lavagne

#Festlet 2018 #2: Il riso e la specie

Marco Malvaldi

 

Premetto che sembrerò allontanarmi per qualche rigo dalla letteratura, ma ieri sera sono andata a piazza Castello a godermi Dose e Presta de “Il ruggito del coniglio”, magistralmente accompagnati da Max Paiella e Attilio Di Giovanni. Per un’insegnante (per quanto precaria), assistere a una puntata è sempre una festa, figuriamoci se è live. E io del Festlet adoro il versante lieve: mi lascio sconvolgere la vita da letture drammatiche che scopro in qualche evento tra le navate di una chiesa, e cinque minuti dopo confesso a Lella Costa di averla adorata quando ha riassunto in nove comicissimi minuti la storia di Reva Shein in Sentieri.
Il Festlet è il luogo delle cose sottili, brillanti e profonde: e l’ironia donata lì sull’unghia, con sforzo apparentemente minimo e perfezione di tempo, è grandezza.
Ho detto che mi sarei allontanata dalla letteratura, ma è vero? Forse no, e non solo perché Presta è un narratore di razza, ma perché in questa serata leggera, come ne regala il Festlet assieme ai momenti più densi, grandi ospiti sono state le storie. (altro…)

Festlet! #1: CORPO

Foto G.A.

Foto G.A.

Quando Giovanni Bietti ha introdotto l’Orchestra da Camera di Mantova, che al Duomo ha regalato un anticipo di Festlet eseguendo per noi fortunati la Settima di Beethoven, ha speso due parole esatte e felici per raccontare la celebre Sinfonia. Ha ricordato di come Wagner la definì “apoteosi della danza”, quindi di quel movimento che richiede sfrenatezza e controllo, e di come la metrica che ne è alla base sia strettamente intrecciata con i ritmi e le cadenze della letteratura: dattilo e spondeo, dattilo e spondeo sono il basso ostinato del famoso Allegretto, eseguito dagli adulti e giovanissimi dell’orchestra con una pulizia melodica che ha commosso gli spettatori assiepati sulle panche, seduti con la schiena contro le colonne, in piedi a naso teso per scattare una fotografia e cercare di captare il movimento dei violoncelli. Così è cominciato, quest’anno, il Festivaletteratura di Mantova, prima ancora del consueto brindisi inaugurale. E Bietti ha ricordato, a tutti noi singoli arrivati a fare comunità con le nostre orecchie per dare il benvenuto al ventesimo Festlet, che lo spirito della Settima nel suo rincorrersi di linee è proprio il confronto costruttivo tra la voce sola e il tutto.
Un concerto dal vivo, quindi, come corpi veri sono tutti gli ospiti del Festlet, evento dove accade questo gioiosissimo momento dell’essere in carne e ossa di nomi che figurano sulle costole dei nostri libri, sulle pagine dei nostri giornali, nei nostri televisori. Non mi stancherò mai di dire che la vera bellezza del Festival è questo essere tutti racchiusi in uno spazio di piazze e vie e redazioni, tanto da non riuscire spesso a distinguere dove finisca un evento e dove inizi la chiacchiera all’angolo di una chiesa, dietro un bar. Ed è una grazia tanto naturale da passare a volte inosservata, se dall’altro lato Corrado Augias ci chiedeva perché continuassimo a guardare nello schermo che lo riprendeva se lui era lì che parlava davanti a noi. (altro…)

Pillole da Mantova #3 (pieni e vuoti)

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Festivaletteratura è luogo d’incontro di volti, letture, lingue; è soprattutto un luogo in cui è possibile entrare nelle vite degli altri, quelle degli autori presenti o di cui si sta parlando. Il Festival è un luogo in cui si scoprono, talvolta, alcune relazioni ‘intertestuali’ non del tutto scontate tra gli incontri in programma e tra le arti stesse ma anche più interne a ciò che è la nostra, di vita. Festivaletteratura è un grande evento che funziona e ti fa partecipare in prima persona; è la letteratura al ‘presente’ o l’arte al ‘presente’. Ciò avviene non solo perché è accuratamente pensato, preparato, per mesi e mesi: c’è un di più, un’attenzione particolare nei confronti della proposta sempre alta e curiosa che si va dispiegando in cinque intensissimi giorni. Mantova è un progetto. Mantova ti fa tornare a casa con delle domande. A Mantova si può essere voraci, ed è giusto esserlo per portare a casa nel proprio bagaglio stimoli nuovi, come ho già detto nelle puntate precedenti.
A Mantova si vive quotidianamente di pieni e di vuoti: sono i ritmi che ognuno di noi segue, tra le colazioni, i pasti in mensa tutti assieme (lo staff pranza e cena all’interno del bellissimo cortile della scuola alberghiera, in via Frattini), le nottate lunghe e le levatacce. I tempi accelerati sono quelli che ci permettono di ‘stare’ al festival. Senza questo potenziamento della frenesia di tutti i giorni (frenesia da Festival), non potremmo restare (forse neanche ‘essere’). Così, tra un caffè e l’altro, un saluto e l’altro, le chiacchiere e le risate con i compagni di viaggio, corriamo a piedi ai quattro angoli della città, godiamo del bel sole, respiriamo la vivacità di cui Mantova si veste in quest’occasione.
Parlando di ritmi, non posso fare a meno che cercare in questa parola la chiave di ciò che voglio raccontarvi. Ieri sera alla Lavagna delle 22.30 in Piazza Mantegna, si è di nuovo parlato di musica e, in particolare di jazz: Fabrizio Puglisi ha narrato la vita di Thelonious Monk ripercorrendo i tratti della sua autobiografia (dal precoce talento alla diagnosi di una forma degenerativa di autismo) e quelli salienti del suo stile, suonando da pianista jazz tra i più bravi in Italia quale lui è, alcuni brani del repertorio monkiano.
Genio assoluto del Novecento, Monk è stato gli gli inventori del be-bop. Puglisi ha reso omaggio a questo compositore straordinario come un degno divulgatore sa fare, come un vero appassionato e artista ‘può fare’, arricchendo perciò il pubblico non solo con aneddoti (di cui trattano due magnifici volumi editi da minimum fax, suggeriti anche da Puglisi – qui e qui), soprattutto con alcune linee guida per interpretarne lo stile unico. Dice Puglisi: «Lui non suonava nulla che non gli piacesse. Era parco di note e visionario; ogni cosa è lì dove deve essere. Monk, negli anni ’40 inventa un suono del pianoforte e una tecnica, con ironia sarcastica; ancora oggi è in grado di influenzare molti musicisti in ambito colto ma è anche interpretato dai musicisti di avanguardia. Ama le dissonanze. La sua improvvisazione è sempre tematica e gioca sul ritmo e sugli spostamenti ritmici; quando accompagna un solista, lo fa suonando poche note. A lui [infatti] piace la relazione tra pieno e vuoto, l’ambiguità dello spazio che si crea». A Monk, come Puglisi ci fa notare proponendoci l’ascolto di questa registrazione di Evidence, importa quello ‘spazio bianco’ che lascia quando la sua ‘voce-piano’ prende il respiro o, per meglio dire, sceglie di ‘non parlare’. In altri termini si potrebbe dire, senza risultare troppo arditi, che Monk da musicista ‘antiretorico’ (sempre secondo Puglisi) è attento alla punteggiatura del discorso e all’accadere’ (verbo che con il jazz ha molto a che fare) del suono o del non-suono.
Credo che questa caratteristica monkiana (tra l’altro ‘evidenziata’ in modo efficace con l’esempio del brano in questione) possa essere – per estensione ed analogia – non solo rapportata ai pieni e vuoti di cui si fa la nostra esperienza al festival, ma anche ripresa trattando degli eventi 158 e 167. Per questi vi rimando alla puntata #4, a domani!

© Alessandra Trevisan