Lavoro

Ottiero Ottieri, Donnarumma all’assalto

Donnarumma all’assalto, ovvero il fallimento dello stato italiano

di Sandro Abruzzese

*

Donnarumma all’assalto andrebbe letto su un’altura. Andrebbe bene l’altura di Caserta Vecchia, per esempio. A quel punto, però, magari insieme a La città distratta di Pascale. O andrebbe bene il Belvedere di Tramonti, per non dire delle pendici riarse dal fuoco degli incendi vesuviani o del Monte Somma. Da lì avremmo modo di vedere la distesa senza fine di edifici e strade, quello sviluppo parziale e incontrollato che ha compromesso la Campania felix, trasformandola in una contraddittoria conurbazione di 4 milioni di persone che va da Caserta e Mondragone, passando per Napoli, Pompei, Salerno, fino a Eboli e Battipaglia. Ma a quel punto, sul Vesuvio intendo, andrebbe letto pure Nel corpo di Napoli oppure, ancora meglio, Di questa vita menzognera di Montesano.
Insomma, nella lunga fase odierna in cui prevalgono i Marchionne e le delocalizzazioni, e la parola stessa Lavoro è bandita dai palinsesti, e soprattutto in una lunga fase in cui la politica del Lavoro e quella Industriale risultano praticamente assenti dall’agenda partitica e parlamentare, Donnarumma all’assalto è un libro di estremo valore per comprendere alcuni termini della Questione meridionale e nazionale.

Innanzitutto il protagonista: è lui, selezionatore del personale per una grande fabbrica del Nord, che nel compiere il suo mestiere finisce per dare l’idea di un innesto. Egli stesso, intendo, lentamente si innesta su un corpo, su una nervatura, la percorre e vi attecchisce, fino a diventarne parte, per poi staccarvisi slabbrato e ritornare indietro, non prima di aver compreso e sviscerato le sue componenti.
Il protagonista è l’uomo razionale, moderno, fiducioso negli strumenti tecnici e culturali in grado di generare la tanto attesa palingenesi meridionale. Nondimeno è dotato della sensibilità, dell’empatia per comprendere tutte le contraddizioni a cui il suo lavoro di selezionatore del personale lo espone.
Santa Maria poi, il paese narrato da Ottieri ispirandosi alla sua esperienza autobiografica a Pozzuoli per conto della Olivetti, a volte ricorda Orano, così come il paesaggio circostante e la luce ricordano, a tratti, lo sguardo meridiano di Camus.
Se ne scrivo, e magari ne scrivo da un’altura, è perché dalle pagine di Ottieri emerge la convinzione che ritessere il tessuto socio-economico del Mezzogiorno o di qualsiasi altra parte del Paese, passa anche per la fabbrica e che qualsiasi territorio ampiamento popolato non può fare a meno di un certo, necessario, livello di industrializzazione.

(altro…)

Gianni Montieri, Fuori dai cantieri (serie completa)

East Side Gallery, foto Gianni Montieri

*

Fuori dai cantieri (serie completa), poesie pubblicate in parte qui in due momenti, oggi nella loro veste (quasi) definitiva; poesie che andranno a formare una delle sezioni sul libro in costruzione, che sarà un libro sulle cose che restano, le rimanenze nel bene e nel male.

*

 

Alle 9,30 a Porta Venezia
era l’appuntamento, il segnale,
piovesse o meno non mancavamo,
non esistevano gite fuori porta,
fidanzate, amici che tenessero,
quel giorno si manifestava
riconoscersi sotto gli striscioni
chi con i confederali, chi con gli autonomi
più distanti ma presenti i Lotta Comunista:
avevamo cose da sognare, sogni da lottare,
diritti, avevamo da vivere e lo dicevamo
(Il Manifesto stretto tra le mani).

 

*
Qualche volta di pomeriggio
ci spostavamo a Porta Ticinese
al MayDay per sentirci giovani
a rimescolarci il sangue coi precari

conservo una foto sul carro di SDB
vaghi ricordi di birre annacquate
bevute con amici venuti da lontano.

 

*

Le grigliate all’Idroscalo le fanno oggi
le hanno fatte allora, forse hanno ragione:
il Lavoro si festeggia mangiando, bevendo,
e ha torto la vecchia che dice:
“Adesso le fanno solo i cinesi, gli africani”
ha torto chi il lavoro ce l’ha tolto, chiuso
ogni due di maggio fuori da una fabbrica,
tra le lamiere all’ingresso di un cantiere.

*

Giù: il volo da una gru, lo schianto, il coma
colpito da un palo scivolato a terra,
al cuore da un rifiuto, da un male
senza cura. Arso vivo a un passo dal Natale,
da un contratto vero, sottoterra in miniera,
sottopelle nessun respiro, nessun ritorno.
 

*

Oggi che mancano due giorni al primo maggio
e piove con quella pioggia come a novembre
al cantiere non si lavora, fermi i macchinari,
i manovali  in nero oggi non guadagnano
vanno a casa, ogni tanto gli occhi al cielo.

(altro…)

Nightswimming

amsterdam, foto gm

amsterdam, foto gm

Nightswimming (un racconto musicale)

di Raffaele Calvanese

*

Non è facile chiudere la porta dietro ad una serata passata al microfono. Chiudere in un luogo fisico le parole e i pensieri, come fosse un compartimento stagno. Come chiedere ad uno scrittore se riesce a separarsi da una storia appena mette da parte il taccuino o ad un lettore appena chiuso un libro se riesce a dimenticare ciò che ha letto o immaginato grazie a quelle pagine. Capita di sembrare stralunati, assenti, persi con lo sguardo nel vuoto. Nelle orecchie girano ancora le parole, le canzoni. Uno dei piaceri di lavorare in radio è proprio quello di poter avere sempre a disposizione una canzone a farti compagnia, una canzone scelta da te. Chi conduce i programmi notturni ogni tanto mette mano alla programmazione quel tanto che basta ad accompagnarti fino a casa, una serie non casuale di canzoni che si alternano senza sorprese spiacevoli, senza stonature, quelle canzoni capaci di tenere viva la fiamma, quell’energia che si sprigiona solo quando si accende il microfono e si sente in cuffia la tua voce.
Capita che la strada scorra anonima mentre la mente guida i pensieri altrove, la guida per tornare a casa diviene un gesto automatico. Le vetrine e le saracinesche si alternano in un miscuglio quasi amorfo e tutto pare estraneo quando in realtà l’osservatore è il vero corpo estraneo di questo scenario. Tra le insegne luminose ne noto una scura, ormai in disarmo. “Numismatica e Filatelia”, il reperto di un’epoca che non c’è più. Un esempio di economia romantica, in cui anche una passione poteva diventare un vero e proprio lavoro. Agli scenari delle città che viviamo oggi, anche di notte manca maledettamente il romanticismo racchiuso nell’insegna “Numismatica e filatelia”. Siamo estranei in questa giungla di lounge bar. Le uniche attività commerciali che proliferano sono dedite alla ristorazione o al beveraggio pret a porter. Sembriamo ingranaggi di una macchina più grande di noi che ha svuotato il sogno rendendolo plastificato, impalpabile, imitabile si, ma al contempo irraggiungibile. Non è più il tempo in cui si poteva entrare in un negozio per parlare di monete rare o francobolli. Le città di notte concedono il tempo quantomeno di riflettere, è come se si potesse ragionare su una fotografia che immortala un movimento perpetuo. Qualche minuto per poter pensare al romanticismo che manca, alle insegne che restano spente, ai pensieri e ai sogni che non si accendono più, sovrastati dai banconi dei lounge bar contornati da neon modernissimi.
Una sera ricordo di aver trovato la solita strada interrotta per dei lavori, per questo deviai per il centro. Il cambio di percorso significava tagliare in due la città, attraversarne il corso principale per poi, con una serie di svolte imboccare la lunga strada che collega tutti i paesi senza soluzione di continuità dallo studio a casa mia. Questo tragitto, in pieno centro prevedeva di passare davanti ad un supermercato che nonostante l’ora tarda trovai completamente illuminato.
Le luci imbiancavano tutto quel pezzo di strada ed era difficile non accorgersi che stranamente quel supermercato fosse aperto, anche se in giro non si vedevano molte persone, aperto contro ogni logica aspettativa e forse proprio per quest’immagine irrazionale così interessante da destare una curiosità magnetica. Sembrava un gigantesco lounge bar, ma senza barman acrobatici e cameriere tutte in tiro, soltanto qualche figura che passeggiava stancamente al suo interno. Mi era già capitato una volta di passare di lì mentre tornavo da una serata con gli amici, trovarlo aperto fu alquanto insolito. Entrammo spinti dalla curiosità, dall’idiozia del momento, forse guidati più dalla fame chimica che dal reale interesse. Ma quell’episodio mi era passato di mente, cancellato, rimosso come tutte quelle esperienze che fai una volta sola, casualmente, quando sei brillo e non presti davvero attenzione a quello che ti capita attorno. Era un’immagine sullo sfondo, chiusa in qualche cassetto che improvvisamente saltava fuori alla visione di quelle luci.

(altro…)

Lucianna Argentino, Le stanze inquiete

le-stanze-inquiete-320806

Lucianna Argentino, Le stanze inquiete, La Vita Felice 2016

Le stanze inquiete di Lucianna Argentino vanno in una direzione che, scopro percorrendole e ogni ritorno alla lettura lo conferma, vado cercando da sempre, non solo in poesia. È una direzione che si profila chiara, narra di sé e degli altri nei testi qui raccolti con una finalità esplicitata in apertura, nel risvolto di copertina, dalla stessa autrice: «Ho scritto questo libro perché non volevo andasse perduto quanto vissuto durante undici lunghi anni alla cassa di un supermercato. Soprattutto non volevo che andasse perduta la memoria, seppur minima, di alcune delle persone con cui sono venuta in contatto.» È una direzione che l’est-etica di Lucianna Argentino mette al centro, senza nominarla, ma rendendola con il nitore dei gesti: è il servizio, quello che conosce la cura e l’abnegazione e che rifugge dai termini fatti rimbalzare come moneta sonante, fosse anche quello, così “carezzevole” al poeta (per dirla con le parole di Oskar Pastior) di «vocazione»; è, ancora, come si legge negli Appunti per una est-etica del lavoro, prefazione dell’autrice alla propria raccolta, «un reciproco riconoscersi nell’umanità». Da quei foglietti stipati nel camice da cassiera, verde e uniformemente, verrebbe quasi da dire inesorabilmente e impassibilmente, illuminato dalle luci al neon del luogo di lavoro, nasce un poema in tappe e incontri, che la «pellegrina dell’umano» non fa entrare in collisione, ma, al contrario, fa dialogare con i propri punti di riferimento spirituali: tra questi, Baruch Spinoza e Simone Weil menzionati nella prefazione, René Char nel corso di un componimento. Mettersi al servizio, prestare servizio, compatire, non significa affatto sospendere, bensì accrescere la comprensione. (altro…)

Simone Ghelli – Metallurgico

DSCI0309

Simone Ghelli – Metallurgico

 

Ore 5.00: suono meccanico che affonda nelle orecchie, inchiodato al giaciglio, ossa scavate di freddo, brividi sulla pelle. Improvviso, il sogno è svanito. Dieci minuti ancora: testa che si abbassa sotto acqua gelata, nervi addormentati solleticati, esce dalla placenta l’essere urlante e pretende di ritornare al niente. E poi: aroma di caffè e latte bollente, una sacca riempita di fretta con pensieri di resa, il ricordo di occhi spenti dietro a rincorse di parole.
Ore 6.00: odore di bruciato che sale verso stelle incolori, totem di acciaio su profilo costiero. Gli automi in fila recano loro in dono il proprio corpo consunto. Lingue di fuoco colorano l’alba mentre prenoto un biglietto per l’inferno. Cari compagni: è giunta l’ora, stringo i pugni per sentirmi vivo. Una corsa che occupa l’arco di un gesto perché ritorni il medesimo. Producendo vapore per la locomotiva abbiamo deragliato dai binari della catena di montaggio, adagiati a rimorchio non appena il rischio moltiplica la scelta.
(altro…)

Physique du rôle – Film/documentario (crowdfunding)

Copia di locandina-crow-A4

Physique du rôle è un film-documentario che ha l’obiettivo di fotografare la reale condizione della donna italiana nel mondo del lavoro.

Partendo dall’osservazione delle donne marchigiane (lavoratrici dipendenti, imprenditrici artigiane e agricole), Physique du rôle vuole accendere i riflettori sui cambiamenti, le trasformazioni e le criticità che hanno accompagnato la presenza della donna nel mondo del lavoro (industria, artigianato, commercio, agricoltura) in questi anni di crisi.

Physique du rôle è anche un esperimento e una sfida: vuole diventare un modello ripetibile e replicabile in altre realtà regionali. Dalle microstorie di donne (dipendenti, operaie, imprenditrici) siamo convinte si possa ricostruire un contesto più ampio e riuscire a fotografare la condizione della donna nel Paese.

Physique du rôle è quindi solo un primo passo: l’obiettivo è raccontare il paese con una serie di film documentari che restituiscano le criticità, le ansie e le speranze di donne che cercano di sopravvivere nel mercato del lavoro italiano.

Attraverso il racconto autobiografico delle lavoratrici e dei luoghi dove le donne lavorano e creano impresa, il documentario, realizzato dalla filmmaker Silvia Luciani e prodotto dall’Osservatorio di genere (OdG – http://www.osservatoriodigenere.com) di Macerata, vuole diffondere e disseminare in modo dinamico e originale i risultati di una ricerca condotta dalle studiose dell’OdG nell’ambito del progetto (RI)pensare le pari opportunità – (RI)parO, un progetto del Comune di Macerata finanziato e sostenuto dall’Assessorato alle Pari Opportunità della Regione Marche.

Che cos’è (RI)parO?

(RI)parO (gennaio-dicembre 2014) nasce da un’idea e da una proposta avanzata dall’Osservatorio di genere, associazione culturale di Macerata, che dal 2009 dedica la sua attività agli studi di genere e alla valorizzazione delle pari opportunità.

Il progetto ha come obiettivo principale la valutazione d’impatto rispetto al sesso – strumento fino ad ora quasi del tutto inutilizzato in Italia e parte integrante della strategia europea dimainstreaming – in riferimento a quelle politiche regionali che hanno implicazioni rispetto al genere.

(RI)parO si propone di:

riconsiderare e rivedere le politiche di genere in un’ottica di superamento teorico dello strumento delle pari opportunità e della ricaduta che esso ha avuto nelle politiche regionali;

predisporre prassi operative più efficaci alla luce dei risultati valutativi ottenuti;

promuovere la valorizzazione del potenziale femminile oggi presente nel mondo del lavoro a partire dalla correzione dei gap di genere in esso agenti;

verificare l’esistenza di differenze tra le donne e gli uomini nei diversi ambiti di lavoro;

eliminare le disparità di genere;

promuovere l’empowerment femminile migliorando la qualità e l’efficacia delle politiche prese in esame.

Perché un film-documentario?

L’idea di realizzare questo film-documentario che racconti il ruolo e la condizione delle donne lavoratrici nelle Marche nasce soprattutto dalla necessità di mettere in essere uno strumento che possa raggiungere un target il più ampio possibile di utenti e che coinvolga in modo particolare i giovani, attraverso le scuole, e i non addetti ai lavori.

Physique du rôle sarà infatti utilizzato con finalità didattiche e pedagogiche per sensibilizzare sulle questioni di genere i giovani e sarà messo a disposizione di tutti gli operatori (insegnanti, istituzioni pubbliche ecc.) impegnati nella formazione e sulle questioni di genere.

PERCHÉ FINANZIARE Physique du rôle?

Credere in questo progetto significa non solo dare voce alle donne, raccontare le strategie di resistenza quotidiana che esse mettono in campo per superare le mille difficoltà che caratterizzano la loro presenza nel mondo del lavoro, ma anche per riconsiderare e rivedere le politiche di genere in un’ottica di superamento teorico dello strumento delle pari opportunità. Vogliamo inoltre non solo accendere i riflettori sulle criticità ma anche promuovere la valorizzazione del potenziale femminile oggi presente nel mondo del lavoro.

I fondi ci aiuteranno a coprire:

le spese per terminare le riprese

le spese per il montaggio audio video (totale di 50 ore previste)

le spese per la post produzione del film-documentario (della durata di circa 45 minuti)

le spese per i bollini della SIAE e per i diritti d’autore per n. 500 copie

Duplicazione DVD

le spese per la realizzazione grafica e la stampa del manifesto

le spese per la realizzazione grafica e la stampa del libretto che accompagnerà il DVD.

TEMPI

L’Osservatorio di genere e Silvia Luciani credono moltissimo nella validità di questo progetto, perciò abbiamo deciso di iniziare a lavorare al film-documentario: le riprese si concentreranno tra metà ottobre e metà dicembre 2014. Il film-documentario sarà pronto per gennaio-febbraio 2015.

SCOPO DELLA RACCOLTA

Il progetto è autofinanziato. L’obiettivo è di realizzare questo film-documentario senza chiedere finanziamenti ai consueti canali istituzionali – pubblici o privati – ma con il solo sostegno dal basso della cittadinanza, di donne e di uomini impegnati ad eliminare le differenze tra i sessi nella società contemporanea e soprattutto nel mondo del lavoro.

Se sei un’azienda interessata a supportare Physique du rôle puoi scrivere all’indirizzo mail odg@osservatoriodigenere.com

 

PER SOSTENERE IL PROGETTO CLICCATE QUI: PRODUZIONIDALBASSO

Un paio di considerazioni e una poesia di Raboni

DSCI0336

 

Ieri sera mi stavo scrivendo con un amico, facevamo alcune considerazioni circa strani atteggiamenti riscontrati da entrambi in ambito lavorativo. Un certo tipo di strano controllo, un esercizio di potere dettato dalla paura, il timore della burla, il livello di ignoranza, la soglia bassissima di umanità. Naturalmente, dicevamo cose come Che tristezza. Oppure come Tira proprio una brutta aria. Dicevamo: Mobbing. Tentavamo di confortarci con cose tipo Che ne sanno loro. In realtà loro sanno quello che gli importa, che non c’entra con l’umanità, col rispetto, con la cultura, con l’ironia e che non c’entra nemmeno con il lavoro. Mi tornava in mente il modo di fare dei camorristi e, andando più indietro, i modi dei fascisti, dei dittatori. Facevamo degli esempi e, tra un esempio e l’altro, a me è tornata in mente una poesia di Giovanni Raboni, una poesia che ha per titolo 19**, una poesia attuale, attualissima, che parlava d’altro (?), ma l’altro, il già accaduto quanto dista da qui? (G.M.)

 

Certo, è il momento di parlare
come c’è stato quello di tacere
con tutti (perfino con gli amici), attenti
a non fare mai la stessa strada,
e non lasciare in giro taccuini
stracciati, indirizzi di streghe. E il tempo aiuta,
eh? non è vero? (Anche troppo.) Ma se uno
è appena astuto, sa che non bisogna
lasciarsi andare. E così niente abbracci
al baritono negro, allo scienziato
ebreo per parte di madre, niente fiori
sulle fosse o rimproveri sgarbati
agli aguzzini. Quando più te l’aspetti
torna a tirare un’aria di cappucci.

 

© Giovanni Raboni, Tutte le poesie, Einaudi, 2014

 

Primo maggio (estratti da “Marx scienziato e rivoluzionario”)

 

fabbrica-occupata-300x228

 

Per il primo maggio presentiamo alcuni brevi testi tratti dal volume “Marx scienziato e rivoluzionario” edizioni Lotta Comunista. Buona festa del lavoro a tutti. (la redazione)

*

Sedici ore di lavoro al giorno

Marx ha sempre tenuto molto a incontrare operai e a intrattenersi con loro; cercava la compagnia di coloro che gli parlavano apertamente. […]
Rincasando, Marx parlava spesso della giornata lavorativa normale e di quella di otto ore, per la quale facevamo propaganda sin dal 1866, e che venne inclusa nel programma dell’Internazionale al congresso di Ginevra del settembre del 1866. Marx diceva spesso: «Chiediamo la giornata lavorativa di otto ore, ma noi stessi lavoriamo spesso più del doppio, nel corso delle ventiquattr’ore.»

(F. Lessner, Souvenirs d’un ouvrier sur Karl Marx, 1892-1893)

.

*

La lotta per il salario

Nelle riunioni del Consiglio del 20 e del 27 giugno 1865 egli polemizzò con un membro del Consiglio generale, l’owenista Weston, le cui teorie riteneva «false in linea teorica e pericolose in pratica». Weston difendeva l’erronea tesi secondo la quale un aumento del salario non migliora la situazione dei lavoratori poiché comporta un amento dei prezzi. Da ciò Weston deduceva che la lotta delle trade-unions per l’aumento del salario fosse dannosa. Marx intervenne per confutare l’interpretazione borghese della questione, condivisa da Weston e da una parte dei militanti operai e dei lassaliani.

(A. Uroeva, la fortuna del “Capitale”, 1967)
.
.
*
Riduzione della giornata lavorativa
I delegati londinesi difesero altrettanto abilmente la risoluzione di Marx sulla giornata di otto ore. Contrariamente ai francesi, essi dimostrarono con Marx che «la condizione preliminare, senza la quale ogni tentativo di miglioramento e di emancipazione della classe operaia sarebbe rimasto infruttuoso, era la diminuzione legale della giornata lavorativa». Era necessario ristabilire la salute e l’energia di ogni nazione, e assicurare la possibilità dello sviluppo intellettuale, della comunione sociale e dell’attività politica. Su proposta del Consiglio generale il congresso fissò a otto ore il limite legale della giornata lavorativa, e poiché questa era anche una rivendicazione degli operai degli Stati Uniti, il congresso ne fece la piattaforma generale della classe operaia del mondo intero.
(D. Rjazanov, Marx ed Engels, 1923)
.
.
*
Una pagina scritta dai lavoratori
Gli imprenditori decisero di approfittare per fare pressione sui loro operai, abbassare i salari e aumentare l’orario lavorativo. Con loro grande meraviglia gli operai risposero nel 1859 con uno sciopero di massa, uno dei più forti scioperi di Londra. Per di più lo sciopero degli operai dell’edilizia fu appoggiato dagli operai dei nuovi settori industriali che erano appena sorti, ed attirò l’attenzione dell’Europa in misura non minore che i grandi eventi politici che si verificano allora. […]
(D. Rjazanov, Marx ed Engels, 1923)

F.I.L.I. 2013 “con MISERICORDIA/ con PASSIONE”: il 2-3 agosto a Salzano (VE)

994860_10200216796331628_1305809011_n

Con MISERICORDIA con PASSIONE.

Incontriamo gli “ultimi” o i “primi” che diventano ultimi, l’umanità che non si vede ma che lotta tutti i giorni per migliorare la propria condizione e quella degli altri; quell’umanità che opera con passione e che pratica i territori della misericordia. Alla filanda Romanin Jacur di Salzano (VE) il teatro accorre ancora a incontrare cuori aperti e menti che non vogliono addormentarsi.

L’undicesima edizione di F.I.L.I. – Filanda Idee Lavoro Identità sceglie un tema atipico, meno seducente del continuo bombardamento spettacolistico e dell’imbonimento festivaliero che l’industria dello spettacolo propina e che ci allontana quotidianamente dalla realtà così difficile da sopportare e così complicata da decifrare. Così incontriamo gli “ultimi” o i “primi” che diventano ultimi, l’umanità che non si vede ma che lotta tutti i giorni per migliorare la propria condizione e quella degli altri; quell’umanità che opera con passione e che pratica i territori della misericordia ……. Anche quando incontra il teatro e l’arte, anche quando  vive errori e tempi di segregazione, anche quando i figli e i padri sembrano non riuscire più ad incontrarsi, anche quando inventa nuovi percorsi di fede.

Alla Filanda Romanin-Jacur di Salzano (VE) il teatro accorre a incontrare cuori aperti e menti che non vogliono addormentarsi.

expertiUn programma particolare, una sfida al presente ed all’omologazione, incontrando e convocando artisti che scelgono l’impegno sociale e l’incontro con gli altri, con gli ultimi, con chi sta espiando le proprie colpe attraverso il teatro, con chi ci mette la passione e conosce il mistero della misericordia ben oltre i confini della consuetudine e del pregiudizio fideistico. Ecco allora il 2 agosto alle ore 21.00 “EXPERTI” il lavoro del Tam Teatromusica – Teatrocarcere che da anni fa un lavoro intenso con i detenuti-attori del carcere Due Palazzi di Padova e che quest’anno ha avuto un importante riconoscimento dalla Regione del Veneto; già il 1 agosto un gruppo di Operatori del carcere, con i detenuti-attori arriveranno a Salzano per fare le prove, per incontrare la comunità, gli amministratori, i giovani ed anziani, perché anche in questo caso l’arte si fa strumento di riabilitazione sociale.

dallaviaSempre il 2 agosto alle ore 22.30 circa, dopo il convivio, i Fratelli Dalla Via, Marta e Diego, con MIO FIGLIO ERA COME UN PADRE PER ME ci mostreranno il primo pezzo del loro lavoro vincitore pochi giorni fa del Premio Scenario 2013; storie di padri e figli, imprenditori assillati e completamente metabolizzati dalla competizione, frutto di interviste e ricerche fatti dai due artisti nel nostro nordest.

*

fisarmonicaIl 3 agosto, dalle ore 21.00, intera serata dedicata ad Antonino Bello vescovo di Molfetta morto a 58 anni; padre spirituale di tante battaglie, vicino agli “ultimi”, figura emblematica di quel cattolicesimo profetico che sa coniugare rigore evangelico ed anticonformismo laico. Ci parleranno di lui Gianni Novello di Pax Christi e Carlo Bruni, regista dello spettacolo vincitore del Festival del Sacro 2013 nel giugno scorso, CROCE E FISARMONICA in scena alle 21.45; animaattesaalle 23.00 circa, dopo il caffè della notte, L’ANIMA ATTESA,  il film dedicato a lui di Edoardo Winspeare, prodotto grazie al contributo materiale di centinaia di persone che hanno conosciuto Don Tonino Bello od incrociato la sua storia emblematica.

F.I.L.I. 2013 è promosso dal Comune di Salzano in Accordo di Programma A>UTOPIE 2013 con la Regione del Veneto, in partnership con la Fondazione di Comunità Riviera-Miranese, con la partecipazione della Provincia di Venezia – Reteventi, il sostegno di soggetti privati del territorio e la collaborazione di imprenditori

scarica il programma

pieghevole-fili2013

INFORMAZIONI

Echidna tel 041. 412500  info@echidnacultura.it  cell 340. 9446568 (i gg 2-3 /08 dalle ore 18)

www.echidnacultura.it |  www.comune.salzano.ve.it

Facebook: Echidna paesaggio culturale | evento Facebook

Un messaggio – altro- tra gli sfigati: di Silvia Rosa

“Bisogna dare messaggi chiari ai nostri giovani. Se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato”. Ok. Sì. In quanto “sfigata” e dunque con cognizione di causa, Egregio Dott. Martone, Le scrivo qualche pensiero, che tanto non leggerà mai, infatti lo scrivo a me stessa, più che altro, perché dopodomani mi laureo – speriamo – e di anni ne ho 35. E tutto sommato ho deciso che di questa cosa voglio essere felice, come di tante altre che ho portato a termine, anche se non corrispondono o non soddisfano le richieste numerose e pressanti che dall’esterno mi giungono (da che ho memoria) a conformarmi a certi percorsi e logiche, ad essere efficiente, in linea con quanto converrebbe – fare/essere – secondo la mia età anagrafica, il mio sesso, la mia posizione sociale, il mio colore di capelli e compagnia bella.
Dunque, ogni essere umano dovrebbe poter seguire un proprio originale e autentico percorso di vita, per cui ad esempio può capitargli, come è capitato a me, che a 17 anni lasci gli studi e se ne vada a lavorare, si diplomi a 25 e decida di frequentare l’università a 30. Mi sono rotta di sentirmi ripetere che cosa si deve fare ed entro quando: a 18 ti diplomi, a 25 ti laurei, poi lavori poi ti sposi, poi sforni figli, poi, poi, poi…altrimenti non vai bene, altrimenti sei fuori, altrimenti sei uno “sfigato”, un disadattato, uno che non avrà mai successo. Guardi Egregio Martone, mi sono rotta perché in fondo ho sempre creduto a questa cosa qui, sentendomi di conseguenza sempre sbagliata, visto che nella mia vita non ho seguito le tappe prestabilite (ma poi molte persone, a differenza mia, non è che non vogliano seguirle, proprio non possono). Ma prestabilite da chi, queste tappe? Da chi pensa gli individui come oggetti, pezzi di ricambio di un sistema economico e culturale che imbriglia la volontà e i desideri e li piega ai bisogni del sistema stesso, affinché il sistema si riproduca e si mantenga intatto nella sua perfetta algida efficienza. Io penso che se un “messaggio” debba passare ai giovani (che poi chi sono i giovani? Io mi sono rotta pure delle categorie, delle etichette… i “messaggi” sono per tutti, del resto mi scusi, Martone Egregio, i giovani prima di prender decisioni autonome non crescono con adulti che trasmettono loro contenuti fondamentali?), dicevo che se un “messaggio” deve passare, forse, a mio modestissimo e sfigato parere, è che bisogna impegnarsi in quel che si fa, sognare e desiderare, cambiare strada mille volte mentre si cerca di dare una direzione autentica alla propria esistenza, e che il successo non conta se non si è in grado di dare un senso al proprio esistere. È tutto fluido intorno a noi, questa stramaledetta post-contemporaneità non ha un punto di riferimento stabile che sia uno, è tutto flessibilità, cambiamento…però che cazzo, tu devi sempre avere le idee ben chiare, seguire obiettivi (prestabiliti), andare avanti velocissimo verso la meta (prestabilita). Se no sei uno che non ce la può fare.
Egregio Martone, io non ho la più pallida idea di che cosa farò dopo venerdì. Vorrei lavorare (pure se sono troppo vecchia per il mercato del lavoro), e magari fra qualche anno, se potrò permettermelo, vorrei riprendere gli studi – un’altra laurea, chissà, mi piacerebbe – , e vorrei con tutto il cuore scrivere… Non so che cosa mi riuscirà di fare sul serio, ma da adesso in poi voglio vivere me stessa senza sentire che non valgo abbastanza perché qualcuno (soprattutto io) mi giudica in base a quello che ho fatto in ritardo o che non ho fatto, che non sono e che forse non sarò mai, perdendo di me tutto quello che invece sto tentando di realizzare e di essere. Credo che la vera fortuna stia tutta qui.
La saluto e La ringrazio anche, perché alla mia veneranda età non mi pareva tanto bello festeggiare la mia laurea, cioè, mi sentivo in imbarazzo, ma poi Lei mi ha fatto un po’ incazzare, Lei e tutta una serie di persone che giudicano secondo stereotipi coi loro bei “messaggi” delle balle, e adesso mi è cresciuta dentro una strana felicità, e io, “sfigata” o no, di aver studiato, quale che sia la mia età, e anche se non servirà (a) niente e nessuno, son contenta. Oh.

LA SCURE DEL GOVERNO SUI DIRITTI DEI LAVORATORI (ed il mio secco NO!)

Articolo 24 della Costituzione italiana:

“Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.
La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.
Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.
La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.”

Il governo e la maggioranza nel silenzio generale hanno varato una legge che toglie alle lavoratrici ed ai lavoratori il diritto di ricorrere al giudice quando subiscono un torto dal proprio datore di lavoro.
Questa legge era stata approvata nonostante l’atteggiamento critico da parte della CGIL, in quanto la legge rappresenta una vera e propria controriforma del diritto e del processo del lavoro. (altro…)