Laterza

Simone Pieranni, Genova Macaia

Simone Pieranni, Genova Macaia, Laterza, 2017; € 14,00, ebook € 9,99

 

Genova per noi che (non) siamo nati a Genova. Genova per chi c’è vissuto, per chi no, per chi c’è stato di passaggio e per chi ne è scappato. Genova Macaia, come quello stato d’animo che prende le mosse dal vento di scirocco per diventare metafora di una condizione dell’essere e del sentire, melanconia, mancanza.

Il secondo libro di Simone Pieranni è un viaggio, anzi più viaggi tutti insieme anche se in direzioni e luoghi diversi, ma con un solo punto cardinale: Genova. Pagina dopo pagina si cerca inutilmente una risposta alla domanda se i luoghi formino le persone o se siano le persone con le loro storie a dar forma e sostanza a certi luoghi. Genova è così, almeno in queste pagine, un continuo riaffiorare di storie e ricordi, non tutti positivi: come il male alle ossa, un male simile alla storia, vicende terminate da secoli che continuano a fare capolino, sotto forma di dolore. Genova è così, ed assomiglia alla città che ognuno di noi si porta dentro, quella dove si è nati o dove si è vissuti, ognuno ha la sua Genova.

Il libro è l’occasione per ritornare sui passi di una famiglia, quella dell’autore, e delle persone che le sono ruotate attorno nel corso degli anni. È un racconto ibrido che mescola storia ufficiale a storie private, descrizioni ai ricordi, impressioni a eventi storici. Ogni riga è una pennellata alle mura ora del centro ora della periferia di Genova, un continuo girare per le strade e per i vicoli solo per poter ritornare in certe stanze e in certi vicoli del proprio vissuto, del proprio animo, della propria storia.

Lontano anni luce da Genova una volta chiesi ad un musicista siciliano, nato e cresciuto vicino al mare, perché avesse scritto un disco così triste venendo lui da un luogo così solare e ameno. Dalla sua risposta capii che proprio chi nasce vicino al mare è più esposto a quello stato d’animo che a Genova chiamano macaia. È stato un modo di capire questo libro prima ancora di leggerlo, perché anche per chi come me non è mai stato a Zena un libro del genere è importante, è come uno specchio. Non importa, credo, o almeno fondamentale conoscere Via Tolemaide o Piazza de Ferrari per immedesimarsi a pieno in queste pagine perché ognuno ha la sua sopraelevata o la sua Nervi.

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Recensioni ibride #2: #LaStanzaProfonda di #VanniSantoni

9788858127377

Recensione ibrida a La stanza profonda di Vanni Santoni (Laterza)

di Ilaria Grasso

Molti hanno scritto de La stanza profonda di Vanni Santoni con le più varie chiavi di lettura e interpretazioni. Chi mi ha preceduto ha parlato dei giochi di ruolo, di controculture, della forma ibrida del romanzo ma nessuno ancora ha parlato della copertina del libro e del personaggio di Leia.
L’artista che ha illustrato la copertina si chiama Luca Maleonte. Il writer romano, classe ’83, adotta, per sua stessa ammissione, come simbolo, l’icosaedro che è anche la forma del dado di Dungeons and Dragons, un gioco di ruolo, oggetto dell’indagine del libro. L’originalità delle opere di Luca Maleonte sta nel fatto di riuscire a far coesistere moderno e antico. Troviamo infatti, nei suoi murales, richiami ai disegni medioevali, tratti dalla catalogazione di piante o animali, o rimandi alla scultura classica, statue ad esempio.
Pure nella copertina troviamo modernità (la t-shirt con lo smile e la camicia nerd a quadri rossi e neri) ed evocazioni medioevali (lo sfondo) e ovviamente richiami ai giochi di ruolo (parti di armatura e il noto icosaedro).

Chiacchierando con Angelantonio, caro amico e decennale giocatore di ruolo, ho scoperto di alcune sue opere a Roma. Nella stazione metro di Piazza di Spagna ad esempio c’è un murales di Luca Maleonte che rappresenta una dea con due leoni. Al posto del volto, un icosaedro, il noto icosaedro. Chissà se il personaggio di Leia, a cui Santoni dedica una parte sostanziale del libro, sia nato proprio da lì, dalla visione di quella dea?
Già nel suo precedente libro avevo avuto modo di apprezzare il linguaggio lirico e ispirato e mi erano piaciute molto alcune sue espressioni. Indimenticabile l’espressione “i lampi della genesi e dell’apocalisse” in Muro di Casse. Anche questa volta Vanni Santoni non si è risparmiato. Prima di Santoni molti hanno descritto, in prosa o versi il panorama del centro Italia. Penso ad esempio ad Attilio Bertolucci in questa poesia:

Io sono solo
il fiume è grande e canta
Chi c’è di là?
Pesto gramigne bruciacchiate.
Tutte le ore sono uguali
per chi cammina
senza perché
presso l’acqua che canta.
Non una barca
solca i flutti grigi
che come giganti placati
passano davanti ai miei occhi
cantando.
Nessuno.

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proSabato: Camilleri – De Mauro, La lingua batte dove il dente duole

DE MAURO  Comincerei con lui, con Luigi Meneghello. Ti ricordi quel passo bellissimo in Libera nos a Malo? «Nell’epidermide di un uomo si possono trovare, sopra, le ferite superficiali, vergate in italiano, in francese, in latino; sotto ci sono le ferite più antiche, quelle delle parole del dialetto, che rimarginandosi hanno fatto delle croste. Queste ferite, se toccate, provocano una reazione a catena, difficile da spiegare a chi non ha il dialetto. C’è un nocciolo indistruttibile di materia, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, percepita prima che imparassimo a ragionare, e immodificabile, anche se in seguito ci hanno insegnato a ragionare in un’altra lingua».

CAMILLERI Il dialetto è sempre la lingua degli affetti, un fatto confidenziale, intimo, familiare. Come diceva Pirandello, la parola del dialetto è la cosa stessa, perché il dialetto di una cosa esprime il sentimento, mentre la lingua di quella stessa cosa esprime il concetto.
A casa mia si parlava un misto di dialetto e di italiano. Un giorno analizzai una frase che mia madre che mia madre mi aveva detto quando avevo diciassette anni: mi aveva dato le chiavi di casa e io tornavo tardi la notte. Mi disse:«Figliu mè, vidi ca si tu nun torni presto la sira e io nun sento la porta ca si chiui, nun arrinescio a pigliari sonnu. Resto viglianti cu l’occhi aperti. E se questa storia dura ancora io ti taglio i viveri e voglio vedere cosa fai fuori fino alle due di notte!». (altro…)

Vanni Santoni, La stanza profonda

Vanni Santoni, La stanza profonda, Laterza 2017, € 14,00; ebook € 8,99

di Martino Baldi

*

In settant’anni di Premio Strega un editore storico come Laterza si era sempre distinto per non aver mai candidato un proprio romanzo. Lo fa nel 2017 per la prima volta ma lo fa distinguendosi anche nel partecipare, concorrendo con La stanza profonda di Vanni Santoni, un romanzo che assomiglia a pochi altri romanzi italiani attuali e che, soprattutto, non ci rammenta altri che nel corso degli anni abbiano concorso al più ambito premio letterario italiano.

La stanza profonda racconta, in una personalissima reinterpretazione del cosiddetto genere della non-fiction, le vicende di un gruppo di ragazzi che una volta alla settimana per vent’anni si ritrovano per officiare un rito: quello dei giochi di ruolo. Ci sono i giocatori più fedeli, che in tutto questo tempo non hanno perso un martedì, e ci sono quelli che  hanno avuto solo un ruolo da comparsa o poco più, ci sono le vicende dei giocatori e c’è la vera e propria epopea dei giochi di ruolo (con passaggi di vera e propria storia e filosofia del gioco), c’è il mondo intorno che cambia e c’è la stanza dei giochi in cui invece il tempo sembra non passare, c’è la vita di provincia che si fa sempre più alienante e c’è quella dimensione parallela in cui i fiumi di acqua viva – quelli vivificati dalla potenza mistica dell’immaginazione, naturalmente – sembrano non seccarsi mai. (altro…)

proSabato: Maria Giacobbe, Adesso non solo dobbiamo mettere la divisa…

proSabato: Maria Giacobbe,
Adesso non solo dobbiamo mettere la divisa… 

Adesso non solo dobbiamo mettere la divisa, il sabato, ma anche le Piccole Italiane delle elementari dobbiamo andare andare all’adunata.
Sino a quest’anno io non c’ero mai andata e neppure sapevo bene di che cosa si trattasse, perciò non immaginavo che fosse una cosa tanto stupida e noiosa che non si capisce proprio che sugo ci sia a farla. Finite le lezioni torniamo a casa a mangiare, poi, alle due e mezza, ci dobbiamo di nuovo trovare nel cortile dietro la scuola, che si chiama palestra ma che in realtà è una specie di mondezzaio attraversato da due rigagnoli di acqua puzzolente.
Le maestre generalmente vengono in ritardo e intanto noi, se c’è sole, giochiamo a paradiso o ad acchiappare, ma questo va male perché siamo in troppe e ci diamo spintoni; se invece piove ci lasciano entrare nella palestra coperta dove nelle ore di scuola si distribuisce la refezione e li stiamo stretti, i maschi da una parte e le bambine dall’altra, e non si può fare altro che chiacchierare.
Quando le maestre arrivano ci dispongono in fila e fanno l’appello, poi si riuniscono in gruppo e parlano molto tra loro mentre le caposquadra badano che noi stiamo in ordine e in silenzio. Qualche volta le maestre, che hanno anche loro la divisa, ci fanno marciare e ci fanno fare il saluto al Duce.
Una volta sono venuti dei signori in divisa e uno, piccolissimo di statura ma che camminava dandosi molte arie con la testa rovesciata indietro e un cappello altissimo tutto ornato di uccelli d’oro, ha fatto un lungo discorso. A me dolevano le gambe perché eravamo in piedi già da molto e perciò non ho capito nulla di ciò che diceva, sentivo solo che gridava e che certe volte faceva delle pause così lunghe che si credeva proprio che avesse finito; invece ricominciava, gridando sempre più forte, e pareva che fosse molto adirato contro qualcuno. Alla fine del discorso una bambinetta di prima è andata a dargli un mazzo di fiori che lui ha subito restituito al direttore che era in piedi vicino a lui, sul palco, e un gruppo di Giovani Italiane delle magistrali ha cantato Giovinezza. Io ero così stanca che quasi non mi reggevo in piedi e ciò che desideravo di più era di potermi sedere, almeno per terra. Ma era proprio impossibile perché ero in prima fila.
Quando l’ho raccontato alla mamma non immaginavo che le avrebbe fatto tanta impressione, invece è diventata prima rossa poi pallida e ha detto, ma quasi sottovoce: − Maledetti! − ed è uscita in gran fretta dalla stanza senza darmi tempo di finire. Poco dopo ci ha chiamato su per dire il rosario, perché adesso lo diciamo tutti i giorni e diciamo anche molte altre preghiere. Ma io non riesco mai a pregare sino alla fine senza distrarmi […]

Le compagne dell’esame d’ammissione dicono sempre che se verranno bocciate non avranno mai più il coraggio di guardare in faccia i loro genitori e che scapperanno di casa o si getteranno nel pozzo; ma io so che non lo faranno e mi annoio molto e quasi mi vergogno a starle a sentire. Luisa invece ne ride e dice che non capiscono nulla; lei sa che deve morire presto e mi ha confidato che vuole divertirsi quanto può, tanto più che a casa sua è diventata la persona più importante e fanno di tutto per accontentarla: le hanno persino comprato moltissimi libri nuovi e il pianoforte anche se non sa suonarlo, e addirittura la mamma le domanda ogni giorno che cosa vuole mangiare. Le danno anche molti danari e lei va al cinema quasi tutti i giorni e si paga spesso la carrozza e attraversa la città nelle strade dove c’è più gente, con un sorriso un po’ cattivo, come se disprezzi tutti.
Quando la vedo, piccola piccola col viso quasi azzurro in mezzo ai cuscini della carrozza, con quei due grandi cavalli che trasportando lei sembrano diventare ancora più grandi, e quel sorrisetto di sfida, mi fa tanta pena che vorrei nascondermi. E in confronto a questo è niente il desiderio che avrei di parlare con lei di nuovo come parlavo prima; tanto più che adesso ho inventato una specie di gioco e tutte le cose che non posso dire agli altri mi immagino di dirle a Gian Luigi Massacciuccoli perché mi pare che lui debba capire parole chiare. Ma neanche quando mi immagino di parlare con Gian Luigi Massacciuccoli riesco a dimenticare Luisa e questa cosa che le sta capitando e che, insieme al cuore che le è diventato più grande, pare abbia fatto crescere in lei una specie di odio e di disprezzo per tutti gli altri nel mondo. Come se a tutti, per il fatto di essere malata, si senta superiore, e questo la renda ancora più infelice e cattiva.

© Maria Giacobbe, in Piccole cronache, Bari, Laterza, 1961.

Dalla stanza profonda.

Si è scritto abbastanza sul nuovo bel libro di Vanni Santoni?
Probabilmente ancora no e non perché non siano già abbastanza gli elogi che confermano pienamente la meritata selezione per il premio Strega, ma perché la scrittura di Vanni ha sempre il grande merito di aprire vasi di Pandora su realtà sommerse, apparentemente piccole, elitarie forse ma sicuramente marginali, che però, una volta svelate, arrivano a toccare bene o male tutti: per invidia, per rimorso, per competizione e ovviamente per complicità e nostalgia. Scrivo ciò perché se già con Muro di casse, a poco a poco, tutti o quasi avevano dovuto arrendersi e fare outing ammettendo la propria connivenza con il mondo del Rave (forza, alzi la mano chi di queste parti non è stato alle prime “72 ore” delle Cascine o ai fuori festival sulle colline pistoiesi), ora tocca di nuovo alzare le mani, e ingurgitata con nostalgia la prima puntata di “Stranger things” fare il necessario outing. Sì Vanni, anche io ho giocato ai giochi di ruolo, non in stanze profonde della profonda provincia, ma nei salotti delle case di Brera durante l’occupazione della facoltà di architettura e nelle prime ludoteche che negli anni 90 sembravano nascere come funghi nella profonda labirintica periferia milanese. L’ho fatto e lo rifarei. Sta qui il pregio della scrittura di Vanni e non mi fermerò mai di ripeterlo: la cura, l’accortezza e il rispetto per tutto ciò che fa parte di una relativa marginalità che viene vista spesso con sospetto ma che fa parte di un immaginario sociale la cui ricchezza emerge attraverso una narrazione matura, non partigiana e mai priva della dovuta e serena autocritica. Vanni Santoni non ha mai scritto dei “manifesti”, ma ha la capacità narrativa di aggiungere delicati e fondamentali tasselli a una carente storia sociale del costume e del territorio. Lancio hic et nunc una provocazione e che il dio del turismo mi fulmini pure. Chiudete gli occhi e pensate alle prime cosette che vi fanno venire in mente il termine “Toscana”. Ora riapriteli e, benvenuti nelle periferie di un Valdarno invaso dai Suv dei turisti da outlet e che litiga per appropriarsi il ponte riprodotto da Leonardo da Vinci, benvenuti nei nostri paeselli dove la cocaina circola tanto quanto la ribollita e la solitudine non è molto diversa da quella dei casolari con i cipressi. Questo è ciò che per me rende importante la scrittura di Vanni: ricordare che è impossibile inventarsi della letteratura “civile”, quando non si hanno le mani sporche e non si ha la capacità e l’umiltà di “scegliere” nella propria memoria; le adolescenze che racconta Vanni Santoni, sono le stesse di mille altre città, ma che qui hanno anche la “sfiga” di essere confuse nella marea di turisti e fare da sfondo alle cartoline. La scrittura di Vanni Santoni in questo mi riporta al Lethem della Fortezza della solitudine e come quello non era un trattato sulla Brooklyn ai tempi della disco Music, la Stanza profonda non è un trattato o un’apologia dei giochi di ruolo, ma non dimentica assolutamente le lezioni di Huizinga e Caillois e pone il gioco come base formativa e imprescindibile nello sviluppo delle relazioni sociali, culturali, affettive tra generi, età, classi, culture. Con questo chiudo e vado a comprarmene un nuova copia, visto che l’altra mi è stata rubata in treno (basterebbe questo per certificare quanto ho scritto finora) e lascio alla semplice e invitante lucidità della scrittura di Vanni il benvenuto alla magia di un dado da 20 e tutta la meraviglia (tanta, vi assicuro) che può evolversi attorno a un lancio e allo svilupparsi grafico e mentale di una mappa.

© I. Ninni

Vanni Santoni, La stanza profonda, Laterza 2016

#Unafraselungaunlibro: i primi 50 numeri

Amsterdam - foto di Anna Toscano

Amsterdam – foto di Anna Toscano

Una frase lunga un libro è arrivata alla cinquantesima puntata, questo post che riepiloga tutti i numeri è per festeggiare e ringraziare i lettori, gli scrittori, i traduttori e gli editori. Grazie, vi aspetto per il numero 51, tra una settimana.
Gianni Montieri

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n. 1  Silvina Ocampo, La promessa

n. 2 John Williams, Stoner

n. 3 Bernard Malamud, L’uomo di Kiev

n. 4 Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili

n. 5 Joyce Carol Oates, Sulla boxe

n. 6 Robert McLiam Wilson, Eureka Street

n. 7 Robert Seethaler, Una vita intera

n. 8 Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo

n. 9 Josephine W. Johnson, Il viaggiatore oscuro

n. 10 Mario Benedetti, Grazie per il fuoco

n. 11 Emma Reyes, Non sapevamo giocare a niente

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Una frase lunga un libro #20: Mirko Volpi, Oceano Padano

9788858120200

Una frase lunga un libro #20: Mirko Volpi, Oceano Padano, Editori Laterza, 2015. € 13,00, ebook € 7,99

[…] negli occhi ho sempre quel panorama, immobile, nitido – non succede niente, qualche uccello ogni tanto si intromette nello spazio visivo, un pesce di fosso si azzarda sul pelo dell’acqua. Ovunque vada, io rimango qua. La stasi è vita, spostarsi una sua ipercinetica contraffazione.

Ho avuto un collega. Uno fra molti, ora è in pensione. Mi raccontava spesso di non essere mai andato oltre il Po, all’inizio non capivo, poi ho cominciato ad ascoltarlo con più attenzione, che significa guardare negli occhi mentre si ascoltano le parole, e seguire poi lo sguardo, che andava oltre la finestra dell’ufficio, mentre mi diceva. I suoi fine settimana passati in barca, da solo, a pescare. La partenza da Milano prima dell’alba, la barca a Bereguardo. Il ponte della Becca. Il risotto alle rane. Silenzio e nebbia, le due parole più presenti in quei racconti. Ero da poco arrivato da Napoli e un po’ mi commuovevo, come ti commuovono le cose che non ti appartengono, commosso per mancanza e fascinazione. Ci volle molto poco tempo per capire che il suo non aver mai attraversato il Po non contemplava il razzismo, se non quello per il movimento e per il luogo altro, non si muoveva perché per la sua natura si era già mosso troppo per venire a vivere a Milano. Pesca ancora, ogni tanto lo sento. Leggendo Oceano Padano di Mirko Volpi ho pensato a lui e poi a una certa forma di nostalgia che mi prende rispetto a cose che non sono mie o che non dovrebbero essere mie.

La ricerca della bellezza

La frase che ho scelto sintetizza abbastanza bene, secondo me, lo spirito di questo bel libro di Volpi. L’Oceano Padano, il piano, lo spazio sconfinato e allo stesso tempo ben delineato, quello che finisce dove sono messi i confini, cade fino a dove l’occhio può arrivare. Volpi parte da un elogio del non movimento «Ovunque io vada, rimango qua», la vita vera è un luogo dove le cose non accadono e quando accadono sono sempre poche, le stesse da secoli. Pochi gesti, quasi nessuna parola. Ti muovi quando ti muovi ma ti concedi a brevi spostamenti, vai ma è un non viaggio, è un movimento che ha l’unica funzione di aprirsi al ritorno. Vivere nell’Oceano Padano è, per Volpi, la quadratura del cerchio riuscita dall’inizio. La bellezza, però. Esistono due tipi di bellezza riconducibili ai luoghi: quella oggettiva, quella facile, la bellezza inevitabile di Roma, Napoli, Parigi. Ne esiste poi un’altra,  quella che arriva dopo, quella più piena che giunge quando acquisiamo la consapevolezza del luogo, ne apprendiamo la storia, scopriamo come sono le persone, quali storie hanno da raccontare, che lingua parlano. Quando comprendiamo questa seconda bellezza potrà capitarci, come è capitato al sottoscritto, di viaggiare una sera di qualche anno fa, tra Lodi e Piacenza, e provare un’inaspettata commozione nel vedere il sole scendere, ebbene sì, tramontare dietro un centro commerciale, esattamente come il tramonto dietro a un Brico di cui scrive Volpi.

L’Oceano Padano ha un suo mood e Volpi lo racconta con una bellissima prosa, molta forza evocativa, con la libertà di chi vuol raccontare un mondo: il proprio. Prima ancora, però, del senso di appartenenza viene la capacità di osservare, di registrare ogni dettaglio, ecco perché noi della parte di Lombardia di cui leggiamo arriviamo quasi a sentire l’odore. I campi, le rogge, i canali, le cascine, le vacche, lo sterco, il concime, i trattori, il lavoro, gli arnesi. Lo sguardo più allenato non potrà andare mai oltre l’ultima cascina e da questa consapevolezza, da questa esattezza, ci dice l’autore, viene la forza di chi vive in questo Oceano, in questo piano dal quale quasi nessuno va via, e se lo fa, fosse anche per le vicine Milano (guardata con diffidenza) o Pavia (già troppo grande), lo fa con dolore, lo fa come se fosse una mancanza di rispetto, non per la tradizione, ma per l’origine.

Ma i recinti sono stati aperti: non divelti con la forza o abbattuti, nessuna violenza è stata perpetrata apertamente, nessun lanzichenecco è sceso nei borghi dispersi a razziarli. Il gancio arrugginito si è sbriciolato dopo le piogge ai nuovi soli e la porta non ha più tenuto, piano piano spalancandosi tra  sinistri e inascoltati cigolii. Qualche bestia è scappata, altre hanno proseguito a ruminare fieno scelto, qualcosa indugia sul limite. Ma dai tempi del boom, dell’obbligo scolastico fino alla quinta elementare, della messa in latino e dell’amore nei covili, sono invecchiati i traghettatori da un’epoca all’altra, gli uomini di confine cronologico che, come mai nessuno nella nostra storia minima, hanno visto tutto, e tutto cambiato, cambiando anche loro insensibilmente.

Il centro di tutto è Nosadello, il paese d’origine di Volpi, e poi Pandino poco più in là, e Gradella, e Lodi, e la Paullese, un vero State of mind. Le donne e gli uomini raccontati sono quelli della terra, delle poche parole, dei sentimenti non dichiarati, delle occhiate, del lavoro duro. Dei mille dialetti. Persone sconvolte da niente. Donne use al pettegolezzo, ai mestieri di casa, alla cucina, con la stessa dedizione. Uomini a bere al bar dopo il lavoro, due azioni collegate molto più di quanto possa apparire. La resistenza in quelle terre delle quattro stagioni, l’importanza dell’acqua e della merda. La vita, dunque. L’Oceano Padano è un luogo dove non si fanno carezze, sono sostituite da un commento sulla pioggia imminente e buonanotte, perché niente di più c’è da dire. Mirko Volpi ha scritto un libro affettuoso (e potrebbe non perdonarmi questa parola) e malinconico. Prima, però, della dolcezza e della, più rara, tristezza della malinconia, qui se ne certifica la necessità. Tutto avviene stando fermi, nel ripetersi delle sagre e nei riti come quello dell’uccisione del maiale, a novembre. Se qualcosa è cambiato è nel clima, la nebbia non è più quella di un tempo, nevica più raramente. Infine, partendo da un piccolo paese qui si scrive anche che dove esistono molte differenze balenano altrettante somiglianze. Non credo che sorprenderei molto l’autore che molti dei silenzi, dei rituali, dei gesti, che ha raccontato ricordano, non da troppo lontano, altri luoghi, altri uomini e altre donne a me molto cari. Volpi non ama muoversi, ma scrive e scrive bene, questo per chi legge è sempre una fortuna, proprio come quando si manifesta la prima pioggia dopo giorni d’afa, nell’Oceano Padano.

Ma l’incanto è breve cosa.

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©Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

“Muro di casse” di Vanni Santoni. Recensione

muro di casse

Considerare Muro di casse di Vanni Santoni soltanto un romanzo sarebbe riduttivo ma, di fatto, lo è: un romanzo contemporaneo, forte e potente come suggerisce il titolo, che assorbe e incorpora molti elementi, molte cose. Questo volume – che ha da poco inaugurato la nuova collana Solaris della casa editrice Laterza – è una testimonianza romanzata del mondo delle ‘feste’, una mappatura dei free party e della “cultura rave” degli ultimi venti, quasi trent’anni, messa a fuoco con lo strumento della letteratura che, come l’autore stesso annuncia nell’introduzione, può dirsi l’unica forma in grado di raccontare un tema come questo. L’invenzione dei personaggi e la narrazione sono funzionali a uno scopo e fanno da collante al racconto di alcuni fatti, tengono insieme documenti, articoli, ricordi, immagini e musica. Santoni tenta una formula propria, riunendo tutto ciò che ha a disposizione, interponendo le fonti, facendo spesso cortocircuitare i punti di vista (ad esempio nei dialoghi, molto efficaci) e i fatti, seguendo una sorta di flusso che poi è anche quello dello spostarsi dei protagonisti e dei personaggi, da una nazione all’altra, da una ‘festa’ a un’altra ‘festa’, senza soluzione di continuità. L’autore si arrischia nel racchiudere varie componenti in un solo libro, appunto, includendo anche la filosofia, l’etnomusicologia, la musicologia e certe riflessioni ‘politiche’, senza però calcare la mano sui generi, che non risultano quindi preponderanti ma fanno da contorno alla letteratura mettendosi a servizio di quella storia, di quelle storie che Iacopo, Cleo e Viridiana tracciano. Il risultato è convincente: i loro volti diventano dei punti di riferimento per conoscere le tribe, i luoghi di tutta Europa in cui la free tekno ha svolto un ruolo di aggregazione, unendo provenienze varie, facendole mischiare e impattare; ma il lettore si avvicina così anche alla cultura delle droghe, scoprendo la loro origine e la funzione che hanno avuto nei vari contesti “rave”, com’è mutata negli anni e perché. L’analisi critica di certi aspetti che hanno radicalmente cambiato il modo di vivere le ‘feste’ conduce chi legge al presente, al qui e ora, in cui Iacopo, Cleo e Viridiana ricordano, le sperimentazioni senza freni, un po’ incoscienti (letteralmente), ma dirette e vere. L’inversione di paradigma rispetto alle generazioni precedenti, quelle influenzate da On the road di Kerouac e da quell’“andare-senza-dove” divenuto un inno alla libertà del singolo che si fa poi plurima, nel romanzo di Santoni è definitiva. I motivi sono soprattutto storici e culturali, anche se qui si deve ricontestualizzarli di nuovo. Quando si parla di letteratura italiana si conviene sul fatto che “viaggio” e “movimento” sono diventati, negli anni Ottanta e Novanta, un vagare esperienziale con dei confini precisi, che limitano il valore dell’esperienza all’esperienza stessa; ripensando ad Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli (uscito nel 1980 per Feltrinelli) si trova la misura dell’individuale che non riesce a farsi collettivo, dove appunto quest’ultimo si è sfrangiato o infranto, dopo il ’77 e oltre. D’altronde, con quel filone siamo già a ridosso della caduta del Muro di Berlino così come accade nell’opera di Santoni (e si potrebbe dire che non è un caso la scelta del titolo, dunque); il romanzo guarda indietro, al 1989, e arriva all’oggi, fermandosi per un buon tratto tra gli anni Novanta e primi Duemila, dove il tentativo di rimettere al mondo un’”adesione a qualcosa”, facilmente, più che in passato, si è dissolto.
Può essere tuttavia utile ricordare che, nel 2005, Marco Mancassola pubblicava per Mondadori Last Love Parade – Storia della cultura dance, della musica elettronica e dei miei anni; se lo si (ri)legge parallelamente a Muro di casse si può notare come i due libri a tratti si completino, trovino punti di contatto, strade comuni, siano – insieme – dirompenti. Non si tratta soltanto di un fatto generazionale (Mancassola è nato nel 1973 e Santoni nel ’78): per scrivere questa storia “in comune” a ciascuno dei due scrittori è servito qualcosa di più, ossia l’importanza ancestrale della musica ma soprattutto del ritmo, componente imprescindibile di qualunque narrazione, letteraria o musicale, e di ogni “festa” che sia degna d’essere chiamata in questo modo. La sfida, vinta, è proprio questa: riuscire a portare agli occhi e all’orecchio del lettore la bellezza di un senso di appartenenza completo e totale, che risiede lì, dove tutto questo è accaduto, che continua nel ritmo di chi scrive, e arriva infine a chi legge perché è – soprattutto, e a chiudere il cerchio – di chi vive.

© Alessandra Trevisan