Leonardo Di Caprio

Revenant/Redivivo: amore, sopravvivenza, vendetta (di Nicolò Barison)

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Revenant/ Redivivo: amore, sopravvivenza, vendetta

Nord Dakota, inizi del XX secolo. Il cacciatore di pelli Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) fa parte di un numeroso gruppo di soldati americani, che, dopo essere stato attaccato e decimato dagli indiani Ree, si ritrova a dover abbandonare le pelli per raggiungere il fortino a piedi, fra nevi e monti inospitali. Glass, sulla via del ritorno, viene però attaccato da un orso che lo ferisce gravemente, riducendolo in fin di vita. Alcuni compagni rimasti a vegliare su di lui decidono di abbandonarlo al suo destino. Hugh elaborerà un piano di vendetta nei confronti di coloro che lo hanno tradito.

Parzialmente ispirato alla storia vera del cacciatore di pelli Hugh Glass e basato sull’omonimo romanzo di Michael Punke, Revenant – Redivivo è il maestoso ritorno, a distanza di un anno dal pluripremiato Birdman (vincitore di 4 premi Oscar fra cui miglior film e miglior regia) del talentuoso regista messicano Alejandro González Iñárritu (Amores Perros, 21 Grammi, Biutiful). I primi 30 minuti della pellicola sono da antologia (la battaglia con gli indiani, la fuga e la scena dell’orso) e basterebbero già per renderlo eccezionale. Nelle restanti due ore Revenant – Redivivo è capace di mantenere la tensione alta senza perdere ritmo, mostrandoci la dura lotta per la sopravvivenza del povero Leonardo DiCaprio, il quale si trova, solo e moribondo, fra le nevi dei monti del Nord Dakota. Glass è mantenuto in vita dalla sete di vendetta, proprio come il Conte di Montecristo. Procedendo faticosamente fra avversità naturali e incontri più o meno fortunati, compirà anche una vera e propria rinascita spirituale, tema tanto caro a Iñárritu (vedi su tutti il personaggio di Javier Bardem in Biutiful). Il film è composto da un’infinità di echi e suggestioni. Ai temi conradiani, al cinema di Terrence Malick, indubbiamente, ma anche e soprattutto a quello di Werner Herzog.  Il travagliato rapporto tra Uomo e Natura che permea quasi tutte le opere di Herzog si può ben ritrovare nel film di  Iñárritu, che ci catapulta dentro la natura selvaggia, misteriosa e inesplicabile.

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Solo 1500 n. 83 – Django unchained (il critico e il tifoso)

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Solo 1500 n. 83 : Django unchained (il critico e il tifoso)

Django è un film fatto benissimo, questa è la prima cosa da dire. La seconda cosa da dire è che Quentin Tarantino fa film alla vecchia maniera. Usa ancora la pellicola, gira con una sola macchina da presa, nessuna apparecchiatura elettronica sul set (su questo Samuel L. Jackson: qui). Quentin, per come la vedo io, è il cinema. L’unico che riesca a fondere più generi. Tutto dispiegato sul doppio filo del dramma e della commedia. Cos’è Django? Un omaggio agli spaghetti western, un film contro il razzismo, un film sulla vendetta, un film su un eroe solitario che salva il mondo, un film sul senso di giustizia, una storia d’amore. Certo, è bellissimo, retto da una fantastica fotografia, inquadrature e dialoghi mozzafiato, battute strepitose, attori bravissimi (Waltz e Di Caprio su tutti) e una colonna sonora da urlo. Django è la conferma di come Tarantino non abbia più bisogno dello splatter (passo in avanti che personalmente avevo notato anche in Bastardi senza gloria), l’aspetto fumettistico – le esplosioni di sangue e violenza esistono solo se funzionali al racconto (per Django: i cani che sbranano lo schiavo che tenta la fuga e il combattimento a morte dei due Mandinghi sul tappeto di Di Caprio) – emerge, ad esempio, soltanto nella mega sparatoria dove il pomodoro torna padrone per pochi minuti. Nella mia classifica personale di gradimento Tarantiniano lo metto appena dietro Pulp fiction, ma solo per motivi affettivi. Quentin che sa colpirti al cuore fino ai titoli di coda, sparandoti nelle orecchie Trinità.

(c) Gianni Montieri