Laura Liberale

Una frase lunga un libro #95: Laura Liberale, La disponibilità della nostra carne

Una frase lunga un libro #95: Laura Liberale, La disponibilità della nostra carne, Oèdipus, 2017, € 11,50

*

Non ci riconosciamo, ti diranno
non crescono specchi nel nostro prato.

Ho letto qualche mese fa, per la prima volta, le poesie di questa raccolta; ne pubblicammo allora tre in anteprima e da allora, ad ogni rilettura, fino all’ultima, avvenuta con il libro tra le mani, ho sempre pensato a una parola: anima. Probabilmente si tratta di una delle parole più usate, addirittura abusate, in poesia; ma a me non è venuto in mente l’uso, a me è venuto in mente, mi è caduto addosso il significato dell’anima, il senso di ciò che sta dentro e che ha ragione su tutto, che comunica e tiene insieme i pezzi; l’anima che è il collante ed è la memoria, l’anima come ago e filo, come qualcosa che non si può toccare e poi di estremamente solido. L’anima come l’unità di misura di tempo e spazio. L’anima cerniera e dispersione. L’anima a contatto con la terra e col fango, l’anima che guarda da fuori, che guarda meglio, che registra e che sa lasciar andare. L’anima e il corpo sono una cosa sola, sono interscambiabili e sono per Liberale il più grande strumento di comunicazione, anzi di trasmissione; e ogni emozione è un dato, e ogni ricordo è una cifra, e ogni dolore è un passaggio, e ogni cicatrice è poi cura, e ogni cura tiene conto del rimpianto e del pianto. Questa raccolta è fatta di terra e acqua, c’entrano quindi gli elementi naturali e ore di profonde riflessioni e meditazioni; è fatta di scelte calibrate su ogni singola parola, su ogni verso e sulla sua tenuta; se il verso tiene, allora tiene tutto, tiene anche la storia che Laura Liberale va a raccontare.

Viene con la statura di un cipresso
presidia il buio, lo stento della lingua.

Non ti voltare finché le parole
non siano assolute come ossa.

La disponibilità della carne è una sorta di confine tra l’accoglienza dell’altro e la volontà di disporne, di decidere per lui; l’equilibrio è quanto mai precario ed è un filo lungo il quale ci muoviamo tutti, mai allo stesso tempo, ma di certo prima o poi, perché il nostro essere umani e fallibili ci sposta continuamente tra la generosità e il controllo, e entrambe le cose le chiamiamo affetto, le chiamiamo amore. Laura Liberale si offre al lettore attraverso i suoi testi ma è pronta ad accogliere, così come ha accolto la perdita, che sono i lutti, che sono le rinunce; così come ha accolto la nascita. Mi viene da pensare che la perdita di un affetto non lo sia mai del tutto, così come la nascita di un figlio (ma potrebbe essere anche un nuovo amore) non certifica un aumento di volume affettivo, non giustifica la nostra volontà a disporne. È un libro, questo, che invita alla riflessione mentre consiglia l’abbandono, non si possono leggere le poesie di Laura Liberale senza aver lasciato indietro un po’ di zavorra, bisogna entrare in questo libro con gli occhi aperti e un po’ di coraggio, e poi bisogna ritornarci, fare avanti e indietro, perché di un libro di poesie è bene seguire l’ordine ma è anche auspicabile poi scomporre quell’ordine; vorrà dire che avremo trovato il nostro, a quel punto il senso del poeta starà in ciò che ha scritto ma anche nel senso proprio e intimo che ogni lettore avrà trovato.

Radunati sotto il trono di gloria
compitano le parole dell’angelo.
È appresa la risacca dell’umano
indolore il suo battere di maglio.

Si fanno chiari i volti delle madri.

La scorsa settimana ho scritto di un bel romanzo: Se mi tornassi questa sera accanto di Carmen Pellegrino, in quel libro i protagonisti affidano le loro parole all’acqua del fiume, parlano a sé stessi per raggiungere l’altro; le parole di Laura Liberale nell’acqua di un fiume nascono e quel fiume è fatto di molte cose, e di altre cose che (come sappiamo dalle elementari) accumula per strada, a valle arrivano le poesie e ci restano e ci trovano, non so se ci portino da qualche parte o se ci aiutino a rimanere, so che qualcosa fanno e quel qualcosa non è affatto poco, non è mai poco. Ogni tanto sembra che basti.

*

Gianni Montieri

 

Laura Liberale, La disponibilità della nostra carne

Parigi 2015, foto gm

Parigi 2015, foto gm

Laura Liberale
da La disponibilità della nostra carne
(libro di prossima pubblicazione per Oedipus, collana Croma K, diretta da Ivan Schiavone)

 

E dunque lei muore
e un altro mistero s’ingrotta
di donna consanguinea
di stele che non aprì alfabeti.

Queste le femmine del tuo lignaggio.

Finisce in piaga
la carne che non rilasciò i segreti
e la consunzione non è che la punta
del vostro pauroso iceberg familiare.

 

*
La prima volta fu
per l’addio che febbraio
condensava sui vetri.
Le tue mani, implorava
e attecchiva in te.
La seconda, il fantoccio
dissestato a tuo uso
traboccava nel poco
che di te concedevi.

In entrambe ordinasti
tempesta su quel seme:
Vieni disastro, mieti.

 

*
Ancora stai chiedendo di nutrirla
di celebrare il rito della cura?
È un’ara questo tavolo, tu scava
due solchi, riempili di latte e acqua
zolle di terra innalza a far barriera
erigi il tumulo, l’orto racchiuso
liba nel sole che strina i contorni
nella misura della primavera.

 

© Laura Liberale

Laura Liberale, incidenti

parigi 2015, foto gm

parigi 2015, foto gm

Incidenti

(un racconto a due voci)

 

Sono come una marionetta rotta, con gli occhi caduti al di dentro

(E. Cioran)

Gli occhi dietro le palpebre si sono rovesciati e ora guardano dentro

(R. M. Rilke)

*

Non l’avevo certo scritto sulla scheda attitudinale del corso. Anziché al tirocinio mi avrebbero gentilmente spedita da un approfonditore. Quattro anni di cura – dai dodici ai sedici, per disturbo post-traumatico – con madame “approfondiremo” potevano bastare. Avevo approfondito tutto l’approfondibile. Ero ripetutamente scesa, agganciata a madame, nel fondale della mia tragedia, ci avevo nuotato in apnea, smuovendo qualche pietra qua e là, strappando qualche alga insidiosa, raggirando qualche ostruzione, sollevando spesso un pulviscolo sabbioso davanti agli occhi che m’uscivano dalla testa nello sforzo di spalancarsi. Quando avrei voluto soltanto che una voragine s’inghiottisse il mio mare, che un bastone biblico lo squarciasse in due per farmici passare in mezzo, cieca. I miei occhi in cambio del potere di dimenticare. Mammina che allatta un’ultima volta il suo piccino. Mammina che a dicembre vuole fare l’uccellino.

Ne erano già passati quattordici.
In verità ai primi anni dopo l’incidente preferiva non pensare.
Lui si era portato dietro le ombre frullanti e spietate di tutti i bambini futuri di cui avrebbe potuto prendersi cura.

Motivazioni: “Amo i neonati” (piccoli sbadigli bradipi). “Credo nelle potenzialità che ogni nuova esistenza reca con sé” (fiati zuccherati, occhietti che andirivengono fra due mondi, senza appartenere più all’uno né ancora all’altro).

Esperienze: “Cresciuto un fratello minore di dodici anni” (sono stata il sughero storto e smangiato messo a tappare mamma-assenza).
Questo avevo scritto e non: “Sono le madri a interessarmi davvero. Il motivo autentico per cui voglio questo lavoro”.
Le madri al loro esordio, al principio dell’avventura vitalizia. Le madri, prima che, assieme al latte, arrivi qualcos’altro a portarsele via, facendole volare dalla finestra.

Non si era mai sposata.
Ed era stato tutt’altro che un problema. Le mamme che le affidavano i propri figli pensavano che così avrebbe avuto una maggiore disponibilità nei loro confronti. In effetti, non avrebbero potuto ottenerne di più da lei. Ci sono delle persone fortunate che scoprono molto presto con che cosa vogliono tenersi occupate a questo mondo. La sua scoperta erano stati i bambini.
Tutto era cominciato col figlio della sorella, quando aveva appena diciassette anni.
«Da allora ne è passata di pipì sotto i ponti» aveva ripetuto spesso, col suo rassicurante sorriso.
Fino all’anno del cinquantasettesimo compleanno, quando il ponte era crollato di colpo, seppellendo la casa lasciatale dai genitori, l’altalena e la grotta delle meraviglie in giardino, il forno in cui cuoceva le sue torte, lo scaffale di libri per l’infanzia, la cesta dei giochi, il letto su cui poche volte aveva sofferto la solitudine. Davvero poche. Perché i bambini, anche se altrui, sono materia a espansione, riescono a infiltrarsi nei buchi più nascosti della tua vita, fungendo da collante per tutti i tuoi pezzi rotti o mal incastrati.

(altro…)

Questo Natale #13: Laura Liberale, Bianco Natale? (Una fiaba)

foto gm

foto gm

 

Bianco Natale?

‑ Lassù! ‑ gridò un bambino sulle spalle del padre, puntando il dito in alto.
‑ È tornato! Ce l’ha fatta!
Poi le parole, i mormorii, i gridolini s’accrebbero e si fusero in un coro di sorpresa e di eccitazione.
La neve aveva smesso di cadere da qualche giorno, così tutti i nasi intirizziti poterono alzarsi verso quella macchia rossa sospesa in aria.
Ma non era Babbo Natale. Nient’affatto.
Si chiamava Torototea, e questa è la sua storia.
‑ Sei proprio sicura che non le abbiano ancora inventate?
‑ Di nuovo! Hai intenzione di farmi innervosire per davvero? Perché, invece, non le inventi tu, così poi le brevettiamo e magari diventiamo ricchi!
‑ Eppure mi sembrava finalmente di averne vista qualcuna!
‑ Per quel che ne so! Forse ne avrai viste da motocicletta. Togliti dalla testa quest’idea delle catene da neve per bici, una volta per tutte! Ci andremo comunque. In corriera. Tutto freddo evitato!
‑ Ma non è la stessa cosa, lo sai! La bicicletta fa parte dello spettacolo.
‑ Comincio a essere stanca di fare tutti quei chilometri ogni santa domenica! Inverno compreso!
‑ Ma Pupi cara, se continui a essere così bella è anche grazie a tutto il movimento che ti ho fatto fare in questi anni!

(altro…)

AA.VV. Père – Lachaise: Racconti dalle tombe di Parigi

pere-lachaise-2

“Penso che i morti ci siano, cioè penso che si continui a vivere anche con le persone che non ci sono più, che continuino a fare parte della nostra vita… Attraverso la memoria, attraverso la continuità dei pensieri e delle emozioni.[…] Non ho dubbi su questo… o, comunque, voglio non averne.”

(Intervista a Giovanni Raboni, Firenze, 29 maggio 2003 – fonte http://www.giovanniraboni.it)

 

Pensavo
polvere, non cenere; non
arso, pensavo, né centrifugato;
polvere: e diventarlo
a poco a poco, a poco a poco sperdere
il duro delle ossa. E che la terra
non fosse poca né tanta,
né pesante né lieve a cancellare
lo scempio della fossa.
E che la terra fosse consacrata…
E che la terra fosse consacrata
e condivisa, lotto
numerato e introvabile
d’uno dei fiochi immensi cimiteri
che da nord, da nord-ovest
assediano Milano, che ci salvano,
barricate di croci,
d’angeli mutilati, dall’orrore
di marcire in privato, in un giardino.

(Giovanni Raboni)
(altro…)