Laura Lepetit

La tesa fune rossa dell’amore. Recensione

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AA.VV., La tesa fune rossa dell’amore, a c. di L. Magazzeni, F. Mormile, B. Porster, A. Maria Robustelli, Milano, La Vita Felice, 2015, pp. 268, € 18,00. I testi e le traduzioni sono delle singole autrici e traduttrici.

Tante autrici e tante traduttrici per costruire un’antologia che, da circa un anno, circola grazie alla pubblicazione de La Vita Felice: La tesa fune rossa dell’amore è una raccolta preziosa curata da Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli, che riuniscono tante voci quanti sono i modi – pensati, scelti, detti – per raccontare, in versi, il rapporto delle donne con il materno. Della complessità e del legame con la madre ha, sempre e spesso, parlato con più frequenza la prosa, non soltanto in Italia e l’ha fatto non soltanto il romanzo ma anche il diario – e, più in generale l’hanno fatto le scritture private anche, che sono state in grado di dare molto in questi termini. Molto ha dato anche l’immagine – e non si può fare a meno, in questa sede, di citare di nuovo il documentario del 2002 di Alina Marazzi, Un’ora sola ti vorrei, che ricostruisce la memoria del materno sul piano filmico ma lo fa servendosi di porzioni testuali private (i taccuini materni); lo fa attraverso l’immagine muta che prende vita grazie alla voce narrante della figlia (ne abbiamo parlato qui). Quale valenza abbia un documento come questo nel nostro presente non è difficile a dirsi: mantiene vivo il legame con ciò che manca, nel caso di Marazzi una madre – Liseli Hoepli – morta suicida nel 1972, quando colei che poi sarebbe divenuta regista era troppo piccola per comprendere il significato del loro legame ma non per intuirlo.
Anche nel libro di cui si sta parlando si può dire che il fattore “mancanza” sia determinante; si parla in assenza, in esclusione, da un ‘circuito’ (quello tra «fusionalità e separazione», Mormile) e da un discorso, quello che vede al centro l’identità. Ciò che si trova importante è l’aver saputo riportare l’attenzione sulla poesia e sul valore che questo genere ha nel poter tracciare i contorni della problematicità che la relazione con la figura, con il corpo, con la lingua delle madri pone al centro della vita delle autrici scelte. Inglese e italiano, ma una diversa provenienza geografica, non strettamente di area anglosassone (ci si spinge fino all’India, al Pakistan) danno le direttrici secondo cui l’opera si sviluppa, in tre sezioni (Lasciarle andare; Nelle stanze della memoria; Retaggi, lignaggi) che permettono di collocare i testi e dar loro una scansione chiara, eppure giocano sulla metafora delle «matrioske russe» ben enunciata nella prefazione di Silvia Vegetti Finzi – e tra i punti cardine del suo pensiero sul femminile, che vede le donne essere «acqua nell’acqua». Le poesie scelte, inoltre, coprono l’ultimo quarantennio con qualche escursione fino agli anni Sessanta: rivelano cioè un racconto del materno e della figlitudine vicino nel tempo, dentro lo ieri e l’oggi. (altro…)

Laura Lepetit, Autobiografia di una femminista distratta. Recensione

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Laura Lepetit, Autobiografia di una femminista distratta, Roma, nottetempo, 2016, € 12.00

Forza, tenacia, coraggio, e ancora intelletto, caparbietà, costruzione, idea, risolutezza, giusto sguardo: sono solo alcune delle parole che vengono in mente leggendo Autobiografia di una femminista distratta di Laura Lepetit. Spesso in questo blog si parte dai titoli per sviscerare i caratteri totali dell’opera che si ha davanti e, in questo caso, non è solo legittimo − com’è stato detto in altre occasioni, parlando di questo libro − ma è anche fondante, perché l’autrice mette insieme in quella che è la vera presentazione che salta agli occhi prima di leggere tre parole che riguardano sì la sua vita ma anche assumono una connotazione plurima e vitale, adatta ad affrontare queste pagine. “Autobiografia” propone da subito quello che poi si viene a scoprire essere un legame fortissimo con Gertrude Stein, autrice amata sopra tutte da Lepetit. A un livello ulteriore: “autobiografia” come narrazione del sé in una forma di ricostruzione secondo quel disegno che il sé si dà nella vita ma, di più, di ciò che (gli) accade; con questo termine si ammettono quegli accidenti che fanno il procedere dell’esistenza. “Femminista” è la cornice: tutto ciò che avviene in questa storia è una scelta, a partire dall’adesione al Movimento, in termini storico-critici e soprattutto culturali; quello è l’ambiente in cui Lepetit si trova a vivere quando decide di fondare la casa editrice La Tartaruga nel 1975. Il suo sarà un investimento emotivo oltre che economico, ma attuato con un sincero distacco dagli ordini del “femminile” − e la dichiarazione della possibilità di stancarsi di pubblicare libri di donne, e perciò l’aver scelto un nome neutro, è esemplare. Una sfida letteraria e fatta nel mondo in cui si trovava a essere in quel momento: una presa d’atto necessaria e in grado di rompere gli argini del presente e di porre i limiti a un passato, quello che l’ha vista vicina a Carla Lonzi e a «Rivolta femminile». Si tratta di una frattura significante anche in termini di approccio, del tutto “intuitivo” nel suo caso anche nello svolgimento della professione di editrice. “Femminista” non è femminile: talvolta si tratta di un recinto chiuso attorno a una visione che si è declinata su molti strati nella storia mondiale, ma è anche quel perimetro che permette l’inclusione di voci di scrittrici cui Lepetit darà la possibilità di ‘essere insieme’, di stare in quella “casa” – vero luogo del vissuto e del vivere. La Tartaruga non è stata un’azienda: è stata un campo di esplorazione del presente letterario italiano e straniero; è stata il campo d’azione in cui si sono sviluppati legami con collaboratrici, con un esterno non ancora indagato e presentato con traduzioni inedite; è stata un progetto culturale impervio, difficile, affrontato con responsabilità e curiosità, parola imprescindibile in tutta l’Autobiografia. La “casa” non è solo il dove fare economia ma è quel terreno su cui si costruiscono fondamenta solide, rapporti sociali e di parola. L’aggettivo “distratta” è stato definito dalla critica che si è occupata di questo libro come il “ponte” tra il dentro e il fuori la vicenda dell’autrice, e non può che essere vero. La possibilità di aprire delle «finestre» e di «scorciare da più angolazioni le varie esperienze vissute» è un darsi, una disponibilità all’essere per sé e con gli altri, una spinta esistenziale. “Distrazione” indica etimologicamente una «disgiunzione e un separare, un qua e là», e quindi propone un passaggio attraverso cui una vita realizza anche il proprio contrario; e non c’è forse aggettivo più adatto che “distratta” ad accogliere l’accadere delle cose, ciò su cui non si può avere controllo. Si sbaglierebbe a dire destino. E questa narrazione continua degli eventi e degli incontri con Cesare Garboli, Paola Masino, Anna Banti tra gli altri − che hanno dato alla nostra letteratura un valore non quantificabile − è assunta da Lepetit come un regalo. Il non essere soggiogati dall’alterità e saggiarne il rischio costante è un’attitudine, anche. Appassionata Lepetit, com’è stata definita “appassionata” Goliarda Sapienza dalla critica − e si auspica in questa sede che non appaia impropria questa citazione, perché non esistono aggettivi cauti per restituire l’esperienza di Lepetit. E questo non vuole essere un elogio ma una convinzione.

© Alessandra Trevisan

Un ringraziamento speciale ad Anna Toscano per l’invito alla lettura di questo libro.