Lello Voce

Nasce Argolibri (comunicato stampa)

 

NASCE ARGOLIBRI, IL NUOVO MARCHIO EDITORIALE DELLA RIVISTA ARGO A 20 ANNI DALLA SUA FONDAZIONE. TRA LE PRIME PUBBLICAZIONI: OPERE DI CORRADO COSTA, TESTI DI ANTONELLA ANEDDA E MARIANGELA GUALTIERI, E, NEL 2020 IL LINGUAGGIO ALIENO DI JACK SPICER E LA MIGLIORE POESIA EUROPEA.


SI RINNOVA ANCHE LA STORICA RIVISTA CON IL NUOVO MAGAZINE ONLINE, NELLA REDAZIONE ANCHE IL POETA E CRITICO LELLO VOCE.

Nasce Argolibri con una serie di opere irriverenti e illuminanti: scritti e disegni di Corrado Costa tratti dalla rivista satirica «Il Caffè letterario»; poesie di denuncia nate in un reparto psichiatrico e patrocinate dal movimento basagliano “Le parole ritrovate”; i sonetti protofemministi di Leonora della Genga e di altre grandi poète del Trecento in dialogo con Antonella Anedda e Mariangela Gualtieri; un trittico di Jack Spicer che si chiude con le sue 15 false proposizioni contro dio, dettate dai marziani,  in cui l’autore statunitense, già tradotto da Argo (After Lorca, premio Benno-Geiger 2018 per la traduzione), pone le basi per quell’etica poetica descritta dal verso «poeta, sii come dio».
Argolibri partirà con le seguenti collane: Talee, piccole gemme introvabili ma necessarie, curata da Andrea Franzoni e Fabio Orecchini; Fari, dedicata alle opere illuminanti e curata da Valerio Cuccaroni; Rizomi, dedicata ai nuovi media e curata da Giulia Coralli; Territori, dedicata alle monografie della rivista e curata da Rossella Renzi.
Argolibri nasce dalla ventennale esperienza editoriale di Argo, “una delle migliori riviste letterarie indipendenti d’Italia” («Il Libraio», 6/10/2017), fondata nel 2000 all’Università di Bologna sotto l’egida del compianto Guido Guglielmi. E nel 2020, per festeggiare i suoi 20 anni, uscirà per i tipi di Argolibri il numero 20 della rivista dedicato alla migliore poesia europea, realizzato in collaborazione con Alberto Bertoni, poeta e docente dell’Ateneo bolognese.
In occasione della nascita di Argolibri inizierà anche la nuova serie della rivista Argo e il nuovo magazine elettronico http://www.argonline.it, diretto da Marco Benedettelli (direttore responsabile) e Andrea Capodimonte (caporedattore); quest’ultimo coordinerà una redazione composta da antropologi, architetti, artisti, letterati, tra cui la celebre firma del poeta e critico Lello Voce.
Il giorno previsto per il lancio congiunto è il prossimo 3 Giugno.
Argolibri è un marchio editoriale dell’impresa creativa Nie Wiem, casa editrice della rivista Argo e organizzatrice del poesia festival La Punta della Lingua, co-diretto da Luigi Socci e Valerio Cuccaroni, e del film festival Corto Dorico, co-diretto da Daniele Ciprì  e Luca Caprara.
Parte dei fondi necessari per avviare Argolibri derivano dal contributo della Regione Marche ottenuto da Nie Wiem per aver vinto il bando per l’editoria 2018; a sostegno ulteriore delle attività ci saranno i lettori e gli appassionati che da sempre seguono la rivista e co-finanziano le pubblicazioni di Argo, in passato accompagnate da case editrici come Pendragon e Gwynplaine, e che ora, formalizzando la propria indipendenza e unicità, diviene editore.

Irruzioni Festival 2018, il 4, 5, 6 e 7 aprile a Padova

 

Torna a Padova il 4, 5 , 6 e 7 aprile 2018 Irruzioni. Festival diffuso di peripezie urbane. Musica, poesia e arti performative invadono la città.
A cura di Associazione Voyager – Evento Facebook

*** Mercoledì 4 Aprile ***
16.00 – 17.30 Inaugurazione mostra itinerante “Opere in vetrina” – Via Belzoni
Mostra artistica diffusa di opere inedite a tecnica mista sul tema della distanza realizzate dagli studenti dell’Istituto Statale d’Arte Pietro Selvatico – Padova. Gli spazi espositivi saranno le vetrine, i muri, le colonne, i portici di via Belzoni. Partendo dal Liceo Selvatico, l’inaugurazione itinerante sarà una passeggiata esplorativa delle opere in mostra, alternata da letture multilingue a cura del collettivo Paris Lit Up.
Evento realizzato in collaborazione con Associazione Progetto Portello e Liceo Artistico Pietro Selvatico.

18.00 – 19.30 Incontro: La distanza immaginata – Centro Universitario di via Zabarella
Un primo momento di riflessione sulla distanza (fil rouge di #Irruzioni18) con i professori dell’Università di Padova Adone Brandalise e Luca Illetterati. A partire dalla definizione di “altro” e dalle separazioni e distanze che determina, si affronterà la necessità dialettica e creativa del vicino e del lontano, andando poi a confrontarsi sulla sovrapposizione di prossimità e distanza che colonizza la vita quotidiana delle società complesse, sulla stessa possibilità di un’immaginazione che trascenda le distanze fisiche, simboliche e culturali fra l’umano e gli umani.
Modera: Vincenzo Romania.

19.00 – 20.00 Limoni – Mostra di tavole originali e presentazione – Al Buscaglione
Il fumetto “Limoni- cronache di quotidiane resistenze sentimentali” di Emanuele Rosso (Coconino Press) dialoga con Alice Oceanicmood Neglia di Cipria. Racconta l’amore dei trentenni ai tempi di Tinder, quello di una generazione disorientata, tecnologizzata e precaria, in preda ai dubbi esistenziali tipici dell’età ma in un contesto attuale dove tutto è mutato. Passando in maniera acrobatica dallo smart phone a David Foster Wallace, Emanuele Rosso traccia con grande ironia il ritratto, divertito e amaro, delle dinamiche amorose dei ragazzi di oggi.
Al Buscaglione ospiterà la mostre di alcune tavole originali che verranno inaugurate con l’autore.
A seguire DJ set by Midori. Evento realizzato in collaborazione con Treviso Comic Book Festival e Clab Casale Lab

20.00 – 21.00 Spettacolo “Di lontano si confondono” – Auditorium Centro Culturale Altinate San Gaetano
Performance di musica, poesia e video arte ideata e realizzata dai partecipanti al bando “iniziative culturali e tempo libero proposte dagli studenti dell’Università di Padova”. Sul palco dell’auditorium le giovani voci si esibiranno accompagnate da sonorizzazioni improvvisate e immagini catturate e montate dagli stessi protagonisti.

21.30 – 23.30 Poetry Slam – Semifinale regionale LIPS – Fistomba Social Park
Una manciata di minuti e un microfono per i sei poeti in sfida. Se le daranno forte, a suon di versi, sul palco: Marthia Carrozzo, Nicolas Cunial, Eugenia Galli, Silvia Salvagnini, Luigi Socci, Julian Zhara.
A coordinare il tutto ci sarà un EmCee d’eccezione: Lello Voce.
Il vincitore della sfida di Irruzioni 2018 avrà accesso alle finali venete. (altro…)

Prova d’inchiostro e altri sonetti, Mariano Bàino (Nota di Enzo Rega)

Mariano Bàino, come scrive Andrea Cortellessa in quarta di copertina di Prova d’inchiostro e altri sonetti, Nino Aragno Editore, 2017, era nel Gruppo ’93 – del quale ha fatto parte, dirigendo tra l’altro la rivista “Baldus” con Biagio Cepollaro e Lello Voce –, «l’anima più colta e ludica, la più acrobatica e pure, però, la più melanconica.» Cifra quest’ultima che resta – sempre Cortellessa – caratterizzante ancora oggi.

Alla poesia Bàino torna a quindici anni di distanza da Amarellimerick (Oèdipus, 2003), dopo un lungo silenzio editoriale ma non creativo, perché, a fasi alterne nel lungo arco di tempo, ha lavorato alle sezioni che compongono questo libro mentre andava pubblicando i libri in prosa. E vi torna con la forma chiusa del tradizionale sonetto, rivisitato alla sua maniera: la forma chiusa come “riparo” alla Caproni, mette in evidenza lo stesso Cortellessa. E Francesco Muzzioli, in una recensione-saggio (Bàino e il sonetto come “prova di sopravvivenza”, in “Malacoda”, n. 9, ottobre 2017), ritiene che questa scelta sia compiuta non solo per la «sazietà di un verso libero ormai ridotto a portata di blog e stremato da un uso comune della lirica come diario in versi, ma anche con la convinzione di voler saggiare la resistenza di modi fin troppo costituiti.» Bàino stesso nei “pensieri spettinati” (come li chiama) posti in Nota chiarisce che «a fronte dei vari boom della poesia come status symbol e autopromozione narcisistica» abbia «sempre sentito il bisogno della mediazione tecnica, della probità artigianale» (p. 84). Nel tempo che ha impiegato per decidersi a chiudere il libro, nota sempre l’autore, si sono attenuate le dispute su verso libero e neometricismo. E riprende l’osservazione di Montale secondo la quale è poco interessante la contrapposizione tra forme aperte e chiuse, perché non esiste poesia senza artificio. Possiamo notare che già nel 1975, all’uscita dell’antologia intitolata Il pubblico della poesia, curata dalla coppia Berardinelli-Cordelli, si imputava il basso livello di certa poesia di quei tempi in alcuni casi proprio all’abbandono delle forme consolidate dalla tradizione per seguire una «disorientante molteplicità di ispirazioni e linguaggi» (dalla quarta di copertina della nuova edizione ampliata: Castelvecchi, 2015). Quella che all’epoca appariva una liberazione da schemi consunti, a posteriori sembrerebbe rivelarsi – per qualcuno – come la matrice di futuri guasti nella direzione di un permissivismo formale appiattente. Da qui il bisogno del recupero di certe forme chiuse che, si badi bene, non è solo odierna. Bàino stesso cita un Fortini, per il quale l’inautentico (la forma) fonda l’autentico, o l’uso ironico della forma sonetto da parte di Sanguineti, o Raboni che è contemporaneamente per e contro il sonetto. E poi Ungaretti, Pasolini, Caproni con la «disperata tensione metrica.» E possiamo aggiungere la poesia ininterrotta di un Edoardo Cacciatore con le sue varie forme chiuse: ricordiamo proprio, come titolo, La puntura dell’assillo. Cinquanta e un sonetto (Società di poesia, 1986). (altro…)

da “Soda caustica. Poesie per il centenario del Terremoto del 1915”

di Dimitri Ruggeri Di Nella

dimitri immagine

[Le poesie di Soda caustica celebrano l’anniversario di un evento drammatico tornando a cercare nei versi i lineamenti di alcune delle vite il cui destino vi venne a sfociare. Il linguaggio è percorso da una corrente di passione e di pathos che a volte lo fa impennare in forme auliche e desuete. Ma per lo più segue da vicino con partecipazione i paradossi e le singolarità cui ciascuno fu improvvisamente posto di fronte, raccontando vicende e ricostruendo atteggiamenti con una singolare vitalità. Il taglio corale che risulta dall’intreccio di storie fa sì che il libro si trasformi in monumento, e rappresenti così una particolare declinazione sociale e pubblica della voce di un poeta.
Alessandro Fo]

Morto per un asino

Guarda l’occhiale con le montature in oro!
Ha le lenti frantumate come un rosario.
Volevi fuggire in groppa al tuo nobile ronzino?
Peccato! Ti è finita la trave addosso!
Volevi fuggire in groppa all’infaticabile asino del tuo servo?
Peccato!
Non fu casuale la zoccolata
che ti arrivò memorabile sul già fracassato naso.

Morto per il terremoto?
No!
Morto per un asino!

.

Baracche

Baracche risorte tra stracci squassate
su cave e muraglie stanno adunate:
è guazzo mortale!
Il prete s’arrende alle tende ammainate.

S’aspetta chiunque qui possa posare:
vanghette e zappette.
Innanzi, aiutare!

Puntella il geniere
a esplodere in cielo il buio tacere.
Recinge l’adunca dimora il ferroviere.

Un vagone scuoiato a morte risuona
e la neve, non lontana, la morte sorvola.

.

Soda caustica

La soda caustica gorgheggiò
su ogni corpo,
spazzato via come un rifiuto decomposto
che ottura lo scarico della fogna.

Poi l’acqua tornò a muggire
senza trovare impedimenti organici.

Scovò, come ristoro, la soffice neve di gennaio
sui cumuli delle mansuete onde bianche del Cocìto.

Sembrava di stare sulla Luna,
benedetta dall’Angelo stigio,
popolata anch’essa da extraterrestri bianchi
ubriachi della vita e della morte ballante.

.

Donna Marisa

Donna Marisa,
indomita donnaccia di tutti, guaì dal piacere.
Il suo ultimo piacere frutto del dovere.

Dovere di puttana.

Si appallottolava le calze bucate dal verde cotone delle coperte.
E Marcello, col busto dalla fatica di garzone trasparente,
uscì dalla porta incernierata con la sua ultima notte
imprigionata nella pattina rattoppata.

Il suo ultimo piacere era frutto del dovere.
Dovere di puttana, reietta e dimenticata.
Donna Marisa.
O mia puttana!
Io ti amo ancora!
Dove hanno interrato la tua sottana?

.

Noè

Sono tutti morti.
Tutti.
Persino quel passero infreddolito
che dormiva sul tetto e scattava ritto
quando, la mattina, mi stridevano le corde vocali
per i miei gorgheggi canterini.

Neppure quei paffuti piumettini
sono saltati sull’arca di Noè!
Noè ma dove eri tu?
Sei morto anche tu?
Qui non si è salvata neppure l’infima bestia.

.

Il culo della Terra

Non doveva essere niente male quel giorno
(per morire).

Volevi soffocarti con nubi e vapori pestilenziali scampati dall’Ade?

Sul silenzioso Velino, gli anziani braccianti si ritirano per morire.
Sappilo.

Osservavi da lontano la terra che inghiottiva i tuoi cani, i tuoi amici e i tuoi figli.
Che morte facesti!
Nessuno ti pianse.

E invece di addolorarti ridevi per esserti sbarazzato del mondo!
E ti accendevi un sigaro esplosoti in bocca
per semplice inalazione del gas corvino,
nato dal culo della Terra che il tutto vibrava.

Il libro è interamente scaricabile seguendo questo link: http://goo.gl/m8G7sA

Interviste credibili # 5 Lello Voce

(Intervista realizzata tra il 10 e il 20 agosto nonostante il caldo)

***

Ciao Lello, comincio con tre piccole domande di servizio. Lo sapevi che in zona Pescheria a Treviso i cani non possono passare nemmeno col guinzaglio?

No, caro Gianni, non ne sapevo nulla e comunque vedo che i cani passano e spassano dove gli pare, qua in città. Anni fa, quella bella lana del Sindaco Sceriffo, Gentilini, il leghista tutto d’un pezzo, famiglio dei neo-nazisti e dei cattolici più integralisti e intolleranti, provò a fare qualcosa del genere per davvero, proibendo, per presunta igiene, ai cani di transitare in centro (ovviamente, pur volendo, come avrebbe fatto a proibirlo a gatti, colombi, sorci, ecc…), condannando così molti di loro a una sorta di ‘arresti domiciliari’; ma ci fu una mobilitazione spontanea, e trasversale, dai pochi punkabbestia alle siorette con barboncino figo , tutti andarono in piazza, quattrozampe compresi e abbaianti, e lo Sceriffo dovette fare una precipitosa marcia indietro. Si può dire che sia stata l’unica lotta vinta davvero dall’opposizione contro la Lega, qua a Treviso, da decenni. Viste le attuali condizioni della Sinistra locale, in attesa delle elezioni, forse alle primarie del PD farebbero bene a far presentare un terranova, o un cocker, così si rischia di vincere.

In che Stato siamo ridotti?

In uno stato di anarchia e abbandono, in uno stato entropico, direi… Un anarchico come me sa bene che l’unico a praticare l’anarchia, oggi, è proprio il potere e i suoi rappresentanti. Per dirla più seriamente siamo al centro di una crisi sistemica e nessuno di noi ha la minima idea di come fare a venirne fuori prima del crack down definitivo, forse semplicemente perché non c’è alcuna soluzione prima del crack down, ahimé… L’Italia poi (anzi l’Ytaglia, come diceva Emilio Villa) è da sempre un laboratorio del peggio, in Europa, dunque c’è poco da farsi illusioni, temo.

Siamo entrambi napoletani che vivono al nord, qualcuno direbbe “un classico”. A tal proposito volevo chiederti (al di là dei luoghi comuni) qual è la fortuna di essere nati a Napoli e, dopo molti anni, cosa resta di quel privilegio?

Napoli è una forte identità, il rapporto con radici ben strutturate, la coscienza innata che il melting pot è l’unica reale dimensione della società (e direi dell’arte). Anche quando essa si industri a negarlo. Essere napoletani è una fortuna, proprio perché il napoletano sa bene che essere napoletano non significa nulla…

Quanto è contata (e conta) nel mondo della letteratura italiana una figura come quella di Antonio Porta? Quanto è importante per te?

Porta è una figura importantissima. Io non l’ho mai conosciuto personalmente, tranne per un fugace incontro negli Ottanta, al Portnoy di Milano, dove mi aveva invitato a leggere, e per il breve periodo nel quale abbiamo condiviso temporalmente quest’attività ho fatto piuttosto l’esperienza delle sue aperture agli ‘innamorati’. Dunque per apprezzarlo davvero ho dovuto aspettare, leggerlo a lungo, scoprirlo. Pur non essendo mai stato un pasdaran della Neoavanguardia (amavo, ed amo molto figure eretiche come Villa, Costa, Vicinelli, Spatola, ho avuto rapporti intensi sia con Fortini che con Zanzotto), per altro verso Porta mi sembrava quello che aveva sancito l’addio alle armi dello sperimentalismo e legittimato figure di nuovi poeti che sentivo molto lontani da me, sentivo più vicini Pagliarani, o Balestrini, o Giuliani, tanto per esplicare semplificando… Oggi la vedo in modo piuttosto diverso, la sua scrittura, la sua acribia critica, la capacità di guardare alla realtà poetica senza paraocchi, le sue intuizioni a proposito dell’importanza della ‘voce’ in poesia, me lo fanno apprezzare molto. Lo considero un maestro

Parliamo un po’ del Poetry Slam. Stabilita l’importanza che ha, avuto e che potrà avere, come  strumento di diffusione della poesia attraverso l’oralità e quindi come “certificatore” dell’esistenza  ( e del ritorno) di nuove forme con cui veicolare i versi, non pensi che – ultimamente – il proliferare di Slam dove chi partecipa si dimentica che tra i presupposti della “gara”ci sia, anche e soprattutto, quello di avere testi validi, possa minarne le fondamenta?

Ciò che mina le fondamenta dello slam – e lo sta facendo in maniera seria e preoccupante – è piuttosto la tendenza, tutta italiana, ad utilizzare questo strumento con superficialità e sciatteria, semplicemente come veicolo spettacolare, senza curarsi troppo delle sue caratteristiche fondanti, che sono etiche e politiche, oltre che strettamente poetiche, anzi svendendole al migliore offerente, o curvandole all’interesse dell’opportunità personale, o del momento. Mi spiego: il problema non è tanto che chi partecipa allo slam sia, o meno, un buon poeta. Ovviamente se sono dei bravi poeti a fare slam, lo slam sarà più bello. Se i poeti sono cattivi lo slam verrà male. Più gli slam sono buoni, più si amplia la possibilità di un loro radicamento efficace, per carità, è vero, ma c’è dell’altro. Questo accade per un Festival, una rassegna, addirittura per una collana di poesia scritta. Questo non danneggia altri che chi lo fa, non direttamente il medium in sé, anche se poi è ovvio che più saranno noiosi e brutti i Festival, meno saranno le possibilità di farne altri. Ma uno slam non è costituito solo dai poeti che partecipano, ma anche dal pubblico che attivamente vi partecipa, e soprattutto dalle regole che stabiliscono questa relazione, dal contesto etico che presuppone l’atto di profonda umiltà che ogni poeta fa nei confronti della comunità quando per una volta tanto si sottopone al suo giudizio e non a quello della confraternita di esperti che chiamiamo critica letteraria. Se, però, si decide che per avere visibilità va bene anche far slam per vendere i libri della Mazzantini, o si decide che tutto diventa più invitante montando sul palco un ring da boxe all’interno del quale far esibire (è proprio la parola giusta!) i poeti, o quando si affianca alla giuria estratta a caso tra il pubblico una contro-giuria fatta di ‘tecnici’, allora sì che si uccide lo slam. Là dove esso è più rigoglioso (USA; Germania, Inghilterra, Francia, ecc..) e dove ha più autorevolezza, è proprio laddove una serie di ‘regole’, che sono poi le ‘forme’ essenziali e irrinunciabili del medium-slam, vengono rispettate. Qui in Italia si chiama slam ormai qualsiasi competizione di poesia, anche se magari è semplicemente un’estemporanea di poesia, dove a giudicare sono magari un po’ di presunti esperti, o parroci di questa o quella parrocchia poetica, preferibilmente localissima. Alla faccia del pubblico, cioè della comunità. In Italia, per far metafora politica, la democrazia diretta è scandalosa, bisogna delegare sempre, almeno un po’, ecco allora che spunta come un malvagio asparagione, la giuria di esperti, o roba del genere a trasformare lo slam nel solito inutile premio di poesia, in diretta, se vuoi, ma la minestra è quella. Tutto questo sta uccidendo lo slam, sta togliendo autorevolezza a una forma di trasmissione della poesia che altrove sta dimostrando di avere grande vitalità ed efficacia. Ma è colpa nostra, non dello Slam.

Rispetto alla poesia, cosa non hanno capito gli editori italiani? O cosa fingono di non capire?

Discorso lungo. Non posso che rimandarti al mio intervento sul Corsera di qualche settimana fa. Lo trovi qua [http://www.absolutepoetry.org/Voglio-vivere-in-un-altra-lingua]. Sostanzialmente diciamo che l’editoria italiana concepisce la poesia come uno stagno immobile, che non si può prosciugare solo perché sarebbe ‘ineducato e poco culturale’ farlo, ma che mai le procurerà alcun profitto. Ed un editore è prima di tutto un imprenditore, vende merci, siano pure merci artistiche. Per lui il valore di scambio di un bene è essenziale. Né ci troviamo di fronte ad imprenditori (o ad editor) coraggiosi, capaci di inventare nuovi mercati, di concepire la loro attività non legata esclusivamente alla ‘carta. Anzi il ricatto delle Direzioni sugli editor è costante e così loro si limitano a promuovere ciò che già si sa che in qualche modo venderà qualche pugno di copie.’ Ciò fa sì che le collane di poesia divengano semplici feudi, terreni infruttiferi ma che garantiscono il ‘blasone’,  da concedere a questo o a quello dei propri valvassini. I quali poi da feudatari li gestiscono. Un feudatario difficilmente è la persona giusta cui affidare una efficace strategia di comunicazione e vendita di una merce nuova. Un feudatario consuma parassitariamente, non produce e non vende nulla. L’immagine che dà di sé l’attuale editoria italiana di poesia è quindi desolante. E integralmente provinciale. E del tutto inefficace e in forte ritardo agli sviluppi spesso multimediali di quest’arte così antica e pure sempre futura. Basti guardare alla Bianca di Einaudi. Paradossalmente questa assoluta mancanza di valore di scambio della merce poesia potrebbe, però, rivelarsi vincente, le dà assoluta libertà di rischiare, sperimentare, immaginare. A patto che si abbia voglia di farlo e di impegnarsi poi nella sua veicolazione attraverso quei canali alternativi che oggi esistono. In musica, o nel cinema, quella che si chiama ‘autoproduzione’ è una realtà capace di influenzare anche il panorama mainstream, persino in Italia. In poesia non è così, mi pare. Peraltro chi volesse convincersi che il pubblico della poesia e i critici di poesia italiani hanno l’editoria di poesia che si meritano non dovrebbe che guardare con attenzione le classifiche di vendita, o di qualità, dedicate ai versi. A cominciare da quelle che certamente dovrebbero essere alternative e più aperte, per esempio Dedalus, dei cui lettori ho pur fatto parte anch’io. I nomi sono sempre gli stessi e quando c’è qualche novità ai piani alti il più delle volte si scoprono cloni di ciò che già c’era… In Italia sin Sanguineti è ancora considerato indigeribile e ancora si polemizza con la Neo-Avanguardia. Ovviamente il problema è altrove e anche la qualità…

Qualche mese fa è mancato Elio Pagliarani, il ricordo che ne scrivesti su Satisfiction fu quello che mi colpì e commosse di più, forse perché avvertii in te, oltre al rispetto, qualcosa di molto simile all’amore, è così? Pagliarani  ‘o teneva ‘ddinte ‘o sanghe?

Pagliarani ‘ m’ o ddava’, come si dice, non era fridd’ ‘e chiammata’. Era poesia al calor bianco, nata nella voce e per la voce, Pagliarani era un amore, sì, un amore profondo e mai tradito, nato da un riconoscimento reciproco e immediato. Parlavamo la stessa lingua, non sembri troppa ybris da parte mia, che magari la balbetto. Ma sbaglio a dire ‘Pagliarani ‘era’, la poesia di Elio è nostalgia del futuro. Dunque Pagliarani ‘sarà’, sarà sempre di più, la sua voce si sentirà sempre più chiara, ne sono convinto, come quella di Emilio Villa peraltro. Il tempo di Pagliarani non è ieri, è domani.

Raccontami come è nata “Piccola cucina cannibale” una vera opera, più che multimediale mi viene da pensare, multi sociale. Se la cultura deve dare un segnale su come tutto migri, si sposti, si fonda, torni nello stesso posto (che non sarà più lo stesso) tu, Nemola, Calla l’avete dato.

Piccola cucina cannibale è un ‘multiverso’. Un oggetto ad entrate plurime, se vuoi è una sorta di manifesto di ciò che io intendo per poesia, un’arte capace di fondersi con le altre, di sviluppare sinergie senza perdere le proprie caratteristiche, di comunicare con forza sentimenti e ragioni. Di emozionare, dare identità, indurre alla riflessione.  La poesia è l’arte del futuro, per molti aspetti. A patto che sappia mutare, cambiare pelle, senza rinunciare a ciò che ha di basilare. Le arti migrano, stanno migrando, come migrano, da sempre, gli uomini che le praticano. Anche su questo mi è già capitato di approfondire il discorso. Piccola cucina cannibale è una scommessa nella quale , da una parte si fa il punto su circa vent’anni di sperimentazione di forme poetiche con musica (la cosiddetta spoken music), dall’altro si cercano strade ancora nuove, quella dell’incontro con i Comics. Lo scopo è sempre il medesimo, riuscire a comunicare sempre meglio, sempre più efficacemente, e in maniera complessa, la ragione dei sentimenti e il sentimento della ragione, come piace dire, senza rinunciare alla ricerca linguistica e alla qualità formale. Ed è il suggerimento del fatto che la parola ‘libro’ ormai significa poco, anche nel caso in cui ci si riferisca a opere puramente ‘segniche’, scritte. Il libro, così come lo intendiamo noi, non esiste da sempre e certamente non è l’unico medium con cui veicolare un testo scritto. E’ ora di iniziare a riflettere anche su questo. Diciamo che il mio saggio Per una poesia ben temperata, che trovi qua [http://www.inpensiero.it/archives/771] è il regesto delle ragioni teoriche che sono all’origine di un oggetto tanto complesso e probabilmente scomodo, come Piccola cucina cannibale.

Quanto ti è pesato dover rinunciare a una cosa come i Cantieri di poesia? Pensi, che in futuro, ammesso che tu ne abbia voglia, sia possibile rimettere in piedi un evento del genere?

Moltissimo, ovviamente. Ma bada, non tanto per quel che riguarda me, personalmente. Dal momento in cui ho smesso di organizzare e dirigere Absolute Poetry ho pubblicato due libri-dischi, L’esercizio della lingua e Piccola cucina cannibale, ho messo su finalmente il mio spettacolo di spoken music, con Frank Nemola e Antonello Salis, con cui sto girando anche in questi giorni e che è la dimensione in cui mi riconosco di più, in cui sono davvero a mio agio, ho intrapreso questa nuova avventura dei Poetry Comics grazie alla complicità di Claudio Calia. Tutte cose bellissime per le quali non avevo mai tempo prima: bisognava organizzare il festival, prima di tutto. Mi è costato moltissimo perché è stata uccisa un’avventura strepitosa cui avevo lavorato con dedizione assoluta (avendo al fianco, negli ultimi anni amici e giovani di qualità eccezionale, come Luigi Nacci e Gianmaria Nerli) tentando, a partire da una cittadina piccola e sostanzialmente sconosciuta a livello letterario, di creare il primo spazio italiano per le sperimentazioni poetico-musicali, un laboratorio che negli ultimi anni si era arricchito di iniziative didattiche, stage, e tante altre attività collaterali che avevano permesso ad Absolute Poetry, partendo da zero, di conquistarsi una rilevanza ed un’autorevolezza anche a livello europeo ed internazionale, raccogliendo e trasformando l’esperienza di altri festival storici italiani, da Milano poesia, di Gianni Sassi a romapoesia, che pure avevo diretto con Balestrini e Luiigi Cinque. Absolute era l’unico spazio in Italia dove chi facesse operazioni di poesia con musica (o spoken word) potesse trovare un suo spazio, senza per questo fare mai scelte ideologiche, ma chiamando sul suo palco anche autori ‘diversi’, se vuoi più tradizionali, ma sempre di altissima qualità, invitandoli ad incontrare il nuovo e a dialogare con le esperienze più diverse e radicali. Sono stati sei anni fantastici, senza mai un flop, sempre con centinaia di spettatori paganti a riempire la sala; un Festival in attivo che raccoglieva le sue risorse, sempre pubbliche, a livello regionale e nazionale, senza pesare che per una decima parte sul piccolo comune che lo ospitava. Che destra e sinistra monfalconesi si siano unite per assassinarlo è una cosa molto triste, la dimostrazione che i politici italiani scelgono quali iniziative culturali appoggiare solo sulla base dei loro tornaconti elettorali. Non mi pare che a Monfalcone o in Friuli oggi ci sia, a livello poetico, nulla di simile. Né l’Italia mi par messa meglio: non è un caso che quando da Medellin gli organizzatori del festival più grande e noto del mondo hanno dovuto individuare un evento italiano da coinvolgere nella fondazione del World Poetry Movement proprio a noi di Absolute si siano rivolti.  La situazione dei festival italiani è attualmente molto triste, sono una sorta di antologia parlata, dove i soliti noti (i ‘muti di guerra’, di cui parlavo sul Corriere) hanno monopolizzato ogni spazio, magari scimmiottando, grazie a qualche ‘posteggia’ o orchestrina d’occasione, la scelta anche musicale da noi fatta tanti anni fa, pronti poi appena scesi dal proscenio a riaffermare trombonescamente che l’unica poesia vera è quella muta, che sta nei libri. Non è bello. Ma qualcosa sta iniziando a muoversi di nuovo, mi pare: ad esempio c’è un festival che procede sempre meglio, si ingrandisce, fa cose molto interessanti e che mi piace molto, La punta della lingua, dell’ottimo Luigi Socci & Bros., che mi pare davvero uno spazio plurale, dove c’è coraggio di rischiare e sufficiente immaginazione e curiosità per rinnovare l’asfittico panorama attuale, senza inutili steccati ideologici, ma sempre con la sensibilità di cogliere i valori reali, vicini o lontani che siano dai gusti dei curatori. Spero per loro sorte migliore di quella di Absolute.

Il web rispetto, alla diffusione della poesia e allo spazio concesso alla critica letteraria, ha sprecato più occasioni o creato maggiori opportunità?

Sprecando molte occasioni, sta creando tante nuove opportunità. Com’è ovvio che sia…

Mi capita ogni tanto di passare da Treviso, dimmi che c’è un bar dove si possa bere un caffè decente

Treviso è la città dove risiedono molti degli importatori di caffè più importanti d’Europa. Dunque in giro c’è ottimo caffè. Ciò che manca è l’acqua. Se te la porti da Napoli, lo facciamo a casa mia, un caffè decente.

Sappiamo che un gesto sportivo, pur meraviglioso,  non dovrebbe essere definito “poesia” ma, in tutta onestà, potresti negare di aver fatto, almeno una volta sola, l’abbinamento Poesia/Maradona?

Io ho più volte detto che odio quando si trasforma la poesia in aggettivo. La poesia è un sostantivo. Mi fanno andare fuori di testa quelli che parlano di film poetici, brani musicali poetici, ecc. persino romanzi molto poetici.. qua, chi vuole, trova il discorsetto al proposito [http://www.lellovoce.it/spip.php?article627]. Né sono particolarmente appassionato di calcio (giocavo a basket, adoro ginnastica artistica e atletica, ecc…). Ma Maradona è il mio cadavere nell’armadio. Confesso: l’ho detto, lo dico, lo dirò… Maradona è poetico, non solo per come giocava a calcio, ma proprio per averci fatto comprendere che il calcio non è solo una palla da mettere in rete, ma molto di più, almeno lo è stato nella nostra povera città stracciona. L’ha fatto sbagliando, mischiandosi con la camorra, e questo non posso perdonarlo neanche a lui, ma rifiuto di scandalizzarmi per il suo essere cocainomane, ad esempio. E’ un uomo che ha giocato soffrendo, e senza nascondere il suo dolore, né la sua gioia, la sua rabbia. Anche i poeti scelgono di giocare il gioco della vita senza nascondere, senza rimuovere il dolore ( e la gioia, e la rabbia). Un suo gol, da questo punto di vista è stato per me sempre un’allegoria della rivoluzione- Maradona mi rende ingenuo e naif, lo so, che ci vuoi fare… Ho il tallone di… Maradona.

Il caffè è pronto, quanti cucchiaini di zucchero ti metto, Gianni?

Amaro, grazie

(c) intervista di Gianni Montieri

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