Lettera aperta

Carlo Tosetti, I custodi della lingua

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Leggo l’intervento di una notissima e (doverosamente) celebrata poetessa, la quale esorta il poeta al cambiamento, inteso come l’aprire gli occhi al mondo rotolante, in cambiamento rapido; indica la funzione sociale e intellettuale della poesia, a ragion veduta ricordando che, a differenza di quanto si è portati a pensare, la poesia abbia una capacità comunicativa più efficace della prosa. Con silenzi e salti logici, con un discorrere la cui frammentazione è solo apparentemente criptica, raggiunge direttamente il profondo dell’individuo. Al contrario di quanto la logica imponga, saltare a piè pari la mediazione della ragione porta i messaggi al cuore; questo è un tema assai noto, antico e che richiederebbe una lunga e articolata trattazione.
Indica, allora, la poetessa, dei temi chiave del nostro tempo, territori da battere, i quali, senza alcun dubbio, sono i perni di accesi dibattiti e tensioni socio-economiche e politiche: lo straniero, l’estraneo, il diverso. Sono anche, malgrado la tragicità degli avvenimenti, il nuovo oppio del popolo.
In sintesi, invita il poeta a non compiere l’arte per l’arte, a non arroccarsi nel castello del custode della lingua.
Ebbene, tutto questo può essere condivisibile: gli argomenti da lei citati sono di capitale importanza.
Inoltre, è tristemente palese la lacuna dell’intellighenzia italiana: Pasolini (per andare subito al sodo) è un modello di intellettuale ormai estinto. Non mi riferisco ai contenuti, alle posizioni, ma al suo esporsi, al suo stimolare la riflessione.
Noi non abbiamo un Sartre, in testa ai cortei degli studenti. Abbiamo “soltanto” Saviano, il quale (piaccia o meno) si colloca nella categoria dell’intellettuale attivo (versione 2.0).
È manifesto che la società abbia un disperato bisogno di educazione; gran parte delle argomentazioni, la cui scaturigine si annida nel mondo politico e sommerge, come alluvione, la “bassa” società, possiedono sguardo limitato, che scruta a pelo d’acqua, e, ancor più grave, basti pensare come le riflessioni articolate generino – soprattutto nei giovani – noia insopportabile, avvezzi come sono all’argomentare vuoto e puramente “sloganistico”, sdoganato anzitutto dai politici oggi in auge (a prescindere dai colori delle casacche: Renzi ne è la summa, avendo ben assimilato la lezione del decano dei maestri italiani, Silvio Berlusconi).
Ciò che mi lascia perplesso, è il concetto di “custode della lingua”.
Il poeta dovrebbe essere, anzitutto, il custode della poesia, atto artistico che si compie per il tramite della lingua.
Mi sarei aspettato, da una personalità così eminente e stimata, quindi influente, l’invito accorato a trattare, sì, temi scottanti ed attuali, ma restando custodi della poesia.
Questo perché la poesia, oggigiorno, vive un’ammorbante omologazione e nell’invito a confluire su temi precisi, se da un lato si veicolerebbe il tentativo di erudire alla sensibilità, dall’altro si rischierebbe ancor più di favorire l’appiattimento del verseggiare.
Volendo provocare, potrei affermare che l’omologazione poetica si nota senza neppure bisogno di leggere i componimenti, basta gettare uno sguardo alla “forma”.
Ci sono immensi eserciti di epigoni dei grandi nomi: questa è la poesia di oggi e questo, perdonate l’arroganza, lo vivo.
Ogni poeta, sia ben chiaro, ha il pieno diritto di esprimersi in base al proprio sentire, al proprio vissuto. Ogni poeta ha il pieno diritto di avere i propri riferimenti, ma lo smantellamento del canone, paradossalmente, ha prodotto omologazione.
È questo un meccanismo psicologico conosciuto, che travalica i confini della poesia. Per infrangere le regole, prima le si deve praticare. Questa è la via verso il nuovo e sottintende come la rigidità, negli audaci, generi elasticità.
Allora, dalla mia defilata e umile posizione, mi permetto di aggiungere una nota all’articolo in questione: poeti, siate anzitutto i custodi della poesia. Affrontate i temi di tragica attualità, cercate di svegliare gli animi sopiti, accecati, ma fatelo attraverso la poesia, che – per quanto si possa discettare intorno all’argomento – non è la prosa infarcita di inconsulti “a capo”.
Non me ne voglia la poetessa, la quale gode di tutta la mia stima (per quanto possa valere): forse, per giungere a questo, è necessario tornare ad essere custodi del linguaggio, perché da questo ruolo, a mio avviso, purtroppo la poesia si è spogliata da tempo.

Carlo Tosetti

Goliarda Sapienza, tra Sicilia e continente

Questo testo di Alessandra Trevisan è frutto dell’elaborazione di quanto espresso durante la conferenza omonima all’interno della rassegna © «Ottobre poetico 2017» curata da Fabio Michieli per il Comune di Cavallino-Treporti (VE).

L’aver intrapreso lo studio dei testi di Goliarda Sapienza, che prosegue da oltre sei anni, ha molto mutato il mio approccio critico antecedente. Va da sé che tutto il lavoro svolto sinora proprio su «Poetarum Silva», insieme a Fabio Michieli (che qui si è occupato dell’autrice) e a tutta la redazione, ha modificato, nel tempo, il mio modo di scrivere. La ragione per la quale ho scelto quest’autrice molto diversa da me è triplice; Goliarda Sapienza mi ha messa ‘in crisi’ sin dalla prima lettura de L’arte della gioia, e posso dir d’aver iniziato da subito insieme a Fabio a leggere i suoi libri e la critica prodotta su di lei. Era il 2010. In quel momento c’era una grande attenzione da parte del pubblico ma anche da parte dell’accademia nei confronti delle sue opere; si stavano iniziando a pubblicare i volumi postumi di cui dopo parlerò. Quando parlo di “crisi” intendo che non ho trovato, da subito in Sapienza, un’appartenenza; c’è voluto del tempo per individuare quegli elementi critici che mi spingevano verso di lei con passione. Spesso nel mondo della critica la sovrapposizione tra biografia e letteratura ha portato a un’identificazione critico-autore che io invece non sentivo. L’attrazione nei suoi confronti non mi era del tutto comprensibile rispetto a quella che avrei potuto nutrire per altre scrittrici. Poi ho capito che il suo coraggio intellettuale è stato un grande motore per me: il coraggio di essere schietta, di dire ciò che ha detto senza badare alle conseguenze. Ciò mi è servito in Una voce intertestuale: riuscire ad evidenziare punti d’interesse trascurati, nodi di cui non si era occupato nessuno, fornendo anche nuove interpretazioni dei testi. Ma il suo coraggio è stato soprattutto “vitale”, come lo è quello da lei trasmesso nell’arte attoriale. La sua fu un’esposizione artistica dal vivo, cosa che riguarda anche la mia vita come cantante e sperimentatrice vocale.

Un terzo aspetto che si è rivelato sin da subito nella sua opera è quello della ‘realtà’; mi è sempre sembrata un’autrice lontana dall’immaginazione. Tutto ciò che ha scritto è fortemente autobiografico ed è vero; c’è poca mediazione tra il vissuto e il narrato. Poi, negli anni, credo d’aver assunto una posizione ambivalente rispetto a questo nodo – una parte della critica odierna tenta una continua attinenza tra biografia e critica, non sempre appropriata secondo me. Eppure, questo continuo sguardo sulla realtà ha trovato significato anche nel mio fare artistico personale, nel mio modo di scrivere e fare musica, secondo diverse forme. La voce, in effetti, che ho posto la centro come “tema” della monografia per La Vita Felice, non solo mi riguarda ma è un aspetto cruciale per leggere Sapienza.

Nell’affrontare la proposta “tra Sicilia e continente” – rispetto ad altre studiose tengo a precisare che non mi sono mai davvero occupata dei luoghi – si può avere un punto d’inizio complesso, che tocca diversi livelli di difficoltà che tenterò di sviscerare.

Partendo da tre parole chiave tracciamo il percorso nella proposta; esse sono: paesaggio, luogo e spazio. (altro…)

LETTERA APERTA DI UN CITTADINO AL SEGRETARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO, PIERLUIGI BERSANI

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Gentile segretario Pierluigi Bersani,
chi Le scrive è un semplice cittadino Suo elettore, accorto e memore di quanto la storia di questo Paese gli ha riservato nella sua politicamente trista esistenza. A mano a mano che si rincorrono voci, senza smentite, intorno alle strategie che Lei sta mettendo in atto al fine di eleggere il nuovo Presidente della nostra Repubblica, aumenta il mio disgusto nei confronti della modalità strategica e tattica del partito per cui ho votato e che Lei guida.
Non Le è sufficiente che lo schieramento, sfrangiato e convulso, del Movimento 5 Stelle proponga un nome che, se non erro, ha ricoperto la carica di presidente del partito in cui affonda le sue radici la formazione di cui Lei è attualmente, transitoriamente e ancora per poco leader? Sul nome di Stefano Rodotà convergono non soltanto consensi, ma anche speranze, da parte di chi sa riconoscere la limpidezza e l’autonomia di giudizio, la tutela dei valori costituzionali, l’etica personale fattasi pubblica, l’assoluta assenza di ambiguità, la marcata esperienza personale. Lei si ostina a trovare un accordo così detto “di larghe intese”, escludendo a priori la possibilità che le larghe intese si facciano con un movimento che rappresenta un terzo dell’elettorato italiano e che urla il suo disagio rispetto proprio ai tatticismi e alle trovate old style in cui Lei si sta rivelando magistrale, come il Suo referente più vicino, Massimo D’Alema. E’ abbastanza scandaloso che, al netto di qualunquismi a cui, in quanto intellettuale, non partecipo, ci si ritrovi a ragionare intorno a ex socialisti antiabortisti che effettuarono un autoritario e per nulla autorevole prelievo forzoso e diretto dai conti correnti degli italiani, oppure a una figura angosciantemente legata a un passato che il popolo dei Suoi votanti rigetta come scarto dell’ultima rovinosa stagione democristiana.
Che Lei non chiuda da subito la partita sul nome di Stefano Rodotà è una ragione di più per astenersi dal votare il partito che Lei, tra qualche mese, fortunatamente o meno, smetterà di guidare, e rispetto al quale lascia tuttavia una premessa imprescindibile: una sorta di angoscia e ambizione corrosiva che si esplica in ritologie asfissianti e ormai postume. La Sua figura esprime talvolta una rudimentalità simpatica, spesso invece una abominevole consustanzialità con tecniche che non hanno nulla dell’avanguardia sociale e sono bensì votate a esprimere una sentenziosità reazionaria e stomachevolmente imbelle. Si legge secondo i segni di un qualunquismo, che appartiene a segretari che L’hanno preceduta alla guida del partito (mi riferisco al signor Walter Veltroni), la consultazione di parti sociali sincronica a quella dello scrittore Roberto Saviano, non interpellato quanto alla cultura, della quale il partito è evidente non sa che farsene, bensì quanto alla legalità, con mossa apparentemente furbetta e invece patentemente populista, generica, superficiale e dannosa. Spiace per Lei e per i Suoi ragionamenti che una parte della popolazione non sia così intrusa di feltro nei lobi cerebrali da non capire le strategie di sopravvivenza che Lei e i Suoi alleati interni di partito state mettendo in atto.
Le chiedo di ravvedersi, di ascoltare i Suoi alleati, di compiere una scelta che non ci faccia morire democristiani e berlusconiani, di arrischiare un atto di coraggio che i Suoi simpatizzanti realizzano in carne e ossa e sangue ogni dì, mentre i Suoi vicini di scranno no: scelga il nome di Stefano Rodotà e dia una prospettiva di futuro a questo Paese stremato e indocile, bellissimo e assai contestabile, inquieto e a suo discapito tragico.
Cordialmente,
lo scrittore Giuseppe Genna