Letteratura americana

Eccomi: Foer e l’arte dell’oreficeria

Jonathan Safran Foer, Eccomi, Guanda editore 2016 (tascabile 2017), € 14,50; traduzione di Irene Abigail Piccinini

 

Per svariate ragioni quella che segue è la più bella pagina di Eccomi, ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer, edito da Guanda nel 2016, con la traduzione di Irene Abigail Piccinini. E con “svariate ragioni” intendo la commistione tra arguzia di scrittura, profondità di riflessione e, ovviamente, riferimento anche semantico al macromondo che gravita attorno al titolo del libro, come se la pagina fosse monade del lungo e poderoso romanzo che il titolo contiene. La pagina è questa:

Dio mette alla prova Abramo, e il testo dice: «Qualche tempo dopo, Dio mise alla prova Abramo. Gli disse: ‘Abramo!’ ‘Eccomi’ rispose Abramo». La maggior parte della gente dà per scontato che la prova sia che Dio chiede ad Abramo di sacrificare suo figlio Isacco. Ma secondo me si potrebbe anche leggere che la prova è quando Dio lo chiama. Abramo non dice: «Che cosa vuoi?» Non dice «Sì?». Risponde con una dichiarazione: «Eccomi». Qualunque cosa Dio voglia, Abramo è completamente presente per Lui, senza condizioni o riserve o necessità di spiegazioni. Quella parola – hinneni, eccomi – ritorna altre due volte in questo brano, Quando Abramo porta Isacco sul monte Moriah, Isacco si rende conto di quello che stanno per fare e di quanto le cose si mettano male. Sa che sta per essere sacrificato, come tutti i bambini che sanno sempre quello che sta per succedere. Si legge: «E Isacco si rivolse ad Abramo, suo padre, e gli disse: ‘Padre mio!’, ed egli: ‘Eccomi, figlio mio’. E Isacco disse: ‘Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per il sacrificio?’ E Abramo disse: ‘Dio provvederà all’agnello per il sacrificio, figlio mio’». Isacco non dice: «Padre», dice «Padre mio». Abramo è il padre del popolo ebraico, ma è anche il padre di Isacco, il suo padre personale. E Abramo non chiede: «Che cosa vuoi?» Dice: «Eccomi». Quando Dio chiama Abramo, Abramo è completamente presente per Dio. Quando Isacco chiama Abramo, Abramo è completamente presente per suo figlio. Ma com’è possibile? Dio chiede ad Abramo di uccidere Isacco e Isacco chiede a suo padre di proteggerlo. Come può Abramo essere due cose opposte contemporaneamente? Hinneni è usato un’altra volta nel brano, nel momento più drammatico. «E arrivarono nel luogo che Dio gli aveva detto e Abramo costruì un altare e preparò la legna, poi legò Isacco, suo figlio, e lo mise sull’altare sopra la legna. E Abramo stese la mano e prese il coltello per sgozzare suo figlio. E un messo del Signore lo chiamò dal cielo e disse: ‘Abramo, Abramo!’, ed egli: ‘Eccomi’. E quegli disse: ‘Non alzare la mano sul ragazzo e non fargli niente, perché adesso so che temi Dio e non mi hai negato tuo figlio, il tuo unico’.» Abramo non chiede: «Che cosa vuoi?» Dice:«Eccomi». La porzione di Torah per il mio Bat Mitzvah tocca molti temi, ma secondo me il più importante è la riflessione su quali sono le persone per cui noi siamo completamente presenti e come questo, più di qualunque altra cosa, definisca la nostra umanità. Il mio bisnonno, che ho già nominato prima, ha chiesto aiuto. Non vuole andare alla Casa ebraica. Ma nessuno in famiglia ha risposto: «Eccomi». Hanno invece cercato di convincerlo che non sa qual è la cosa migliore per lui e che non sa neppure bene quello che vuole. Davvero, non hanno neppure cercato di convincerlo, gli hanno solo detto cosa dovrà fare. Stamattina, alla scuola ebraica, mi è stata rivolta l’accusa di avere usato delle brutte parole. Non so neanche bene se usato sia il termine giusto: fare un elenco non è certo usare qualcosa. Comunque, quando i miei genitori sono venuti a parlare con il rabbino Singer, non mi hanno detto: «Eccoci». Hanno chiesto: «Cos’hai fatto?», Vorrei che mi avessero almeno concesso il beneficio del dubbio, perché me lo merito. Tutti quelli che mi conoscono sanno che faccio un casino di errori, ma sanno anche che sono una brava persona. Ma non è perché sono una brava persona che merito il beneficio del dubbio, è perché loro sono i miei genitori che avrebbero dovuto concedermelo.

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Luca Briasco: Americana

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Luca Briasco, Americana, minimum fax 2016, 18 euro

È sempre sulla cresta dell’onda Americana, un volume tutto minimum fax che attraversa le fila di un cosmo complesso e affascinante, percorrendone i motivi di unità, le vette di bellezza come le curiosità dei sottoboschi. Il cosmo in questione è la letteratura a stelle e strisce degli ultimi (all’incirca) cinquant’anni, e l’autore del bel libro è Luca Briasco, americanista, editor, traduttore e giornalista. Dopo un’ampia volata di prefazione che già lascia intravedere le strettissime maglie di un’eco continua tra gli autori selezionati (eco che è dialogo quanto contrapposizione), Briasco mette sotto la lente quaranta autori del panorama americano contemporaneo attraverso l’analisi di uno specifico libro; libro che si configura però come un piede puntato nella porta, che può così aprirsi in ogni saggio fino a toccare l’intera produzione dell’autore e la sua importanza, sempre specifica e sempre tracciabile, nella comunità cui appartiene: quella della parola scritta nell’atto di documentare la storia, la geografia, le tematiche ricorrenti o straordinarie che compongono il vasto universo degli USA ai giorni nostri.
Dico “storia” e “geografia” con cognizione, e non come semplici categorie scolastiche. Il viaggio che Briasco compie attraverso la letteratura americana è suddiviso in sezioni, e queste privilegiano le correnti e le tendenze di appartenenza dei vari autori: abbiamo il postmoderno di Barth, Pynchon, DeLillo e altri; il minimalismo di Carver; la letteratura cosiddetta “di genere”, per quanto un’etichetta simile sia stretta attorno ad autori del calibro di King; e ancora l’avanguardia, il realismo, e un canone ancora da scoprire tra le mani di Franzen, A. M. Homes, Foer, solo per citarne alcuni. Eppure l’impressione che lascia questo documentario cartaceo tanto fitto e ben scandito è quella di una letteratura che, anche quando disancorata da qualsiasi volontà di aderenza alla realtà, è in costante dialogo con la storia e la geografia del continente nordamericano: le cupe città ferrose e le vaste praterie, i noir spietati accanto alle dolenti saghe familiari, con il sottofondo quasi costante della desolata critica al sogno americano. Senza dimenticare due date fondamentali che ricorrono come a scandire uno spezzamento, un prima e un dopo nell’immaginario politico e sociale che gli scrittori non possono, neanche a distanza di tempo, ignorare: l’assassinio di John Kennedy e la caduta delle Torri Gemelle. (altro…)

Louise Glück, Tre poesie da Averno

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Louise Glück, Averno, Farrar, Straus and Giroux, 2006

 

The Night Migrations

This is the moment when you see again
the red berries of the mountain ash
and in the dark sky
the birds’ night migrations.

It grieves me to think
the dead won’t see them–
these things we depend on,
they disappear.

What will the soul do for solace then?
I tell myself maybe it won’t need
these pleasure anymore;
maybe just not being is simply enough,
hard as that is to imagine.

 

Le migrazioni notturne

Questo è il momento in cui rivedi
le bacche rosse del sorbo selvatico
e nel cielo scuro
le migrazioni notturne degli uccelli.

Mi addolora pensare
che i morti non le vedranno –
queste cose dalle quali dipendiamo
scompaiono.

Che cosa farà l’anima allora per trovar conforto?
Mi dico che forse non avrà più bisogno
di questo piacere;
forse non essere, e nient’altro, basta, semplicemente,
per quanto sia arduo immaginarlo.

Louise Glück
(traduzione di Anna Maria Curci e Gianni Montieri)

*

Crater Lake

There was a war between good and evil.
We decided to call the body good.

That made death evil.
It turned the soul
against death completely.

Like a foot soldier wanting
to serve a great warrior, the soul
wanted to side with the body.

It turned against the dark,
against the forms of death
it recognized.

Where does the voice come from
that says suppose the war
is evil, that says

suppose the body did this to us,
made us afraid of love–

 

Lago craterico

C’è stata una guerra tra il bene e il male.
Abbiamo deciso di chiamare il corpo il bene.

Questo ha reso la morte il male.
Ha fatto ribellare l’anima
contro la morte, completamente.

Come un fante che vuole
servire un grande guerriero, l’anima
ha voluto schierarsi con il corpo.

Sì è ribellata contro il buio,
contro le forme di morte
che riconosceva.

Da dove arriva la voce
che dice supponi che la guerra
sia il male, che dice

supponi che sia stato il corpo a farci questo,
ci abbia resi timorosi dell’amore–

Louise Glück
(traduzione di Anna Maria Curci)

*

The Evening Star

Tonight, for the first time in many years,
there appeared to me again
a vision of the earth’s splendor:

in the evening sky
the first star seemed
to increase in brilliance
as the earth darkened

until at last it could grow no darker.
And the light, which was the light of death,
seemed to restore to earth

its power to console. There were
no other stars. Only the one
whose name I knew

as in my other life I did her
injury: Venus,
star of the early evening,

to you I dedicate
my vision, since on this blank surface

you have cast enough light
to make my thought
visible again.

 

La stella della sera

Stasera, per la prima volta in molti anni,
mi è apparsa nuovamente
una visione dello splendore della terra

nel cielo vespertino
la prima stella sembrava
crescere in fulgore
man mano che la terra si oscurava

fino a non poter diventare infine più buia ancora.
E la luce, ch’era la luce della morte,
pareva restituire alla terra

il suo potere consolatorio. Non c’erano
altre stelle. Solo quella
di cui conoscevo il nome

come nell’altra mia vita le recai
offesa: Venere,
stella del vespro,

a te dedico
la mia visione, ché su questo suolo spento

hai gettato quanta luce basta
a rendere il mio pensiero
visibile di nuovo.

Louise Glück
(traduzione di Anna Maria Curci)

Una frase lunga un libro #69: Jenny Offill, Le cose che restano

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Una frase lunga un libro #69: Jenny Offill, Le cose che restano, NN editore, 2016, traduzione di Gioia Guerzoni, € 17,00, ebook € 7,99

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Qualche volta cercavo di indovinare quali delle sue storie fossero vere e quali no, però di solito mi sbagliavo. Avevo scoperto che perfino mio padre sapeva del mollusco esplosivo, ma diventava più vago sull’ombrello avvelenato. «Mia moglie, Mata Hari» diceva soltanto.

Chi scrive è Grace, chi narra è Grace, una vivace, intelligente, curiosa bambina. Grace figlia di due genitori particolari. Un padre capace di passare giorni e giorni per costruirle una casa di bambole con le luci che si accendono davvero, un uomo di scienza ma anche di fantasia. Una madre meravigliosa, a suo modo, che le insegna a parlare in una lingua inventata, che le fa vivere tutto come se fosse un gioco o un’avventura. Anna, questo è il nome della donna. Una madre vulcano, un padre paziente, almeno apparentemente. Anna e la sua passione per gli uccelli, Anna che inventa per Grace un calendario magico, Anna che le reinventa le pareti della stanza. Anna che la spinge all’invenzione, Anna che le spiega il mondo a modo suo, e sono tanti mondi. Grace vive la realtà col passo di una favola, perché quello è il passo di sua madre. Per Anna nulla può resistere alla fantasia, nulla è solo quel che sembra, nulla deve restare sempre come è. Anna deciderà (e imporrà questa decisione al marito) che Grace deve studiare a casa, le insegnerà a modo suo. Sembrerà tutto meraviglioso, ma non potrà esserlo del tutto. Tra la meraviglia e il dramma passa una linea molto sottile. Grace scoprirà presto la sua vulnerabilità e la paura della perdita, avrà a che fare suo malgrado con le debolezze dei suoi genitori, arriverà presto a dover fare scelte che non dovrebbero competere ai bambini.

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Una frase lunga un libro #62: Breece D’J Pancake, Trilobiti

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Una frase lunga un libro #62: Breece D’J Pancake, Trilobiti, minimium fax, 2016; trad. it. di Cristiana Mennella; € 16,00, ebook € 7,99

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La luce del giorno accende di verde le montagne, cambia i colori della nebbia, tinge d’amaranto le strade di mattoni a Rock Camp. I lampioni si spengono e scatta il semaforo in fondo a Front Street: ma non ferma nessuno, non avvisa nessuno, non mette fretta a nessuno.

Ci sono libri che vanno e vengono, che nascono e che mai moriranno. Classici fin dal principio, dove la parola classico significa pure modello, o capolavoro, o empatia, o linguaggio. Dove per classico si intende che – fin da subito – un libro, questo libro, è stato indicato come tale, amato come tale, consigliato come tale. Si intende che fin da subito il suo autore, morto suicida a ventisei anni, è stato rimpianto, perché ha fatto subito pensare a quanto di meraviglioso e di incredibile avrebbe potuto ancora scrivere. Nella nota che introduce questa nuova edizione del libro, Joyce Carol Oates scrive: “[…] La notizia drammatica è che quest’esile raccolta è tutto ciò che potremo mai leggere di Breece D’J Pancake, poiché si è tolto la vita nel 1979, quando non aveva ancora compiuto ventisette anni.” Molte altre cose bellissime scrive Oates nella sua nota, così come è bella la prefazione di John Casey, l’uomo che lo conobbe, lo lesse “mi chiese di dare un’occhiata ad alcuni suoi racconti”… “Mi chiese di leggerne altri, e per fortuna dissi di sì. La serie successiva era eccezionale”. La serie successiva è eccezionale, ed è qui per noi, in questa nuova splendida traduzione di Cristiana Mennella. Ho letto Trilobiti diverse volte, a distanza di tempo, dopo la prima lettura (uscì in Italia per ISBN, tradotto da I. Tassi) che mi folgorò, ci sono sempre ritornato. Ho letto i racconti in ordine inverso, poi sparso, poi uno ogni tanto, poi singole pagine, fino ad arrivare a questa nuova edizione, che ho letto da cima a fondo come se fosse un libro mai letto, ed è così, in realtà, perché questi racconti, la prosa di Pancake, vi stupiranno tutte le volte come fosse la prima. Tra il tempo e la prosa, vince la prosa.

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I racconti di Trilobiti sono dodici, la forma è quella della storia breve, è questo il passo di Pancake, quello di chi sa mostrare tutto con poco e che sa accelerare quando è il momento. Le storie sono tutte ambientate in Virginia, in cittadine desolate, Charleston è già troppo lontana, l’Ohio è un’idea pensata in lontananza, Chicago un miraggio. Fattorie e campagna, agricoltori e minatori, battute di caccia e risse. Uomini di poche parole, con sogni infranti o mai avuti. I protagonisti di Pancake hanno rinunciato alla speranza, sono anime desolate, ferite e molte di queste ferite sono dovute all’inerzia, all’incapacità di cambiare la propria vita, e di non perdonare chi ci prova, chi qualche volta ci riesce. Il territorio è importantissimo nelle storie di Pancake, dicevo delle miniere, delle coltivazioni, ma lo è principalmente per il fatto che è lo specchio dei protagonisti. La nebbia, la pioggia, il sole, la collina, i minerali, le pietre, il freddo, la neve, per Pancake non rappresentano dei fenomeni naturali, ma sono parte fondamentale di ogni racconto. La pietra e l’uomo vivono e si consumano insieme, e entrambi sono condannati a restare. Natura e personaggi seguono e assecondano il corso delle cose, e il corso delle cose è fatto di durezza, di pochi abbracci, di tanta solitudine, di amori soltanto sfiorati, di donne abbandonate e che abbandonano, di vecchi che guardano ai figli come una delusione, di figli che non sanno immaginare un riscatto.

Il modo in cui Pancake racconta non ha eguali, perché la durezza di queste storie, di questa gente con cui forse non legheremmo (ma chissà), ci commuove, ci porta esattamente al centro del vuoto che i personaggi vivono. Quel vuoto che è come un vortice che trascina ogni cosa e a quel punto, qualunque cosa desideri un uomo è destinata a rimanere dentro quel vuoto, a farsi da eco o sponda, a rimbalzare dentro la testa, a finire sul fondo di un bicchiere di whisky, a esaurirsi dentro la stessa mano che fa a pugni e che accarezza un cane. La prosa è luminosa, le storie sono pervase da una luce cupa, l’ombra è quella del futuro che mai accadrà. Il futuro è soltanto il ripetersi eterno del presente, e il presente fa abbastanza schifo.

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Pancake non ha bisogno di molti aggettivi, non spreca dettagli, ma ci mostra tutto, vediamo con chiarezza ogni personaggio: la sua roulotte, la sua Impala, il suo furgone, le sue mani rovinate dal freddo o dal lavoro in miniera. Proveremo quell’emozione che ogni buon racconto genera, quella che ti fa sentire sia sperduto sia a casa; ci riescono in pochissimi, e per poche volte. Pancake ci è riuscito dodici volte, e in ognuna di queste, forse, ci ha anche detto perché potessero bastare.

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© Gianni Montieri  su Twitter @giannimontieri

Su Trilogia della pianura di Kent Haruf

cover-3Benedizione, NN editore, 2015 – traduzione Fabio Cremonesi; € 17,00, e-book € 8,99

(Prima parte di un discorso)

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Sembra una specie di benedizione, una benedizione a doppio taglio, disse Lyle. Dad lo guardò. Eh, sì. Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto. Deve averne viste parecchie nel corso della sua vita. Sono cresciuto in Kansas, nelle pianure occidentali. Ne ha visti di cambiamenti. Giusto un paio.

C’è sempre una Main Street e poi una strada che va verso i campi, e, subito dopo, i campi, e oltre i campi le montagne, e poi una macchina che svolta su una Highway, e poi una casa, una veranda, qualcuno seduto la sera in veranda a parlare o a tacere, a buttare lo sguardo fin dove è possibile. C’è sempre un silenzio più lungo di un altro, un’estate molto torrida, un temporale improvviso, il sole di nuovo e un azzurro in cielo che più limpido non si potrebbe. C’è sempre e sempre ci sarà un autunno come non l’avremo mai visto, e prima un raccolto, e delle mucche al pascolo. Ci sarà poi l’inverno e, statene certi, nevicherà, ci sarà bufera e giorni in cui nessuno dei protagonisti potrà uscire di casa. Ecco, gran parte della letteratura americana che preferisco, quella che in qualche modo ha a che fare con una specie di sacro, che è quello della terra, quello dei rituali, dei conflitti combattuti e taciuti per anni, che ha a che fare con cambiamenti soprattutto interiori, passa da molte di queste cose, da luoghi in cui non vivremmo, da azioni che non compiremmo mai, passa da Cormac McCarthy, e prima ancora da Faulkner, da Carson McCullers, e poi da John Williams, e da molti altri, passa dalla pietra e dalla religione, passa dalla morte a Dio,  e viceversa, e ora – e per sempre – passa da Kent Haruf. [continua  a leggere QUI]

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Canto della pianura, NN editore, 2015, traduzione di Fabio Cremonesi. € 18,00, ebook € 8,99

(Seconda parte di un discorso)

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Non l’ho mai detto. Non direi mai una cosa del genere neanche se mi pagano. Mi sembrava di sì. L’avevo capita così. Era solo un pensiero, tutto qui, disse Harold. Tu non pensi mai? Sì. Ogni tanto penso qualcosa anch’io. Ecco, appunto. Ma non devo dirlo per forza. Solo perché ci sto pensando. D’accordo. Ho parlato senza pensare. Vuoi spararmi adesso o aspettare il buio?

Abbiamo cominciato a parlare di Kent Haruf con Benedizione, la scorsa settimana. Avevamo messo da parte, come fieno in cascina, alcune convinzioni, alcune certezze sulle storie e sulla sua modalità di scrittura, poi leggi Canto della pianura, e molte cose cambiano, l’orizzonte si amplia, lo scrittore dimostra di essere ancora più versatile di quel che sembrava. Sa che dove funzionano un monologo e un dialogo, possono funzionare un coro, conversazioni più lunghe. Sa che persone che per tutta la vita hanno parlato pochissimo possono sedersi una sera, a un tavolo, e mossi da tenerezza, preoccupazione e affetto cominciare a raccontare e ad ascoltare. I paragoni con McCarthy e John Williams non calzano più del tutto, soprattutto perché i paragoni non calzano quasi mai. Quello che conta è che questi scrittori sono accomunati dal piccolo luogo e dalle storie che nel piccolo luogo nascono. Si chiude Canto della pianura e si pensa che Haruf è soltanto Haruf, uno dei migliori. Nella nota del traduttore, in coda al romanzo, Fabio Cremonesi evidenzia le differenti complessità dei  due libri e di come sia stato difficile (e diverso) tradurre uno e poi l’altro, perché il buon Haruf non scrive solo in un modo, non si accontenta. [continua a leggere QUI]

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Crepuscolo, NN editore, 2016; traduzione di Fabio Cremonesi; € 18,00, ebook € 8,99

(terza parte di un discorso)

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Erano stanchi e spenti. Scaldarono sul fornello una zuppa in scatola che mangiarono al tavolo della cucina, poi misero i piatti in ammollo e si spostarono in salotto per leggere il giornale. Alle dieci accesero il vecchio, massiccio televisore in cerca di un notiziario qualsiasi proveniente da qualunque punto del mondo, prima di salire le scale e buttarsi a letto sfiniti, ciascuno nella propria stanza ai due lati del corridoio, confortati oppure no, demoralizzati oppure no, da ricordi e pensieri familiari logorati dal tempo.

Eccoci, di nuovo, qui sul divano, il romanzo di Haruf chiuso da pochi minuti, trafitti e commossi; la famosa tecnica del colpo al cuore, quella che viene e ti prende parola dopo parola e non c’è niente che tu possa fare, eccetto prenderti la botta. Piangere, probabilmente. Qui, però, lasciando da parte le emozioni, bisognerebbe fare un ragionamento conclusivo sulla Trilogia della pianura, ora che anche Crepuscolo è stato riposto sullo scaffale, finito; adesso che alcuni personaggi che avevamo amato in Canto della pianura sono tornati a visitarci. Sono tornati Harold e Raymond, i due  – come scrissi – indimenticabili fratelli McPheron, è tornata la loro amata Victoria, la giovane ragazza che avevano accolto in casa e che ormai è come una figlia, sono tornati Tom e Maggie. Ne sono venuti di nuovi come Dj e Dena, come Rose Tyler un’altra destinata a rimanere nella memoria dei lettori. [continua a leggere QUI]

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© Gianni Montieri

Una frase lunga un libro #58: Kent Haruf, Crepuscolo (Terza parte di un discorso)

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Una frase lunga un libro #58: Kent Haruf, Crepuscolo, NN editore, 2016; traduzione di Fabio Cremonesi; € 18,00, ebook € 8,99

(terza parte di un discorso)

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Erano stanchi e spenti. Scaldarono sul fornello una zuppa in scatola che mangiarono al tavolo della cucina, poi misero i piatti in ammollo e si spostarono in salotto per leggere il giornale. Alle dieci accesero il vecchio, massiccio televisore in cerca di un notiziario qualsiasi proveniente da qualunque punto del mondo, prima di salire le scale e buttarsi a letto sfiniti, ciascuno nella propria stanza ai due lati del corridoio, confortati oppure no, demoralizzati oppure no, da ricordi e pensieri familiari logorati dal tempo.

Eccoci, di nuovo, qui sul divano, il romanzo di Haruf chiuso da pochi minuti, trafitti e commossi; la famosa tecnica del colpo al cuore, quella che viene e ti prende parola dopo parola e non c’è niente che tu possa fare, eccetto prenderti la botta. Piangere, probabilmente. Qui, però, lasciando da parte le emozioni, bisognerebbe fare un ragionamento conclusivo sulla Trilogia della pianura, ora che anche Crepuscolo è stato riposto sullo scaffale, finito; adesso che alcuni personaggi che avevamo amato in Canto della pianura sono tornati a visitarci. Sono tornati Harold e Raymond, i due  – come scrissi – indimenticabili fratelli McPheron, è tornata la loro amata Victoria, la giovane ragazza che avevano accolto in casa e che ormai è come una figlia, sono tornati Tom e Maggie. Ne sono venuti di nuovi come Dj e Dena, come Rose Tyler un’altra destinata a rimanere nella memoria dei lettori.

Siamo a Holt in Colorado. Chi ha letto Benedizione e Canto della Pianura sa che Holt non esiste, ma anche che uno dei posti più vivi con cui si possa avere a che fare. Qui si muovono e si incrociano le vite dei personaggi  che ho elencato più sopra insieme ad altri. Succedono piccole cose durante le giornate. Gli allevatori portano le bestie al pascolo, i ragazzini vanno a scuola e studiano e litigano, nei bar si conversa e ci si ubriaca. Fa freddo, molto freddo, là in Colorado, tra pianura e montagna, tra stelle più luminose e ghiaccio, tra puzza di vacche e tenerezza. Benedizione era la perfezione, era la vita di un uomo che andava a finire, ed era quella vita che scoprivamo a poco a poco attraverso le ultime carezze di chi lo aveva amato. Canto della pianura era il destino di più persone, era la comunità che si faceva più presente e più forte, che si stringeva in un enorme abbraccio e che quando serviva faceva la cosa giusta. Crepuscolo è, secondo me, il mondo, quel mondo che pian piano Haruf  (in Benedizione) decise di asciugare fino a ridurlo a una casa  e a una stanza, a un uomo che sarebbe morto da lì a poco, e il mondo cos’è? È Holt, naturalmente, ma tra le case e la Main Street, tra la statale e la fattoria dei McPheron, passa altro oltre alla tenerezza, compassione, gratitudine che avevamo visto passare seduti dietro a una finestra. Una finestra del tutto simile a quella dietro la quale è seduto Haruf, che da lì guarda passare e fa incrociare le vite di tutti. Da Holt passerà anche la cattiveria, passeranno Luther e Betty con le loro difficoltà, le loro debolezze, la loro incapacità di fare qualsiasi cosa, dal fare la spesa al proteggere i figli. Luther e Betty per i quali proveremo una pena infinita e quella compassione tanto cara a Carver. A Holt tornerà la morte, inattesa e inevitabile. Soffierà forte il vento dell’assenza, quel vuoto che fa risuonare le assi del pavimento quando ci si cammina sopra. Quel vuoto lo avvertiranno in tanti. Ma Holt è Holt e Haruf è uno scrittore grandioso, che con una prosa bellissima, fluida e compatta, evocativa come solo certi silenzi sanno fare, ci porta ancora una volta nel punto più profondo dei sentimenti umani.

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John Irving, Hotel New Hampshire (di Francesca Piovesan)

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John Irving, Hotel New Hampshire, Bompiani, 2000, traduzione P.F. Paolini, € 10,00, ebook € 6,99

 

La prima delle illusioni di mio padre era che gli orsi possano sopravvivere vivendo come esseri umani, e la seconda era che gli esseri umani possano sopravvivere vivendo in alberghi.

Il mio primo libro di Irving. Ho consapevolmente deciso di iniziare da questo, forse avrei avuto una strada più facile con Il mondo secondo Garp,  ma le strade in discesa non mi incuriosiscono più di tanto.
Hotel New Hampshire è la storia di una famiglia numerosa. Si potrebbe definire una classica famiglia americana con quattro figli, un cane e nonno al seguito. Tuttavia l’aggettivo “classico” non si addice molto alla famiglia Berry. Il capofamiglia, Win Berry, fin dalla sua adolescenza insegue un sogno, che per tutta la lunghezza del romanzo (447 pagine) ci sfugge. Non riusciamo veramente a capire cosa desideri questo padre per sé e per tutti i suoi cari. L’unico mezzo ricorrente per raggiungere questo stato di benessere ed appagamento è l’avventura alberghiera: gestire hotel. Hotel improvvisati, improbabili: vecchie scuole femminili restaurate con sedie inchiodate al pavimento, rifugi di prostitute e terroristi nella Vienna degli anni ’50, rovine del Maine trasformate in punti di arrivo per nuovi ciechi e donne stuprate. Un’intera famiglia che cresce e muta anche la sua fisionomia all’interno di camere numerate, e biancheria inamidata.
Irving costruisce un romanzo mastodontico e non solo per la mole. Qui troviamo tutto: le tre fasi della vita, l’amore malato e violentato, l’amore vissuto contro ogni convenzione sociale imposta, l’omosessualità mai confessata ad un padre ma sempre compresa, la morte improvvisa e violenta, il non essere cresciuti abbastanza.
Le situazioni che descrive Irving spesso hanno del grottesco, ti inducono quasi a provare un leggero fastidio per come i componenti della famiglia reagiscono. Messi di fronte a tragedie che li colpiscono ad intervalli regolari, si rialzano quasi come se il dolore percepito fosse sottile, facilmente accantonabile. In loro prevale sempre la realizzazione del sogno, il “voler passare attraverso le finestre aperte”, il non voler mai colpevolizzarsi, il vivere tutto e subito come qualcosa di irrefrenabile.
Questa matassa di emozioni mi ha un po’ stordito. Non riuscivo ad elaborare le reazioni dei personaggi, che subito subentrava un nuovo elemento di rottura che scompaginava la situazione appena delineata. Se cercate un romanzo dove un’emozione venga elaborata in forma completa, credo questo non faccia al vostro caso. Qui si vive di caos, di nani con un circo “particolare”, di orsi animali ed orsi umani, di bombe “simpatiche” fatte scoppiare eroicamente.
Nel caos io mi sono anche commossa. Poche parole gettate a caso, delle morti descritte in maniera talmente semplice e spietata che non hai nemmeno il tempo di sentire il nodo in gola. Tutto si compie mentre tu stai vivendo altro, e per Irving non ci sono tempi di attesa o di sofferenza. Per lui c’è solo la cruda realtà ed il dolore stupito.
A distanza di giorni sto interiorizzando il tutto. A fine lettura non è stato così semplice, alcuni personaggi li ho pure disprezzati: piccole icone adolescenziali che in età adulta hanno perso la magia e si sono accontentati di una vita di compromessi. Poi però ho riflettuto, ed ho capito che la banalità è stato lo strumento finale utilizzato da Irving per creare quella sconnessione che avrebbe portato il lettore a riflettere.
Ve lo consiglio solo se avrete la pazienza di leggerlo un po’ alla volta, tutto d’un fiato sarebbe una stretta allo stomaco troppo difficile da sopportare.

E così continuiamo a sognare. Così inventiamo le nostre vite. Ci diamo una madre santa, facciamo un eroe di nostro padre. E il fratello maggiore, la sorella maggiore…anch’essi diventano nostri eroi. Inventiamo ciò che amiamo e ciò che ci fa paura. C’è sempre un eroico fratello perduto – e una sorellina perduta, anche. Seguitiamo a sognare, a sognare: il miglior albergo, la famiglia ideale, la vita e le vacanze… E i sogni poi ci sfuggono, quasi altrettanto vividi e precisi di quanto noi riusciamo a immaginarli.

© Francesca Piovesan

Una frase lunga un libro #40: Kent Haruf, Benedizione (prima parte di un discorso)

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Una frase lunga un libro #40: Kent Haruf, Benedizione, NN editore, 2015 – traduzione Fabio Cremonesi; € 17,00, e-book € 8,99

(Prima parte di un discorso)

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Sembra una specie di benedizione, una benedizione a doppio taglio, disse Lyle. Dad lo guardò. Eh, sì. Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto. Deve averne viste parecchie nel corso della sua vita. Sono cresciuto in Kansas, nelle pianure occidentali. Ne ha visti di cambiamenti. Giusto un paio.

C’è sempre una Main Street e poi una strada che va verso i campi, e, subito dopo, i campi, e oltre i campi le montagne, e poi una macchina che svolta su una Highway, e poi una casa, una veranda, qualcuno seduto la sera in veranda a parlare o a tacere, a buttare lo sguardo fin dove è possibile. C’è sempre un silenzio più lungo di un altro, un’estate molto torrida, un temporale improvviso, il sole di nuovo e un azzurro in cielo che più limpido non si potrebbe. C’è sempre e sempre ci sarà un autunno come non l’avremo mai visto, e prima un raccolto, e delle mucche al pascolo. Ci sarà poi l’inverno e, statene certi, nevicherà, ci sarà bufera e giorni in cui nessuno dei protagonisti potrà uscire di casa. Ecco, gran parte della letteratura americana che preferisco, quella che in qualche modo ha a che fare con una specie di sacro, che è quello della terra, quello dei rituali, dei conflitti combattuti e taciuti per anni, che ha a che fare con cambiamenti soprattutto interiori, passa da molte di queste cose, da luoghi in cui non vivremmo, da azioni che non compiremmo mai, passa da Cormac McCarthy, e prima ancora da Faulkner, da Carson McCullers, e poi da John Williams, e da molti altri, passa dalla pietra e dalla religione, passa dalla morte a Dio,  e viceversa, e ora – e per sempre – passa da Kent Haruf.

Kent Haruf è morto nel 2014, la maggior parte di noi l’ha scoperto qualche mese fa, grazie a NN editore, esempio di piccola grande editoria, di accuratezza, di lungimiranza, e alle traduzioni di Fabio Cremonesi, che è riuscito a rendere la prosa di Haruf per quello che è, basta leggere la frase in testa per renderci conto della meraviglia. Benedizione fa parte della Trilogia della pianura, ambientata nella cittadina di Holt (un luogo che non c’è, ma che esiste con altri mille nomi, uno di questi è Yuma) in Colorado (del secondo libro Canto della pianura, uscito poche settimane fa, ci occuperemo la prossima settimana. Prima dell’estate dovrebbe uscire Crepuscolo, a chiudere la trilogia) ed è, diciamolo subito, senza aspettare di arrivare in fondo all’articolo, un capolavoro. Che lo sia è facile da comprendere, spiegare il perché è un po’ più complicato, proviamoci.

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La botte piccola #3: Ambrose Bierce, “Il sogno”

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il terzo appuntamento è con Il sogno di Ambrose Bierce. Buona lettura.

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Devo già averlo detto da qualche parte: quando mi capitava di stare da mia nonna, da bambina, stravedevo per i libretti Newton “100 pagine 1000 lire”. Lì ho scoperto una letteratura che mi sarebbe sempre stata cara, quella specialmente anglofona del racconto dell’occulto e del terrore, e avuto l’imprinting verso quella sospensione inquieta che cerco in ogni forma, anche nella più ancorata alla realtà.
Ambrose Bierce è probabilmente uno dei miei autori più amati, e proprio da un volumetto Newton, a cura di Gianni Pilo (A. Bierce, I racconti dell’oltretomba, Newton Compton 1998) voglio pescare il primo racconto, Il sogno, e raccontare perché. (altro…)

George Saunders – Dieci dicembre (raccontato da Andrea Pomella e Gianni Montieri)

dieci dicembre

George Saunders – Dieci dicembre – ed. Minimum fax – euro 15,00 – ebook 7,99 – traduzione  di Cristiana Mennella

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La versione di Andrea 

Ho letto Dieci dicembre di George Saunders (Minimum Fax, traduzione di Cristiana Mennella) su suggerimento di Gianni Montieri. Gianni era talmente preso dai racconti di Saunders da dimenticarsi di scendere alla fermata giusta della metropolitana. Mi sono detto che in un libro non può esserci niente di più promettente di questo.

E così ho comprato Dieci dicembre e l’ho letto. L’ho letto due volte, a distanza di un mese. Non mi è mai capitato di leggere un libro due volte a distanza di un mese. O forse sì, tanto tempo fa; quella volta il libro era Una questione privata di Fenoglio. Possono essere tanti i motivi per cui uno sente il bisogno di leggere un libro due volte a distanza di un mese. Il mio motivo è che la prima volta che ho letto Dieci dicembre le mie aspettative sono andate deluse.

Dieci dicembre è un libro su cui c’è una pressoché totale unanimità di giudizi. Giudizi che dirli lusinghieri è riduttivo. Eppure, in quei racconti, al principio ho sentito qualcosa di stridente. Nella “voce straordinariamente intonata” e “piena di grazia” di cui parla Thomas Pynchon (uno tra i tanti, stellari endorsement di cui può fregiarsi l’opera di Saunders) ho annusato un certo odore di plastica bruciata. Provo a spiegarmi meglio. Al riparo di un’abilità narrativa portentosa, Saunders costruisce esuberanti storie che raccontano l’istituzione della famiglia e le piccole grandi sofferenze prodotte dalle piaghe dell’America contemporanea, filoni che hanno nutrito il cuore della migliore letteratura d’oltreoceano. Ma lo fa con un rifiuto del conformismo così smaccato da mettere in piedi ogni volta uno spettacolo originalissimo di tecnica. Il terrore di apparire convenzionale innerva ogni frase di Saunders, e questo terrore finisce per falsarne la voce. Ho avuto, in altre parole, l’impressione di trovarmi nel più splendente e moderno lunapark, e di cercare a ogni nuovo giro di giostra l’emozione di una vertigine nuova, per finire col rendermi conto che quella vertigine non era poi tanto migliore di quella che provavo da ragazzino in certi vecchi, miserevoli parchi giochi di periferia.

Perciò, quello che a detta di tutti è il capolavoro di un funambolo della nuova narrativa americana, a conti fatti mi è sembrato poco più che il solito, vecchio trucco postmoderno. Tanto che l’unico racconto che mi è parso davvero indimenticabile è il lapidario Croci, due pagine così nette e dolorose da dire più di quanto non riescano la maggior parte dei romanzi in circolazione.

Allora ho lasciato passare qualche settimana, dopodiché ho preso la decisione di rileggere Dieci dicembre da cima a fondo. Al secondo tentativo sono riuscito a entrare meglio nei meccanismi cognitivi che servono a decifrare i racconti di Saunders. È come se il mio cervello si fosse adattato alla lente deformante che Saunders pone tra i nostri occhi di lettori e le sue storie. E quello che prima mi sembrava poco più che un inganno ottico, in seconda lettura si è trasformato in uno strumento più conforme alla natura del mio sguardo. Ho potuto così godere della vertigine, senza che fossi in continuazione distratto dall’invadenza del congegno. Per questa via ho scoperto l’enorme cuore pulsante di questo scrittore, un cuore così felice da farti pensare che ci siano esseri umani completamente invasi dal dono della narrazione. E George Saunders è innegabilmente uno di questi (leggete Le Ragazze Semplica, una o due volte, a seconda di quanto siete bravi, per farvi un’idea di quello che sto dicendo). Autori che sarebbero capaci di intrattenerti anche solo scrivendo un saluto su un post-it.

Così, ora davvero non so dove sia la verità di questo libro, e quando Gianni mi ha chiesto di farne una recensione per Poetarum, dentro di me mi sono detto: “Cosa potrò mai scrivere senza rischiare di passare per un lettore affetto da schizofrenia letteraria?” In realtà quella che azzardo è una recensione che non può essere considerata come una vera e propria recensione, per il semplice fatto che Saunders è un autore che non può essere considerato come un qualsiasi altro autore. E d’altronde non è neppure necessario che io scriva una recensione coi fiocchi, dal momento che in rete di recensioni coi fiocchi ai racconti di Saunders se ne possono trovare a dozzine, molte delle quali sfoggiano anche più dei canonici fiocchi, quindi è del tutto inutile che io mi aggiunga a questa schiera. A chi non è piaciuto il libro, consiglio di provare a rileggerlo, proprio come ho fatto io. A chi è piaciuto in prima battuta, faccio i miei più vivi complimenti. A chi non l’ha ancora letto (e si presume che una recensione debba rivolgersi in primo luogo a questa categoria di persone), dico: male che vada comprerete un libro e ve ne ritroverete due, due libri diversissimi tra loro, e solo per questo sarà valsa la pena di averci provato.

 © Andrea Pomella

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La versione di Gianni

Quella che segue potrebbe essere una recensione appassionata, ma sarà obiettiva, ve lo garantisco. Ho letto Dieci dicembre due volte. Alla prima lettura saltavo le fermate della metropolitana, alla seconda prendevo appunti. La prima volta, come si fa con un libro di racconti, ho cominciato dall’inizio e ho seguito l’ordine dettato dall’indice. La seconda volta ho cominciato dalla fine, dal racconto che ha lo stesso titolo del libro e che mi aveva commosso particolarmente. Poi ho cominciato a zigzagare, rileggendo prima quelli di cui ricordavo meno cose, che, apparentemente, mi avevano impressionato di meno. In realtà, ma l’ho capito dopo, stavo facendo una delle più banali prove di matematica, stavo cambiando l’ordine dei fattori per verificare se, e cosa, cambiasse nel prodotto. La matematica applicata a Saunders non sbaglia, il prodotto non cambia. Cambiava solo la percezione del lettore. La meraviglia si trasformava in gratitudine. L’ammirazione lasciava spazio al rispetto. L’istinto faceva sedere accanto a sé il ragionamento. La prima lettura mi aveva fatto pensare che non avessi letto nulla dello stesso livello quest’anno, la seconda lettura l’ha confermato e mi ha spiegato il perché.

In questi racconti non ci sono luoghi veri e propri, non vengono nominate città, gli interni non sono descritti dettagliatamente, non c’è mai un protagonista; o meglio l’attore principale non esiste senza gli altri personaggi della storia. Saunders lo indica, lo fa vedere con chiarezza e poi gli sfuma i contorni fino a renderlo parte del coro. Alla fine sono tutti protagonisti, contano tutti alla stessa maniera. Nessun racconto è scritto nello stesso modo. C’è quello scritto in prima persona, c’è la voce fuori campo, c’è il diario sgrammaticato, c’è il narratore esterno, c’è un racconto che è composto da una e-mail. Saunders non è banale, mai, oppure le prova tutte per non esserlo, ci riesce e, in fondo, è questo che conta. Ma quello che ci fa innamorare di uno scrittore non è mai la sua tecnica e nemmeno il talento. Ci fa innamorare, invece, quanto di quel mix tra esercizio e dono arrivi dalla pagina a toccarci il cuore, senza retorica. Mi è parso mentre leggevo e rileggevo che quelle parole messe in fila andassero a scovare dei punti nascosti da qualche parte dentro di me e che, una volta trovati, facessero loro una carezza. Cose come questa: «E poi siccome non gli aveva complicato la vita facendo la saputa erano rimasti lì sdraiati a fare progetti, tipo perché non vendiamo qui e ci trasferiamo in Arizona e compriamo un autolavaggio, perché ai bambini non compriamo il Sapientino, perché non piantiamo i pomodori, e poi si erano messi a fare la lotta e lui (chissà perché le era rimasto impresso) mentre la teneva stretta era scoppiato in una risata sbuffa di disperazione, fra i suoi capelli, come uno starnuto, o come se gli venisse da piangere. L’aveva fatta sentire speciale, lasciandosi andare così.»

I temi di Saunders sono quelli classici della letteratura americana che più ho amato. La famiglia (come Carver). Il quotidiano (come Carver). La vita fuori dalle metropoli (come Carver). Il mondo dove il sogno americano non si è realizzato (come Carver). George Saunders non scrive come Raymond Carver nemmeno un po’, ma, tra una storia e l’altra, il buon vecchio Ray mi è venuto in mente diverse volte. Ad esempio nei dialoghi tra due o più persone, Carver era un maestro in questo . Scrivere un dialogo dove parlano più soggetti è molto difficile, pochi ci riescono, Saunders ci riesce. E poi, mi pare che Saunders possegga lo stesso sguardo compassionevole di Carver. Prova pietà, non è cinico. Ho, infine, la sensazione lavori parecchio su ogni singolo racconto, su ogni parola, proprio come Carver. Fine del passaggio nella terra di Raymond.

George Saunders scrive talmente bene che te la fa sembrare facile, ti fa credere che quella roba lì, quella roba perfetta, sia uno scherzo. Provateci e se qualcuno ci riesce mi telefoni. Molto spesso potrebbero venire in mente le fiabe, per delicatezza e per il senso del gioco, per l’apparente leggerezza. Vi verranno in mente e saprete esattamente che le favole non c’entrano ma una certa grazia e una purezza riservata ai bambini, quella sì. Troverete racconti brevissimi e fulminanti come Croci. Futuristici e inquietanti come Fuga dall’aracnotesta. Da restare sgomenti come Giro d’onore o Le ragazze Semplica. Da lasciarci qualche battito di cuore come Dieci dicembre. Più o meno vi ho detto tutto quello che volevo dirvi di questo libro, sia io che il mio amico del piano di sopra ci siamo tenuti distanti dalla recensione classica ma il cuore del libro ve lo abbiamo raccontato. «Un soffio di vento mandò giù dal cielo una raffica di neve vaporosa. Che spettacolo. Perché eravamo fatti così? Capaci di trovare la bellezza in tante cose che accadevano ogni giorno?»

 @ Gianni Montieri