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“Lettera”, racconto di Elisabetta Rizzo

Mia madre aveva un pancione grande e tondo e io ero ancora troppo bassa per appoggiarci sopra l’orecchio. Non ci riuscivo neanche quando mi tenevo sulle punte dei piedi. In bilico tra la mia figura e la sua.
Per parlargli, dovevo aspettare che mia madre si coricasse. Solo quando si adagiava sul letto provavo ad ascoltarlo sdraiandomi accanto a lei. Dal mondo gli raccontavo quello che facevo durante la giornata e lui non rispondeva, silenzioso e distante. Me lo immaginavo piccolo, soffocato dalle viscere di mia madre, avvolto dal suo sangue e con la bocca spalancata per mangiare i resti che gli arrivavano dall’alto. Cosa provava a stare lì dentro, col muso attaccato allo stomaco? Mi dicevano che in verità non è proprio così, che i bambini non entrano in contatto con quelle cose, perché la natura sapiente aveva pensato anche a questo. A non farli entrare in contatto con quelle cose. Ma io non lo capivo e continuavo a pensarlo a quel modo, col muso attaccato allo stomaco e con le orecchie che acchiappavano i suoni provenienti dagli organi caldi e gommosi.
Allora nella mia mente giocavo con il fratello che sarebbe nato poco dopo. Giocavamo a nascondino e lui si metteva sempre al solito posto, dietro l’angolo che separa il soggiorno dal bagno. Io gli vedevo la testa, un ciuffetto scuro e poco folto. Gli vedevo anche le dita paffutelle aggrapparsi alla parete, così innocenti da credere di non essere viste. Essendo l’ultimo arrivato, facevo finta di niente e lo lasciavo vincere, un po’ come fanno i papà coi figli che li sfidano a braccio di ferro.
La vuoi una tazza di tè?, gli dicevo immaginandomelo seduto di fronte. Lui non mi rispondeva e intanto io glielo versavo lo stesso nella tazza di plastica che prendevo dal mio sevizio migliore. Mi appariva strano il suo mutismo, ma mi risvegliavo prima di preoccuparmene e mi accorgevo che non c’era nessuno a sorseggiare il tè che avevo preparato con cura.
Poco dopo, come se niente fosse, ricominciavo a parlargli e la fantasia scioglieva sempre i nodi duri che la realtà mi stringeva in gola.
Fratello. Eppure gli adulti mi dicevano che dentro il pancione di mia madre ci stava una femmina. Una femminuccia. Così i vestiti accumulati sul letto della cameretta erano rosa. I pannolini erano anche rosa. E un uomo alto e magro e macchiato di gesso da lì a qualche giorno avrebbe spennellato di rosa la cameretta. A me il rosa non piaceva e chiesi a mia madre perché le femmine sono rosa e i maschietti blu. Lei ha farfugliato qualcosa che non assomigliava a una risposta, ma più a una scusa per liberarsi dalle mie domande.
Poi mio fratello è nato davvero. Fratello. Nessuno mi ha riconosciuto quella premonizione da bambina. La mia visione lunga che aveva scavalcato le lauree in medicina e gli strumenti ecografici. Nessuno disse niente. Io mi chiedevo il perché mentre la rabbia montava per esplodere in una scenata che i grandi non avrebbero compreso.
(altro…)

in-side stories #3 – Lettera d’amore a un fantasma

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in-side stories #3 – Lettera d’amore a un fantasma

Ciao Dave, come stai? Posso ancora chiamarti Dave o sei offeso? Sì, lo so che ti ho scritto solo per i compleanni, ma tenere una corrispondenza è difficile, figuriamoci con l’altro mondo poi, ammesso che ci sia. Perché, a guardar bene, amico mio, tu continui a essere irrimediabilmente morto, ed è così da qualche anno ormai. Comunque oggi mi sono risolto a scriverti di nuovo, l’occasione me l’ha data la tua splendida biografia scritta da D. T. Max (se vuoi, poi parliamo di ′sti cazzo di nomi puntati che ogni tanto tirate fuori dalle tue parti) “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”. Faccio un passo indietro, non mi hanno mai fatto impazzire le biografie, fanno eccezione quelle romanzate o quelle inventate. Ad esempio: ho lì da un po’ la biografia di Gorbačëv, ( a proposito, non mi è sfuggito il dettaglio che una volta votasti per Reagan) la comincio, poi mi fermo, poi la mollo, poi la riprendo, vabbè. Leggere la tua è stato diverso, intanto perché parlava di te (no, non sono qui per adularti), nel senso che avrei potuto trovare qualcosa di te che ancora non conoscevo. Pensavo, prima di leggere, che ci sarebbero stati brani tratti da lettere (quelle che scrivevi a Don Delillo sono molto più belle di quelle che scrivevi a Franzen; adesso stai pensando che è solo perché a me Delillo piace di più. E vorrei ben dire.), appunti rimasti fuori dai tuoi racconti, dai tuoi romanzi. Poi ho cominciato e tutto questo c’era, ma il libro non mi è piaciuto per questo. Mi è piaciuto perché ancora una volta sei saltato fuori tu. La tua strepitosa ironia, eri divertente sul serio.Tu e tutta la fatica che hai fatto, le tue debolezze (qua e là sei stato anche un po’ figlio di puttana), il tuo dolore. Ti faccio un esempio: i racconti di Oblio. Quando li ho letti non avevo dato loro un precisa connotazione temporale, non avendo idea di quando tu li avessi scritti, quindi il dolore dei personaggi non lo avevo abbinato (se non marginalmente) al tuo. Invece la biografia fa chiarezza, stavi già male (o di nuovo male), eri già nel trip non portato a termine de Il re pallido, avevi già di nuovo in testa – in qualcuno dei tuoi infiniti pensieri, dentro qualche periodo incidentale del cervello – l’idea di farla finita. Sei stato di parola, hai solo rimandato un po’ di volte, come la consegna del manoscritto di Infinite Jest, poi hai scritto fine. Non ti ho mai biasimato per questo, ho sempre pensato che non avessi alternative, o almeno non ne avessi più. Karen ti amava molto, penso che ti abbia perdonato all’istante. Max, nel libro, spiega che lei ha capito il giorno in cui le hai mentito: il sei di settembre 2008. Sei giorni di pianificazione e poi: ciao. C’era un sacco di gente che ti voleva bene e che ha pianto per te. Eppure credo che non ve ne sia nemmeno uno che non abbia compreso. Ma basta parlare di morti suicidi. Veniamo a noi. Insomma sei andato avanti tutta la vita a ascoltare gli U2, tutti quanti a un certo punto abbiamo smesso, tu mai. Senza parlare della Morrisette, mio dio. Carina quella cosa di quando hai ammesso di non conoscere i Nirvana, proprio nel periodo in cui tutti la menavano col fatto che IJ fosse grunge. Il tuo metodo di lavoro era folle, tu stesso non riuscivi a starti dietro. Quella miriade di appunti. Però alla fine l’ordine lo facevi. Il tuo ordine. Bonnie (l’agente) e Michael (l’editor) quanta fatica devono aver fatto a starti appresso ma quanto ti hanno amato però. Ho provato a immaginare come potessero essere quelle pagine di IJ che viaggiavano avanti e indietro tra te e Michael, le correzioni, i tagli, i ripristini, le telefonate. Un delirio. Hai sempre voluto scrivere e hai sempre scritto di alcune cose: l’intrattenimento, la dipendenza e l’autocompiacimento targato USA. Ma quelle cose le hai scritte benissimo, sempre grato ti sarà il lettore che abbia accettato la sfida di arrivare in fondo, anche quello che ancora si chiede quale cazzo sia il finale di IJ. Chi se ne frega, il finale è che tu non ci sei più, per cui avremo dei libri in meno da leggere. Anche il mio cane quando aspetta il cibo fa quel balletto con zampettìo laterale che faceva il tuo, uno spettacolo non è vero? Sai qual è stato il pensiero ricorrente mentre leggevo le ultime cento pagine? «Lo salvo, stavolta lo salvo.  Trovo un modo per fare ordine in quel delirio di appunti de Il re pallido e tutto va a posto. Oppure Karen, ecco Karen troverà un medico più bravo, una pillola migliore…» Questo pensavo, ti rendi conto quale assurdità? Sono incredibili i ragionamenti che fa fare la commozione, perché, parliamoci chiaro, il buon Max (che tu non hai mai conosciuto perché nell’unica volta in cui eravate nello stesso posto non vi parlaste) ha scritto un bellissimo libro e quando l’ho chiuso avevo le lacrime agli occhi. Avevo una strana voglia di abbracciare questo tizio dai nomi puntati e, di nuovo, la voglia di abbracciare te, vecchio mio. Ma siccome tu sei un po’ stronzetto e siccome sai di essere più intelligente degli altri, non voglio salutarti con le lacrime ma con una domanda (prenditi tutto il tempo che vuoi per rispondermi): «Com’è che perdevi sempre a scacchi?» Tuo, Gianni

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978880621462MED

Grazie a D. T. Max per questa bellissima biografia

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Anyone’s Ghost – The National (album High Violet 2010)

You say you stayed home
Alone with the flu
And find out from friends
That wasn’t true

Go out at night with your headphones on again
Walk through the Manhattan valleys of the dead

Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost
Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost

But I don’t want anybody else
I don’t want anybody else

Said I came close
As anyone’s come
To live underwater
For more than a month.

You said it was not inside my heart, it was
You said it should tear a kid apart, it does

Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost
Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost

But I don’t want anybody else
I don’t want anybody else
I don’t want anybody else
I don’t want anybody else

I had a hole in the middle
Where the lightning went through
I told my friends not to worry
I had a hole in the middle
Someone’s sideshow to do
I told my friends not to worry

Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost
Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost

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Ascolta il brano

Il Guardiano dei morti di Giuseppe Merico (Lettera all’autore con premessa)

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Giuseppe Merico – Il guardiano dei morti – Perdisa Pop 2012

Premessa: Mi chiedo se si possa recensire un libro nel quale l’autore ti abbia inserito nei ringraziamenti. Me lo chiedo dopo aver letto questo libro per la seconda volta, dopo essere arrivato in fondo e aver esclamato: Cazzo! Mi domando se sia giusto. Mi domando, però, anche il contrario. Avendone l’opportunità, posso non scrivere di un libro che mi sta molto a cuore, che ho visto nascere dalle fondamenta, diventare storia man mano che l’autore la inventava? Forse no. Perché sono stato testimone (con altri amici) di un’esperienza rara, che si è trasformata in uno dei migliori romanzi italiani del 2012. Un romanzo uscito per una piccola e ottima casa editrice, libro che si fatica a trovare sugli scaffali, libro che – probabilmente – non passerà dalle parti dei critici che contano. Tra domande e non risposte mi sono convinto che sarebbe più disonesto non scriverne che scriverne. Quel che segue non sarà una recensione. Leggerete le mie impressioni, le emozioni che questa storia ha provocato in me. Leggerete, molto probabilmente, me che in maniera, in parte, immaginaria discuto con l’autore.

Chi sono queste persone Giuseppe? Da quale posto della tua immaginazione, da quale anfratto del cuore vengono? Mi sono fatto un’idea, vediamo se riesco a spiegarla. I tuoi personaggi ricordano un po’ noi. Sono le nostre fatiche, le nostre decisioni mai prese. Quelle subite. I nostri destini, canalizzati dal via. Racconti una storia di un Sud piccolo e sconfinato, un meridione malato. Basta, però, leggere poche pagine per capire l’universalità di questa storia. Tu lo sai, tra la provincia di Brindisi e certi paesini sperduti dell’Arizona, Alabama o del Messico, non c’è alcuna differenza. La predisposizione a subire la vita, le prepotenze, la consapevolezza fumosa che se qualcosa cambierà lo farà in peggio. Chi è Mimino, il ragazzo segnato dalla morte del padre? Cerca davvero lui quando profana i morti? E Mirko chi è? Perché l’hai immaginato così? Lui che non capisce tutto, lui che è buono, lui che uccide e salva. Mi viene da pensare che, con le sue debolezze psichiche, sia il tuo angelo. Un bambino. Al poliziotto, ricorderai, ho sempre voluto bene. Un uomo privo di tutto tranne che della sua malinconia e della sua (inconscia) umanità. Un altro uomo solo. Poi ci sono tutti gli altri: Il malato, la mamma di Mimino, il signor Salvatore, il fratello, l’Animale. Carmela no, di Carmela ti dico due parole quando arrivo in fondo. Tu li salvi tutti. Di una salvezza che non c’entra niente col perdono. Ma molto con la terra arida, con la morte, con il paese di quattro case dove nemmeno quello che comanda ha scelto fino in fondo di essere un bastardo. Penso, ad esempio, all’Animale, il più solo di tutti. Brutto, sporco, un orribile orco, senza famiglia, senza nessuno. La macchina per uccidere. Tu lo salvi, mettendogli in fondo alle tasche la più nascosta tenerezza. Lo salvi perché sai che nel marcio, in fondo allo schifo, c’è qualcosa, ci deve essere. Tu scrivi attaccato a quel qualcosa. A questo punto, però, è necessario dire alcune cose sulla tua scrittura. La tua prosa è limpidissima. Talento, ecco come si chiama. Scrivi dei periodi molto lunghi, struggenti, densi di miracoloso respiro; e poi, di colpo, tagli a fette chi legge con due mezze frasi. A volte con una parola sola. Credimi, non c’è molta gente dalle nostre parti che sappia scrivere così. “E i giorni portano le cose che non sanno stare ferme, che anche quando sembra che niente si muova è solo un preparativo, un sobbollire sotterraneo. Una slatentizzazione delle ansie prima o poi arriva e allora non rimane altro da fare che scappare, per chi ne è capace, o ripararsi la testa con entrambe le mani per non sentire il boato, o chiudersi gli occhi perché ingannati dal pensiero infantile che se non lo guardiamo il male non ci guarda.”. Cos’è questa storia? Un intreccio di vite perdute, abbandonate, tra un dove e un niente, dalla nascita. In posti dove pare che anche la pioggia e il sole vengano a comando, perché qualcun altro (non certo Dio) l’ha deciso. E quando tu non decidi mai, puoi solo provare a stare in piedi. Fai finta di niente, se serve spari, ti nascondi. Se devi: muori. Eppure tutte queste pene, nel tuo romanzo, sono radunate, di pagina in pagina, in una sorta di commozione collettiva, che chiuderà il cerchio quando un uomo camminerà lentamente su una spiaggia. Adesso devo dirti di Carmela. L’hai creata che sa sopportare, disprezzare, amare. Che sa ringraziare. Carmela “tiene” la testa alta. Bella come solo certe donne del Sud sanno essere, col carbone vivo che brucia dietro agli occhi. In questo sud perduto, dove le macchine sono le Ritmo, le Alfa 75, le Uno truccate. Un sud dove l’odore del mare può stordire, dove tutti i personaggi vivono come una pallottola che colpisce di rimbalzo. Gente viva di striscio. Tra le tue pagine tu salvi chiunque, chi con una carezza, chi con la morte. Ma più di tutti salvi un bambino e una puttana. E fai bene. Vedi come succede, il ragionamento che volevo fare è diventato quasi una lettera, o una telefonata, ma io non ci so stare al telefono e, secondo me, nemmeno tu. Mi piacerebbe che questo romanzo, dove sto nei ringraziamenti, lo leggessero in tanti. Questo romanzo per il quale ti ringrazio.

(c) Gianni Montieri

Lettera di un “esiliato volontario” ad una sconosciuta che resiste ancora

Come ogni giorno mi ritrovo la mail stracarica di spam ma oggi mentre facevo l’ennesima pulizia, sono incappata in questa lettera che ha carpito la mia attenzione per il titolo, che ho deciso di lasciare come titolo del post a seguire, e la provenienza: un ragazzo italiano che scrive dalla Francia, Parigi per l’esattezza.

Lascio a voi la lettura e i commenti.

A.T.

 

***

 Perché me ne sono andato?

 Fai un po’ tu.

Guarda; Guardati intorno.

Intorno a te regna la desolazione, uno squallido teatrino, con una compagnia di vecchi “topoi” che si auto-deridono davanti lo specchio, quando sono lontani dal pubblico, ma una volta in scena mostrano il meglio della loro grottesca esistenza, enfatizzando i loro ego superbi per 4 fedeli spettatori, che chiedono la replica.                                                

Ormai sono 2 anni che  vivo in Francia e da 4 vivo fuori dall’ Italia.

Tu mi dirai: “‘sti cazzi che cosa me ne importa”?

Immagino niente, infatti non sono qui per scriverti della mia vita, ma per riassumere il pensiero di quanti hanno deciso di vivere fuori dal nostro paese.

Inutile dire che da fuori, le cose si vedono con un occhio più critico, si compara la situazione attuale nel paese da cui si viene ospitati con la situazione del paese di origine e soprattutto  non si é intrappolati in una morsa di informazione eterodiretta e parziale, che ovatta il sistema cerebrale di chi non abbia mai varcato la soglia di casa, a parte che per qualche giorno di vacanza.

Sfatiamo un mito: “L’Italia é il paese dove si vive meglio al mondo?”.

Si fa presto a dirlo, ma se non si sono mai messi i baffi fuori dal confine italiano…il sistema Italia con cosa lo si paragona? Se non si conosce la politica sociale e sanitaria in Francia, o in Spagna, o in Belgio, come possiamo dire che quella italiana sia meglio? Se non abbiamo mai lavorato all’estero come possiamo comparare il livello di retribuzione, la contrattazione, i benefici sociali e gli obblighi che ne derivano con quelli italiani? Se non conosciamo il livello di integrazione sociale e il modello di integrazione utilizzato in altre parti del mondo, come possiamo fare un paragone con la nostra situazione?

A quanto sembra coloro che dall’interno del loro guscio sputano questo tipo di sentenze, si riferiscono allo stile “dolce vita”, o per meglio intenderci al famigerato Italian Lifestyle:

dieta mediterranea, auto, aperitivo, belle donne, formula 1, serie A, moto GP, mamma che cucina, a casa fino a 40 anni se tutto va bene, gratta e vinci, uno splendido sole che scalda gli animi lungo 7000km di costa che fanno invidia al padreterno, etc.

La mia risposta é “NON AVETE CAPITO UN BENEMERITO CAZZO!”

Credo che la superficialità di questa asserzione sia sconcertante, pertanto credo doverosa da parte mia un’analisi più’ dettagliata, per tentare di capire a cosa avrebbe potuto somigliare il nostro paese in un universo parallelo.

Inizio col dire che il livello di civiltà di un popolo si rintraccia nelle piccole abitudini, nei gesti quotidiani. In Francia, ad esempio, la gente quando esce dal METRO’ e imbocca le scale mobili, si divide in due automatiche e tacite file: una – quella di destra – per chi si lascia trasportare. L’altra -a sinistra – per chi va di fretta!

In Italia é un’accozzaglia immonda e se chiedi a qualcuno di spostarsi, nella migliore delle ipotesi  ti becchi un bel vaffa…!

Ma andiamo alla situazione sociale e lavorativa.

Qui in Francia la regola é il contratto a tempo indeterminato e l’eccezione é quello a tempo determinato. In 2 anni e un cambio di lavoro ho ricevuto sempre offerte con contratto a tempo indeterminato. Quando dico che in Italia questa situazione é un miraggio, spiego anche che se e quando da noi hai la fortuna di firmare un contratto a tempo indeterminato (magari dopo vari anni di lavoro per la stessa azienda), allora significa che per te è arrivato il momento di fermarti, di spegnere tutti i sogni, tenendoti il posto di lavoro ben stretto.

In Italia si parla tanto di flessibilità del lavoro e di contratti flessibili, qui in Francia invece la flessibilità esiste davvero. Paradossalmente, infatti, il lavoratore sapendo di poter trovare facilmente un lavoro con contratto a tempo indeterminato ha maggiore spinta e facoltà nel decidere di cambiare posto di lavoro, e così facendo il mondo del lavoro non si atrofizza e si crea maggiore mobilità.

Ciò fa sì che tanto la famiglia quanto il singolo cittadino percepisca la propria vita in maniera più  stabile e sicura, senza peraltro dover soffocare la legittima aspirazione al proprio miglioramento, alle proprie ambizioni.

L’integrazione sociale francese é a livelli che in Italia forse raggiungeremo tra 20 anni (sic! – ??? –).

Il colore della pelle, la tua religione, le tue scelte sessuali, non contano, conta invece la bravura, la tua passione, il merito!

Ognuno mantiene i propri costumi, i musulmani durante le pause di lavoro fanno le loro preghiere, alcuni si vestono con i rispettivi vestiti tradizionali, ma tutti seguono le regole del vivere civilmente insieme, e nessuno si sente migliore o superiore a qualcun altro per ragioni di razza e cultura, e nella stessa città puoi trovare moschee, sinagoghe, chiese cattoliche.

La sanità funziona e anche l’amministrazione pubblica: tutto é informatizzato e funziona!

Hai bisogno di una copia del certificato medico? La scarichi da internet perché il tuo medico la inserisce nel database del servizio sanitario nazionale.

Se lavori nella maggior parte dei casi hai minimo un 33% di rimborso su spese mediche e farmaci in 2 settimane dalla data di fruizione e direttamente versati sul tuo conto in banca.

La dichiarazione dei redditi la prima volta la fai con un funzionario e successivamente la puoi fare in rete da casa tua.

Fanno il possibile per incentivarti all’uso di mezzi e metodi informatizzati.

Qui, se studi per fare una determinata carriera sei quasi certo che troverai il posto che ti compete. L’ufficio di collocamento ti segue finché non ti trova un lavoro, dopodiché con cadenza settimanale, continua a spedirti a casa offerte di lavoro che potrebbero essere di tuo interesse e competenza, perché tu possa trovare un lavoro che sia il più consono possibile al tuo livello di istruzione e alle tue peculiarità professionali.

Se stai usufruendo della indennità di disoccupazione, ti propongono i corsi di formazione per poter migliorare la tua preparazione, ti sovvenzionano affinché tu li possa frequentare e, nello stesso tempo, ti propongono dei posti di lavoro.

In Italia sei un numero che serve alle statistiche sulla disoccupazione e magari dopo qualche anno con una comunicazione che spesso arriva in ritardo, ti cancellano dalle liste dei richiedenti.

Non sei seguito e se prendi la disoccupazione, nessuno si fa sentire per offrirti un lavoro o proporti un corso professionale per aumentare le tue possibilità di trovare lavoro.

In Francia un treno in ritardo é un eccezione, in Italia la regola.

La tratta Parigi-Marsiglia con il  TGV ti costa 55 euro per una percorrenza in 3h di ben 775km, … e sei sicuro di arrivare in 3 ore.

La tratta Milano-Napoli con un TAV, invece ti costa 98 euro per 5h approssimative di percorrenza di 780 km, e non saprai mai con certezza cosa potrebbe accaderti durante il viaggio.

Potrei dilungarmi ancora parecchio ma non lo ritengo necessario.

O tempora, o mores!

La rabbia deriva dal fatto che qui mi sento bene, vivo bene; qui so di poter vivere una vita qualitativamente migliore e che mi garantisca certezze per il mio futuro e un domani per i miei figli.

E tutto questo fa rabbia, sì, perché fa rabbia sapere di avere trovato casa in un luogo che casa tua non é, e sopratutto perché se qui stai bene implicitamente sai anche che dovrai scegliere di non tornare più nella tua terra, sebbene questa voglia ti seguirà sempre fino alla tomba.

Se guardo all’Italia vedo un paese schiavo di una classe dirigente inetta, di un personaggio squallido, pluri-inquisito e pregiudicato, amante della libido e assetato di elisir adolescenziali.

Uno che detiene il 60% dei mezzi di informazione, uno che giornalmente autoelogia il suo “fare” (i cazzi suoi).

Ciò che vedo è un paese in cui i tagli alla cultura, all’istruzione, alla ricerca sono diventati insostenibili, a meno che non si vogliano detenere i primati negativi nelle rispettive classifiche tra i paesi economicamente più avanzati. Quello che vedo è un paese che nel 2010, in piena campagna per il ricorso ad energie rinnovabili e pulite, progetta l’apertura di centrali nucleari.

Un paese che non é capace di prevenire alluvioni, inondazioni, frane, ma capace solo di piangerne i morti e ricostruire alla buona.

Un paese a forte rischio sismico dove si contano al massimo 10 case antisismiche in tutto il territorio nazionale, che avrebbero potuto rendere il sisma de L’Aquila molto meno importante.

Un paese che lascia crollare i beni culturali, dalla Domus area a Roma agli ultimi crolli di Pompei.

Un paese illuminato dal suo passato e offuscato dal suo gretto presente.

Un paese che in 2 anni non ha saputo fare fronte all’emergenza rifiuti in Campania, e che invece di prendere decisioni e fare programmi di risanamento a lungo termine, rimanda il problema alle prossime generazioni.

Un paese in cui a 30 anni pensi di non valere niente perché qualcuno ha rubato le tue opportunità.

Un paese in cui l’unica certezza per le nuove generazioni è che le cose potranno andare solo peggio.

Un paese in cui non farei mai crescere i miei figli (se mai ne avrò), perché mi vergognerei a dover dire loro di portaresi la carta igienica da casa a scuola.

Un paese dove l’istruzione é un optional e il grande fratello e Maria de Filippi sono il modello base.

Un paese che attira sventurati turisti per i fasti del passato, ma che non attira investimenti e capitale umano.

Un paese democratico dove il popolo non elegge il parlamento.

Un paese dove il nepotismo, il clientelismo e le raccomandazioni vengono prima della meritocrazia.

Un paese dove i tagli si fanno alla cultura e non agli armamenti, come se da un momento all’altro fossimo minacciati da qualche guerra con un paese di confine.

Un paese dello stagista a vita, che magari se fosse lui il direttore farebbe guadagnare il 20% in più all’impresa.

Un paese che da 30 anni ristagna su un tasso del 25% di laureati su tutta la popolazione.

Un paese dove le tasse le pagano solo i lavoratori dipendenti e qualche imprenditore onesto.

Un paese dove si pagano le tasse più salate d’Europa e i servizi di base forniti dallo Stato sono a livelli da terzo mondo.

Un paese che non dà occasione di esprimersi alle nuove generazioni e chi detiene il potere vuole portarselo fino alla bara.

Un paese dove ci saranno sempre più pensionati e questo significherà più finanziamenti a politiche per la terza età che per i giovani.

Un paese in cui il Presidente del Consiglio, indagato per favoreggiamento della prostituzione e di abuso su minorenni, può continuare a dire di non volersi dimettere.

Un paese in cui l’opinione pubblica non esiste, é anestetizzata, acritica, insensibile e masochista.

Un paese in cui i martiri contro la mafia precipitano nel dimenticatoio e Roberto Saviano viene considerato un traditore della patria.

Un paese dove la mafia ha dovuto mettere a soqquadro il nord perché ci si rendesse conto che non era solo un fenomeno che interessava le istituzioni e i cittadini meridionali.

Un paese in cui a Milano come a Torino si paga il pizzo.

Inutile dire che l’immagine dell’Italia nel mondo é in declino. Siamo gli zimbelli della classe, derisi dai nostri conoscenti e colleghi di lavoro, che ci ricordano che chi ci rappresenta si scopa le minorenni ed é un mafioso o qualcosa che molto ci si avvicina. Ogni qualvolta dico di essere italiano, per qualche secondo mi aspetto che qualcuno mi rida in faccia, anzi quasi me lo auguro, perché in fondo da italiano me lo merito.

Ed ogni notte prima di andare a dormire mi chiedo se mai un giorno ritornerò e a quali condizioni potrei accettare di ritornare. E mi rispondo che se non cambia la legge elettorale, se non si mette su un piano di lungo periodo di rientro il debito pubblico, se non si aumentano massicciamente gli investimenti in ricerca, scuola e università, se non si fa qualcosa per aumentare la competitività delle imprese, se non si punta veramente ad una lotta efficace alle mafie dei colletti bianchi, se non si punta con decisione al recupero e alla valorizzazione dei beni culturali, se non cambia lo scenario lavorativo, se non si accettano le differenze culturali che fanno grande un paese, mi dovrò accontentare di ritornarci sporadicamente in vacanza, anche se vivrò per sempre con una spina conficcata nel mio italico cuore.

Salvatore Macri’

Parigi 22.01.2011

Lettera a tutti i miei genitori

Care mamme,

Cari papà,

Siccome sono lontano, vi pensavo.

Vi pensavo con freddezza. E non per mancanza d’amore, ma per quel senno di poi che involontariamente ho ereditato crescendo, mentre un varco spazio-temporale si intrometteva silenziosamente tra i nostri percorsi, intercettandoli. È così che vi siete incurvati un po’ alla volta ad ogni mio nuovo pelo di barba o capello bianco, gli uni quasi all’insaputa degli altri, se non fosse per quelle poche occasioni in cui quel varco si restringe momentaneamente in un breve abbraccio che accoglie ed allo stesso tempo congeda.

Pensavo che se io ho all’incirca trent’anni, voi dovreste averne in media tra cinquantacinque e sassantacinque. E pensavo che se ciò è vero, nel fatidico biennio 1968-70 avevate tra i quindici e i venticinque anni. Eravate degli adolescenti, dunque, o dei giovani adulti quando, assieme ad altri giovani e meno giovani, scoprivate il mito della libertà, l’etica dell’uguaglianza, il governo di una autentica democrazia, il potere e la responsabilità del singolo individuo nei confronti della società a cui appartiene, il corpo nudo, Woodstock, il comunismo e la musica rock, i Beatles e i Rolling Stones, gli acidi e l’ LSD, i Pink Floyd e la cultura psichedelica, i diritti del popolo. Eravate più giovani di me mentre lottavate e morivate davanti le scuole e le Università, quando vi avventavate contro i cordoni di poveri poliziotti poveri due volte, quando votavate il PCI e quando smettevate di votarlo. Eravate più o meno miei coetanei sotto il palco di Berlinguer, oppure accalcati in via Caetani dietro i fascioni della polizia. Poi, un giorno, all’improvviso, avete smesso di esserci.

Cosa è accaduto? Dove siete andati?

Cari papà, avevate quarant’anni quando il muro di Berlino cadeva dagli schermi delle TV accese a cena, mentre le vostre mogli mi accudivano come si fa con i bambini di sette anni. Ne avevamo tutti cinque in più quando a Palermo scoppiavano le bombe mentre a Roma piovevano le monetine sulle teste calve di ex presidenti che avevate votato, mentre nuovi presidenti facevano alleanze con i pochi rimasti al di fuori delle camere d’interrogatorio, con le porte chiuse in faccia ai giornalisti in fila e le persiane abbassate sulla folla sotto le finestre a strillare. Poi, un giorno, all’improvviso, avete smesso di esserci.

Cosa è accaduto? Dove siete andati?

Cari mamme e papà, oggi avete tra i cinquanta e i sessant’anni e non ci siete. Non ci siete perché non ne avete più la forza, oppure perché siete dall’altro lato e di sotto alle vostre finestre non è rimasto più nessuno. Nemmeno i vostri figli, troppo stanchi e troppo soli, ad aspettare.

Cari mamme e papà, se mai vi capiterà di sfogliare i vostri ricordi come un vecchio album di foto, fatelo chiedendovi cos’è che manca, cosa è accaduto, dove siete andati. Poi, trovate le risposte, restatevene un poco in silenzio, assaporandole come un whyskey d’annata e, in silenzio, per favore, toglietevi dai coglioni.

Con immenso affetto,

Vostro figlio.