Le interviste credibili

Interviste credibili #18: Giusi Marchetta tra lettura e scrittura

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Giusi Marchetta

Interviste credibili #18: Giusi Marchetta tra lettura e scrittura

D: Ciao Giusi, comincio da una delle mie fissazioni: le città. Tu vivi a Torino, come è cambiata negli ultimi anni? Mi racconti la tua Torino?

R: La mia Torino è una città che sei anni fa conoscevo poco e mi spaventava un po’. Poi ho iniziato a conoscerla attraverso i nomi delle scuole: arrivavo alle convocazioni con tutti questi cerchietti disegnati in certi punti della città e una legenda complicatissima per individuare subito quelle che si trovavano a una distanza meno problematica da casa mia. Adesso la scuola è quella in cui insegno da un anno e la città mi sembra più accogliente perché sono aumentate col tempo le persone che mi hanno accolta. La penso come “casa”: è il cambiamento più importante che Torino ha fatto per me negli ultimi anni.

D: Quanto conta, penso ai fiumi, avere tutta quell’acqua a due passi da casa?

R: Molto. Quando vivevo a Napoli sapevo che proseguendo lungo via Roma avrei trovato il mare e qualcosa di bello da guardare. Adesso abito vicino alla Dora, in una curva particolarmente affascinante del fiume. A volte, quando rincaso, mi sembra assurdo che sia così facile vederla.

D: Tu insegni, sei matta? Tu scrivi, sei sicura di star bene? Tu sei una lettrice, dobbiamo rinchiuderti?

R: Penso che ci sia qualcosa di lievemente disturbato in tutti e tre gli ambiti. E sì, la compresenza e l’importanza che do a tutte e tre le cose non mi aiuta a sembrare più sana di mente. Però a esser giusti bisognerebbe dare tutte le colpe alla letteratura. Più che cambiarmi la vita me l’ha impostata e non sono riuscita a fare altro: la insegno, la leggo e quando scrivo il confronto con i libri degli altri mi mantiene lucida sulle mie potenzialità e i miei limiti. Qualche lato positivo c’è: le volte in cui riesco a trasmettere la mia malattia in classe è proprio perché questa follia l’avvertono anche i miei alunni e ne sono travolti. Insomma, non sono sicura di stare bene ma se mi rinchiudessero saprei come passare il tempo.

D: Ho letto da poco il bel libro di Rossella Milone, Il silenzio del lottatore (minimum fax, 2015), ti riporto questo passaggio: «Nella libreria riuscì a scorgere le costole di qualche libro, ma la maggior parte era stata distrutta o rovinata. Aiutandosi con i piedi, cercò i superstiti tra le macerie. Suo padre e sua madre collezionavano La Critica e Il Corriere dei Piccoli da cui lei leggeva le storie di Bilbolbul a sua sorella. In realtà cercava altro (Ventimila leghe sotto i mari, Dottor Jekyll e Mister Hyde, Piccole donne – tutti libri che erano sempre stati lì, nella libreria, dietro le piantine di sua madre), ma in quel momento le sarebbero bastate anche le riviste noiose del padre. Se fosse rimasto anche solo un foglio intatto». Nel racconto ci troviamo negli anni della Seconda Guerra Mondiale, quando ho letto questo passaggio ho pensato alla te bambina in Lettori si cresce (Einaudi, 2015), che legge rapita. Quella bambina fra le macerie che libro avrebbe sperato di trovare?

R: Avrei cercato delle fiabe. (Amavo le fiabe e penso che abbiano davvero contribuito a imbastire un mio primo solido immaginario). E poi avrei sperato di veder comparire il libro arancione dedicato a tutti i misteri del mondo, dallo yeti ai cerchi nel grano; la copertina di “Ascolta il mio cuore” di Bianca Pitzorno sgualcita per le troppe letture. “Pel di carota”. E almeno un Dylan Dog quello de “Il lungo addio”.  Certo, vincere la lotteria sarebbe stato ritrovare qualche vecchia antologia di scuola dello zio o di papà: centinaia di pezzi di storie da leggere subito aspettando il giorno in cui avrei saputo come andavano a finire.

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Interviste credibili #14 – Andrea Pomella

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Interviste credibili #14 – Andrea Pomella

 

GM: Ciao Andrea, comincio con qualche domanda di servizio. Abiti ancora in quella zona di Roma dove al parco si vedono i bambini biondi con la ricrescita scura dei capelli?

AP: Sì, abito ancora nel villaggio dei dannati.

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GM: Io ho un po’ la fissa delle città: cos’è davvero cambiato nella capitale dai tempi in cui avevi diciotto/vent’anni? Com’è cambiato il tuo modo di guardarla? La ami ancora?

AP: Non è cambiato niente. Andando in metropolitana o passeggiando per le strade del centro ho sempre le stesse impressioni. Sono passati vent’anni, certo, e in vent’anni il mondo cambia e riversandosi nelle strade di questa città lascia le sue tracce. Ma sono piccoli sedimenti, come gli scarti delle lavorazioni industriali che inquinano le rive dei fiumi. E poi io non sono mai riuscito ad amare completamente Roma. Per amare Roma devi essere nato da un’altra parte, devi essere Fellini o Sorrentino, devi avere cura del tuo stupore.

*

GM: Ma non sarebbe meglio se invece di scrivere ci mettessimo a produrre lucchetti?

AP: A Ponte Milvio li hanno tolti da un pezzo. Andremmo di male in peggio.

(gm: a Venezia è la moda del momento)

*

GM: Guardando ai tuoi racconti e romanzi, ma anche al saggio sulla povertà, mi viene sempre da pensare che ci sia un punto, un momento, un incontro, che faccia scoccare la scintilla e che ti spinga a scrivere, ma che in realtà il ragionamento venga da molto più lontano, una specie di osservazione critica quotidiana, è così? (ti prego fermami se dico cazzate).

AP: È così, ma credo che sia un percorso creativo abbastanza comune. L’osservazione critica non è una cosa che faccio deliberatamente, mi viene naturale. Quando sono lontano da casa ho la sensazione costante di vivere in apnea, di avere solo occhi per guardare e mai una bocca per fare due chiacchiere con uno sconosciuto. Sarà colpa della timidezza che mi pone sempre a una certa distanza dalle persone e dalle cose. È una posizione molto vantaggiosa per tenere lo sguardo sulla realtà, però ti fa vivere male.

*

GM: Stiamo ancora un attimo su Roma, che è tornata prepotentemente dentro i romanzi, ci ho pensato leggendo il tuo La misura del danno e, più recentemente, Addio Monti di Masneri e Gli eroi imperfetti di Sgambati. Tre storie molto diverse ma che hanno Roma come comune denominatore e una sorta di disagio che si manifesta in maniera drammatica nel tuo romanzo, problematica e psicologica in quello di Sgambati e divertente nel libro di Masneri, ma il disagio c’è; è chiaro che nelle grandi metropoli c’è il disagio e c’è tutto, ma Roma è anche un simbolo, in maniera diversa da Milano, dei danni fatti e subiti dalle persone, così eterna e frantumata. Che ne pensi?

AP: Direi che in molti romanzi contemporanei è tornato di moda parlare dei quartieri della cosiddetta “Roma bene”. Fatte le debite proporzioni, assomiglia un po’ a ciò che accadde nel Novecento, tra le due guerre, quando in un mondo in profonda crisi nelle sue strutture portanti, sociali ed economiche, la letteratura puntò lo sguardo su una certa borghesia, descrivendone il disagio con gli strumenti del verismo e dell’analisi psicologica. Nei personaggi dei romanzi che citi tu si sente ancora il velleitarismo e la vacuità degli Indifferenti di Moravia.

*

GM: I tifosi della Lazio e della Roma sono divisi per zona, per quartiere, per città e provincia o sono tutte minchiate e uno da bambino si sceglie la squadra che gli capita?

AP: A Roma la squadra te la scegli in rapporto alla tua indole. Ci sono predominanze di quartiere, certo. Flaminio, Prati, Cassia, Balduina sono a predominanza laziale. Primavalle, Testaccio, Garbatella sono feudi romanisti. In generale i romanisti sono di più e spesso si diventa laziali per affermare un’individualità, un carattere solitario e controcorrente. Sulle differenze antropologiche delle due tifoserie romane potremmo parlare per settimane. Per quanto mi riguarda sono cresciuto negli anni Ottanta, da laziale nelle classi in cui capitavo ero costantemente solo contro tutti. Considerato il peso del calcio in questa città si tratta di un vero e proprio apprendistato sociale di cui poi difficilmente ti liberi per il resto della vita.

*

GM: Puoi dirmi a cosa stai lavorando in questo periodo, hai un romanzo finito? Ne stai scrivendo uno?

AP: Penso che un romanzo sia finito nel momento in cui va in tipografia. Fino all’ultimo giro di bozze non puoi dire di avere un romanzo finito. Al momento non ho contratti né bozze che fanno la spola tra casa mia e una redazione. Ho vari lavori a diversi gradi di compiutezza. Quale di questi poi diventerà un libro ancora non lo so.

*

GM: Qual è la storia che ti piacerebbe raccontare?

AP: Non ne ho idea. Se lo sapessi sarei già a lavoro su quella storia.

*

GM: Chi è il tuo personaggio letterario preferito?

AP: David Schearl, il ragazzino di “Chiamalo sonno”.

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GM: Voglio sapere (tanto per rompere un po’ le scatole) chi sono i tuoi scrittori preferiti e perché. E qual è il romanzo più bello che tu abbia mai letto.

AP: Gli autori: Steinbeck, Faulkner, Camus, Yehoshua, il Simenon dei non Maigret. Tra gli italiani: Tozzi, Buzzati, Fenoglio. Il romanzo più bello non lo so, quello a cui voglio più bene: “Sulla strada” di Kerouac.

*

GM: Leggi poesia? (attento a come rispondi)

AP: Ne leggo abbastanza, mi piacciono Gelman, Hirschman, Adnan, il mio amico Alberto Masala, un tale Gianni Montieri.

(gm: montieri chi?)

 

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GM: Copieresti mai dei paragrafi da un tuo romanzo per metterli in uno successivo, camuffandoli ma non troppo?

AP: Hai presente quell’idea secondo cui un autore in realtà non farebbe altro che riscrivere sempre lo stesso romanzo per tutta la vita? Ecco, in questo caso abbiamo un autore che riscrive lo stesso paragrafo.

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GM: Quando scrivi e dove?

AP: Scrivo in ufficio, sottraendo tempo a un lavoro mortificante e inutile. Faccio come Willem Frederik Hermans che trascurava l’insegnamento della geografia all’Università di Groninga a vantaggio della scrittura. Ovviamente sto scherzando, in realtà scrivo di notte ai tavolini dei caffè di Montmartre, cercando ispirazione nelle prostitute e nelle fiale di laudano.

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GM: Vino rosso o bianco?

AP: Va bene anche un Negroni.

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GM: Porti ancora i baffetti stile Palanca/Lauzi?

AP: Una cosa ho imparato di recente: l’impatto della mosca è sottovalutato. La mosca ha la sua importanza. Togli la mosca e diventi Palanca. La rimetti e non fai più gol da calcio d’angolo.

 

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intervista a cura di Gianni Montieri

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Interviste credibili # 13 – Manuela Dago e Francesca Genti su Sartoria Utopia

Calendario Sartoria Utopia - illustrato da Jean Genti

Calendario Sartoria Utopia – illustrato da Jean Genti

G: Allora, ditemi tutto dall’inizio come se fossi un bambino di tre anni. L’idea, le prove, gi spunti, i primi lavori, coraggio.

M: è iniziato tutto circa due anni fa e l’origine è da ricercarsi nel fatto che sia io che Francesca siamo due poete performative e con una forte propensione alla manualità. Da qui il desiderio di produrre materialmente i nostri libri, che ci rispecchiassero quindi al 100%, dai testi all’aspetto esteriore: copertina, formato, colori, tipo di carta, ecc… Il valore aggiunto, non trascurabile, è che facendo i libri a mano avremmo prodotto degli “oggetti d’arte” ognuno diverso dall’altro, questa idea era ed è per noi uno dei motori del progetto.

All’inizio abbiamo frequentato un corso di legatoria e appreso i primi rudimenti, siamo partite subito per il nostro viaggio mettendo in pratica quello che avevamo imparato, ma anche sperimentando senza timori le idee che di volta in volta ci venivano in mente.

I primi libri di Sartoria sono stati il mio, Altre forme di vita, L’arancione mi ha salvato dalla malinconia di Francesca e Manuale Portatile per la Devozione del Fertile Gaudio di Paolo Gentiluomo. Il primo è una plaquette di sedici micro-poesie connotata dal formato anomalo e assolutamente originale e dalla lettura double face; il secondo raccoglie tutte le poesie inedite di Francesca, nel tempo quindi si è ampliato man mano che la sua produzione poetica cresceva e la caratteristica del libro che più attira l’occhio del lettore è senza dubbio la copertina: coloratissima e con collage sempre diversi; il terzo è un canzoniere amoroso sui generis.

G: Sartoria Utopia è un bel nome. Utopia poi è una parola che rimanda sia a cose assolute, epiche, irraggiungibili sia, per come la vedo io, anche a piccoli sogni e al coraggio di crederci, voi che ne pensate? O meglio come l’avete pensata?

F: Il nome Sartoria Utopia è nato da un momento di libere associazioni tra me e Paolo Gentiluomo,  che è molto bravo a trovare i titoli per le cose. Io avevo tirato fuori “ferma utopia” da un verso della poetessa Piera Oppezzo, ma poi sembrava troppo duro, troppo programmatico, però utopia volevo conservarlo e abbiamo cominciato a fare delle rime e a un certo punto Paolo ha detto “sartoria utopia” quindi ho subito scritto un sms a Manuela che ne è rimasta contenta.

Per quanto mi riguarda l’utopia riguarda l’accrescimento della bellezza, l’immaginazione, la creazione di altri mondi: mi basta guardare un francobollo con raffigurato un aviatore sotto un cielo di piombo e la sirena dell’utopia mi seduce con il suo canto.

G: Raccontatemi un po’ di come procede il vostro lavoro: scelta dei materiali, illustrazioni, impaginazione, grafica.

M: La scelta dei materiali e della grafica sono strettamente legati al contenuto del libro. Copertina, formato e le altre caratteristiche devono infatti legarsi ai testi e creare una sorta di armonia tra le parti che accompagni il lettore dal primo approccio materiale col libro fino alla sua fruizione completa.

Una particolare attenzione in tal senso è sempre rivolta alla copertina, un esempio su tutti sicuramente è la raccolta di invettive Bastarde senza gloria che vede, in linea con i contenuti, un formato che abbiamo ironicamente definito “contundente”: cucitura giapponese, copertina rigida con una serigrafia originale realizzata anch’essa a mano da noi, essenziale ma diretta, il tre di spade del mazzo di Tarocchi Raider-Waite, che raffigura un cuore trafitto da tre spade e che riassume lo spirito dell’antologia, romantico e violento.

F: Inoltre abbiamo la fortuna di avere intorno a noi, tra i nostri cari, persone creative che ci aiutano con generosità, per esempio Anna Castellari, che è un’ottima grafica e ha impaginato tutti i nostri libri o Jean Genti, mio padre, a cui ho rubato due disegni per illustrare l’Utopico Calendario 2014 e che sicuramente sfrutteremo ancora per i prossimi progetti.

G: Tutto fatto a mano?

M: A parte gli interni che vengono stampati in tipografia, tutto il resto è fatto a mano da noi, dal taglio della carta per le copertine, all’incollaggio, alla cucitura.

F: Dateci tempo e realizzeremo anche la carta!

G: Parliamo adesso un po’ delle scelte dei poeti da pubblicare, come procedete? Invitate voi? Accettate manoscritti? Partite da un’idea circa il tipo di poeta che vorreste oppure cercate “la bellezza ovunque”?

M: Non abbiamo uno schema fisso. Ci è capitato di invitare i poeti a collaborare con noi proponendo loro di lavorare su un progetto, come è accaduto prima con Francesca Matteoni e Azzurra D’Agostino, che in una doppia plaquette hanno dialogato sui luoghi dell’Appenino tosco-emiliano e con le nove poetesse di Bastarde senza gloria poi, chiedendo loro di lavorare sul tema dell’invettiva. Ma riceviamo anche testi che ci vengono proposti dagli autori, li valutiamo senza preconcetti e se ci convincono siamo ben felici di pubblicarli, come nel caso di “Anna la nera e altri lividi” di Graziano Mignatta, autore che non conoscevamo fino a che non abbiamo ricevuto questa sua raccolta di caustica bellezza che ci ha subito molto colpite.

G: Raccontatemi un po’ dell’antologia Bastarde senza gloria, che fino ad ora sembra il vostro progetto più ambizioso.

F: Bastarde senza gloria nasce dal mio amore per alcune poetesse  contemporanee la cui scrittura si contraddistingue per una sotterranea e forte qualità eversiva che poi ognuna di esse declina in modo personale. Ho voluto raccoglierle quindi in questa antologia che non rende conto di una linea o di una scuola in particolare, ma di un’attitudine romantica nell’accostarsi alla parola e alla vita. Ho chiesto loro di scrivere delle invettive, di arrabbiarsi, di usare la parola, per dirla con Emily Dickinson, come “un fucile carico”. Ne è uscito un ottimo lavoro che è stato accolto dai lettori con il più sincero entusiasmo. I due reading collettivi che abbiamo fatto a Torino e a Milano sono stati esattamente come io mi immagino debbano essere i ritrovi di poesia: esplosivi.

Ho in mente di continuare questo lavoro di curatrice di antologie pretendendo sempre qualcosa di nuovo dagli autori che chiamo, mettendoli al lavoro su temi che magari non hanno ancora esplorato, e voglio che questi libri vengano poi desiderati fortemente da quattrocento lettori che, tenendo conto che ogni libro è fatto a mano, è il massimo che Sartoria Utopia possa offrire.

G: Quali sono i poeti e poete che state per pubblicare?

M: Stiamo lavorando alla raccolta dell’autrice milanese Anna Lamberti-Bocconi, una delle voci più incisive della poesia italiana contemporanea, che si intitolerà La signorina di Cro-Magnon, titolo eloquentissimo che preannuncia un libro connotato dalla forza che contraddistingue la scrittura di Anna.

F: E dopo Lamberti-Bocconi, che siamo molto onorate di pubblicare, abbiamo in programma una poetessa di cui poco si conosce: Fernanda Woodman, che ha cominciato circa un anno fa a mandarci le sue poesie, il titolo dell’opera sarà, con tutta probabilità, Diario, ma stiamo ancora lavorando sulla forma giusta per accogliere questi testi scuri e misteriosi, ci piacerebbe farne un vero e proprio libro oggetto. Inoltre sta per uscire la quarta edizione di L’arancione mi ha salvato dalla malinconia che, per la nostra capanna editrice, si sta rivelando un lillipuziano long-seller e uscirà in una veste grafica rinnovata e non più rilegato a quadernetto: si trasformerà anche lui in un piccolo Samurai (la collana iniziata con l’antologia Bastarde senza gloria connotata dalla copertina serigrafata e dalla legatura giapponese).

G: Tra voi due esiste un’ideale divisioni dei compiti o fate tutto insieme?

M: Solitamente la divisione dei compiti avviene più che altro per la parte amministrativa di Sartoria e per quanto riguarda la gestione del magazzino e le spedizioni di cui si prende cura Francesca per ragioni pratiche e logistiche.

Per quanto riguarda il lavoro manuale siamo intercambiabili, tutte e due siamo in grado di fare le stesse cose, una curiosità da sapere potrebbe essere che nella realizzazione dei Samurai, Francesca è operaia specializzata trapanatrice mentre io sono operaia specializzata nel posizionamento dei moduli da forare.

F: Manuela si occupa anche di organizzare reading, performance, presentazioni di Sartoria Utopia.

G: Mi dite, brevemente, qualcosa circa i vostri futuri progetti individuali?

M: In questo momento sto cercando di gestire la mia vita in modo da poter dedicare più tempo possibile alle attività di Sartoria, oltre alla realizzazione dei libri ci sono ovviamente tante altri aspetti  da curare: i contatti, le presentazioni ecc. Sto inoltre lavorando a una mia seconda raccolta.

F: Anch’io sto cercando di avere sempre più tempo per Sartoria Utopia per la quale sto mettendo a punto due progetti di laboratori che spero partano presto, inoltre mi piacerebbe dare inizio a nuove collane: una per bambini e una che ospiti testi spuri, cosidetti sperimentali, sia di poesia che di prosa, testi che attualmente non trovano spazio nelle collane delle case editrici, mi piacerebbe chiamare questa collana “gli impresentabili” e avrei già almeno un paio di ottimi autori da pubblicare.

G: Nascono sempre più spesso case – capanne nel vostro caso – editrici artigianali, qual è la spinta? L’editoria classica è finita? Inventare qualcosa di diverso è necessario o soltanto divertente?

F: Penso che tutte queste piccole case editrici nascano da una vera esigenza, siano quindi necessarie e non semplici divertissement e anche se lo fossero non ci sarebbe nulla di male: la poesia, la letteratura hanno molto più a che fare con il “divertirsi” che con questa specie di controproducente Realpolitik che livella verso il basso e l’ovvio l’editoria che tu definisci classica.

Per quanto mi riguarda, penso che Sartoria Utopia sia una delle cose migliori che io abbia fatto negli ultimi anni, mi infonde più coraggio, più libertà soprattutto come autrice, pensando che se le case editrici “classiche” non potranno accogliere i miei testi, essi sempre troveranno nell’Utopia un rifugio e un avamposto.

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intervista a cura di Gianni Montieri

 

interviste credibili #12 – Mariagiorgia Ulbar (su la Collana Isola)

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Collana Isola (scheda):

La collana Isola si compone di piccoli libri in A6 che uniscono poesia e illustrazione. Il progetto prevede una selezione di poete/i e una scelta di testi al fine di creare una sequenza di poesie  che viene discussa tra curatrice e curatore della collana e autori. I testi vengono inviati a illustratori scelti che leggono e disegnano integrando, in maniera del tutto libera, le poesie. I libri di Isola sono stampati in tiratura limitata di 50 copie. Sono ideati e prodotti da Mariagiorgia Ulbar con la preziosa collaborazione di Andrea Bruno.

Interviste credibili #12: Mariagiorgia Ulbar

G: Ciao Mariagiorgia, raccontami brevemente come è nata l’idea e quindi la collaborazione tra te e Andrea Bruno.

M: Un paio di anni fa, ho mandato ad Andrea Bruno il mio poemetto Osnabrück, chiedendogli di illustrarlo, e di lì a poco lo abbiamo stampato, in collaborazione con il gruppo Inuit, in tiratura limitata. La plaquette è stata accolta da amici e lettori con entusiasmo, è piaciuta l’idea dell’abbinamento di poesia e illustrazione in bianco e nero, così, dopo un po’ di tempo, abbiamo pensato che si potevano mettere insieme le forze per creare una piccola collana con il nome di ISOLA. Io mi sono occupata e mi occupo di contattare le poete e i poeti per farmi inviare testi che poi leggo e scelgo – sentendo la loro opinione – e infine mando tutto ad Andrea che pensa a quale illustratrice o illustratore possa lavorare sui testi in questione. Una volta che abbiamo tutti i materiali, pensiamo a un titolo e poi Andrea passa alla realizzazione grafica. La bozza viene girata agli autori, discussa e una volta che si è tutti d’accordo, si manda in stampa.

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G: Come vengono individuati i poeti che entreranno nella collana? Invitate voi? Ci sono stati, finora,  poeti che si sono proposti a loro volta?

M: Finora ho scelto poeti che conosco e apprezzo, ho parlato loro del progetto e li ho invitati a partecipare. Lo stesso è avvenuto per la parte che riguarda il disegno. Non escludo l’idea di creare un libriccino ISOLA per qualcuno che si proponga spontaneamente. Resta il criterio della scelta, che si basa sul valore poetico dei testi proposti – perlomeno secondo la concezione che ho io della poesia.

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G:  Guardando, sul sito, le schede dei libri fin qui pubblicati, Dina Basso, Yary Bernasconi, Sergio Rotino e uno tuo (quest’ultimo di prossima uscita), salta subito all’occhio l’importanza che viene data alle illustrazioni: come scegliete gli illustratori? Mi pare poi bellissima l’idea di abbinare il disegno al testo poetico (potrebbe funzionare pure al contrario, no? inviare delle illustrazioni a poeti e vedere che versi verranno fuori.)

M: Gli illustratori li propone e contatta Andrea, che ne conosce molti. In tutte le occasioni mi ha detto: “Io questi testi li vedrei bene con…” e io mi sono sempre trovata d’accordo. Il sistema è: leggere e vedere già un segno che si avvicini, per affinità o contrasto, ai testi scritti. Andrea, conoscendo bene il mondo di illustratori e fumettisti, riesce a trovare abbinamenti a colpo d’occhio. E per quanto riguarda il contrario, cioè che vengano prima i disegni e poi le poesie: sì, è un’idea, e non è escluso che prima o poi si decida di farlo. Personalmente, fino a oggi,  non ho mai scritto poesie ispirandomi a disegni, ma mi è capitato con le fotografie, per un progetto a cui sto lavorando proprio in questo periodo con il fotografo Gaetano Bellone e ammetto di provare molto piacere a obbedire a questo tipo di “costrizione” tematica e a dare spazio a quel peculiare lavorio del pensiero che si innesca con la lettura di un’immagine. A mio avviso tutta la poesia nasce così, come forma di traduzione di immagini reali, astratte o oniriche. Il cervello lavora per immagini. Nella storia dell’umanità queste sono venute prima del linguaggio, che è stato un’esigenza successiva per l’uomo. Basta pensare ai primi segni lasciati dai primitivi nelle caverne.

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G: Come l’hanno presa i poeti? Curiosità? Entusiasmo?

M Sì, sia poeti che illustratori sono entusiasti, soprattutto curiosi, quando li contattiamo. Poi passa un po’ di tempo prima dell’effettiva realizzazione e magari quasi si dimenticano. Si rianimano quando vedono la prima bozza in pdf e poi, quando si trovano in mano il libriccino in carta e inchiostro, fanno facce da bambini…

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G:  Puoi anticiparci qualcuna delle prossime uscite?

M: No che non posso anticipare, almeno non così presto! Posso dire solo che mi piacerebbe pubblicare dei libriccini Isola anche di autori stranieri, con testo sia in lingua originale che in italiano, riuscire a mettere tutto in un A6 di sedici pagine!

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G: Stanno nascendo sempre più progetti che prendono le distanze dall’editoria classica, secondo te è perché questa non esiste più o soltanto perché inventare qualcosa di diverso è un dovere e un privilegio e a nessuno dei due ci si deve sottrarre?

M: L’editoria classica esiste ancora, anche se arranca e non raramente delude. Ci sono tuttavia realtà positive anche nell’editoria classica. Tutto ciò che è diverso, alternativo e sperimentale è interessante, auspicabile e spesso ottiene risultati particolarmente soddisfacenti. Io credo che le due realtà possano tranquillamente coesistere e che anzi  dovrebbero sempre avere un occhio una sull’altra, per spunti, incastri, deviazioni. In generale, rispetto e apprezzo molto i progetti di editoria “differente”, perché sono lo specchio dell’entusiasmo, dello spirito pionieristico, dell’urgenza espressiva di molti. Importante è che non si perdano di vista autocritica, qualità, sobrietà.

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G: Nel farvi i complimenti e gli in bocca al lupo, ho un’ultima domanda: siete pazzi?

M Sei sicuro che sia una domanda?

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intervista di Gianni Montieri

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La Collana Isola

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Note biografiche:

Mariagiorgia Ulbar è nata a Teramo e vive a Bologna. Insegna e traduce dal tedesco e dall’inglese. Ha pubblicato testi su riviste letterarie e le raccolte Arance di mezzanotte (ElitEdizioni, 1999), I fiori dolci e le foglie velenose (Maremmi, 2012) e Su pietre tagliate e smosse all’interno dell’Undicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2012). Ha pubblicato in edizioni tipografiche limitate il poemetto illustrato Osnabrück e le prime sei cartoline del progetto Poste/Poesie.
Andrea Bruno scrive e disegna storie a fumetti. I suoi lavori sono apparsi su numerose riviste e antologie italiane e internazionali. Ha pubblicato l’albo Black Indian Ink (Centro Fumetto Andrea Pazienza, 1999; Amok, 2000), la raccolta di disegni Disapperarer (Coconino Press, 2001) i volumi Brodo di niente (Canicola, 2007; Rackham, 2008) e Sabato tregua (Canicola, 2009).
Ha esposto in diverse mostre personali e collettive in Italia e all’estero.  Nel 2005 è stato tra i fondatori del gruppo Canicola, con il quale ha dato vita all’omonima rivista. Viva e lavora a Bologna.

Interviste credibili # 11 – Rosario Palazzolo

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Ciao Rosario, intanto ho appena scoperto che hai un anno in meno di me, cosa inaccettabile, comunque andiamo avanti, l’ho scritto solo per fare un po’ di teatro. A proposito tu fai teatro o “teatro”?

Mannaggia, Montieri, sapevo che avresti iniziato così. Né l’uno né l’altro, comunque. Io faccio le virgolette, solitamente, solo quelle. Le apro e le chiudo. Non manco di perizia, però, e nemmeno di una certa dose di ostentazione. Del resto, come sanno bene coloro che mi conoscono, fra etica e estetica non faccio distinzioni. A ben vedere, l’una è sempre la determinazione dell’altra. Il problema è che imperversa il mal vedere, oggigiorno.

In merito all’età, mettiamola così: il mio anno in meno si vede tutto, così come il tuo in più.

Dimmi qualcosa di Palermo (la tua città) che la gente non conosca già come suggerimento turistico o banalità giornalistica.

Non m’intendo per nulla di Palermo, è risaputo. Figurati che spesso mi perdo. Allora, metto un cappello,  m’avvicino a qualcuno e, con voce estera come so solo io, chiedo Pardon, dove si trova la via tale? – il pardon funziona una meraviglia, sempre – e attendo la risposta dell’indigeno col sorriso stampato, e pure lui sorride nel mentre che risponde, e sorrido ancora, io, fingendo di non comprendere qualche parola, e lui sorride e gesticola e fa dei lunghi no con la testa, se è il caso, o dei sì, e infine dico Grazie, sorridendo, a lui che sorride, prima di andare via.

Ecco, se proprio vuoi sapere qualcosa su Palermo, posso dirti che è una cittadina sorridente assai.

I soliti bene informati dicono che tu sia un cuoco sopraffino, hai qualcosa da dire in tua difesa?

No. E loro?

Ora ti chiederò cose che potrebbero sembrare banali, ma per uno come me, che conosce il teatro solo da appassionato, possono risultare domande lecite: come si sta su un palco? Come ci si muove e come non ci si muove? Un respiro trattenuto, un gesto, contano quanto una battuta?

In teatro credo esistano regole precise, dentro le mie virgolette no.

Tra le tue opere teatrali mi incuriosisce molto “La trilugia dell’impossibilità”. Mi racconti, in breve, la genesi di questo lavoro?

In breve è una parola.

La trilugia dell’impossibilità è fondamentalmente un mio cruccio, una croce. Un’analisi in quattro atti, per il momento, perché ciò che è impossibile non può essere concretizzato in qualcosa di finito. Nasce nel 2007 con lo spettacolo Ouminicch’, che diceva – e dice – dell’impossibilità della scelta. Da allora è stato un continuo impossibilitare: la verità, l’essere, la speranza, in una sorta di percorso impercorribile ma comunque opportuno, perché ritengo che non sia necessario che a ogni bivio corrisponda un’uscita, a ogni ciambella un buco. Il tutto, in una lingua vivida, un palermitano violento e realistico che non fa sconti di sorta, verosimile eppure allucinato. Perché la lingua della trilugia è una lingua che va estrapolata, affinché un idioma non diventi un territorio. Credo sia questa la maggiore innovazione. E oggi l’innovazione è spesso solamente formale, psichedelica, confusionaria. Nasce dall’esigenza di sorprendere lo spettatore. Il lavoro che tento con la trilugia se ne frega dello spettatore, non prova ad affascinarlo, a compiacerlo, non gli sussurra continuamente Abbracciamoci, amico mio, apparteniamo alla medesima categoria, quella dei giusti. È invece una fatica mia e dei miei attori, che certo ha anche bisogno di essere comunicata a qualcuno, ma solo affinché fatichi pure lui, almeno quanto noi.

“I tempi stanno per cambiare” è figlia della tua collaborazione (termine di certo riduttivo) con Luigi Bernardi, com’è lavorare a quattro mani? E, soprattutto, com’è lavorare con uno scrittore del livello e dal carattere forte come Bernardi?

Lavorare a quattro mani è molto complicato, vogliono tutte avere la meglio. Ma con Luigi è stata una risata continua. La nostra amicizia, profonda, piena di affetto, coccole e carillon, credo si sia consolidata proprio grazie a I tempi stanno per cambiare. In più, facemmo insieme anche la regia, lavorammo entrambi a stretto contatto con il compositore, lo scenografo, discutemmo a lungo con gli attori. In merito alla difficoltà di lavorare con uno del suo livello e del suo carattere, ti racconto un aneddoto. Quando riunii la compagnia e dissi di questa collaborazione, del testo che forse ne sarebbe venuto, del lavoro che ci attendeva, erano tutti basiti. Non conoscevano Luigi e, in cuor loro – glielo potevo leggere negli occhi – temevano per lui.

Che musica ascolti?

Solo quella che capisco.

Il più grande autore di teatro, per te, chi è?

Tolti i presenti, parecchi.

Tu tieni dei laboratori di teatro, qual è l’incipit dei tuoi corsi?

Questo laboratorio è legato indissolubilmente al fato. A lui dovremmo sottometterci affinché ogni cosa vada nel verso in cui ci auguriamo. Ovviamente il fato sono io, signore e signori.

Cos’è Cattiverìa?

Una parola inusuale, che sa di spostamento. Una parola bella, secondo me, molto musicale. Ed è anche il titolo del mio prossimo romanzo che uscirà ad aprile sempre per Perdisa Pop. E sarà il mio romanzo più bello, il più maturo, il più doloroso, il più che ti pare a te. Del resto, è pratica comune fra gli scrittori: nel romanzo che sta per uscire deve esserci sempre qualcosa in più a garantire che ci sia qualcosa in più rispetto ai romanzi precedenti. Per quanto mi riguarda, è stato il solito maledetto divertimento.

Ora faccio lo stronzo: Leggi Poesia?
E io rispondo da stronzo: no. Bisogna farsi mancare qualcosa, nella vita.

Ora lo rifaccio: Cosa cambia ( se qualcosa cambia) tra la scrittura per il teatro e la scrittura di un romanzo?

La scrittura teatrale è caduca, folgorante, immediata, illuminata, si riferisce a un pubblico che cambia ogni volta. La scrittura narrativa è caduca, folgorante, immediata, illuminata, si riferisce a un lettore che cambia ogni volta.

Devo assolutamente tornare a Palermo, ma a tarda sera, dopo lo spettacolo, non pensare di portarmi al ristorante, devi cucinare tu.

Dopo ogni spettacolo sono intrattabile, la mia cucina potrebbe risultarne compromessa, e pure tu. Facciamo a pranzo, quando l’ineluttabilità la metto solo nel soffritto.

intervista di gianni montieri

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notizie su Rosario Palazzolo

Interviste credibili # 10 : Antonio Paolacci

Paolacci

Ciao Antonio, come ci si sente a ritrovarsi con un terremoto sotto il culo?
Più o meno come il personaggio di John Travolta nella scena di Pulp Fiction in cui esce dal gabinetto e c’è Bruce Willis. Ciao Gianni.

Bologna (la città in cui vivi) com’è in questi anni? Com’è cambiata? Cosa le è rimasto addosso di quel fascino che la rendeva (a seconda dei casi) “la dotta” “la viva” “la saggia” (questa me l’ha detta un amico anni fa)?

Ho idea che anche in questa intervista sembrerò uno che non vede l’ora di lamentarsi. Molto bene. La risposta è: assai poco. Di dotto e saggio a Bologna è rimasto un solido ricordo e poco più, però diciamo che a suo favore ha la scusa di essere in compagnia di tutta l’Italia.

 

Quando ti arriva sul tavolo un manoscritto qual è la prima cosa che fai o che pensi, prima di cominciare a leggerlo?

Prima lo giudico dall’aspetto. Per quanto possa sembrare ingiusto, non lo è: la mediocrità di certi lavori si capisce da come sono presentati. C’è chi perde tempo in copertine sceme, disegni da scuola elementare, impaginazioni estrose, ecc. Poi ci sono le lettere di presentazione dalle quali si capisce che gli autori sono spesso vittime di equivoci e luoghi comuni sulla scrittura e l’editoria. In ogni caso, quando poi mi metto a leggere, quello che di solito penso è la nota frase: «Il cucchiaio non esiste».

Dal 2011 sei il Direttore di Perdisa Pop, quanto è divertente e quanto è difficile?

Difficile è fare questo mestiere per chiunque, negli ultimi anni, perché occorre combattere con soggetti esterni alle case editrici, persone che decidono troppo e con criteri discutibili. Parlo di chi ha il potere di dare visibilità ai libri, dai giornali ai premi letterari, dai distributori ai librai, i quali dettano spesso legge – o ci provano – perfino nei nostri piani editoriali, consigliando per esempio un certo cerchiobottismo, dal momento che trovano saggio accontentare un po’ tutti e non offendere nessuno. E io sono pessimo, nel cerchiobottismo. Però posso dire che ho imparato ad affrontare diverse difficoltà a modo mio, riuscendo a portare avanti quello che credo sia giusto senza accettare troppi compromessi. Ecco, di divertente c’è quest’ultima cosa, tra le altre che credo siano più intuibili.

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico: David Foster Wallace

Tutto? Per carità, facciamo che ti dico solo una cosa piccola e un po’ personale, altrimenti non riuscirò mai a finire questa intervista. Penso che il suo modo di intendere e vivere la scrittura fosse esemplare. Credo sia anche per questo che nel leggerlo si sentono il potere e il piacere della migliore letteratura, al di là di ogni faccenda teorica, stilistica o tematica. Non perdeva mai di vista il fatto che osservare e raccontare il mondo con attenzione, ma anche con la consapevolezza di quanto sia facile sbagliare, è più che la base di un mestiere, è il punto di partenza di tutte le nostre azioni, quindi è concretamente più importante di ogni altra cosa. Wallace è uno dei pochi, pochissimi, scrittori che nei momenti di sconforto riescono a ricordarmi perché ho scelto di scrivere. La mia ammirazione non c’entra con il fanatismo e tanto meno con l’emulazione. C’entra semmai con la gratitudine.

Una cosa che ti viene in mente se ti dico: Luigi Bernardi

Senza dubbio il fatto che da ragazzino io ho passato una lunga, bellissima giornata con Michel Platini, e lui no. (Questa la pagherò con un sonoro vaffanculo.)

Ma davvero a Bologna state sempre a mangiare?

Guarda. A Bologna non sanno fare i dolci, per non parlare del pane. Bisogna che questo si sappia.

Parliamo di e-book, il tuo ultimo libro “Tanatosi” è uscito soltanto in formato elettronico, seguito da altri tre titoli (di Domenichini, Naspini e Bernardi), è molto più di una scelta di campo.
È insieme un progetto, un esperimento e una provocazione. Proporre certi autori italiani ai lettori italiani come si è sempre fatto, oggi sembra una specie di impresa, ostacolata da distributori, giornali, librerie… In un momento come questo può valere la pena fermarsi un attimo e fare un passo indietro per osservare il panorama in prospettiva. E magari porsi delle domande basilari, per esempio su cosa siano per noi la lettura, la scrittura, la letteratura, su quanto pensiamo che possa durare nel tempo il singolo libro, su cosa ci aspettiamo che ci dia in cambio dei soldi o del lavoro che ci chiede. Che peso gli diamo in generale, insomma. E in questo “noi” includo tutti: lettori, scrittori, editori, critici, distributori e librai. Gli ebook sono ancora una specie di mostro, nell’immaginario di molti. Ma ideare questa collana e farla partire con un titolo mio nel 2012 è stata una di quelle idee che vengono in un lampo e quadrano da subito. Per intenderci: credo che Tanatosi sia uno dei miei scritti migliori, se non il migliore in assoluto, e se fino a oggi è anche quello che ha venduto meno, non mi importa. Sapevo che sarebbe andata così. Il punto è che è là, disponibile in pochi minuti e a pochi euro, per chiunque abbia accesso a internet e voglia di leggerlo.

Ti ho conosciuto come scrittore, qualche anno fa, guardando il catalogo di Perdisa Pop, scelsi il tuo libro “Salto d’ottava” perché mi piaceva il titolo (ebbene commetto ancora simili peccati, perché tu no?) poi mi è piaciuto pure il libro, lo stile e quel misto di realismo e visionarietà. Mi piacque sia la storia che lo stile, non ho ancora letto “Tanatosi” (perché ho rimandato l’acquisto dell’E-reader, vabbè a Natale arriva) ma tutti me ne parlano in maniera entusiasta, mi dici due parole sulla storia?

È la storia più lineare che abbia scritto finora. Di solito cerco la frantumazione, gli spostamenti, disegnando percorsi più mentali che cronologici. In questo caso volevo raccontare qualcosa di molto preciso, strettamente legato al nostro tempo in relazione al passato e a un possibile futuro, e la linearità mi è sembrata la scelta migliore. Ma è anche il lavoro in cui, per la prima volta, ho immaginato una realtà diversa dalla nostra. Quando il contesto in cui siamo è raccontato fin troppo, e spesso male, la scrittura può mostrarlo forse meglio allontanandosene. Al momento questo mi interessa particolarmente. Anche il romanzo che sto scrivendo viaggia nella stessa direzione.

Pensando all’editoria di adesso, guardando da spettatore esterno, mi pare di non capirci molto, da dentro com’è? Cosa cavolo stanno combinando?
Nell’ultimo anno, in alcune interviste e interventi, ho cercato più volte di spiegare quello che sta succedendo dal punto di vista tecnico: modifiche nocive al sistema distributivo e della vendita, nascita di un monopolio di tipo aziendale, strategie di marketing, faziosità di critica letteraria e informazione. Come sai, è un discorso complicato e difficile da sintetizzare, ma in effetti è anche un po’ limitativo, perché a forza di parlare di questioni specifiche, come la visibilità dei libri e il sistema distributivo, rischiamo di perdere il quadro generale. Anzi, gli stessi libri sono solo un dettaglio, per quanto importantissimo, di un contesto culturale gestito male, dove la qualità e la passione sono considerati interessi di nicchia, questioni di secondo piano. Musica, cinema, teatro: in Italia c’è una seria crisi di contenuti, non solo economica. Mancano le competenze nella scelta, perché spesso a decidere sono le persone sbagliate. Il guaio è che ciò che racconta il telefilm Boris, per intenderci, a proposito della tivù, sta succedendo anche all’editoria. E paragono il libro all’intrattenimento televisivo proprio per non dare l’impressione di voler difendere soltanto la letteratura alta o quella che capiscono in pochi. Lasciamo perdere il capolavoro e il mito del genio incompreso: questo Paese è pieno di professionisti sconosciuti che saprebbero fare musica, film e spettacoli molto meglio di quelli che si vedono di più in giro. E lo stesso vale per la scrittura.

Che musica ascolti? Qual è per  te “L’album”?

Non ce l’ho, l’album. Sono uno che va a momenti. Negli anni ho consumato dischi di De Andrè come dei Nirvana, dei C.S.I. come dei Depeche Mode, dei Radiohead come di Piero Ciampi. E fai conto che ancora adesso ogni tanto riascolto i Bluvertigo, per dire.

Se guardo al vostro catalogo trovo alcuni degli scrittori italiani più interessanti, penso (tra gli altri) a Merico, Saporito, Liberale, Domenichini, Ronco, Palazzolo, Naspini e il nuovissimo romanzo di Luigi Romolo Carrino, perché sono così difficili da promuovere e, spesso, da trovare in libreria (manco fossero libri di poesia).

Anche questa è una risposta difficile da dare in breve. Partiamo dalle librerie, cioè da questioni più oggettive. C’è un lato tecnico che andrebbe spiegato meglio di come possa fare io qui, almeno a chi non conosce il sistema distributivo. Diciamo solo che i soggetti coinvolti (ovvero i distributori, i promotori e i librai), fino a pochi anni fa autonomi, sono oggi per lo più di proprietà dei pochissimi grandi editori italiani. Le conseguenze sono intuibili: è come se pian piano tutti i negozi di alimentari e supermercati fossero sostituiti da grandi ipermercati della Barilla, mettiamo, e voi foste produttori di un’altra marca di pasta. A questo si aggiunge il fenomeno stesso delle grandi librerie di catena, dove al posto di librai informati e competenti, a volte ci sono ragazzi sottopagati che parlano come commessi di una boutique («Quest’anno si porta molto il romanzo erotico»). Quanto alla promozione, il discorso è un altro ancora, e anche questo difficile da riassumere. Ma di sicuro posso dire che molti autori meritevoli vengono ignorati dalla critica e dai premi letterari per ragioni stupide come il fatto di non avere amici influenti. D’altra parte, a sfogliare certe pagine culturali, a volte sembra di leggere quella specie di rivista di Trenitalia che parla sempre benissimo dei treni. Non so se mi spiego.

La prossima volta o io a Bologna o tu a Milano ci si becca a cena, perché tutto ‘sto on-line alla lunga stanca, ok?

Contaci, e con menù rigorosamente campano, eh, mica cotolette e tortellini.

(c) Gianni Montieri

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Antonio Paolacci biografia

Interviste credibili # 9 – Cristiano De Majo

Ciao Cristiano partiamo con tre domande di servizio: siamo più o meno coetanei ed entrambi siamo napoletani (anche se io della provincia); tu vivi ancora a Napoli, mi racconti com’è (se lo è) cambiata secondo te?

Secondo me non è cambiata affatto. Io ci sono tornato da quattro o cinque anni dopo una lunga esperienza romana. Napoli è la solita città bella e stramorta, che attende sempre un salvatore che la liberi da qualcosa, ma purtroppo nessun sindaco potrebbe realisticamente presentarsi con il programma di liberarla da se stessa. Banalmente senza una economia normale, una economia che vada oltre la micidiale triade avvocati, impiegati pubblici e criminali, non c’è alcuna speranza.

David Foster Wallace è il più bravo degli ultimi trent’anni?

Non il più, ma uno dei più. Ho scritto di recente un pezzo su Rivista Studio in cui ragionavo proprio sulla mia incapacità di scegliere tra lui ed Ellis. Oltre a questi due, tra gli autori degli ultimi trent’anni ci metterei anche Sebald e Vollmann, e Houellebecq con la scrematura di un paio di libri. Uh, aspetta, c’è anche Bolaño. E pure DeLillo a voler essere oggettivi.

Quanto ti danno fastidio i luoghi comuni sul Sud?

Più che altro mi danno fastidio la maggior parte delle rappresentazioni cinematografiche e letterarie del Sud, l’epica meridionalista la trovo furba e deteriore, ma è un discorso che m’interessa sempre meno. Il discorso intorno al Sud e a Napoli, discorso a cui non mi sono sottratto, non mi appassiona più. Vivo a Napoli con un senso di estraneità totale. Potrei essere ovunque. Non leggo libri di scrittori napoletani, non guardo il tg regionale, cerco il più possibile di astenermi dal frequentare le aree ventrali. Lo so, c’è qualcosa che non va, credo si renda necessario un mio nuovo allontanamento.

Cosa rende, secondo te, la scrittura nordamericana diversa dalla nostra? Ovvero, hai la sensazione che la narrativa italiana non riesca a muoversi alla stessa velocità di questo tempo?

Ma è un fatto logico, legato soprattutto alla dimensione storica. Ogni impero, in quanto epicentro della storia, produce le rappresentazioni più convincenti di una determinata epoca. Gli imperi economici sono anche imperi culturali. Si aggiunga a questo la professionalizzazione della scrittura, i grant, le borse di studio, i corsi all’università… Detto questo, c’è anche da dire che negli ultimi si avverte una specie di esaurimento, sempre meno libri importanti o innovativi in giro. Più che movimenti generazionali e geografici, mi sembra che in questo momento stiano spiccando delle individualità.

C’è un personaggio di un romanzo che avresti voluto essere anche se solo per dieci minuti?

Beh sì, molti. Clay di Meno di zero, Humbert Humbert di Lolita, Jim Hawkins dell’Isola del tesoro tra gli altri.

La sfogliatella: riccia o frolla?

Forse riccia, ma meglio una brioche se restiamo in tema colazione. I francesi mi hanno dato motivi per riflettere. Preferisco il camembert alla mozzarella.

Come sai ho amato molto il tuo romanzo “Vita e morte di un giovane impostore scritta da me, il suo migliore amico”, in particolare ne  ho apprezzato l’originalità e la statura dei due protagonisti,  così diversi e complementari, l’uno dipendente dall’altro, per volontà o circostanze. Come ti è venuta l’idea di questa storia?

All’inizio ero interessato soprattutto alla parte documentale, cioè a mettere in piedi un catalogo di scritti ritrovati. Poi la cosa mi è cresciuta in mano. E mi fa quasi paura pensare al modo in cui scrivendo i personaggi si costruiscano, si ingigantiscano, si complichino. Alla fine il nucleo del libro è diventata la voce narrante, la sua ambiguità, che non è di sicuro lo spunto da cui ero partito.

Ti piace il cinema? (se sì) Qual è il tuo film, quello indimenticabile?

Come si fa a dirne uno? Senza pensarci, ti direi banalmente Mullholland Drive. Pensandoci un altro po’ L’inquilino del terzo piano, La conversazione, Blade runner, Il cacciatore, The Blues Brothers.

Riesci a trovare una spiegazione ai Neomelodici?

Quando penso ai neomelodici, mi viene da pensare al rap. Quanto sia emblematico che i ghetti americani (ancora America, sì) abbiano prodotto una musica con un valore estetico che ha rivoluzionato la contemporaneità, mentre i nostri ghetti quella merda. E non giurerei sul fatto che Scampia sia più degradata di un project di Brooklyn. La cosa più deprimente sono gli intellettuali che hanno cercato di sdoganarli. Fofi con Nino D’Angelo ci è pure riuscito. E adesso ogni tanto ci tocca pure sentirlo parlare di cultura.

Quanto è difficile per un giovane scrittore muoversi nella giungla editoriale?

Ti stai riferendo a me come giovane scrittore oppure stai parlando di un ipotetico giovane scrittore? Nel primo caso non ti rispondo visto che giovane non sono più e quindi la domanda dovrebbe essere riformulata (quanto è difficile per un uomo fatto e finito campare di scrittura in Italia?). Nel secondo, il consiglio che darei è cercare uno scrittore già pubblicato che si apprezza a cui far leggere le proprie cose. Le relazioni di stima e di curiosità intellettuale sono fondamentali in questo lavoro. Per quanto mi riguarda, il fatto di avere una agente mi solleva dall’obbligo di certi movimenti, cosa per me ottima visto che sono piuttosto statico.

Qual è  il libro che ti ha fatto esclamare: “Cazzo, che meraviglia!”

Questa è come la domanda sui film. No, peggio. Sono tanti. Ti dico uno degli ultimi, per la novità che rappresenta, Importanti oggetti personali e memorabilia dalla collezione di Lenore Doolan e Harold Morris compresi libri, abiti e gioielli di Leanne Shapton.

Dimmi – per favore – che tifi Napoli

Te l’ho detto che preferisco il camembert! Tifo Inter dai tempi di Rumenigge. Hai presente i neri che si sbiancano la pelle?

Un e-book ci seppellirà o ci salverà?

Proprio ieri ho comprato un Kindle! Ma più che altro per leggere in inglese le cose non ancora tradotte. Faccio soprattutto il giornalista in questa fase della vita.

 

Mi dici in breve a cosa stai lavorando in questo periodo?

Molto in breve, a un libro di non fiction. M’interessa la forma del memoir;  del resto anche il romanzo era un lavoro di finzione sul tema biografia/autobiografia. Ma ci sto lavorando quasi solo col pensiero al momento. Per me la cosa giusta, se fosse fattibile, sarebbe pensare a un libro per tre o quattro anni prima di iniziare a scriverlo.

Che musica ascolti?

Avendo due figli di 16 mesi, sto ripercorrendo di nuovo la storia del rock. Loro amano molto The Dark side of the moon, nonostante gli abbia detto che i Pink Floyd per me sono sopravvalutati. Ho ascoltato di tutto, rock, pop, elettronica, rap, ho avuto le mie fasi, ma da un paio d’anni non seguo molto le nuove uscite. Mi pare che il disco più recente che ho comprato sia High Violet dei National o forse quello di Sufjan Stevens.

Ce lo prendiamo un caffè?

Quando vuoi.

Interviste credibili # 8 Pasquale De Fina

Ciao Pasquale prima tre domande di servizio, da uno a dieci quanto te ne frega del circuito underground?

Esattamente quanto al circuito underground  frega di me (inserisci tu una cifra)

Milano vale ancora la pena?

Milano vale sempre la pena come Londra, Oporto, Sydney o Pizzo Calabro …

sono i milanesi a non valerne abbastanza a volte

C’è vita dopo Neil Young?

Ha avuto 3 figli, quindi assolutamente direi di si.

Quanta passione deve avere ancora, o se preferisci quanta resistenza, un musicista per continuare a suonare in questo circo assurdo che è il panorama musicale italiano?

Sinceramente non lo so. Cerco di spiegarmi: io a scrivere/suonare mi ci sono “ri-trovato”, nel senso che non sono nè un diplomato della musica nè tantomeno uno di quelli che dice “io con la musica ci sono nato fin da piccolo”. Ho fatto un percorso artistico al politecnico studiando architettura. Da lì ho acquisito la capacità nel portare avanti un’idea di progetto… mi sono trovato con una chitarra al collo…e la chitarra è stato dagli anni 90 in poi lo strumento con cui ho progettato le mie idee. Per questo non penso di appartenere al “circo”di cui parli…piuttosto se proprio devo mi piace pensare di appartenere a tutti i “circhi”(esiste il plurale di circo?…mah!). Sono un animale metropolitano con chitarra e amplificatore incorporato.

Quanto costa mettere insieme un gruppo e partire in tour oggi, senza major alle spalle e data la mancanza di locali “per la musica” seri?

Non costa! E’ fallimentare.A meno che non si sia ricchi di famiglia.

Mi racconti come è cominciata la storia tra te e la chitarra elettrica?

E’ iniziata scambiando il mio motorino con una Telecaster…all’incirca nel 1978

Cosa ricordi delle tue prime serate Live?

 Sinceramente preferisco non ricordare

Quando uscì “Anime salve” di De André quante volte di seguito lo ascoltasti? Esiste un album italiano migliore di quello?

Lo ascoltai parecchio. Non so se esistono album migliori ma esistono album belli come quello.

Che reazioni hai quando ti domandano cose tipo: “Sei un musicista indipendente?”

Che è come chiedere al postino se fa il postino “indipendente”

Quali sono i dischi di cui non potresti fare a meno?

“La torre di babele – Edoardo Bennato” / “Le nuvole – Fabrizio De Andrè”/ “Quadrophenia – The Who” / “Joe Garage – Frank Zappa” / “On the beach – Neil Young” / “We want Miles – Miles Davis” …e altri 44 dischi.

Il nostro è un blog letterario, devo chiederti, a questo punto, quali sono gli  scrittori (o libri) che più ami e perché.

Pinocchio – Collodi. Penso che sia LA storia dell’essere umano raccontata come nessuno sia mai riuscito a fare.

Cosa rappresenta la poesia per te? C’è un poeta che ami particolarmente?

 La poesia è la cosa più complicata e splendida che ci sia: è essenza e sintesi.

Ogni poeta dovrebbe essere superpagato e iperprotetto dal Ministero per la Poesia (dovrebbero istituirlo)

      

Quanta gente (penso soprattutto alla rete) crede di saper scrivere o comporre e quanta realmente ne è capace?

Esattamente lo stesso numero che realmente è in grado di scrivere nella realtà. Non è la rete che decide ma ciò che viene scritto.

Dimmi cosa succede in questi mesi a Lambrate, a cosa stai lavorando?

A Lambrate succede: ovvero è un luogo dove mi chiudo a suonare registrare o soltanto a incontrare persone che suonano o fanno altro….succede…poi decido…se tenere, o buttare: come tutti facciamo ogni giorno

Tu ti occupi anche di produzione artistica (ho avuto il piacere di ascoltare in anteprima le canzoni di El Santo) ti va di raccontarmi in breve come funziona la produzione di un disco? Quali sono gli aspetti principali, quanto conta l’intesa?

E’ stata la mia prima opportunità di lavorare a una produzione non mia. Ho ascoltato i loro provini. Immediatamente ci siamo messi a lavorare insieme per dare forma e sostanza ai brani. Finita la preproduzione siamo entrati in studio a incidere. Ho suonato le chitarre: non potevo fare altrimenti.P iù che produttore mi ritengo un musicista che da consigli “sonici”. Se i consigli che ho dato a El Santo sono stati buoni si vedrà. El Santo mi sembrano contenti del risultato finale: quando ci incontriamo mi salutano ancora!

Pensando alle tue canzoni, gli aspetti comuni che mi pare caratterizzino (spesso) sia  l’andamento musicale che la costruzione del testo siano quelli della malinconia e dell’ironia, carburati energeticamente dal sound distorto, a volte cupo, a volte caldo, della tua chitarra elettrica, Ci ho preso?

Se è questo quello che ti arriva quando ascolti le mie canzoni allora vuol dire che ” ci hai preso”.

Chitarra elettrica tutta la vita?

Elettrica,tutta…la vita!

(c) Gianni Montieri

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biografia di Pasquale De Fina

Interviste credibili #7 – Mary Barbara Tolusso

Quale dovrebbe essere, a tuo avviso, la velocità in chilometri orari della Bora, per poterla definire accettabile?

Qui si dice che Rilke, passeggiando tra Duino e Sistiana in una giornata di gelida bora, abbia avuto l’ispirazione per i primi versi delle Elegie duinesi. Corrisponda o meno a verità, resta il fatto che il poeta la definì: “un vento di cosmico spazio che smangia la faccia”, o roba del genere. È un’aria che ti rende folle, da cui si arguisce la folle ipotesi d’ispirazione dei triestini.

Trieste, di tanto in tanto, viene definita: città vecchia. E se fosse il suo bello?

A me piace tantissimo, per carità, soprattutto d’inverno, intorno alle 22. Quando esci le uniche persone under 70 (non munite di cane al guinzaglio) sono le prostitute di Borgo Teresiano, sempre che la polizia non le abbia fatte sloggiare per riguadagnare il bello della città.

Basso impero una volta basso impero per sempre?

A praticarlo una volta sono capaci tutti. Io cerco di distinguermi.

Ho letto (più volte devo dire) il tuo ultimo libro “Il freddo e il crudele” e mi pare che la miscela (perfettamente riuscita) tra testi più recenti e testi di qualche anno fa (L’inverso ritrovato) conduca a una cosa che credo ti stia molto a cuore cioè il ripristino della giusta distanza. Mi pare sia una cosa che conti moltissimo per te, è così?

Non saprei dirti qual è la giusta distanza, sono due diversi esperimenti di scrittura. Da un certo punto di vista “L’inverso” è migliore, per freschezza d’ispirazione e coraggio. “Il freddo” è tecnicamente superiore. Quello che per me conta è avere una voce autonoma. Quando apro un libro delle ultime generazioni spesso mi pare di leggere Cucchi o De Angelis e sono intimorita di cadere in qualche trappola, di diventare un epigono. I maestri vanno rielaborati, non imitati. Oppure copiati spudoratamente, ma la tendenza all’imitazione dissimulata è davvero terrificante.

Secondo me i grandi poeti del passato si divertivano molto di più. Non trovi che esista una certa pesantezza di fondo, un prendersi troppo sul serio, soprattutto nei poeti giovani?

Ipotizzo che anche i grandi poeti del presente siano in grado di divertirsi. Ci perseguita una mitologia popolare inadeguata, come se il pessimismo cosmico non si conciliasse con un’idea sorprendente della vita. E del piacere. I giovani, si sa, sono “dominati” dal sacro fuoco, fastidioso quando si lega a un’idea di arroganza. Io sono stata abbastanza fortunata, ho conosciuto più approfonditamente quei giovani poeti che si sono distinti a premi come il Cetonaverde, ragazzi che si prendono sul serio con una certa salute, per intenderci: non parlano di poesia a cena.

Siamo usciti vivi dagli anni ottanta?

Ringrazio ogni giorno gli anni Ottanta. C’è stata una tabula rasa ideologica che ha permesso un incremento di creatività più schietta, senza seguire una moda politica o ideologica. Sono stati gli anni della leggerezza e del benessere, gli anni della vacuità, gli anni in cui c’era la possibilità di coltivare la propria sensibilità con autonomia, senza subire ricatti morali, non potevi attaccarti a nessun tram di denuncia sociale o politica per dimostrare il tuo “valore”. Naturalmente era anche più difficile non rimanerne mortificati, travolti, ma se lo scopo di qualcuno – tramite la vita o la letteratura – è stata la provocazione, ritengo sia più energica e onesta quella di chi è stato giovane negli anni Ottanta e Novanta. Negli anni Settanta “provocare” era la regola.

Se il Meridiano Mondadori di Alberto Bevilacqua costa (come gli altri) sessanta euro perché una scarpa di Jacobs non dovrebbe costarne trecento?

Oltre al fatto che Jacobs lascerà molte più tracce.

Antonio Moresco è davvero il più bravo degli scrittori italiani? L’unico destinato a restare? Cosa c’è nella sua scrittura che lo rende diverso dagli altri?

Oltre il talento e la disciplina? Il coraggio. Ma sinceramente mi auguro che altri siano destinati a restare. Me lo auguro per Arbasino per esempio.

So che anche tu (come me) ami molto Giovanni Raboni e Giovanni Giudici, in che maniera la loro scrittura in versi li rende simili? E in cosa, invece, li differenzia?

Il passo verso la prosa li rende simili, ma a mio avviso c’è una statura ideologica diversa, in qualche misura il secondo ha osato di più, la sua morale si serve anche di una dimensione cinica che Raboni non ha, nonostante l’ironia appartenga a entrambi. Giudici ci conduce a osservare le mortificazioni della vita quotidiana con crudeltà, senza perderne in lirismo, per dirla con le sue parole: “quel che verrà, verrà da questa pena”.

Ultimamente si fa un gran parlare di una poesia che dovrebbe “vendere di più” “arrivare alle masse”. Stabilito che meriterebbe maggior spazio (quotidiani, librerie) tu pensi che una poesia che raggiunga tutti sia possibile?

Non lo è per principio. La poesia trae la sua forza dalla sua “inutilità”. Una volta che arrivasse alle masse farebbe la stessa fine della narrativa, fermo restando che per me la letteratura è una, che sia in versi o in prosa, ma la massificazione, appunto, ha inquinato e costretto alle distinzioni. Il giorno che sotto qualche ombrellone oltre a “Cinquanta sfumature di grigio” dovessi vedere anche una raccolta di Eliot inizierei a preoccuparmi. O penserei di essere precipitata in uno di quei racconti di Amis da realtà capovolta, come in “Passaggi di carriera” dove i poeti vengono vezzeggiati con consistenti assegni mentre gli sceneggiatori sono costretti a piazzare i loro testi in rivistine sconosciute.

So che dopo “L’imbalsamatrice” stai scrivendo un nuovo romanzo puoi anticiparmi qualcosa?

La cosa terrificante della prosa è la velocità. Indubbiamente è anche una questione di talento e io non ne ho abbastanza per essere rapida. D’altra parte è un vizio che ho anche in versi, solo che in poesia non c’è alcun problema se tra un libro e l’altro passano nove anni. Ti posso anticipare che è un romanzo dell’assurdo, sulla scia dell’“Imbalsamatrice”, ma va riscritto e devo raccogliere il coraggio.

Che ne pensi de “l’etica della comprensibilità” in poesia di cui parla spesso Anna Maria Carpi?

Sono d’accordo, ma bisogna essere all’altezza dell’obiettivo. Lo sforzo tecnico necessario per rendere una poesia “comprensibile” è maggiore rispetto a un testo ermetico o orfico, nonostante spesso si pensi il contrario. Comunque sia io procedo su binari paralleli: più sperimentale in prosa e più lineare in poesia, come se l’una avesse bisogno di complicarsi e l’altra di semplificarsi, un criterio autolesionista, contrario alle esigenze del mercato da una parte, e alla nicchia poetica dall’altra (i poeti amano le cose complicate). In due parole: un suicidio letterario.

Si può pensare a una vita senza Marcel Proust e senza Mojito?

Sì, si può anche pensarla, ma se poi la si vive davvero così, va a finire che non si pensa più.

(c) Gianni Montieri

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Mary Barbara Tolusso vive tra Trieste e Milano dove lavora come giornalista. Ha pubblicato le raccolte l’Inverso ritrovato (Lietocolle, 2003. Premio Pasolini 2004), Il freddo e il crudele (Stampa, Premio Fogazzaro 2012) e il romanzo l’Imbalsamatrice (Gaffi, 2010). Ha curato il volume di Trieste per Le antologie degli scrittori del Nordest (Biblioteca dell’Immagine editore, 2012). Dal 2005 si occupa di una rubrica di poesia per l’Almanacco dello Specchio (Mondadori).

Interviste credibili # 6 – Luigi Socci

(chiacchierata svoltasi nel cuor dell’estate tra l’andata in vacanza dell’intervistato e l’attesa della propria dell’intervistatore.)

Ciao Luigi comincio con tre domande di servizio. Sei a conoscenza del fatto che molta gente ritenga il Rosso Conero un tramonto? Potrebbero avere qualche ragione?

Rosso di sera in effetti bel tempo si spera. Have a good time, specialmente abusandone. Quando ero piccolo ricordo che il Rosso Conero (a proposito è un vino) sapeva di tabacco, almeno così sembrava alle mie giovani e inesperte papille. Ora, grazie ai processi omologanti dell’enologia moderna, si è reso abboccato, amabile, pieno di sfumature e di retrogusti di bacche rosse (che poi di che cazzo sappiano queste bacche rosse, magari velenose, nessuno lo sa), in una parola: ruffiano. Proprio come un tramonto. Ma scusa: questa sarebbe una domanda di servizio?

Ancona è un’isola?

Mmmm, non dirmi che siamo su candid camera. Comunque provo a risponderti anche se mi fido poco. Potrebbe anche darsi, in questo caso però i ponti che porterebbero ad essa dovrebbero essere assai ben dissimulati. Non un’isola felice, comunque. Ischerzi a parte la singolarmente puntuta conformazione geografica della mia città (dal greco Ankon, che vuol dire gomito) fa sì che ad Ancona sia possibile vedere il sole (a seconda dei punti in cui ci si trova) sia sorgere che tramontare sul mare. Detto questo però se sei in grado di vederle entrambe vuol dire che soffri d’insonnia. 

Pagliarani era (è) il più bravo di tutti?

Complimenti per la stringente logica con cui si susseguono le domande. In particolare mi sembra che quello della consequenzialità sia per te un valore irrinunciabile. Sei sicuro di aver copia-incollato bene?

Pagliarani ci mancherà, questo è certo. “Un gigione” secondo la definizione di un suo illustre compagno di strada di cui non faccio il nome. In Italia va la poesia seriosa (non seria) e musona, e lui certo musone, almeno in versi, non lo era. Non so se davvero fosse (sia) il più bravo di tutti ma “La ragazza Carla” è capolavoro assoluto del secondo novecento italiano e su questo non ci piove. Piove invece sui meccanismi editoriali del bel paese se  il garzantone  che ne contiene (conteneva) l’opera omnia è nuovamente esaurito rendendone irreperibile un’altra volta gran parte della produzione. Il fatto di non aver ricoperto posizioni di potere, d’essere fuori dai giochi (“non ho capacità d’incidere ”mi disse al nostro primo incontro) lo rendeva particolarmente umano e simpatico (ma lo perseguita ancora, evidentemente). Bravissimo, contrariamente alla media italica nostra, anche in fase di esecuzione vocale dei propri testi (di performance, diremmo oggi), e in grado di suscitare empatia come pochi in chi lo ascoltava. Purtoppo il materiale video che gira non gli rende onore.  

Non lamentarti, era per venire incontro alle tue agilissime abilità mentali.Assodato che non sia il numero di libri editi a fare  un poeta, ti sei dato delle spiegazioni circa l’affannosa corsa alla pubblicazione di cui sono vittima molti?

Un combinato disposto di inconsapevolezza e narcisismo. A tutti piace vedere il proprio nome stampigliato in copertina e mettere nella nota biobiblio un corposo numero di titoli, è il modo più semplice per auto attribuirsi la patente di poeta. Pubblicare oggi poesia da noi, a patto di scendere a umilianti compromessi, non è certo difficile, ma i poeti, con o senza esistenza cartac(c)ea  restano condannati all’invisibilità. Ma il mito permane, inossidabile. Non so se è vero ma mi si dice che la Garzanti pretenda dai sui autori, per contratto, un libro ogni cinque anni! Pensa pure che c’è un editore delle mie parti che ha preparato un dizionario dei poeti contemporanei in cui chiunque, a patto di aver pubblicato almeno tre libri poteva, a richiesta, essere incluso. Una specie di elenco telefonico in cui io, se avessi voluto, non sarei neanche potuto entrare. In ogni modo per chi, come me, coltivi un’idea di poesia ad alta vocazione comunicativa, l’importante è pubblicare per un editore, piccolo o grande non importa, che gli assicuri di superare la strozzatura (vero scilla e cariddi d’oggidì) della distribuzione.

Tu sei il direttore artistico de “La punta della lingua”, festival letterario giunto felicemente alla settima edizione , credo che uno dei segreti del successo sia dovuto al fatto che siate sempre riusciti a mantenere (oltre che l’alta qualità) anche un equilibrio tra poesia riconducibile a canoni più “classici” e poesia che sperimenta. Ragionando in termini di bellezza, potremmo dire che tradizione e rinnovamento siano destinati a incontrarsi, per forza, e più volte, lungo la strada?

La punta della lingua è la continuazione della mia poetica  con altri mezzi (evenemenzialI, in questo caso). Alto e basso, dotto e popolare, comico e tragico, tradizione e rinnovamento ci possono agevolmente convivere. L’importante è appunto la qualità per cui ho un criterio di selezione altamente scientifico: il mio (il nostro, perché non decido tutto da solo) proprio gusto. C’è inoltre un altro piccolo segreto etico: non cedere mai a logiche di convenienza, di scambismo, di reciproci favori o di etichetta istituzionale; il successo di un festival lo fa la soddisfazione del pubblico e il pubblico (che non è sciocco e non ama essere truffato) se sente puzza di autoreferenzialità e di logiche conventicolari se ne scappa (giustamente) a gambe levate e il lavoro (duro e pluriennale) di convincimento che la poesia non è il peggiore dei mali rischia di andarsene in fumo. Per quanto riguarda la necessità di fecondi e continui rapporti tra tradizione e sperimentazione, a parte la banale considerazione che tutti i grandi poeti sono stati (a modo loro e per il proprio tempo) degli sperimentatori, di più non posso dirti perché il discorso sarebbe troppo lungo e complesso. Posso dirti però come queste due estremità convivano nella mia, di poesia. Il mio rapporto con la tradizione è spesso di stampo parodistico, in un atteggiamento non dissimile da quello dello scolaro che per esorcizzare il grande fascino che subisce dalla sua compagna di scuola ne intinge le trecce nella boccetta dell’inchiostro. Per un procedimento di questo genere Guido Almansi e Guido Fink parlano di “falso consacrante”; a me piace parlare invece di “parodia amorosa”.

 

Una delle tue poesie che preferisco è Ultima prima al “Na Dubrovka (testo ispirato dalla strage del 23/10/2002 al teatro moscovita del titolo, quando alcuni terroristi ceceni presero in ostaggio gli spettatori). Mi piace moltissimo la maniera con cui hai raccontato in versi  l’episodio (tu stesso spieghi che il testo dovrebbe essere una lunga didascalia in versi all’immagine della giovane terrorista addormentata-morta in poltronissima), parto da questo testo (ma penso anche alla tua produzione poetica in generale) per chiederti, quanta fatica costa non essere banali?

Più che di originalità (che poi non è un valore di per sè) preferirei parlare, per me, di uso della facoltà immaginativa. Facoltà che mi sembra abbastanza atrofizzata tra tanti miei sodali, dediti ad un nevrotico e autofustigatorio autocontrollo. Già Leopardi, nello Zibaldone, metteva in guardia i suoi contemporanei sul rischio che si corre, in poesia, a non voler correre rischi, per cadere poi nella mediocrità (“in voli bassi”) di chi non osa alzarsi “con quella negligente e sicura e non curante e dirò pure ignorante franchezza” per paura “del biasimo e del ridicolo”. La fatica che costa oggi non essere banali è la fatica di sopportare la diffidenza di una cricca di pedanti controllori di un presunto gusto medio. Una fatica agevolmente sopportabile, dunque.   Del resto il concetto stesso di “gusto medio”, nell’assenza di lettori che affligge la poesia italiana degli ultimi anni, è già un assurdo. Viva i poeti pescati a pisciare in flagrante fuori dal vaso comunicante!   

Ci sono alcune foto in bianconero (anni settanta e anni ottanta) dove si vedono insieme: Porta, Raboni, Giudici, Sanguineti, Bertolucci, Zanzotto e altri grandissimi, fossi tu un fotografo oggi, chi includeresti nello scatto?

Sono un pessimo fotografo. Le mie istantanee riescono regolarmente sfocate o fuori quadro, quando mi ricordo di inserire il rullino. Comunque di quella generazione che indichi, volendo rimanere al bianco e nero, gli unici soggetti da mettere in posa, in quanto sopravvissuti, sarebbero Giampiero Neri, Nanni  Balestrini, Franco Loi , Nelo Risi e Emilio Isgrò (questo non lo conoscevi eh?). Nella generazione successiva, assai nutrita, mi sembrano particolarmente fotogenici Franco Buffoni, Umberto Fiori e Vivian Lamarque (magari anche Attilio Lolini, Pusterla, la Cavalli, il Benedetti di Umana Gloria, il Cucchi del Disperso, il penultimo Milo De Angelis,  il Villalta di Vanità della mente, sullo sfondo). Man mano che si scende di generazione in generazione i valori mi sembrano però assottigliarsi e divenire meno chiari. Sono d’accordo, purtroppo, con chi dice che c’è un progressivo deterioramento della qualità. Nella mia generazione metterei Andrea Inglese e Aldo Nove (sono nati lo stesso giorno dello stesso anno lo sapevi?), forse Fabio Franzin (quando scrive in dialetto) e Edoardo Zuccato, per salvaguardare le quote rosa, Elisa Biagini (fino a un certo punto della carriera) e l’appartatissima Giovanna Marmo. Ma ce ne sono anche altri, autori di singoli buoni libri. Se guardi i programmi delle 7 edizioni della punta della lingua ce li trovi. Ma già domani potrei cambiare idea. 5 anni fa t’avrei detto altri nomi.

Sapevo del compleanno in comunità dei due. Isgrò è un colpo basso, lo conosco ma da poco, quindi è  come se non lo conoscessi. Esistono ancora editori con lo spirito giusto, con la voglia di rischiare su un poeta giovane, solo perché bravo?

Pochi e misconosciuti. Ultimamente mi sembra che uno dei più coraggiosi, per gli esordienti, sia “Le voci della luna” ma, ahimè, ahinoi, ahitutti, i libri non li distribuisce.

Le Marche (o la Marca, come si dice lì)è una regione piena di poeti giovani e molto bravi, siete pronti all’invasione?

Stiamo preparando, con alcuni sodali “di marca”, un incontro sulla nuova poesia marchisciana. L’incontro si dovrebbe tenere in Umbria, che di nuove leve è singolarmente sprovvista. Il fine è annetterla senza troppi spargimenti di sangue. Abbiamo bisogno di spazio vitale per i nostri enjambements.

Quali sono per  te i film della vita, quelli ai quali ritorni spesso?

La domanda è irricevibile. Sono centinaia, almeno, e la classifica cambia continuamente. Comunque tanto per spararne qualcuno: Psyco, Sunset Boulevard, Dr. Strangelove, La dolce vita, Apocalypse now, Fargo, Goodfellas, La confessione, L’angelo sterminatore, L’uomo che amava le donne, M il mostro di Dusseldorf, Quarto potere, il Circo di Chaplin ETC ETC ETC. Dell’ultimissima stagione direi Miracolo a Le Havre di Kaurismaki (unico esempio esistente di irrealismo socialista) e l’iraniano Una Separazione. Mi piacciono meno registi mistico-pittorici o filosofico-estetizzanti, oggi molto quotati come Malick, Greenway, Wenders, Sokurov o Lynch.

Quali sono, invece, i poeti e gli scrittori che ti hanno ispirato, appassionato,  insegnato?

Uffffa, la domanda è triplice, oltretutto. Stiamo al gioco, te ne dico un po’ a casaccio, anzi a coppie: Dante e Bret Easton Ellis, Vonnegut e Cavalcanti, Kafka e Jacopone da Todi, Arnaut Daniel e Flaubert, Caproni e Celati, Palazzeschi e Fitzgerald, Aldo Nove e Scataglini, Volponi e Gregory Corso, Pasternak e Andrea Pazienza, Pagliarani e Enzesberger, Clemente Rebora e i Fall di Mark E. Smith, Corrado Costa e Freak Antoni, Gozzano e Lou Reed, Montale e Philip Dick, Poe e Rabelais, Lovecraft e Fenoglio, Raffaello Baldini e Brecht, Beckett e Sbarbaro, Carver e Camus, Catullo e Burroughs, Bulgakov e Antonio Rezza, Gombrowitz e Will Eisner, Gadda e G.Gioacchino Belli, Sanguineti e Mark Twain, Auden e Agota Kristof, Luigi Di Ruscio e T.S.Eliot, Cioran e Alan Moore,  Tony Harrison e Enzo Jannacci. Tiè.

Sopravvalutati: Philip Roth, Don De Lillo, Houellebeq e D.F.Wallace  

(Non sono d’accordo con le sopravvalutazioni De Lilliche e Foster Wallaciane, ma ti perdono.) Ritieni che le Antologie servano ancora  a qualcosa?

No, troppo voluminose per metterle sotto uno zampo del tavolo che non spiana bene. A parte la battuta il furore millenarista che ne ha prodotte diverse sul secondo novecento italiano ha dimostrato che rischiano di essere mappature perlomeno provvisorie. Un po’ come cercare di costruire un mappamondo alla vigilia della deriva dei continenti. La distanza temporale insufficiente impedisce uno sguardo critico sereno. Ad un lettore inesperto possono servire, anche molto, per farsi un’idea generale della situazione, ma per chi già ne sa un po’ di più rischiano di apparire come un messaggio in codice tra iniziati, una difesa corporativa, una resa di conti tra opposte fazioni o come un tentativo di familismo allargato. In qualcuna ci sono finito anch’io, anche se in realtà detengo il record del più citato, nelle prefazioni, tra gli esclusi: in Parola Plurale di Sossella in quanto sicura promessa ma con bibliografia ancora insufficiente, nell’ostuniano Poeti degli anni zero, invece, per un farraginoso ragionamento che si conclude con un “tanto non ne ha bisogno” o giù di lì.    

Si possono perdonare quelli che non hanno mai visto Portonovo?

Sì, basta che non lo facciano più. Errare è umano ma perseverare è davvero  troppo (umano).

(c) Gianni Montieri

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Nota biografica:

Luigi Socci è nato ad Ancona, dove vive, nel 1966.

Agente di commercio, versificatore part-time, performer confessional e (ri)animatore poetico non ha, come più volte ribadito, alcun legame di parentela con Antonio Socci. Ha scritto un centinaio di poesie circa. Alcune si possono leggere, volendolo, nella plaquette “Freddo da palco” (d’if, 2009) e nelle antologie “VIII Quaderno italiano di poesia contemporanea” (Marcos y Marcos, 2004) e “Samiszdat” (Castelvecchi, 2005). Ma anche in rete, in riviste o dove si preferisca. Alcune sono state tradotte in russo, spagnolo, inglese e serbocroato, altre no.

È direttore artistico, ad Ancona, del festival di poesia “La Punta della Lingua”.

Interviste credibili # 5 Lello Voce

(Intervista realizzata tra il 10 e il 20 agosto nonostante il caldo)

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Ciao Lello, comincio con tre piccole domande di servizio. Lo sapevi che in zona Pescheria a Treviso i cani non possono passare nemmeno col guinzaglio?

No, caro Gianni, non ne sapevo nulla e comunque vedo che i cani passano e spassano dove gli pare, qua in città. Anni fa, quella bella lana del Sindaco Sceriffo, Gentilini, il leghista tutto d’un pezzo, famiglio dei neo-nazisti e dei cattolici più integralisti e intolleranti, provò a fare qualcosa del genere per davvero, proibendo, per presunta igiene, ai cani di transitare in centro (ovviamente, pur volendo, come avrebbe fatto a proibirlo a gatti, colombi, sorci, ecc…), condannando così molti di loro a una sorta di ‘arresti domiciliari’; ma ci fu una mobilitazione spontanea, e trasversale, dai pochi punkabbestia alle siorette con barboncino figo , tutti andarono in piazza, quattrozampe compresi e abbaianti, e lo Sceriffo dovette fare una precipitosa marcia indietro. Si può dire che sia stata l’unica lotta vinta davvero dall’opposizione contro la Lega, qua a Treviso, da decenni. Viste le attuali condizioni della Sinistra locale, in attesa delle elezioni, forse alle primarie del PD farebbero bene a far presentare un terranova, o un cocker, così si rischia di vincere.

In che Stato siamo ridotti?

In uno stato di anarchia e abbandono, in uno stato entropico, direi… Un anarchico come me sa bene che l’unico a praticare l’anarchia, oggi, è proprio il potere e i suoi rappresentanti. Per dirla più seriamente siamo al centro di una crisi sistemica e nessuno di noi ha la minima idea di come fare a venirne fuori prima del crack down definitivo, forse semplicemente perché non c’è alcuna soluzione prima del crack down, ahimé… L’Italia poi (anzi l’Ytaglia, come diceva Emilio Villa) è da sempre un laboratorio del peggio, in Europa, dunque c’è poco da farsi illusioni, temo.

Siamo entrambi napoletani che vivono al nord, qualcuno direbbe “un classico”. A tal proposito volevo chiederti (al di là dei luoghi comuni) qual è la fortuna di essere nati a Napoli e, dopo molti anni, cosa resta di quel privilegio?

Napoli è una forte identità, il rapporto con radici ben strutturate, la coscienza innata che il melting pot è l’unica reale dimensione della società (e direi dell’arte). Anche quando essa si industri a negarlo. Essere napoletani è una fortuna, proprio perché il napoletano sa bene che essere napoletano non significa nulla…

Quanto è contata (e conta) nel mondo della letteratura italiana una figura come quella di Antonio Porta? Quanto è importante per te?

Porta è una figura importantissima. Io non l’ho mai conosciuto personalmente, tranne per un fugace incontro negli Ottanta, al Portnoy di Milano, dove mi aveva invitato a leggere, e per il breve periodo nel quale abbiamo condiviso temporalmente quest’attività ho fatto piuttosto l’esperienza delle sue aperture agli ‘innamorati’. Dunque per apprezzarlo davvero ho dovuto aspettare, leggerlo a lungo, scoprirlo. Pur non essendo mai stato un pasdaran della Neoavanguardia (amavo, ed amo molto figure eretiche come Villa, Costa, Vicinelli, Spatola, ho avuto rapporti intensi sia con Fortini che con Zanzotto), per altro verso Porta mi sembrava quello che aveva sancito l’addio alle armi dello sperimentalismo e legittimato figure di nuovi poeti che sentivo molto lontani da me, sentivo più vicini Pagliarani, o Balestrini, o Giuliani, tanto per esplicare semplificando… Oggi la vedo in modo piuttosto diverso, la sua scrittura, la sua acribia critica, la capacità di guardare alla realtà poetica senza paraocchi, le sue intuizioni a proposito dell’importanza della ‘voce’ in poesia, me lo fanno apprezzare molto. Lo considero un maestro

Parliamo un po’ del Poetry Slam. Stabilita l’importanza che ha, avuto e che potrà avere, come  strumento di diffusione della poesia attraverso l’oralità e quindi come “certificatore” dell’esistenza  ( e del ritorno) di nuove forme con cui veicolare i versi, non pensi che – ultimamente – il proliferare di Slam dove chi partecipa si dimentica che tra i presupposti della “gara”ci sia, anche e soprattutto, quello di avere testi validi, possa minarne le fondamenta?

Ciò che mina le fondamenta dello slam – e lo sta facendo in maniera seria e preoccupante – è piuttosto la tendenza, tutta italiana, ad utilizzare questo strumento con superficialità e sciatteria, semplicemente come veicolo spettacolare, senza curarsi troppo delle sue caratteristiche fondanti, che sono etiche e politiche, oltre che strettamente poetiche, anzi svendendole al migliore offerente, o curvandole all’interesse dell’opportunità personale, o del momento. Mi spiego: il problema non è tanto che chi partecipa allo slam sia, o meno, un buon poeta. Ovviamente se sono dei bravi poeti a fare slam, lo slam sarà più bello. Se i poeti sono cattivi lo slam verrà male. Più gli slam sono buoni, più si amplia la possibilità di un loro radicamento efficace, per carità, è vero, ma c’è dell’altro. Questo accade per un Festival, una rassegna, addirittura per una collana di poesia scritta. Questo non danneggia altri che chi lo fa, non direttamente il medium in sé, anche se poi è ovvio che più saranno noiosi e brutti i Festival, meno saranno le possibilità di farne altri. Ma uno slam non è costituito solo dai poeti che partecipano, ma anche dal pubblico che attivamente vi partecipa, e soprattutto dalle regole che stabiliscono questa relazione, dal contesto etico che presuppone l’atto di profonda umiltà che ogni poeta fa nei confronti della comunità quando per una volta tanto si sottopone al suo giudizio e non a quello della confraternita di esperti che chiamiamo critica letteraria. Se, però, si decide che per avere visibilità va bene anche far slam per vendere i libri della Mazzantini, o si decide che tutto diventa più invitante montando sul palco un ring da boxe all’interno del quale far esibire (è proprio la parola giusta!) i poeti, o quando si affianca alla giuria estratta a caso tra il pubblico una contro-giuria fatta di ‘tecnici’, allora sì che si uccide lo slam. Là dove esso è più rigoglioso (USA; Germania, Inghilterra, Francia, ecc..) e dove ha più autorevolezza, è proprio laddove una serie di ‘regole’, che sono poi le ‘forme’ essenziali e irrinunciabili del medium-slam, vengono rispettate. Qui in Italia si chiama slam ormai qualsiasi competizione di poesia, anche se magari è semplicemente un’estemporanea di poesia, dove a giudicare sono magari un po’ di presunti esperti, o parroci di questa o quella parrocchia poetica, preferibilmente localissima. Alla faccia del pubblico, cioè della comunità. In Italia, per far metafora politica, la democrazia diretta è scandalosa, bisogna delegare sempre, almeno un po’, ecco allora che spunta come un malvagio asparagione, la giuria di esperti, o roba del genere a trasformare lo slam nel solito inutile premio di poesia, in diretta, se vuoi, ma la minestra è quella. Tutto questo sta uccidendo lo slam, sta togliendo autorevolezza a una forma di trasmissione della poesia che altrove sta dimostrando di avere grande vitalità ed efficacia. Ma è colpa nostra, non dello Slam.

Rispetto alla poesia, cosa non hanno capito gli editori italiani? O cosa fingono di non capire?

Discorso lungo. Non posso che rimandarti al mio intervento sul Corsera di qualche settimana fa. Lo trovi qua [http://www.absolutepoetry.org/Voglio-vivere-in-un-altra-lingua]. Sostanzialmente diciamo che l’editoria italiana concepisce la poesia come uno stagno immobile, che non si può prosciugare solo perché sarebbe ‘ineducato e poco culturale’ farlo, ma che mai le procurerà alcun profitto. Ed un editore è prima di tutto un imprenditore, vende merci, siano pure merci artistiche. Per lui il valore di scambio di un bene è essenziale. Né ci troviamo di fronte ad imprenditori (o ad editor) coraggiosi, capaci di inventare nuovi mercati, di concepire la loro attività non legata esclusivamente alla ‘carta. Anzi il ricatto delle Direzioni sugli editor è costante e così loro si limitano a promuovere ciò che già si sa che in qualche modo venderà qualche pugno di copie.’ Ciò fa sì che le collane di poesia divengano semplici feudi, terreni infruttiferi ma che garantiscono il ‘blasone’,  da concedere a questo o a quello dei propri valvassini. I quali poi da feudatari li gestiscono. Un feudatario difficilmente è la persona giusta cui affidare una efficace strategia di comunicazione e vendita di una merce nuova. Un feudatario consuma parassitariamente, non produce e non vende nulla. L’immagine che dà di sé l’attuale editoria italiana di poesia è quindi desolante. E integralmente provinciale. E del tutto inefficace e in forte ritardo agli sviluppi spesso multimediali di quest’arte così antica e pure sempre futura. Basti guardare alla Bianca di Einaudi. Paradossalmente questa assoluta mancanza di valore di scambio della merce poesia potrebbe, però, rivelarsi vincente, le dà assoluta libertà di rischiare, sperimentare, immaginare. A patto che si abbia voglia di farlo e di impegnarsi poi nella sua veicolazione attraverso quei canali alternativi che oggi esistono. In musica, o nel cinema, quella che si chiama ‘autoproduzione’ è una realtà capace di influenzare anche il panorama mainstream, persino in Italia. In poesia non è così, mi pare. Peraltro chi volesse convincersi che il pubblico della poesia e i critici di poesia italiani hanno l’editoria di poesia che si meritano non dovrebbe che guardare con attenzione le classifiche di vendita, o di qualità, dedicate ai versi. A cominciare da quelle che certamente dovrebbero essere alternative e più aperte, per esempio Dedalus, dei cui lettori ho pur fatto parte anch’io. I nomi sono sempre gli stessi e quando c’è qualche novità ai piani alti il più delle volte si scoprono cloni di ciò che già c’era… In Italia sin Sanguineti è ancora considerato indigeribile e ancora si polemizza con la Neo-Avanguardia. Ovviamente il problema è altrove e anche la qualità…

Qualche mese fa è mancato Elio Pagliarani, il ricordo che ne scrivesti su Satisfiction fu quello che mi colpì e commosse di più, forse perché avvertii in te, oltre al rispetto, qualcosa di molto simile all’amore, è così? Pagliarani  ‘o teneva ‘ddinte ‘o sanghe?

Pagliarani ‘ m’ o ddava’, come si dice, non era fridd’ ‘e chiammata’. Era poesia al calor bianco, nata nella voce e per la voce, Pagliarani era un amore, sì, un amore profondo e mai tradito, nato da un riconoscimento reciproco e immediato. Parlavamo la stessa lingua, non sembri troppa ybris da parte mia, che magari la balbetto. Ma sbaglio a dire ‘Pagliarani ‘era’, la poesia di Elio è nostalgia del futuro. Dunque Pagliarani ‘sarà’, sarà sempre di più, la sua voce si sentirà sempre più chiara, ne sono convinto, come quella di Emilio Villa peraltro. Il tempo di Pagliarani non è ieri, è domani.

Raccontami come è nata “Piccola cucina cannibale” una vera opera, più che multimediale mi viene da pensare, multi sociale. Se la cultura deve dare un segnale su come tutto migri, si sposti, si fonda, torni nello stesso posto (che non sarà più lo stesso) tu, Nemola, Calla l’avete dato.

Piccola cucina cannibale è un ‘multiverso’. Un oggetto ad entrate plurime, se vuoi è una sorta di manifesto di ciò che io intendo per poesia, un’arte capace di fondersi con le altre, di sviluppare sinergie senza perdere le proprie caratteristiche, di comunicare con forza sentimenti e ragioni. Di emozionare, dare identità, indurre alla riflessione.  La poesia è l’arte del futuro, per molti aspetti. A patto che sappia mutare, cambiare pelle, senza rinunciare a ciò che ha di basilare. Le arti migrano, stanno migrando, come migrano, da sempre, gli uomini che le praticano. Anche su questo mi è già capitato di approfondire il discorso. Piccola cucina cannibale è una scommessa nella quale , da una parte si fa il punto su circa vent’anni di sperimentazione di forme poetiche con musica (la cosiddetta spoken music), dall’altro si cercano strade ancora nuove, quella dell’incontro con i Comics. Lo scopo è sempre il medesimo, riuscire a comunicare sempre meglio, sempre più efficacemente, e in maniera complessa, la ragione dei sentimenti e il sentimento della ragione, come piace dire, senza rinunciare alla ricerca linguistica e alla qualità formale. Ed è il suggerimento del fatto che la parola ‘libro’ ormai significa poco, anche nel caso in cui ci si riferisca a opere puramente ‘segniche’, scritte. Il libro, così come lo intendiamo noi, non esiste da sempre e certamente non è l’unico medium con cui veicolare un testo scritto. E’ ora di iniziare a riflettere anche su questo. Diciamo che il mio saggio Per una poesia ben temperata, che trovi qua [http://www.inpensiero.it/archives/771] è il regesto delle ragioni teoriche che sono all’origine di un oggetto tanto complesso e probabilmente scomodo, come Piccola cucina cannibale.

Quanto ti è pesato dover rinunciare a una cosa come i Cantieri di poesia? Pensi, che in futuro, ammesso che tu ne abbia voglia, sia possibile rimettere in piedi un evento del genere?

Moltissimo, ovviamente. Ma bada, non tanto per quel che riguarda me, personalmente. Dal momento in cui ho smesso di organizzare e dirigere Absolute Poetry ho pubblicato due libri-dischi, L’esercizio della lingua e Piccola cucina cannibale, ho messo su finalmente il mio spettacolo di spoken music, con Frank Nemola e Antonello Salis, con cui sto girando anche in questi giorni e che è la dimensione in cui mi riconosco di più, in cui sono davvero a mio agio, ho intrapreso questa nuova avventura dei Poetry Comics grazie alla complicità di Claudio Calia. Tutte cose bellissime per le quali non avevo mai tempo prima: bisognava organizzare il festival, prima di tutto. Mi è costato moltissimo perché è stata uccisa un’avventura strepitosa cui avevo lavorato con dedizione assoluta (avendo al fianco, negli ultimi anni amici e giovani di qualità eccezionale, come Luigi Nacci e Gianmaria Nerli) tentando, a partire da una cittadina piccola e sostanzialmente sconosciuta a livello letterario, di creare il primo spazio italiano per le sperimentazioni poetico-musicali, un laboratorio che negli ultimi anni si era arricchito di iniziative didattiche, stage, e tante altre attività collaterali che avevano permesso ad Absolute Poetry, partendo da zero, di conquistarsi una rilevanza ed un’autorevolezza anche a livello europeo ed internazionale, raccogliendo e trasformando l’esperienza di altri festival storici italiani, da Milano poesia, di Gianni Sassi a romapoesia, che pure avevo diretto con Balestrini e Luiigi Cinque. Absolute era l’unico spazio in Italia dove chi facesse operazioni di poesia con musica (o spoken word) potesse trovare un suo spazio, senza per questo fare mai scelte ideologiche, ma chiamando sul suo palco anche autori ‘diversi’, se vuoi più tradizionali, ma sempre di altissima qualità, invitandoli ad incontrare il nuovo e a dialogare con le esperienze più diverse e radicali. Sono stati sei anni fantastici, senza mai un flop, sempre con centinaia di spettatori paganti a riempire la sala; un Festival in attivo che raccoglieva le sue risorse, sempre pubbliche, a livello regionale e nazionale, senza pesare che per una decima parte sul piccolo comune che lo ospitava. Che destra e sinistra monfalconesi si siano unite per assassinarlo è una cosa molto triste, la dimostrazione che i politici italiani scelgono quali iniziative culturali appoggiare solo sulla base dei loro tornaconti elettorali. Non mi pare che a Monfalcone o in Friuli oggi ci sia, a livello poetico, nulla di simile. Né l’Italia mi par messa meglio: non è un caso che quando da Medellin gli organizzatori del festival più grande e noto del mondo hanno dovuto individuare un evento italiano da coinvolgere nella fondazione del World Poetry Movement proprio a noi di Absolute si siano rivolti.  La situazione dei festival italiani è attualmente molto triste, sono una sorta di antologia parlata, dove i soliti noti (i ‘muti di guerra’, di cui parlavo sul Corriere) hanno monopolizzato ogni spazio, magari scimmiottando, grazie a qualche ‘posteggia’ o orchestrina d’occasione, la scelta anche musicale da noi fatta tanti anni fa, pronti poi appena scesi dal proscenio a riaffermare trombonescamente che l’unica poesia vera è quella muta, che sta nei libri. Non è bello. Ma qualcosa sta iniziando a muoversi di nuovo, mi pare: ad esempio c’è un festival che procede sempre meglio, si ingrandisce, fa cose molto interessanti e che mi piace molto, La punta della lingua, dell’ottimo Luigi Socci & Bros., che mi pare davvero uno spazio plurale, dove c’è coraggio di rischiare e sufficiente immaginazione e curiosità per rinnovare l’asfittico panorama attuale, senza inutili steccati ideologici, ma sempre con la sensibilità di cogliere i valori reali, vicini o lontani che siano dai gusti dei curatori. Spero per loro sorte migliore di quella di Absolute.

Il web rispetto, alla diffusione della poesia e allo spazio concesso alla critica letteraria, ha sprecato più occasioni o creato maggiori opportunità?

Sprecando molte occasioni, sta creando tante nuove opportunità. Com’è ovvio che sia…

Mi capita ogni tanto di passare da Treviso, dimmi che c’è un bar dove si possa bere un caffè decente

Treviso è la città dove risiedono molti degli importatori di caffè più importanti d’Europa. Dunque in giro c’è ottimo caffè. Ciò che manca è l’acqua. Se te la porti da Napoli, lo facciamo a casa mia, un caffè decente.

Sappiamo che un gesto sportivo, pur meraviglioso,  non dovrebbe essere definito “poesia” ma, in tutta onestà, potresti negare di aver fatto, almeno una volta sola, l’abbinamento Poesia/Maradona?

Io ho più volte detto che odio quando si trasforma la poesia in aggettivo. La poesia è un sostantivo. Mi fanno andare fuori di testa quelli che parlano di film poetici, brani musicali poetici, ecc. persino romanzi molto poetici.. qua, chi vuole, trova il discorsetto al proposito [http://www.lellovoce.it/spip.php?article627]. Né sono particolarmente appassionato di calcio (giocavo a basket, adoro ginnastica artistica e atletica, ecc…). Ma Maradona è il mio cadavere nell’armadio. Confesso: l’ho detto, lo dico, lo dirò… Maradona è poetico, non solo per come giocava a calcio, ma proprio per averci fatto comprendere che il calcio non è solo una palla da mettere in rete, ma molto di più, almeno lo è stato nella nostra povera città stracciona. L’ha fatto sbagliando, mischiandosi con la camorra, e questo non posso perdonarlo neanche a lui, ma rifiuto di scandalizzarmi per il suo essere cocainomane, ad esempio. E’ un uomo che ha giocato soffrendo, e senza nascondere il suo dolore, né la sua gioia, la sua rabbia. Anche i poeti scelgono di giocare il gioco della vita senza nascondere, senza rimuovere il dolore ( e la gioia, e la rabbia). Un suo gol, da questo punto di vista è stato per me sempre un’allegoria della rivoluzione- Maradona mi rende ingenuo e naif, lo so, che ci vuoi fare… Ho il tallone di… Maradona.

Il caffè è pronto, quanti cucchiaini di zucchero ti metto, Gianni?

Amaro, grazie

(c) intervista di Gianni Montieri

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