le nudecrude cose e altre faccende

L’ambasciatrice, Viola Amarelli

l'ambasciatrice

Quando leggo le poesie di Viola Amarelli mi ritorna in mente sempre quella frase di Iosif Brodskij in cui sostiene che la poesia è una forma di accelerazione mentale. Se questa affermazione è vera per il processo poetico in generale, è del tutto evidente nei versi della Amarelli; essi si pongono enigmaticamente nella loro visionarietà asciutta e spietata di fronte al lettore, che si trova senza preavviso in un processo vertiginoso di accelerazione mentale appunto, in cui è chiamato, in una logica escludente, a scegliere in una frazione di secondo se aderire o no alla visione, al cortocircuito del pensiero che l’autrice ci pone innanzi con un aut aut irrevocabile, prendere o lasciare, tertium non datur. Questa qualità intrinseca del dettato di Viola Amarelli emerge prepotentemente nel suo ultimo libro L’ambasciatrice, libro autoprodotto in tiratura limitata, gesto coerente di disincantata noncuranza verso l’asfittico mondo editoriale della poesia, con la collaborazione delle sarte utopiche Francesca Genti e Manuela Dago a cui si deve la bellissima rilegatura a mano, che fa sì che il manufatto libro stesso diventi un oggetto da collezione. La poesia per l’autrice de L’ambasciatrice è al tempo stesso una sfida da accettare, un enigma da indagare e un processo linguistico e, in quanto linguistico, conoscitivo, in cui, però, tutte le premesse sono obliate o, meglio, sono implicite e sommerse nello spazio bianco della pagina e, invece, emergono come una punta di iceberg le risultanze ultime, i frammenti, le schegge lucenti che si fanno parola, visione. I versi di questo libro, articolato in otto sezioni, comprendono anche epigrammi di ascendenza marzialiana a volte ironici, altre volte sarcastici, sempre acuti e sinceri verso una varia umanità che fa mostra delle sue miserie, tic, debolezze, vanità e che sempre viene colta sapientemente e causticamente dall’autrice. Sia nelle sezioni più caustiche che in quelle in cui prevale un tono sapienziale, l’autrice dà un saggio di una qualità insita nella sua scrittura: la varietas, la capacità di modulare il registro linguistico sapientemente secondo modalità differenti, cosa molto rara nel panorama italiano attuale. Il procedimento poetico sotteso al dettato de L’ambasciatrice è profondamente antilirico in quanto, grazie a un trattamento accuratissimo del linguaggio, la parola viene forzata, piegata, alleggerita, resa acuminata e rapidissima. In definitiva questo procedimento porta ad una sostanziale presa di distanza dell’io da se stesso, dalla sua deriva confessionale, dai suoi dolori, che pur emergono evidenti e strazianti attraverso una forma di raffinata e suprema ironia, ma la morte, la vecchiaia, il dolore, la perdita degli affetti non possono che essere detti, proprio per la loro tragicità irredimibile, con levità, che nasconde una intima e segreta compassione (dolce, affettuoso. e spaventato./ il nome-forma che era mio padre). Questo processo di distanziamento nasce da una consapevolezza che è alla base di tutto il libro e che viene sintetizzata mirabilmente nella prima poesia della raccolta (– Troppo difficile da dire/ E tu non dire.// Un riccio rosso, rosari di sabbia/ le vene, le arterie/ L’avviene.). L’avviene non è altro che il ciclo dell’apparire, la nietzschiana innocenza crudele del divenire, il fanciullo cosmico eracliteo che gioca a dadi senza un perché che non sia lo stesso accadere. Nel sostantivo l’avviene è concentrato l’orizzonte ultimo di queste poesie, lo shock linguistico (Io ho questa lingua, ereditata. La torco, la smonto la brucio. Rimbalza, reingoia, la lingua già amara. La spezzo, si spezza, paterna, conata. Il mondo è parole, a cambiarle, il mondo si cambia. Una rosa è una rosa è una rosa. roseggia. L’ortica orticheggia. E risana.) a cui sono sottoposte le parole non è fine a se stesso, ma serve a mostrare che il senso ultimo delle cose è imperscrutabile e terribile, che non può che essere trattato assumendo il punto di vista di una divina ironia, con sovrana indifferenza creatrice, replicando nel dire poetico il gesto creatore originario del fanciullo cosmico in cui tutte le contraddizioni del divenire si mostrano nel loro rutilante e tremendo succedersi, nella loro intatta noncuranza (Cuore bambino dove/ la briciola diventa meraviglia/ e l’orco resta ucciso/ grasso e sciocco// la candida, l’intatta/ noncuranza). L’autrice, attraverso le maschere che assume di volta in volta, è, quindi, l’ambasciatrice di un ordine misterioso e bizzarro eppure, se si porge uno sguardo attento e senza veli, evidentissimo e semplice, che vuole essere detto per sottrazione, in negativo, in cui quel particolare avvenimento che è l’uomo non ha un posto privilegiato. L’ambasciatrice parla per accenni, frammenti, epigrammi, oppure, come nella sezione omonima, attraverso storie enigmatiche, ma sempre cristalline nel loro dipanarsi, sospese tra favola (la rana della copertina che rimanda a molte altre rane della letteratura) fiaba e mito, dove di nuovo, dietro forme umane si nasconde un ordine cosmico inquietante. L’autrice sembra quasi preoccupata di preservare, platonicamente, un sapere che non è dicibile, una dottrina segreta e salvifica, un’iniziazione sapienziale (di matrice orientale) che è più un vedere che un dire, e di cui si può rendere conto solo attraverso accenni linguistici che emergono dal bianco abbacinante del foglio, dalla luce sgomenta dell’apparire, dalla ruota eterna del divenire (non c’è altro da dire/ non c’è altro da capire/ – questa luce).

© Francesco Filia

Cartografie di Viola Amarelli

cartografie viola

Una voce tremenda e terribile. Certe volte si scorda, ma poi arriva improvvisa. Prova a rimpicciolirsi, rifugiarsi in un angolo, via. Non funziona, la colpa è la sua. Disattento combina guai.

Cartografie di Viola Amarelli, Zona contemporanea, 2013, è un libro enigmatico e affascinante,composto da più sequenze di prose che, attraverso un processo di messe a fuoco e zoom, di distanziamenti e depistaggi, di dialoghi e monologhi, di personaggi che si delineano per squarci di luce, o per chiaroscuri sulla pagina, mette in atto una serie di mappe della solitudine, o meglio per solitari, come l’autrice stessa dichiara nel (post scripta) del libro. E tutto il libro risulta essere uno sguardo al tempo stesso spietato, ironico e partecipe della condizione umana, di quel legno storto che è l’uomo. Questa appare essere l’idea di fondo che è alla base del libro e della intera scrittura della Amarelli, un’antropologia negativa, il rifiuto dell’ottimismo umano e sociale. Questa presa di coscienza, che nell’autrice sembra definitiva, permette uno sguardo libero e disincantato e le permette anche di cogliere gli aspetti meno appariscenti della condizione umana, i recessi più nascosti, i bizzarri umori di una varia umanità, senza mai cadere nell’intimismo della confessione ma mantenendo uno sguardo asciutto, distaccato, come se le visioni di questo libro scorressero su una lastra lucida, su uno specchio che le riflette nella nostra coscienza, come momenti di un divenire eterno dal quale l’occhio dello scrittore si può elevare con sovrano distacco. Come chi ha attraversato il dolore e la disperazione della vita e ne è uscito immunizzato, non che il dolore non esista più, ma è reso per ciò che è, accidente transitorio che non può scalfire l’inviolabilità del sé, di ciò che permane. La conquista di questa imperturbabilità è presente in molti personaggi del libro, come in (da dove), capitolo cardine del libro, dove la catabasi del protagonista, divenuto barbone, è al tempo stesso una via di liberazione, un raggiungere il grado zero dell’esistenza, in cui le finzioni quotidiane sono messe a nudo, mostrate come tali definitivamente e viste nel loro carattere illusorio e transeunte.

Il lutto, la depressione, stronzate, era già stanco, e stare da solo, in fondo ama anche sopra, era un tale sollievo. Tagliare, fermarsi a quello che conta. Dormire, mangiare, guardare. Fissarsi sui fondamentali.

La lingua, affilata e spietata, limpida nel suo dettato, ma anche ironica e, al tempo stesso, con squarci di comprensione e pietà, è essa stessa un momento di conoscenza. La parola per Viola Amarelli è uno strumento di precisione, una lente microscopica, una sonda di profondità che scandaglia ciò che a uno sguardo distratto non può essere percepito. Lo stesso ritmo del dettato – a volte incalzante, a volte invece elusivo, come se le situazione emergessero da uno sfondo immemorabile che permette di definirle solo per scorci e illuminazioni momentanee, frammenti, alcuni dei quali cadenzati con allitterazioni, consonanze, fitta punteggiatura e richiami fonici – è funzionale al momento gnoseologico e al suo fine etico, il distacco. Il mondo deve essere percepito, la vita deve essere detta, perché solo attraversandoli è possibile staccarsene, perché se così non fosse si rimarrebbe legati al samsara, alla ruota della vita, come mostra il frammento (sete), e quindi al dolore che offusca la mente. La pietas per l’autrice è nel dire sino in fondo ciò che va detto, nel cogliere le miserie umane per quel che sono. La scrittura serve a liberarsene definitivamente attraverso un moto della mente, una frase, di solito posta alla fine del capitolo, che illumina a ritroso l’intero frammento, che squarcia la chiacchiera inautentica dell’esistenza, che mostra il volto autentico e terribile della vita, con ironia sottile, senza disperazione però, perché è un lusso che chi scrive non può permettersi.

Come se morire non fosse lo stesso una pulsione. Ecco, il punto è questo, immagino, ma è inutile dirlo. Liberarsi. Se no, pervicace, sgusci in qualcosa d’altro, e neanche sai perché. Ammesso ci sia, un motivo, un motore. Liberarsi. Lacché. E padroni. Chiudi gli occhi. La prossima volta li evito entrambi. Almeno ci provo.

© Francesco Filia

Viola Amarelli, Cartografie. Nota di Anna Maria Curci 27/09/2013

LE NUDECRUDE COSE ED ALTRE FACCENDE – di Viola Amarelli (recensione di Maria Zimotti

LE NUDECRUDE COSE ED ALTRE FACCENDE – di Viola Amarelli edito da L’arcolaio (2011)

 

 

Viola Amarelli, campana, ha pubblicato la raccolta Fuorigioco (2007), l’ e-book Morgana (2008), il poemetto Notizie dalla Pizia (2009). Suoi testi sono presenti in varie antologie (da ultimo Mundus, 2009, e Calpestare l’oblio, 2010), su riviste e in rete tra l’altro su “Nazione Indiana”, “La poesia e lo spirito” e “Rebstein”. E’ redattrice di Vico Acitillo, e cura il lit-blog “Viomarelli”. Per idiosincrasia personale non partecipa a premi.

 

r. (pag 80): Le nudecrude cose. Una punta, un dente di pettine d’osso, l’ansa di un vaso.

a latere (pag 82):  Ogni graffio d’argilla è una giara, d’olio o di grano. O un capo di bestiame.

Il cuneiforme nasce per contare, la scrittura è dall’origine un fissare, un dar conto. E nel fissare c’è l’ordine, l’elenco, il taglio sul mondo: il “così è” artistico (…) il “così è” di chi scrive e nello scrivere descrive deambulando intorno al mondo, mai solo.

Per dire del libro di Viola Amarelli io parto da qui, dalla fine, da uno stralcio delle ultime pagine.
La prima frase parla di una necrofora e dice dei sedimenti del passato, quei sedimenti che sono la civiltà. La civiltà è la scrittura che, come dice Viola in quella sorta di manifesto della scrittura che segna le ultime pagine, è dall’origine un fissare.

Ho conosciuto la scrittura di Viola grazie a un innamoramento folgorante ed eterno come spesso mi avviene per le parole, con la sua poesia Corrente, un flusso di parole che sembrano sgorgate direttamente dalla carnalità della donna.
Da allora la lettura delle sue poesie è un allenamento continuo alle potenzialità della parola e anche un allenamento continuo al rigore artistico di una scrittura che non ammicca, che chiede al lettore uno sforzo per coglierne l’essenzialità, essenzialità che io percepisco come il risultato di un percorso di eliminazione del superfluo, con un risultato zen, anche e soprattutto per ciò che lascia al lettore.
Il ritmo di tutto il libro, come già si avverte con la citazione di Antonio Porta utilizzata come epigrafe (Non mi sono mai appagato di una forma, ho sempre cercato di provocarne molte) ha un andamento libero tra poesia e prosa breve.
In particolare nelle brevi pagine di prosa le descrizioni sono concise, dolenti ed eleganti e trovano spazio stilettate di aforismi che sono una caratteristica dell’ironia di Viola che traspare ancora di più in altri scritti.
Il libro è diviso in quattro partiture, in omaggio alla musica classica, segno di come il ritmo sia importante per questa autrice e ogni partitura ha un titolo che sintetizza in qualche modo il leitmotiv dei testi presenti.

Si parte da “C o n v i v e n z e – grave -” per dire degli incontri scontri tra civiltà o semplicemente tra l’io e l’altro da sé.
Due poesie scelgo; una, per suggestioni di periodi storici amati, è (generazioni) 1943: pennellate della guerra attraverso gli occhi di una bambina (fresca fresca della visione del bellissimo film L’uomo che verrà, l’ho letta con le immagini mentali della bambina muta del film che salva il fratellino appena nato dalla strage di Marzabotto) e (patrie), qui sotto riportata, per le corde sentimentali di uno dei miei temi più cari, l’emigrazione e il melting pot:

Ha cambiato di lingua e di nome

e il cielo ha una linea diversa

e ci sono colline

ma non uno tra i fiori che a mazzi

le riempivano i giorni al mercato

Entra in case stracolme di oggetti,

li pulisce,

stupita vi sia tutto quel ben di dio

cui nessuno oramai fa più caso.

Le persone le sembrano strane,

lamentandosi stanche di rabbia

eppure non si scava patate o carbone,

né si ammassano in fuga sui camion.

Gli uomini, quelli, più o meno gli stessi

certo non bevono tanto

ma ugualmente ci provano gratis.

Sa di essere stupida e brutta,

non importa, ha gli occhi pervinca

e sorride insiste daccapo.

Preferisce i colori sgargianti,

tutti i fucsia e i verde del mondo,

troppi morti alle spalle,

è riuscita a portarsi suo figlio.

Fino a sera spolvera e lava

al ritorno, preparata la cena,

finalmente si spoglia,

respira, in un amen di lingua d’infanzia

a un suo dio che sicuro la ama:

le radici le hanno le piante,

donne e uomini hanno le gambe.

La seconda partitura di testi è “c u r e – andante”. Qui è la fusione dell’io con le nudecrudecose del creato,

qui, là, dove

batte il sangue con l’aria

pulsa la quiete (minimalia)

e si parla anche dell’incanto dello scrivere:

(grafie)

Uno splendore inusuale bucare le parole

che si rincorrono ridendo sino a scoppiare

iridescenti contro la pena e il dolore

provando a dirla, la cosa,

che fugge e si nasconde

con il silenzio solo spettatore.

E parole, consolatorie, per andare oltre il dolore

(oltre)

Piano sciogli il dolore

                              il freddo acuto

ghiaccio dentro il sangue

                               piano, chiaro

cammina respirando

                            inutile il timore

il giorno ama la notte

                                questa perfezione.

Nella terza partitura “s t r a b i s m i – presto -” la scrittura si fa ostica come il titolo suggerisce. Qui le nudecrudecose si manifestano in numerosi termini presi in prestito dalla chimica, e dicono dei contrasti della mente e del corpo con en passant alcune stilettate ironiche della Viola che preferisco. Per esempio, sul mito dell’artista maledetto, da (glosse), tutta dedicata alle parole, agli scrittori e a ciò che ci gira intorno:

d.

Occorrono ossessioni,

fobie, dolori, démoni

per essere scrittura

sostengono gli amici,

come se grazia e gioia

per lieto contrappasso

fossero riservate

solo agli analfabeti.

E lo strabismo, il contrasto, l’amore odio per il corpo e per la vita, la rottura dell’armonia tra mente e corpo che sta alla base dei disordini alimentari nella poesia (l’opera al rosso):

Qui senza tentennamenti l’acqua sul fuoco

l’attenzione nei gesti simili, sensi diversi

.

sorridono serpenti l’efflorescenze

muffe sottovuoto espanse, fermentano

l’anoressia bambina, dentro caccia fuori,

.

cerca pazienza il cibo, l’obesità ingoia ingorda

da fuori a salamoia, la cura l’attenzione

istante a istante pura

.

qui tersa e combusta l’opera al rosso

amato Paracelso, divino è il corpo.

Chi fosse Paracelso me lo sono andato a cercare (ché la scrittura erudita di Viola ha anche questo merito, di ampliare gli orizzonti della conoscenza) e ho scoperto che è un medico del cinquecento innovativo, che considerava il corpo un tempio (orrore per la mentalità cattolica immagino) e fu, tra l’altro tra i primi a dare dignità anatomica (diciamo così) alla donna, che considerava creatrice feconda e non semplice contenitore del seme maschile in cui la misoginia cattolica l’aveva relegata. “C o n g e d i” è il titolo dell’ultima partitura, suite che parla di cose che finiscono, con leggerezza, in un’estrema solitudine in cui ci si arrende alla vita.

2. Le storie deragliano, vanno pei fatti loro, quindi lasciale andare. (pag 73)

Sano fatalismo che eviterebbe molti guai, ad esserne capaci ma forse, nei momenti in cui la vita ci sembra ingiusta (anche se probabilmente è solamente l’egocentrismo di cui non riusciamo a liberarci) tuffarci in questo libro come in un libro di preghiere, nelle nudecrucose del mondo di cui non siamo che una parte dell’eternità ci aiuterebbe.

recensione di Maria Zimotti