginazione veda una certa cosa se gli dicono che ce l’ha davanti, corredata di ringhiera e guide di gomma, che curva a destra sul fondo inoltrandosi in un’oscurità che si ritrae davanti a te. Non è come dormire. Né la sua voce si modifica o sembra ritirarsi. Lei è lì, parla con calma, e anche tu.” La malinconia che attraversa questa narrazione, in alcuni passaggi, è talmente intensa che sembra quasi si possa toccare con mano. Fa quasi male. Restano quando si arriva alla fine alcuni dubbi, si sta sospesi tra la meraviglia e le domande. Come sarebbe stato questo libro se a portarlo avanti fosse stato il solo DFW? Quali altre pagine memorabili avremmo letto se il lavoro di cucitura e riduzione l’avesse fatto lui? Pietsch stesso, nell’introduzione, spiega d’aver cercato di toccare il meno possibile, addirittura di non aver tolto, nelle parti da lui lavorate, le molte ripetizioni che DFW avrebbe eliminato sicuramente. La differenza, però, si sente, forse quest’opera a metà tra romanzo e saggio avrebbe meritato un’edizione diversa, magari critica. Difficile darsi una risposta. Quello che conta è che questo libro adesso è qui e almeno per la straordinaria bellezza (inarrivabile) di molte pagine merita di essere letto. David Foster Wallace è uno scrittore che ringrazieremo e rimpiangeremo per sempre.

Gianni Montieri

Nota: recensione pubblicata sul numero 11 (maggio/giugno) della rivista QuiLibri

Ernesto Sabato – Final de una (r)esistencia (post di natàlia castaldi)

Avrei voluto saper trovare parole come queste per salutarlo, lo hanno fatto due amici di noiseFromAmerika, Michele Boldrin e Ne’elam, che ringrazio.

nc

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Al morire, questa azione infattibile che si compie obbedendo, [si] succede più in là della realtà, in un altro regno. [Maria Zambrano]

Ernesto Sabato

È morto oggi(*) Ernesto Sabato. Ancora un paio di mesi ed avrebbe tagliato il traguardo dei 100 anni.

È stato uno scrittore lucido, finissimo indagatore dell’animo umano, formidabile creatore di mondi possibili che stavano “più in là della realtà” riuscendo, al contempo, a non essere impossibili. Trovò la sua strada dopo averne percorse molte altre: attivista politico, studioso di filosofia, ricercatore e scienziato all’Istituto Curie di Parigi e al MIT. Infine, a partire dal 1940, scrittore ed anche pittore.

È, anzitutto, l’autore della trilogia costituita da Il tunnel (1948), Sopra eroi e tombe (1961) e L’angelo dell’abisso [Abaddón el exterminador] (1974,). Il secondo é il nostro preferito, qui la trama. Uno di noi ne possiede tre copie perché l’altro, volendo fargli dono d’uno dei suoi libri preferiti, pensò giustamente d’inviargli la copia fresca di stampa della nuova edizione italiana … Preziosa comunque, non solo per l’amicizia che in essa riposa ma anche perché la nuova versione Einaudi (la vecchia era degli Editori Riuniti: Ernesto era un militante fedele …) contiene un’utilissima piantina di quella parte di Buenos Aires in cui si svolgono gli avvenimenti narrati.

Sobre héroes y tumbas è un libro che al suo interno ne contiene un altro, Rapporto sui ciechi, capolavoro nel capolavoro. Nel caso foste familiari con la cecità come raccontata da Saramago, quella di Sabato è altra cosa. Chi volesse intendere a cosa ambiscano e cosa vogliano imitare (con risultati, rispettivamente, noiosi e ridicoli) l’Eco dei pendoli ed il Brown dei davincicoke, legga Rapporto sui ciechi. Permette di scoprire che la distinzione di Eric Auerbach fra stile “alto” e “basso” ha assunto, ai giorni nostri, dimensioni inaspettate grazie all’aggiunta, appunto, dello stile “pomposo” e di quello “ridicolo”.

Sabato é una specie di gnostico moderno: non solo per la visione duale che ha della natura del mondo e dell’uomo ma, in un senso strettamente etimologico, perchè gnosticismo, da gnósis (γνῶσις), ovvero conoscenza, significa dottrina della salvezza tramite la conoscenza. Ed è precisamente quello che Sabato ha tentato di fare con lo scrivere. In un suo passo famoso osserva

Ciò che è specifico dell’essere umano non è lo spirito ma quella lacerata regione intermedia chiamata anima, regione in cui accade tutto ciò che di grave e di importante appartiene all’esistenza: l’amore e l’odio, il mito e la finzione, la speranza e il sogno; nulla di tutto questo è puro spirito, quanto piuttosto un violento miscuglio di idee e sangue. Ansiosamente duale, l’anima soffre tra la carne e lo spirito, dominata dalle passioni del corpo mortale, ma aspirando all’eternità dello spirito. L’arte (cioè la poesia) sorge da questo confuso territorio e a causa della sua stessa confusione: Dio non ha bisogno dell’arte.

Sabato descrive in modo impareggiabile l’imperfettibile condizione umana, e per farlo deve ricorrere a spiegazioni, sempre più difficili, sempre più complesse, senza disperare, consapevole che quella è la sola strada. Un commentatore ha scritto oggi bene su questo punto: «…che cosa significa spiegare? La risposta, probabilmente influenzata dalla recente lettura, fu: spiegare significa stabilire una rigorosa catena causale che si trasforma alla fine in un nodo scorsoio che si stringe attorno al collo. Leggere Sabato è per me una questione di igiene mentale: per non morire soffocato dalla spiegazione diurna del mondo, per non abbandonare l’insondabile cecità dell’uomo.»

Sulla propria morte e la sua preparazione ad essa aveva scritto Sabato stesso, nell’ultimo capitolo della sua raccolta di saggi più nota, La resistencia (del 2000). In quel capitolo, la cui epigrafe è la frase di Maria Zambrano riportata nel sommario, si legge:

Cada hora del hombre es un lugar vivo de nuestra existencia que ocurre una sola vez, irremplazable para siempre. Aqui reside la tensión de la vida, su grandeza.

[…]

Creo que lo esencial de la vida es la fidelifdad a lo que uno cree su destino, que se revela en esos momentos decisivos, esos cruces de caminos que son dificiles de soportar pero que nos abren a las grandes opciones.

[…]

Como la luz de la aurora que se presiente en la oscuridad de la noche, así de cerca está la muerte de mi. Es una presencia invisible.

[…]

Su llegada no será una tragedia como hubiese sido antes, pues la muerte no me arrebatará la vida: ya hace tiempo que la estoy esperando.

[…]

Cuando la gente me para por las calles para darme un beso, para abrazarme, o cuando voy a algun acto, como en la Feria del Libro, donde una multitud durante horas me está esperando y me colma con su afecto, una invencible sensación de despedida me nubla el alma.

[…]

Antes, la muerte era la demostración de la crueldad de la existencia.

[…]

Pero ahora que la muerte está vecina, su cercania me ha irradiado una comprensión que nunca tuve; en este atardecer de verano, la historia de lo vivido está delante de mí, como si yaciera en mis manos, y hay horas en que los tiempos que creí malgastados tienen más luz  que otros, que pense sublimes.

He olvidado grandes trechos de la vida y, en cambio, palpitan todavía en mi mano los encuentros, los momentos de peligro y el nombre de quienes me han rescatado de las depresiones y amarguras. También el de ustedes que creen en mí, que han leído mis libros y que me ayudarán a morir.

Noi due, a cui fece compagnia per così tanti anni, oggi ci sentiamo un pò più soli.

Michele Boldrin e Ne’elam

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(*) l’articolo è stato scritto ieri, 30 aprile 2011, appena giunta la notizia della scomparsa di Ernesto Sabato.