lars Von trier

Il video di ‘Il regno’ dei Kleinkief con un’intervista a LeStraniere

È uscito da circa un mese il videoclip de Il regno, brano tratto dall’ultimo disco della band veneta Kleinkief (già recensito qui). Dopo un’anteprima su «SentireAscoltare» la videomaker Camilla Martini-LeStraniere racconta il suo lavoro e si racconta sul nostro blog.

*

“Il regno” è un lavoro che apre almeno a due considerazioni: la prima è la collaborazione con una band che fa parte del panorama italiano da molti anni: i Kleinkief; la seconda è la tua “prima volta” nel mondo del videoclip. Ti chiederei di raccontarci com’è avvenuta questa reciproca scelta nonché quella del brano su cui hai lavorato.

Per amicizie comuni e prossimità geografica ho incrociato i Kleinkief più e più volte nel corso degli anni. La prima cosa che ho pensato, vedendoli sul palco, è che Thomas, il cantante, fosse un attore e performer eccezionale e la seconda è che doveva essere il MIO attore assolutamente. Ho iniziato a pensare a un cortometraggio con lui come protagonista. Nel frattempo la band stava lavorando all’album Fukushima. In quegli stessi mesi mia sorella, dottoranda in geografia culturale all’Università di Groningen, mi proponeva di lavorare insieme a un documentario sul Giappone post-tsunami, nello specifico sulla regione del Tohoku, dove si trova Fukushima e dove il disastro ha colpito nel 2011. Ne ho parlato con Thomas e da questa coincidenza di immagini e suggestioni è nata la decisione di lavorare insieme per un videoclip che fosse anche un cortometraggio con una sua storia. Ascoltando una prima versione dell’album, subito mi sono sentita attratta dal brano “Il regno” per la sua capacità di raccontare con le parole e col ritmo. Vedevo già una storia delinearsi.

Da dove nasce l’ispirazione per questo videoclip? Mi riferisco sia ai tuoi modelli “dichiarati” sia alle possibili suggestioni presenti in esso, ma anche a ciò che tu credi faccia “il tuo stile”. E come si articolano i vari livelli di “significato”, filmici e non solo, nel videoclip in questione, ossia: come hai lavorato?

Ho pensato subito a “Riget/ Il regno” di Lars Von Trier, alle sue atmosfere cupe, a una bambina fantasma. Ho pensato a chi potesse essere quest’anima intrappolata e perché. Il mio riferimento estetico e registico è da sempre David Lynch, e apprezzo più di tutto le sue interazioni con il mondo della musica, come compositore e come regista di, pur rari, videoclip. Non c’è un riferimento esplicito a qualcosa di suo, almeno non nelle mie intenzioni né nella fase di scrittura, ma sicuramente emerge a livello fotografico un amore per il suo modo di raccontare, per i suoi accostamenti visivi e narrativi irrazionali e perciò potentissimi, per la sua capacità di parlare con i colori e aprire un canale con l’inconscio. Ho comunque scritto una sceneggiatura con un inizio e una fine, ma l’ho rivista fino a snaturarla quasi del tutto, per adattare l’idea alle contingenze produttive. Anche in fase di montaggio mi sono affidata quasi unicamente all’estetica, lasciando da parte la necessità di fare un racconto con un inizio e una fine. La storia c’è, ma non era una mia priorità essere letterale. (altro…)

Inquinare il desiderio: su Nymphomaniac di Lars von Trier

n-CHARLOTTE-GAINSBOURG-large570

Dell’ultimo film di Lars von Trier, Nymphomaniac, ha scritto due giorni fa Maria Barbara Perrone su Poetarum. Il suo convincente articolo recensisce l’opera da un personale punto di vista, con argomenti che intrecciano una lettura attenta e un rimando molto stretto a citazioni filmiche prestigiose, una conoscenza della poetica di von Trier e una profondità d’analisi. Non voglio tentare oggi, dunque, una contrapposizione con quanto già pubblicato ma una ‘diversa relazione’ con il film che ho trovato – invece – mal congegnato sotto molti aspetti. C’è da dire, prima di addentrarsi nei meandri di una nuova lettura, che l’ultima controversa opera del regista danese è balzata all’attenzione della critica prima dell’uscita nelle sale: un gran chiacchiericcio ha preceduto la proiezione (ed è durato un anno e forse di più), un rumore mediatico di fondo (un drone) che ha costruito un ‘film’ sull’attesa del film stesso. Si va al cinema con grandi aspettative o, forse, nessuna, e se ne esce con molti dubbi e domande. Viene da chiedersi, ad esempio, nonostante il nome, la fama, il linguaggio codificato, se al posto di von Trier ci fosse stato un esordiente ‘qualunque’, la critica avrebbe osannato il film? Viene anche da chiedersi se il motore di tutto sia il tema, ovviamente. D’altronde si tratta di una pellicola a tutti gli effetti mainstream in cui si narra una vicenda di ‘ninfomania’ con un cast stellare e che presenta un taglio specifico e un linguaggio filmico peculiare; la costruzione (pre-filmica e non), dunque, è in primis molto importante perché la forma è sostanza (ma è anche vero il contrario). Nymphomaniac è un lungometraggio che parla al pubblico di un’ossessione, di una deviazione, che mette al centro la sesso-dipendenza come tema principale; dapprima però deve provare a leggerla per restituirla e dipanarla. Un’operazione difficile questa, con costante rischio di ‘crisi’ perché può essere facile l’inciampo, a mio avviso, in una certa retorica e in una certa gratuità narrativa che io ho riscontrato nel film. Molte sono le comparse in gioco in otto capitoli, frammenti che vedono l’uso ampio dell’ellissi narrativa. La storia di Joe (Charlotte Gainsbourg) è raccontata da lei stessa attraverso un recupero in analessi: si tratta di una ricostruzione dettagliata dei suoi orgasmi, dall’infanzia all’età adulta ma può anche essere letta come una sorta di “confessione” al personaggio di Seligman (Stellan Skarsgård) o, meglio ancora, come un’operazione che permetta la catarsi. Proprio nei momenti in cui Joe narra, la dilatazione del tempo pare permettere a chi guarda una distensione e un aumento della comprensibilità del racconto, creando una fascinazione nella sosta tra una vicenda e l’altra. L’intensità del racconto è favorita dalla ‘scelta’ di combinazione dell’analessi e dell’ellissi messe in campo, quasi come avviene nelle sedute di analisi dei due protagonisti di Une liaison pornographique di Frédéric Fonteyne (1999). Eppure il montaggio di von Trier insiste sulla morbosità delle scene in flashback – prettamente a sfondo sessuale–, contrapposte alla pretestuosità e alla dissimulazione che accadono nel tempo presente, ‘momento’ caricato di immagini e pause narrative forse troppo devianti, ricche di citazioni colte, da Bach all’iconografia russa. Si assume il tempo come importante indicatore di una direzione da seguire per sciogliere i nodi del film ma ci si trova di fronte a una prima questione: dove sta andando Joe e dove stiamo andando noi che guardiamo, scegliamo di farlo e – certo – giudichiamo? Perché Joe va in quella direzione? Giudichiamo non per ammettere divieto o censura ma per ‘dire’ se la storia abbia un’architettura solida, nonostante il tema, l’attenzione mediatica, un certo narcisismo e una buona dose di provocazione, laddove questa parola può essere, certamente, anomala.

Una prima significativa falla si potrebbe ravvisare nella ‘costruzione’ del personaggio di Joe stessa, sin da bambina molto ambiziosa poiché in grado di affermare «la differenza tra me e le altre persone è che ho sempre chiesto di più al tramonto», ma da subito svuotata (potremmo dire auto-svuotata), precocemente e irrimediabilmente, di profondità. Si badi bene: è la tridimensionalità del personaggio che manca e così sarà vero anche per molti altri personaggi del film; l’appiattimento di Joe è ammissibile ma resta sospeso nel non-detto. Eppure Joe appare come una figura dotata di aggressività, che procura o subisce violenza; tutti i suoi spigoli, tuttavia, non rimandano a nulla d’altro ma restano, intrinsecamente, irrisolti, forme-vuote, apparenze. Per quale ragione? A seguire Joe, ci si ricorda anche del personaggio di Brandon Sullivan (Michael Fassbender) di Shame, successo cinematografico di Steve McQueen del 2011; in quel caso però, il regista affiancava al solitario protagonista (solitario com’è sola anche Joe) il personaggio della sorella Sissy, che prendeva a carico la responsabilità narrativa di supportare Brandon conferendogli un passato. Mettendo in campo pochi elementi il regista lascia intendere resista, come un’eco, qualcosa di irrisolto nella vita di entrambi ma che li ha profondamente condizionati sin dall’infanzia. Un parallelo tra i due film nasce spontaneamente anche per la scelta di girare in luoghi chiusi, claustrofobici: molti sono gli interni dove si consumano gli atti sessuali; anche la città di New York in Shame appare fittizia mentre tutti gli spazi aperti sono filtrati da una luce grigio-azzurra. Per von Trier invece, i luoghi all’aperto sono più dettagliati e bucolici, metaforicamente pretestuali (è probabile) nel sottendere il tema di una sessualità enfatica o, meglio, enfatizzata, distorta, potenziata.

Di fronte a opere come Nymphomaniac ci si pone un ulteriore problema: in quale genere collocarlo? Nel 2006, John Cameron Mitchell (molto noto nell’ambiente americano del cinema Queer) girò una pellicola dal titolo Shortbus che narra la storia di Sofia, sessuologa incapace di avere orgasmi, frequentatrice di un locale notturno fuorilegge e anticonvenzionale in cui sesso, arte, politica si mischiano per dare ‘corpo’ alla citazione portante del film, che recita: «Libera il desiderio, scopri…», sensibilmente valida anche per Nymphomaniac. Quest’opera è, per molti versi, esplicita, presenta cioè scene integrali di nudo, sadomasochismo, orge, ma sempre viste con un occhio sagace (o ‘smart’). I dialoghi sono trascinanti e, appunto, trasportano il pubblico in un mondo in cui viene ricostruito un immaginario sessuale plurimo, dove di sesso si parli, dove il sesso si faccia per ‘problematizzare’ l’indagine e la conoscenza su di esso. Le molteplici storie dei personaggi dei film di cui ho parlato sinora mi hanno riportato alla mente due volumi che ho molto amato: In tutti i sensi come l’amore di Simona Vinci (Einaudi, 1999) e Ragazze che dovresti conoscere – The Sex Anthology (Einaudi, 2004), antologia erotica tutta al femminile; entrambi racchiudono brevi racconti attorno al tema dell’amore e del sesso, intrisi di degenerazioni, aberrazioni, spostamenti. È vero che rappresentare non è scrivere: ‘rappresentare’ presuppone il superamento dell”immaginato’ per trasportare nella realtà l’immaginario, di fatto ri-costruendolo; il potere dell’immagine sulla partitura e sulla pagina scritta sta proprio nella capacità di ‘mostrare’. von Trier nel suo ‘fare cinema’ in questo caso specifico, resta in bilico sul limite in cui è designabile un ‘troppo immaginato’ nel nuovo-creato-immaginario. Si assoggetta dunque a un “eccesso di realtà”: scavalca la soglia tra cinema d’autore e pornografia spostandosi molto verso quest’ultimo genere, ricalcandone i motivi fondanti a partire dal sezionamento del corpo, cadendo anche in alcuni luoghi comuni quali, ad esempio, il threesome. La sessualità come ‘luogo di paradossi’ enunciata in un valido e ricco saggio di Michela Marzano La fine del desiderio. Riflessioni sulla pornografia (Mondadori, 2012) diventa, in Nymphomaniac, un non-luogo poiché il desiderio di Joe resta compresso, livellato, inquinato, talvolta monco o addirittura lobotomizzato. Il desiderio che caratterizza ogni individuo, dice chi siamo, rivela la nostra unicità e la nostra capacità di relazione con il mondo è in questo film annullato non dalla tematica in sé ma da una fragile sintesi narrativa; l’attenzione che von Trier riversa nel particolareggiare il sesso frantuma le possibilità narrative, le sopprime, le invalida. Tutto ciò che non è espresso o accennato o alluso, non permane né in atto né in potenza o meglio ancora, più semplicemente, non c’è.

©Alessandra Trevisan

Dimenticatevi dell’amore – Nymphomaniac (di Maria Barbara Perrone)

NYMPHOMANIAC-poster

Dimenticatevi dell’amore – Nymphomaniac

Irruento come i riff metal dei Rammstein che ne fanno la colonna sonora e originale come la campagna pubblicitaria a prova di orgasmo che lo ha preceduto, Nymphomaniac segna così il ritorno al grande schermo dell’enfant terrible del cinema internazionale. Due capitoli per raccontare la storia di Joe, un romanzo di formazione in chiave cinematografica autonomo e del tutto incurante del suo spettatore, letteralmente sbattuto come un sacco di patate tra una scena di sesso e una carrellata di primi piani di genitali maschili. Lars von Trier ci racconta la vita e la sessualità di una donna come nessuno aveva fatto prima, privata dal filtro del buon gusto la storia di Joe infastidisce, disgusta, eppure trascina a perdersi nella misteriosa solitudine umana di questa donna che permea tutta la pellicola, per un director’s cut di cinque ore e mezza.

È il buio a segnare l’inizio e la fine del racconto, tra due lunghe sequenze oscure ci viene raccontata la storia di Joe, la donna che l’anziano Seligman trova malmenata in un vicolo e porta nel suo appartamento. L’uomo diventerà il suo soccorritore, il suo confessore, ascolterà pazientemente il racconto del male che ha plasmato l’esistenza della donna fino a divenirne, in un finale che da solo vale le cinque ore del film, carnefice e vittima al tempo stesso. “Ho scoperto la mia vagina all’età di due anni” questo l’incipit del racconto, la storia di una ninfomane impersonata da una meravigliosa Charlotte Gainsbourg, sgraziata e priva di femminilità alcuna, ma carica di un insaziabile erotismo che, nella folla di uomini di cui si è circondata, la condanna ad una solitudine tanto amara quanto disarmante.

Due volumi e otto capitoli dividono il racconto, cinque per raccontare la giovane Joe e tre per l’età adulta. Il 3+5 non è una sequenza casuale, sono 3+5 i colpi che segnano l’iniziazione sessuale di Joe e sono 3+5 i numeri della successione di Fibonacci, riferimento matematico non esclusivo che ricorre costante nella diegesi filmica. Joe decide, è lei a dettare le regole delle sue confessioni, il vecchio Seligman ascolta e interpreta pazientemente, sorprendentemente non giudica, nessuno sgomento segue il racconto della sete morbosa di piacere che accompagna l’educazione sentimentale della donna, ma solo un’analisi accurata, accompagnata da sofisticati accostamenti letterari e musicali. Si parte dalla pesca, che diviene edulcorata allegoria dell’insaziabile caccia all’uomo della giovane ninfomane, si passa poi alla musica classica, i tre elementi di Bach diventano sinonimo di tre amanti, riassunto delle tre facce dell’amore: dedizione, sentimento e passione animalesca. Si arriva fino alla letteratura e in ultima analisi anche alla religione e alla spiritualità laica, quasi una sorta di riscatto dopo le polemiche sull’antisemitismo che hanno coinvolto il regista qualche anno fa.

La donna è forza viva, impetuoso tumulto insaziabile che si contrappone al sapere enciclopedico del confessore, un uomo che, fino alla fine del racconto, non manifesta reazione alcuna. Parabola del bene contro il male, un confessore ideale e una confessione che si trasforma in autoanalisi e diviene inaspettatamente cura di un dolore sviscerato dall’interno. Una storia tragica, che sicuramente si poteva raccontare con la stessa intensità e carica emotiva anche tagliando alcune scene di sesso troppo esplicite, il confine tra cinematografia e porno risulta impercettibile. Un porno con troppa trama, quindi, oppure cinema con troppo porno, qualcuno ha parlato anche di porno d’autore, sicuramente elemento di interesse che ha riportato il film all’attenzione di tutti secondo l’amata legge Wildiana del nel bene o nel male, purché se ne parli.

Degna di nota la performance di Uma Thurman, la parte della moglie tradita non è sicuramente un ruolo originale da interpretare, ma la sposa di Kill Bill è riuscita nel regalarci un momento di cinema unico e irripetibile. Dopo Dogville e Melancholia l’abilità del regista di raccontare l’assurdo tocca qui il suo apice assoluto. Deludente invece Shia LaBeouf, un Jerome quasi anonimo, che dovrebbe emergere tra tutte le altre figure maschili del film e impersonare l’amore romantico, e che invece si perde dietro alla presenza scenica dell’esordiente Stacy Martin.

Joe e Seligman altro non sono che rappresentazione del rapporto regista spettatore, ci sono punti in cui il racconto non è credibile, coincidenze paradossali che minano il legame con il reale. Seligman protesta e la reazione della donna è chiara e palese fin da subito, per capire la sua storia bisogna crederci e affidarsi alla verità per come viene narrata, se si vuole coglierne l’essenza. Esattamente quello che accade in ogni pellicola del regista, lo stile narrativo di von Trier pone ogni volta lo spettatore in una posizione instabile, il terreno su cui poggia i piedi vacilla, i pensieri e le deduzioni sono indotte. Sembra che il ragazzaccio di Hollywood voglia portarci verso accostamenti mentali precisi, a conferma di ciò le scelte sul montaggio, che ricordano fortemente la scuola sovietica. Basti pensare all’immagine del sacco di patate rivoltato, ai numeri che compaiono in sovrimpressione sullo schermo e agli accostamenti delle inquadrature, e anche più semplicemente alle immagini iniziali della pesca. Il tutto aggraziato da scelte cromatiche e composizione dell’inquadratura sublimi, conosciamo il gusto estetico dell’autore già’ da Melancholia, la sequenza d’apetura della sposa Kirsten Dunst e’ ormai parte dell’immaginario collettivo degli appassionati di von Trier.

Nel film non mancano gli spunti più ambiziosi sull’amore e sulla condizione di emancipazione illusoria della donna, descritta nel discorso conclusivo di un Seligman che sembra farsi quasi portavoce dell’opinione del regista, come ancora una volta inesorabilmente schiacciata dalle convenzioni sociali e vittima più che mai di se stessa. L’unica colpa di Joe, come lei stessa ci confessa prima di raccontarsi è quella di aver “sempre voluto di più dal tramonto […]. Colori più spettacolari, quando il sole toccava l’orizzonte”, vittima della ricerca vana di un benessere insaziabile, del rifiuto dell’amore e della solitudine completa come sola via di salvezza.

Lungo, impegnativo, grottesco e paradossale, può conquistare oppure disgustare, Nymphomaniac è la summa del cinema di Lars von Trier, lo spettatore ancora una volta ha un ruolo del tutto marginale, e l’unica scelta possibile è quella di investire cinque ore del proprio tempo in qualcosa di cui scoprire il valore, se valore avrà, solo a posteriori.

©Maria Barbara Perrone

***