Laura Corraducci

Ivan Hristov, Il discorso continuo (di Luca Benassi)

Ivan Hristov. Il discorso continuo.

Traduzione di Laura Corraducci

Il libro più noto di Ivan Hristov è Poesia americane del 2013, dal quale sono tratti i testi qui pubblicati (tranne Acacia e Zaffiro, che sono tratti da Dizionario dell’amore). Poesie americane è un titolo che rimanda a un’appartenenza geografica, spostando l’attenzione dalla penisola balcanica, alla quale il bulgaro Hristov appartiene, al grande continente oltreoceano, che il poeta ha frequentato lungamente per motivi personali.
Del resto, questa scrittura ricorda certe movenze della poesia statunitense, attraverso la tendenza a raccontare con piccoli quadretti che si offrono in pennellate e brevi scoppi di colori. In questo senso la poesia di Hristov va avanti per fotogrammi, istantanee di vita, offrendo una geografia scarna, fatta di interni di appartamento, un soggiorno, la luce di un tramonto, un lago: «E restammo seduti/ Nel mezzo/ Del tramonto/ Sul lago/ In silenzio.» Si tratta di poesia brevi, verticali, dove il linguaggio è asciutto e diretto, e dove emergono la trasparenza del dettato, il tono disarmante e privo di astuzie linguistiche e di retorica. È una poesia quasi senza aggettivi, assoluta, che per certi aspetti ricorda lo statunitense Carver: il tono è discorsivo, quasi un piccolo racconto dialogato negli spazi immensi e assoluti dell’America. Si tratta di ‘discorso continuo’ che cerca di costruire un flusso – spesso un flusso di ricordi – e richiama un’altra grande esperienza poetica d’oltre oceano, la beat generation, i cui poeti sono citati dal nostro autore: «E stavamo seduti/ Da qualche parte/ Nel nostro piccolo/ Paese/ Nel nostro piccolo vicinato/ Nel nostro piccolo appartamento/ Restavamo seduti in silenzio/ Bevendo/ E poi/ Parlammo/ Parlammo/ Di Allen Ginsberg/ E Charles Bukowski/ E di Jack Kerouac/ E William Borroughs/ E parlammo/ degli anni ‘60/ dei nostri amori/ delle nostre Americhe».
Gli Stati Uniti di Hristov si mostrano come uno spazio mentale, nel quale si addensano le nostre paure, sogni, le speranze compiute e quelle infrante; è un’America nella quale ritrovarsi e poter cogliere gli stereotipi che ci appartengono, affondando le radici nell’immaginario, come nel testo dedicato all’attentato alle torri gemelle, rivissuto cinque anni dopo, attraverso un ricordo che si fa presente.
In questa poesia, tuttavia, non mancano i tentativi del poeta di cercare la sua terra, i riferimenti di bellezza che sappiano orientare e stupire come nel testo Un rosa bulgara. Qui il poeta cerca ‘qualcosa’ di bulgaro Fra Andy Warhol/ E Yoko Ono, fra i simboli accesi dell’America, fra i ready made delle gallerie d’arte che non sembrano offrire bellezza, e la grandezza dei musei di scienze. La bellezza è una rosa, simbolo della Bulgaria ed espressione di sinuosa femminilità e semplice gioia, che sboccia fra le vie tutte acciaio e cemento d’America.
Hristov tenta di avvicinare i lembi dei continenti, fa sussultare la terra, fa incontrare mondi. Nella poesia Bernie il poeta racconta un dialogo sulle differenze fra cattolicesimo e protestantesimo. Anche qui emerge il tentativo di creare una connessione fra i due continenti (anche se la Bulgaria è un paese a maggioranza ortodossa), ricordando l’epoca socialista nella quale l’assenza di Dio era imposta dalla politica.
Nelle poesie di Hristov c’è quasi sempre un dialogo o il racconto di un dialogo. C’è un Tu che si fa noi, si racconta di noi che parlammo, bevemmo, oppure rimanemmo seduti davanti al silenzio di un lago. Questa poesia è un’esperienza collettiva, un piccolo diario d’incontri da appuntare nel cuore e nella memoria per «sollevare il dolore,/ riconciliare le contraddizioni,/ donare la vita eterna a coloro/ che la posseggono.»
Poesie americane è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 2013, in versione bilingue bulgaro inglese. La traduzione dall’inglese dei testi qui pubblicati è di Laura Corraducci.

© Luca Benassi

 

4.5 on the Richter Scale

Per Vladimir Levchev

E stavamo seduti
da qualche parte
nel nostro piccolo
paese
nel nostro piccolo vicinato
nel nostro piccolo appartamento.
Restavamo seduti in silenzio
bevendo
e poi
parlammo
parlammo
di Allen Ginsberg
e Charles Bukowski
e di Jack Kerouac
e William Borroughs
e parlammo
degli anni ‘60
dei nostri amori
delle nostre Americhe
ed improvvisamente
la terra sotto di noi
sussultò
perché avevamo
riavvicinato troppo
i continenti
Vlado
e per questo Dio
ci punì.

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Laura Corraducci, Il Canto di Cecilia e altre poesie

Laura Corraducci, Il Canto di Cecilia e altre poesie, Raffaelli Editore 2015

Dopo che “la rivelazione ha serrato i battenti” (Dickinson), quando torna a essere fitto il velo che pure si era squarciato un tempo, cessa allora il canto? Tutt’altro, è la risposta che Laura Corraducci consegna a chi legge e ascolta i testi contenuti in Il Canto di Cecilia e altre poesie. L’urgenza del dire è coniugata all’anelito della rivelazione e queste nozze sono scandite da ritmi che subiscono anche repentine variazioni, sono attraversate da tempi semplici e da tempi composti, alimentano il predicato, nei metri alternati e mescolati, di divari, di strappi, di partenze e di ricongiungimenti. Già il titolo della prima sezione, Il filo attorno al dito, allude al recupero della memoria e al vincolo autoimposto, un pegno-impegno alla ri-composizione, qui intesa nel duplice significato di riaccostare frammenti – perfino brandelli, esito di strappi antichi e recenti, «il canto breve della tua frantumazione» – e di nuova costruzione, di «coniugazione nuova». Operazione, questa, che palesa la necessità di accogliere, facendolo emergere con la parola poetica, un notevole carico di sofferenza. La tessitura poetica enuncia e denuda, denuncia, dunque, strappi, punti di sutura, cicatrici, lente ri-marginazioni, traumi visibili sotto le cuciture, ferite sottocutanee e rammendi: «tre centimetri di pelle ti ho cucito/ alla vita come fossi una cintura/ i punti fissati diritti sulle anche/ tre croci sul tuo Golgota di carne/ […]/ farfalla sciolta in polvere sul muro/ alla morte oggi ruberò le cicatrici» (p. 17). Operazione che contempla, d’altro canto, anche il secondo movimento della ri-composizione, vale a dire, come affermato poc’anzi, la nuova costruzione. Il paradosso è tuttavia sempre in agguato, per così dire dietro l’angolo, ché il barlume di prospettiva nasce anch’esso da una de-composizione, sia pure dalla de-composizione delle tenebre: «ma la paura non ti sarà più madre/ srotolerai la lingua dentro il tempo/ di una coniugazione nuova dove/ il buio si decompone piano e lento/ nel lontano vagito di una speranza» (p. 25). Nomi, terre, orizzonti – cieli e nubi – sono lieviti e termini dell’opera di ricomposizione. Non mi sembra pertanto casuale che i titoli e contenuti delle due sezioni successive, I nomi rimasti e Versi per fari e guardiani, vi facciano riferimento. (altro…)

Laura Corraducci, Tre inediti della luce

Laura Corraducci: tre inediti della luce
Nota introduttiva di Luca Benassi

Ne Il Canto di Cecilia e altre poesie (2015), Laura Corraducci aveva scritto: «la fretta scomposta delle otto/ indossata sul volto come il trucco/ il pianto tatuato sotto gli occhi/ è la fuga dal cronometro del mondo/ del mio cuore ancora resto l’ospite». Si trattava di una visione dell’amore nella quale il continuo gioco dell’Io e del Tu mostrava l’esigenza di non voler schivare l’impatto anche dei momenti più drammatici, dove il sentimento aveva il segno negativo dell’abbandono e del dolore. In quel testo, tuttavia, fuga e ospitalità del cuore erano i termini per indagare la relazione; del resto, in altre parti del libro, Corraducci aveva preso a prestito il punto di vista altrui, mostrando di voler spostare il punto di osservazione del sentimento: i reclusi di un carcere e i guardiani dei fari, per i quali l’amore e la luce passano attraverso la distanza, il buio, la fatica. Nelle ultime prove, delle quali i testi qui offerti costituiscono un esempio, Laura Corraducci ritorna sul tema amoroso, ma lo fa con un passo diverso, maggiormente centrato sull’intensità di un vissuto che si cala nella parola con potenza. Sono versi che rivelano un’attesa compiuta in una fisicità lieve ma precisa: «la paura alla fine si è assopita/ dentro il lento scivolare delle mani/ nel respiro che cerca nuovamente/ la linea del tuo mento per morire». Non manca il senso di un nascondimento («stamattina entro ancora di nascosto/ per togliere via la sabbia dai vetri») che concede all’amore solo la pienezza di poche ore e il timore dell’abbandono, ma i riferimenti a una realtà quotidiana precisa (caffè, tazze, vetri, tetti, libri, occhiali) regalano un dimensione quasi quotidiana alla relazione. Ci sono i luoghi cari alla Corraducci: le mani, i capelli, gli alberi, il vento, ma questa volta hanno connotati precisi: il vento è il Grecale e gli alberi sono lecci. Il sentimento sembra quasi avere la forma di un volto del quale ancora si teme di pronunciare il nome. (Luca Benassi)

 

***

hanno tirato a sorte la mia gioia
non è un caso sia caduta su di te
sotto un leccio verde di febbraio
la mia ombra ti segue nella luce
la paura alla fine si è assopita
dentro il lento scivolare delle mani
nel respiro che cerca nuovamente
la linea del tuo mento per morire

*

stamattina entro ancora di nascosto
per togliere via la sabbia dai vetri
e girare nella stanza soltanto con la voce
tocco i libri gli occhiali e il caldo del grecale
il nero del caffè dentro la tazza
sento il sole che qui pare più orgoglioso
di accenderti lo sguardo sopra il tetto
queste assurde maglie di una rete
che stringe nel suo vuoto il nostro tempo
amore nella bocca del vento lasciami due fiori
perché i petali in estate sanno profumare anche le spine

*

avrei voluto cucirti il nome sul petto
con i capelli e il filo bianco dello zucchero
indovinarti il passo prima che si compia
nel respiro di mare da sotto le nuvole
in un tempo dove l’amore non cede
e l’eternità può durare soltanto tre ore

***

Laura Corraducci è nata nel 1974 a Pesaro, dove vive e lavora. Ha pubblicato le raccolte poetiche Lux Renova (Edizioni Del Leone, 2007) e Il Canto di Cecilia e altre poesie (Raffaelli, 2015). Suoi inediti sono apparsi su “Punto Almanacco della poesia italiana 2014”, “Gradiva” con nota critica di Giancarlo Pontiggia, “Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea n.2”. Sue poesie sono state tradotte in spagnolo, inglese, olandese, rumeno e portoghese. Dal 2012 organizza, con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura della sua città, la rassegna poetica “vaghe stelle dell’orsa” dedicata alla poesia contemporanea italiana e straniera. Traduce dall’inglese (Caroline Clark, Muesser Yehniay, Bill Wolak)

Anteprima. Laura Corraducci, Il Canto di Cecilia e altre poesie

Laura_Corraducci

Laura Corraducci, Il Canto di Cecilia e altre poesie

(in uscita per Raffaelli Editore, 2015)

 

tre centimetri di pelle ti ho cucito
alla vita come fossi una cintura
i punti fissati diritti sulle anche
tre croci sul tuo Golgota di carne
venga il vento
a slegarmi dai tuoi fianchi
venga il fuoco
a bruciarmi dentro un tuono
farfalla sciolta in polvere sul muro
alla morte oggi ruberò le cicatrici

 

sarà la teoria degli angoli convessi
o quella delle rette parallele
o è il pigreco del tuo labbro superiore
a spaccare in un secondo tutti
gli assi portanti del mio mondo?
e sentirsi ancora nuda e rovesciata
come una figura piana
disegnata sempre storta
sulla carta millimetrata
dell’ennesima inutile illusione

 

lui scende sempre dal treno di Busseto
coi pensieri sbagliati dentro gli occhi
da portare in offerta con tremore
a lei finita a vendere bicchieri
in un negozio nuovo sulla piazza
lo vedrà arrivare affondato nella giacca
osserverà i suoi denti diventare oro
nei riflessi colorati dei cristalli
morderà di nuovo il tepore delle mani
in questa Parma sporcata
dalla polvere e dal caldo
nell’estate in cui l’amore
ha il sapore delle muffe e del cartone (altro…)