Laura Pugno

Laura Pugno, Bianco

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Laura Pugno, Bianco, Nottetempo, 2016; € 7,00

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di Mario De Santis

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Laura Pugno poeta ha, nel corso degli anni, costruito un suo mondo preciso, scolpito, seppure nell’astrazione di una dimensione allegorica. Un mondo, un paesaggio di atmosfere arcaiche, mitiche e mentali, come facile dire per un suo recente titolo, La mente paesaggio (Perrone, 2010), come anche per un suo testo quale Gilgames (Transeuropa, 2009), con una poesia che si colloca sempre sul passo di un tempo originario, respirando atmosfere di boschi e artici, di cacce, e in questo ultimo, Bianco, di spazi nevosi infiniti che finiscono per dare connotazione estensiva di un tono (per fare un paragone, quel bianco ossessivo e infinito che c’è anche nel film  Revenant di Iñárritu).
In Bianco – che è un colore di lutto, tanto quanto il nero anzi forse evoca una dimensione non ctonia, ma nemmeno terrena – ci sono presenze su presenze che si sommano: il viaggio poetico inizia rivolgendosi alla “neve”- siamo all’inizio di un inverno  ma di un tempo in cui “non ci sono stagioni”, c’è solo un immenso bianco. Il bianco è la dominanza della luce, è l’ovattato, il silenzioso.
E sarà sempre questo richiamo a labilità percettive e oniriche il basso continuo del libro. Fatto di morti che tornano, presenze di un lutto in cui il colore della neve definisce lo spazio intermedio dell’Hereafter (parola doppia, di luogo e tempo). La poesia di Laura Pugno non è una poesia che appartiene alla tradizione di ricerca: non ne ha la retorica e l’ideologia del significante, semmai ha un culto materico e enigmatico della parola, che la fa apparire, ma solo apparire, ermetica, laddove tarda a sciogliere certi nodi di immagini per il lettore,  a cui chiede un po’ di attenzione; di sicuro però si può dire che è una poesia che si interroga su forme inedite del conoscere, è un poesia “in cerca”.
Una voce che tiene, pagina dopo pagina, pure se frammentata, in poesie fatte di 5, 6, 8 versi, una voce che non mette l’io al centro, ma fa di tutti unica presenza/assenza in un paesaggio che da subito sembra voler creare e insieme sottrarre al simbolismo metafisico: “neve tu sei venuta qui/ sei venuta come neve”. Quel che si sta cercando è qui. È nelle cose. Un animismo del senso, quasi. Come neve: la comparazione elimina la neve “come neve”, vorrebbe azzerare la duplicità, ma ovviamente la ricrea con un’ambivalenza produttiva di echi, di significato. Ed è la tessitura fonetica a riverberare, come il bianco, a risuonare: pochi elementi, continuamente reiterati, misura di sillabe e inseguimenti fonetici, intrecci, che amplificano il bagaglio ridotto del viaggio.

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Nuovi Argomenti 74, Amelia Rosselli: Laura Pugno, La ragazza attraversata dalla luce

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Tommaso Pincio “Sfere celesti” 2015, materie varie su tavole (foto di Alessandro Vasari)

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la ragazza attraversata dalla luce –
ombra
in forma di fulmine –
e tu faggio,
betulla nera,

la luce ti cola dalle mani

in forma di parole con metallo,
brunito ai bordi,
portato a incandescenza,

a oscurità: dirai e diranno,
ripetendo,
(mercurio vivo)

non avrai casa, è ora di andare,

sarà sempre,
la stessa ora fino all’ultima,

la casa –
comune ora – completamente aperta. Noi saremo
coperti dalle voci che ora parlano
di te, contro una porta

da dove s’intravede la distanza, un sì
di cielo o fiume, azzurro, verde-oscuro,
portando la corrente: lascia andare,
anche questa parola, brucerà con le altre

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© Laura Pugno

Nuovi Argomenti n. 74: Amelia Rosselli

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Tommaso Pincio “Sfere celesti” 2015, materie varie su tavole (foto di Alessandro Vasari)

Amelia Rosselli, «Nuovi Argomenti», n. 74, 2016

Introduzione
di Maria Borio

«Nel pulsare di tutte le moltitudini». Forse è questo uno dei versi attraverso cui oggi si può lanciare lo sguardo alla scrittura di Amelia Rosselli e ritrovarne la presenza almeno in almeno due fenomeni: una tonalità emotiva centrata su una pronuncia individuale e interiore, che si sgancia dalle poetiche del Novecento e cerca con fatica la propria autenticità espressiva; e la capacità di tenere insieme più linguaggi, musica, parola, diverse lingue. Questo verso, tratto dalla raccolta Sleep-Sonno, descrive in controluce l’assemblaggio che lavora le inserzioni semantiche e il ritmo come andamento tonale, ma anche come forma grafica, elaborando la poetica musicale e visiva descritta in Spazi metrici e dando vita a quello che potrebbe essere chiamato uno ‘sperimentalismo esistenziale’. Nanni Balestrini, con una dedica in versi, ci consegna il suo «attimo in fuga»; Antonella Anedda, con una inedita poesia-saggio, restituisce un’interpretazione dell’incastro ibrido che lo sguardo a più livelli e a più voci della Rosselli può suggestionare; Roberto Deidier disegna uno scatto-documento emerso da un originale inventario privato.  La vocazione di questa poesia ricrea, forse prima di tutto, l’affollamento dell’inconscio di un’interiorità contemporanea che pulsa come un sismografo in uno scambio tra l’esperienza e la storia, tra l’io e un essere – o ritrovarsi – personaggio. E il poeta, come Amelia Rosselli amava definirsi abolendo le distinzioni di sesso o scale d’appartenenza, è un universo che si compone e solidifica nei legami sonori, semantici e grafici, un universo che Stefano Giovannuzzi porta alla luce nei nodi tra la scrittura e la biografia, Alberto Casadei attraverso le possibili funzioni dell’inconscio biologico-cognitivo, Caterina Venturini nel rapporto tra la figura della madre e la psicoanalisi, Alessandro Baldacci nella ricostruzione di un simbolico mondo di presenze animali. Caso unico nella poesia italiana del Novecento, la Rosselli fluttua in una solitudine eccentrica e «quadrata», che le permette di strizzare l’occhiolino a Sanguineti e alla Neoavanguardia, come ben ricorda Gian Maria Annovi, o ai palinsesti dei cosiddetti Novecento e Antinovecento, di cui parla Gandolfo Cascio scrivendo sul poemetto La Libellula. Nella sua unicità, tra la «variazione», che lavora musicalmente, e il «documento», che usa l’individualità come filtro della storia, la Rosselli tende a spossessare l’intenso inconscio lirico per farlo rifluire in una sorta di inconscio collettivo, in una sola moltitudine, incontro di tutte le moltitudini, con uno «sforzo per essere autentici», come diceva Amelia di Boris Pasternak, come scrive Laura Barile commentando i Nonnulli, e come si legge nei ricordi di Daniela Attanasio e Gabriella Sica. Essenziale l’incastro tra le lingue, forse naturale antesignano di certe recenti tendenze al genere ibrido, che si riverbera nei lavori sulla traduzione: nei contributi di Jennifer Scappettone e di Daniela Matronola per l’inglese, e di Jean-Charles Vegliante per il francese. Infine, Laura Pugno, con un delicato ritratto lirico, e Ulderico Pesce, in una conversazione sulla rappresentazione teatrale di alcune opere di Amelia e del suo rapporto con Rocco Scotellaro, lasciano due fotografie in scrittura da conservare.

 

(La sezione dedicata ad Amelia Rosselli, per il ventennale della scomparsa, a cura di Maria Borio, propone contributi di Nanni Balestrini, Antonella Anedda, Roberto Deidier, Stefano Giovannuzzi, Alberto Casadei, Caterina Venturini, Alessandro Baldacci, Gian Maria Annovi, Gandolfo Cascio, Laura Barile, Daniela Attanasio, Gabriella Sica, Laura Pugno, Ulderico Pesce.)

 

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Tommaso Pincio “Sfere celesti” 2015, materie varie su tavole (foto di Alessandro Vasari)

Ritratti di poesia – ottava edizione

Locandina Ritratti 2014

Ritratti di Poesia

Edizione VIII- 2014

 

Roma, 12 febbraio 2014, Tempio di Adriano- Piazza di Pietra.

Uno sguardo alla diversità delle voci. L’oralità, la poesia metropolitana.
L’irruzione del fumetto e di Twitter.

Premiati Giampiero Neri e Adam Zagajewski.

Il Tempio di Adriano ospiterà il prossimo mercoledì 12 febbraio l’ottava edizione di «Ritratti di Poesia», progetto nato come osservatorio sulla poesia contemporanea e divenuta negli anni uno dei più rilevanti appuntamenti dedicati a questa espressione artistica. Quest’anno, tra i protagonisti, i candidati al Nobel Adam Zagajewski e Yang Lian.

La rassegna, promossa dalla Fondazione Roma e organizzata dalla Fondazione Roma-Arte-Musei con la collaborazione di InventaEventi, è curata da Vincenzo Mascolo. La manifestazione, aperta gratuitamente al pubblico, si snoderà nell’arco dell’intera giornata e sarà focalizzata sulla diversità delle espressioni poetiche e sull’importanza dell’oralità.

Il primo incontro, Caro poeta, vedrà protagonisti Maria Grazia Calandrone, Valerio Magrelli, Elio Pecora e Lidia Riviello che dopo essere stati ospitati dai licei romani Francesco d’Assisi, Lucrezio Caro, Virgilio e Vivona, risponderanno alle domande degli studenti. A seguire la proclamazione dei vincitori della prima edizione del concorso Ritratti di poesia.140, nato per sperimentare la poesia nei 140 caratteri richiesti da Twitter.

La rassegna sarà inaugurata dal Presidente della Fondazione Roma, Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, ideatore dell’iniziativa, che dichiara: «È con grande piacere che do l’avvio a questa edizione di ‘Ritratti di Poesia’, che apre il calendario annuale delle iniziative culturali realizzate dalla nostra istituzione. Il consolidarsi di questa rilevante iniziativa, giunta alla sua VIII edizione, rende concreto, l’impegno che la Fondazione Roma svolge a favore della riscoperta del patrimonio culturale italiano, dando voce ad una forma letteraria poco divulgata, ma che rappresenta una delle eccellenze che hanno reso in passato, come oggi, lustro alla letteratura del nostro paese. La realizzazione ed il successo di questa manifestazione- prosegue il Presidente- rappresenta un ulteriore testimonianza del mio convincimento secondo cui il ruolo del privati, soprattutto se non profit, possa e debba rappresentare una risorsa ineludibile per un nuovo modello di gestione nel settore della Cultura. La poesia è la parola dell’anima, è un mezzo immediato per esprime il nostro io, è espressione di un arte delicata ma al contempo concreta che, soprattutto in questo periodo storico così spersonalizzante, permette di rendere reale il sentimento dell’uomo nascosto nell’uomo. È quindi proprio per il valore che risiede in questa nobile forma d’arte che essa sia parte integrante dell’attività che la Fondazione Roma, attraverso la Fondazione Roma-Arte-Musei, svolge nel settore dell’arte e della cultura e che si sviluppa anche attraverso la musica, il teatro e le arti visive, con le esposizioni organizzate presso gli spazi del Museo Fondazione Roma nelle sedi di Palazzo Sciarra e Palazzo Cipolla».

In apertura della manifestazione il Presidente Emanuele consegnerà il Premio Fondazione Roma-Ritratti di Poesia a Giampiero Neri, onorificenza alla carriera di un poeta italiano che abbia contribuito all’affermazione della cultura nazionale al di là dei confini del nostro Paese.

Seguirà una serie di conversazioni, curate da Vincenzo Mascolo, dal giornalista e critico letterario Stas’ Gawronski e dal giornalista e poeta Ennio Cavalli, con alcuni protagonisti del panorama poetico italiano quali Mario Benedetti, Biancamaria Frabotta e Bianca Tarozzi; i vincitori del premio Viareggio Gian Mario Villalta e Pierluigi Cappello, che sarà presente in video collegamento; Lello Voce, poeta performativo che ha introdotto in Italia il poetry slam; Mia Lecomte, Plinio Perilli, Laura Pugno e Zingonia Zingone; Annamaria Armenante e Mario Guadalupi.

Nell’arco della giornata sarà affrontato il tema della spiritualità nella poesia, grazie all’intervento del Monsignor Antonio Staglianò, Arcivescovo di Noto.

Si conferma anche in questa edizione l’appuntamento con i poeti delle nuove generazioni che quest’anno vede ospiti Elena Buia Rutt, Evelina De Signoribus, Omar Ghiani e Daniele Santoro. La contemporaneità nelle metropoli sarà invece il tema dell’appuntamento dedicato ai “Poeti der Trullo”, sette giovani romani che sognano la periferia come “seme e frutto di poesia”. Hanno scelto l’anonimato e saranno quindi presenti solo con i loro versi.

Uno spazio importante sarà riservato alla poesia internazionale, con autori quali Yang Lian, poeta cinese in esilio dopo i fatti di Tienanmen e candidato al Nobel nel 2002; il vietnamita Nguyen Chi-Trung, il marocchino Mohammed El Amraoui, il cileno Santiago Elordi; la francese Nathalie Riera. Accanto a loro alcuni poeti stranieri che vivono in Italia e scrivono nella lingua del nostro Paese: Anna Belozorovitch (Russia), Barbara Serdakowski (Polonia) e Marcia Teophilo (Brasile), che canta con i suoi versi l’Amazzonia per evocarne e difenderne la bellezza.

La giornata prevede anche l’incontro insolito tra la poesia e il disegno a fumetti. Marco Petrella, autore di recensioni a fumetti con il suo personaggio Arturo il libraio, esporrà alcune tavole di recensioni e ne realizzerà altre durante la manifestazione. L’artista e poeta Tiziana Cera Rosco sarà presente con sue installazioni recitative. Ci sarà spazio per la vita e la voce di Edith Piaf, rievocate nello spettacolo Sous le ciel de Paris di Marina Benedetto anche attraverso immagini, versi di Jacques Prevert e le parole di Jean Cocteau.

A conclusione della giornata il Presidente della Fondazione Roma Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele consegnerà il Premio internazionale Fondazione Roma – Ritratti di Poesia a Adam Zagajewski, uno dei poeti contemporanei più significativi, vincitore di numerosi premi internazionali e candidato al premio Nobel nel 2010. Molto nota la sua poesia Try To Praise The Mutilated World (Prova a cantare il mondo mutilato), uscita sul periodico statunitense The New Yorker dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Parteciperanno alla giornata le case editrici Bucefalo e Samuele Editore, nonché le riviste Testo a fronte e Viva (una rivista in carne e ossa). La rassegna sarà trasmessa in diretta in videostreaming su Rai Letteratura (www.letteratura.rai.it).

La manifestazione «Ritratti di Poesia» sarà aperta al pubblico dalle ore 9.30 con ingresso libero fino a esaurimento dei posti.

Comunicazione e Relazioni Esterne

Fondazione Roma-Arte-Musei

Chiara Perazzoli

cperazzoli@fondazioneromamuseo.it

tel 06697645208-3384655942

Ufficio stampa web: InventaEventi S.r.l.

carlacaiafa@inventaeventi.com

tel. 0698188901 – 3386812902

Bando di Concorso Ritratti di poesia.140 – prima edizione

La giuria del concorso ritratti di poesia.140

Bando di Concorso

 

Ritratti di poesia.140 – prima edizione

Ritratti di poesia, manifestazione promossa dalla Fondazione Roma e organizzata dalla Fondazione Roma Arte-Musei in collaborazione con InventaEventi S.r.l.

indice la prima edizione del concorso di poesia “RITRATTI DI POESIA.140”

Il concorso, a partecipazione gratuita, vuole essere un incontro tra la poesia e la nuova modalità di comunicazione richiesta da Twitter.

R E G O L A M E N T O

Al concorso si partecipa inviando un testo poetico inedito, in lingua italiana, di massimo 140 caratteri (compresi gli spazi) all’indirizzo di posta elettronica ritratti.140@libero.it, inserendo nome e cognome e un recapito telefonico. I testi verranno pubblicati sulla pagina Twitter ritrattidipoesia.140 e saranno selezionati da una giuria di tre poeti.

I testi potranno essere inviati dall’1 ottobre al 30 novembre 2013. Non saranno accettati i testi che non rispetteranno il regolamento.

Non sono previsti premi in denaro.

I primi tre classificati, che verranno contattati dall’organizzazione della manifestazione, saranno invitati a partecipare all’ottava edizione di Ritratti di poesia, che si svolgerà a Roma il 31 gennaio 2014.

I poeti che si occuperanno della selezione dei testi del concorso sono:

Maria Grazia Calandrone, Ennio Cavalli e Laura Pugno.

“Italics” di Gian Maria Annovi

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Titolo: Italics

Autore: Gian Maria Annovi

Editore:  Nino Aragno Editore, 2013

Continua, infierendo fra storia reale e spazio mediatico, il percorso poetico di Gian Maria Annovi, che si arricchisce di un nuovo tassello: il libro Italics, appena uscito per la nuova collana di Nino Aragno Editore “i domani” curata da Maria Grazia Calandrone, Andrea Cortellessa e Laura Pugno.

Si parte dal suo libro precedente Kamikaze (e altre persone), dove si coniugavano in un rapporto costante corpo-frammento e terrorismo, in relazione alla grandissima conformità e allo strapotere dell’informazione (soprattutto televisiva), per giungere ad Italics, dove la narrazione stessa si spezza, propone una mappatura dettagliata di luoghi letterari e geografici, reali e inesistenti, in cui si colloca al limite un mondo disordinato.

Italics  si svolge in cinque tempi o spazi d’azione, dove i personaggi, figure d’ombra in continua disintegrazione, mutanti del pensiero e del corpo, non riescono mai pienamente a relazionarsi con una realtà ostile, violenta e profondamente inquieta.

I testi inclusi nell’opera sono stati scritti fra il 2002 e il 2012, “ma coprono simbolicamente un arco temporale che va dall’ottobre 2002 al 10 settembre 2001″, come scrive l’autore nelle note al testo scegliendo di saltare un evento: una giornata fatidica di disturbo mondiale come l’ 11 settembre del 2001; la data indimenticabile è la soglia da cui si può partire o arrivare per cominciare a parlare di un nuovo mondo, di un nuovo occidente geografico, di una connessione bizzarra di elementi destabilizzanti. Per la scrittura di Annovi 11 settembre è l’inizio di un secolo, un precipitare.

Città chiave di questa narrazione restano per questo, i due poli geografici estremi: Los Angeles e New York, che rispettivamente aprono e chiudono il libro.

La scrittura di Annovi procede per singhiozzi, rastremature, come scrive Laura Pugno nella quarta di copertina; uno scrivere “asintotico” di “straniamento spaziale e temporale”.

Si comincia con la serie TT/DUET (The Tempest in Los Angeles), acronimo dell’ultima opera di Shakespeare e delle Twin Towers; i personaggi sono: le Dramatis Personae, che scorrono nell’immenso oceano mediatico, dove ogni prospettiva si propone come realtà, realtà in diretta.

Le voci dei protagonisti si sciolgono fuori campo, azionano, muovono il pensiero ma sempre fuori campo, come maschere efficaci e oratori dal deserto: “se le vostre voci mi bordano/la testa e/ non protestano per questo/ patetico stato/ attesto che questa vita/ pro capite/ non basta:/ che il capitale è il torto/ capita che si veda/ nella carne disfatta dei sogni/ nella materia che sa/ far male”. Il contrasto fra azione e passività è reso con efficacia, così si trasforma in strumento, nastro da maneggiare con cura perché produce e falsa la realtà con esatte imposizioni di sistema, dalla scelta dei cibi alla pubblicità di noi stessi: “ cali banalmente/ dagli schermi/cosa di buio/ stregati dall’utero catodico/ i tuoi gemiti gemelli/ sono la pienezza dei nostri/ stomaci/ fast food e fasti/ di plastiche/ il reale concima/non coincide/ con la riavvolta realtà/( decide il taglio nel nastro)/ tali tele bani-/ shed products are sponsored by/ us.

L’epilogo è la fine dei corpi, che sembravano addormentati di terroristi e ostaggi, uniti nella morte, dopo l’intervento delle forze speciali russe al teatro “Na Dubrovka”.

Altra considerazione da fare, altra metamorfosi che riguarda la serie Self Eaters (Autofagi), è il mutamento che avviene attraverso il corpo, il cibarsi di se stessi, appartenersi in maniera estrema, promuovere un’arte deformata che prova a ricrearsi: SELF-EATERS#1 “non distingue le dita delle mani/ dalle dita dei piedi non distingue/ la cartilagine dall’unghia/che è la cosa morta che/ gli cresce/e se ne nutre:/ si allunga dunque e flette e piega/gli arti di plastilina/l’arte è lui: contorsionista bambina/ deformata dall’idea di perfezione”. Sottraendo brevi tratti e brevi interruzioni, si assiste ad un processo di ribellioni, follie collettive, che caricano il presente di elementi stranianti: <Interruption> “ne catturano uno il gruppo dei vicini/ con megafoni spranghe videofonini”; in questi testi l’elemento della violenza registra i suoi massimi effetti nello smembramento, nella decapitazione di pezzi, quasi come fosse un corpo da ri-assemblare e l’ombra costante in tutto ciò della ripresa video, della costante connessione, di un elemento scenico costantemente filtrato: “attorno al tavolo operatorio/ allestito di fretta nella palestra/ chi gli taglia la mano/ la coscia/ chi gli mozza la testa/………………………./ stride nel microfono/ la voce di chi prega/ poi spartiscono le parti/ in fogli di stagnola”.

Fulcro e centro di Italics il poemetto “La Gloriola”, non a caso collocato alla metà del libro, come grande spartiacque, fra luoghi ed esperienze, ma anche e soprattutto fra la divisione dei mondi e un alternarsi di spazi, dall’emigrazione dell’autore stesso negli Stati Uniti, all’immigrazione verso il paese della lingua in cui scrive, l’Italia come altra Italia.

Questo provoca una vera alterità, un isolamento forzato, quasi un esclusione dal sistema, ma proprio in questo Annovi rinnova la sua forza, la sua energica denuncia, quasi un dettato di umanità, di resa testimonianza. “ma se la gloria è gloria/(dunque)/ sappia dire la gloria delle cose/ ad esempio/il nome per dire/ l’ossatura delle piante:/legnanza o legnaggine o/ legnosura oppure semplicemente/ un segno inciso sulla corteccia del/ cevello/ illeggibile se non ti spaccano la testa/ coi manganelli/ sappia dire le cose nuove/ ad esempio/ il nome dei suoi nuovi cittadini/ il nome del paese che ha confini/di corpi affogati e vulcani:/( questo ha un nome impronunciabile)/ lingua che cede e cade dalle gengive/ che dica l’assoluto tremore/ di questa donna: sulla barca che sbanda/ di notte col neonato schiacciato/ tra le cosce/ che non respira”.

Una delle parti più riuscite del libro è Rapture, di cui alcuni testi erano già usciti nella bella antologia Poeti degli Anni Zero (Ponte Sisto 2012) curata da Vincenzo Ostuni.

Il tema di queste poesie è il rapimento, non solo alieno, ma da qualcosa di sconosciuto e lontano, quello del diverso che assume la valenza di una sorta di esperienza mistica di limite.

L’originalità dei componimenti passa attraverso una breve descrizione anagrafica, come se il soggetto, il singolo, rappresentasse numeri, dati, esperienze da registrare, da poter manovrare: “[S.M; 21 anni, studente] vengono a portarci via le donne/ per farci figli le/riempiono di robe loro le/coprono come le/ bestie/ le innestano coi loro bastoni”. Oppure “[R.W. 53 anni, casalinga] a me m’innamorano/ i visi loro cioè/ anche se non hanno/ sorrisi e / vengono per rubarci/ vivi”.

Ora le voci che parlano sono esperienza pura e fanno parte di ogni classe e ceto della società, proprio per ricordare come l’esperienza della diversità sia fondamentalmente esperienze di tutti. “[O.A; 33 anni, negoziante] vengono con navicelle/ di notte mica/ carrette vengono/da tutti i lati/ ma soprattutto/ vengono malati e vuoti”.

L’ultima serie 9/10 (dittico in due tempi), parte da ciò che sosteneva Francis Bacon raccontando della realtà di New York, dove 9/10 (nove su dieci) di questa realtà sembrano inessenziali.

9/10 sono anche le cifre di una data ormai parallela, ferma alla pre-realtà: il giorno prima dell’ 11 settembre. Non senza terrore l’autore prova a raddrizzare il reale, a guardare qualcosa di inosservato, qualcosa che si poteva e si doveva guardare: la memoria di un nuovo secolo e il bilancio di uno appena concluso; in questo Annovi sceglie di guardare, di opporre alla finzione/ reality, la parola e la vita, sempre in controtendenza e oscurata, ma sempre vita: 2. (10.28 am) “Risale in superficie la donna/ che pulisce le torri degli uffici/ nel supermarket vicino a casa/ si vede in fiamme/ riflessa sulle buste di surgelati/ vive senza saperlo/ in un piano-sequenza stravolto/ il suo volto: Monica Vitti che osserva/ l’isola che l’ha resa deserta”.