Lavorare stanca

I poeti della domenica #72: Cesare Pavese, Oh, la gioia, la gioia di creare

le poesie pavese

13°

Oh, la gioia, la gioia di creare
esseri umani, sì che tutti piangano,
ridano, vivano, rapiti in essi,
nella loro esistenza ardente, oh nu[lla,]
null’altro al mondo vale questa gioia[!]

[14 ottobre 1925]

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© Cesare Pavese, da Prima di «Lavorare stanca» 1923-1930, in Le poesie, Torino, Einaudi, 1998 e 2014.

Corpo a corpo # 4: Il paradiso sui tetti, Cesare Pavese

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Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda
come il sole che nasce o che muore, e il vetro
chiuderà l’aria sudicia fuori del cielo.

Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre,
nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra
sarà come il tepore. Empirà la stanza
per la grande finestra un cielo più grande.
Dalla scala salita un giorno per sempre
non verranno più voci, né visi morti.

Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
appiattati così come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

 

Il paradiso sui tetti è la quintultima poesia di Lavorare stanca, inserita nella sezione Paternità.  Si presenta come una profezia, una prefigurazione della morte, parola nominata solo due volte all’interno del testo, ma invisibilmente onnipresente in ogni verso. Il testo è costituito da tre strofe, la prima di tre versi, la seconda di sei e la terza di nove e da questa struttura si può già intravedere la caratteristica del dettato pavesiano, che procede non per concentrazione lirica, ma per dilatazione narrativa; infatti  la strofa successiva, aumentata di tre versi rispetto alla prima, funge da cassa di risonanza della precedente, riprendendone il tono e le immagini, ma proiettandole in una dimensione sempre più vasta, al tempo stesso dettagliata e totale. (altro…)

Poesie per l’estate #17: Cesare Pavese, Gente spaesata

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

Cesare Pavese - fonte Lastampa.it

Cesare Pavese – fonte Lastampa.it

Gente Spaesata

Troppo mare. Ne abbiamo veduto abbastanza di mare.
Alla sera, che l’acqua si stende slavata
e sfumata nel nulla, l’amico la fissa
e io fisso l’amico e non parla nessuno.
Nottetempo finiamo a rinchiuderci in fondo a una tampa,
isolati nel fumo, e beviamo. L’amico ha i suoi sogni
(sono un po’ monotoni i sogni allo scroscio del mare)
dove l’acqua non è che lo specchio, tra un’isola e l’altra,
di colline, screziate di fiori selvaggi e cascate.
Il suo vino è così. Si contempla, guardando il bicchiere,
a innalzare colline di verde sul piano del mare.
Le colline mi vanno; e lo lascio parlare del mare
perché è un’acqua ben chiara, che mostra persino le pietre

Vedo solo colline e mi riempiono il cielo e la terra
con le linee scure dei fianchi, lontane o vicine.
Solamente, le mie sono scabre, e striate di vigne
faticose sul suolo bruciato. L’amico le accetta
e le vuole vestire di fiori e di frutti selvaggi
per scoprirvi ridendo ragazze più nude dei frutti.
Non occorre: ai miei sogni più scabri non manca un sorriso.
Se domani sul presto saremo in cammino
verso quelle colline, potremo incontrar per le vigne
qualche scura ragazza, annerita di sole,
e attaccando discorso, mangiarle un po’ d’uva.

©Cesare Pavese (Da Lavorare stanca, Einaudi)

Le cronache della Leda #2 – La torta, Pavese e Sanremo

Mina_San_Remo_'60 -foto wikipedia

Le cronache della Leda #2 – La torta, Pavese e Sanremo

Ci sono cose che faccio ma che non dico. Non che siano proprio dei segreti inconfessabili, ma ci sono persone che mi immaginano e mi conoscono in un certo modo; non voglio creare scompensi e preoccupazioni: che continuino a vedere ciò che vogliono vedere. Prendete la questione della torta che ho preparato per questo pomeriggio. Alle cinque vengono l’Adriana, la Luisa e la Wanda. La Wanda è la quarta del nostro gruppo, esce poco perché ha dei problemi a un’anca, quando posso la coinvolgo in questi pomeriggi da tranquille anziane e lei con l’aiuto della Luisa, che passa a prenderla, si trascina fino a casa mia, che c’è l’ascensore.

Quando vengono, di solito il martedì pomeriggio, io faccio trovare loro una piccola torta, del giusto formato da dividere per quattro. Né troppo piccola, né troppo grande. A volte al cioccolato, altre alla crema, una volta il tiramisù; la torta alle carote, per oggi pomeriggio, è già lì sul tavolino del soggiorno in attesa. La signora Gianna me l’ha portata alle due esatte, appena sfornata. La torta che ho preparato l’ho comprata. Ecco, ho confessato. Naturalmente nessuno eccetto voi deve saperlo. Tutti si aspettano che una signora della mia età, ho settantasei anni, sappia fare i dolci, lasciamoglielo credere. La signora Gianna è la proprietaria del più antico laboratorio di pasticceria del paese, ci conosciamo da molto tempo. Saranno, ormai, una decina d’anni che prepara le torte per me all’insaputa di tutti. Lei prepara, io dispongo, lei porta, io pago, entrambe manteniamo il riserbo. Ci salutiamo con sorriso cospiratorio quando arriva fingendo di portarmi il pane che tanto è di strada. Trovate che sia disdicevole? Io no. Tutti hanno ciò che vogliono: Gianna i soldi e il gusto dello spionaggio, le mie amiche hanno la loro amica che sa far le torte, io ho la torta e la storia della torta da raccontare. Per ogni dolce la signora Gianna mi fornisce anche la ricetta e i tempi di cottura: siamo una squadra che funziona.

Prima delle cinque mi resta ancora un’ora, posso dedicarmi all’altra mia passione, la lettura. In questi giorni sto rileggendo Lavorare stanca del Pavese. Poche cose sanno portarmi lontano e tenermi compagnia come le poesie del Pavese, certi versi li ho imparati a memoria, come questi: Val la pena esser solo, per esser sempre più solo? / Solamente girarle, le piazze e le strade / sono vuote. Bisogna fermare una donna / e parlarle e deciderla a vivere insieme. Questo libro poi è un regalo. Era di Giovanni, un vecchio moroso delle superiori, me lo regalò prima di trasferirsi con sua moglie a Brisbane in Australia. Ah, Giovanni, quanti ricordi, è morto dieci anni fa, un attacco di cuore. Sua moglie è stata carina, mi ha mandato un biglietto, conservo anche quello. Ci sono un sacco di faccende che si conservano nei vecchi bauli. Ho sempre pensato che conservare, in qualche maniera, potesse preservarmi, anche se non so bene da cosa. Sono fatta così, meglio tenere, che a buttare si è sempre in tempo. Ma mi sono distratta, suona il citofono, eccole. Metto via Pavese che è meglio non disorientare le ragazze, lascio sul tavolino, accanto alla torta, soltanto il Sorrisi e Canzoni, l’argomento di oggi è Sanremo: la Luisa attaccherà con la sua adorazione per Fazio che sembra così tanto un bravo ragazzo, la Wanda che i veri festival erano quelli degli anni sessanta, l’Adriana (che da giovane ha studiato musica) dirà  che non esistono più le melodie. Io sorriderò sorseggiando il tè, quello so prepararlo, zucchero e limone come piace a loro, e penserò che questa combriccola di vecchiette scalmanate è una cosa che somiglia al mio baule. Una cosa da tenere.

Leda

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@ Gianni Montieri

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Le cronache della Leda #1