l’arcolaio

Andrea Leone, Ricongiungimento (inedito)

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Recente vincitore del Premio Internazionale di Letteratura Città di Como per la poesia edita, Andrea Leone ci regala questo inedito. La ragione del Premio è contenuta nella seguente dichiarazione ufficiale: «In una lingua fatta di ripetizioni e liturgie, l’autore alza il suo canto folle, la sua invocazione perché un altro mondo abbia luogo, perché risplenda un’altra verità, la terribile verità della condizione umana, l’orgoglio coraggioso della nostra solitudine e del nostro essere creature».
Con questo inedito, Ricongiungimento, Leone procede da Hohenstaufen (L’arcolaio, 2016), proseguendone la traiettoria disegnata, che in lui continua a disegnarsi. Una congiunzione e una conferma di orizzonte e di visione, «dove è iniziato/ l’intero entusiasmo». (CP)

Ricongiugimento

Dico il Dio giovanissimo.
Dico il nuovissimo
spettacolo, calcolo,
il beato massacro,
il miracolo spietato,
il mio esercito esatto.

Canto in alto il calendario,
la prima data di tutto,
fondo l’anno,
chiamo i nuovi
convivi invisibili,
contemplo il compleanno
del giovane contagio,
ritorno al fuoco
dove conosco,
oso il corpo luminoso.

Inizio la scienza,
invito la prima
vita definitiva
alla frana divina.

Invento l’incendio,
esalto il racconto e il metronomo,
formo il nuovo crollo.
Evento perfetto
stermino.
Figlio dell’anno d’acciaio
avanzo in un altro
attacco matematico.

Salvo il diario,
le sue infinite
lingue antiche,
ferite dove sto per fiorire.

Metallo ed attimo appaio
compleanno del secolo,
anniversario del genio,
splendore crudele,
creature e distruzione.

Eseguo il mio infinito spavento.
Creo il mio sterminio simultaneo.
Divento il palco dove è iniziato
l’intero entusiasmo.

Sto spaventando
le carneficine eccelse,
le cronache elettriche dell’essere.
Sto diventando
un altro teatro.

Raccontato dal compito esatto
sto ricordando
ciò che accadrà in questo attimo.

Vita
finalmente spietata,
stai per diventare la data massacrata
da un’ algebra esatta,
l’allarme dell’arte,
l’allarme dell’istante,
le beate età della strage,
le pagine della mia immagine,
le algebre salve,
gli spaventati
istanti ritrovati,
il nuovo
corpo del capolavoro.

Adesso, nel martello, io sono
gli animali degli annali,
i diari drammatici,
gli infiniti felici,
i palcoscenici dei secoli,
una febbre di feste concrete,
una febbre di regole perfette,
una febbre nel celebre
cielo di idee dell’essere,
le mie scene segrete,
le mie prime
enciclopedie degli incendi,
l’estasi di esempi,
tutti gli spaventi adolescenti,
e gli Dèi
che hanno amato ancora una volta.

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proSabato: Emidio Montini, Nove

paroladiscriba

Nove

Essere crocifisso nell’azzurro è la più terribile delle punizioni. Per avere veduto il vero, lo stato della Casa. Le blatte lungo i muri, dietro gli stipiti. Le migrazioni delle cimici, la sottile conquista di ogni responsabile spazio, e scarafaggi a milioni coi loro dentini aguzzi a attaccare le fondamenta. Il senso dei miti è questo: indagare i locali interni del Tiranno che ha il potere di mozzar la testa, ma la cui stanza da letto è un cesso. Passare la facciata, come un falco bucare le nuvole e scoprire ghignante il Padre: il grande sarto che scombina i fili della decenza. Come se il male fosse di pochi abietti, mentre è la somma dei peccatucci a far crollar le Torri. Il creato è un grande Uno, divisibile solo per se stesso, senza frazioni, senza resto. L’entropia è un’altra menzogna del progresso. Non un’oncia d’energia va smarrita, non una lacrima dimenticata. Ma questo è un concetto semplice, di puro terrore per i milioni. Un concetto che non contempla maschere: che distrugge i ruoli, che coglie in fallo i piccoli di mercante e gli innumerevoli mariuoli. Non più placche d’ottone sulle porte, a indicare quale la parte che fa ingrassar le sporte: quale il colore che fa giuste le cose storte. Io per me non sono più umano. Rifiuto la razza dell’anello e della bisaccia, la genìa della chiacchiera incarnata. Dei culetti al vento, dei dischetti leva trucco. Delle schiume come cascate e delle bende ultrasottili per veline mestruate. Fuori l’anima, se esiste! La voglio per le strade nel tempo della Terra!

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(da Parola di scriba, L’arcolaio, 2011)

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere, L’arcolaio, 2016, € 12,00

 

I testi che compongono Il tempo del consistere risalgono agli ultimi quattro anni del Novecento, secolo amatissimo da Fabbri. L’autore ci regala una scrittura capace di attraversarlo per intero, questo secolo. Una vena, capace di dirci quanto questo periodo abbia fatto soffrire, certo, e sperare; un tempo che si è fatto sentire, con un suo spessore, nel sangue e sottopelle; un’età dove tutto ha avuto un peso straordinario.
È un libro pieno di neve, soprattutto all’inizio; un libro di quadri, d’intimità, di confidenzialità.
Ovunque tra queste pagine troviamo eleganza e raffinatezza: intendo la leggerezza di un soffio, qualcosa di aereo e forte allo stesso tempo. E poi c’è pudore, raccoglimento, c’è la tenerezza della scoperta, una tenerezza costante, e una sensualità evidente ma delicatissima.
Cambiano le stagioni, passano in rassegna, disegnano tutto l’arco della vita. Consideriamo che secolo, nella sua radice etimologica, significa proprio questo, l’arco della vita, la generazione, l’età di un uomo.
Ci troviamo allora di fronte a cartoline, istantanee del Novecento: oltre a pagine di guerra e di strage (Bologna, agosto 1980), si rievocano nella voce di Fabbri nomi e titoli della musica e della letteratura, brani che hanno accompagnato l’anima dell’autore, hanno costruito il suo animo gentile.
Via via, leggendo, si comprende bene il puzzle in composizione. Bastano già i titoli delle sezioni a rendere evidente il disegno: Echi del passato, L’occulto sguardo del presente, La suggestione della cultura, Il rovello della scrittura, Frammenti e aforismi.
Il tema, poi, è tutto nel titolo. Cos’è la consistenza? Oltre l’aver peso e la robustezza viene in mente qualcosa d’altro: non so, l’essere insieme, come se la vena fosse il privato e il corpo il collettivo. È di questa consistenza che mi sembra si parli, di una solidità necessaria – e probabilmente perduta – per ricondurci insieme al mondo, non evaporare, non perderci.
Questo avviene nel libro soprattutto quando scatta il meccanismo dell’immedesimazione. Come in questa pagina, dove c’è forse l’eco di Proust, e dove c’è senz’altro – come sempre in Fabbri – una speciale perizia nella punteggiatura:

Anno di grazia 1958:

La solitudine di questi giorni cresce fino a un livello insopportabile.
Ma è inutile crucciarsi, non conta nulla inveire al cielo le ingiustizie patite.
È vero: sono ormai una donna vecchia, non posso guardarmi allo specchio.
Ma c’è il tavolo, davanti a me, grande come un lago. Sopra ci faccio navigare la tazza del caffelatte e i savoiardi. Isole felici, mi dico, quelle molliche più in là. Atolli di un oceano piatto.
Fosti molto urbano, il giorno in cui mi lasciasti. Eri sposato: che te ne saresti fatto di una come me? Una non affascinante, già verso i quaranta e con la vocazione, fortissima, ad essere zitella.
Le ultime volte mi prendevi all’impiedi, di fianco al divano. Dovevi fare in fretta, non avevi più tempo da dedicarmi. Del resto, dovevo capirlo: tua moglie ti dava un figlio dopo l’altro. Tra noi non rimaneva molto da dire.

Consistere, dunque, a partire da un nucleo di memorie – non può che essere così – da un cantuccio, lì dove l’autore “si ripesca”. E non manca il velo dell’ironia. Spunta qua e là, levigata, appena accennata, leggera, figlia forse (anche) della lezione dell’amatissima Szymborska: «All’improvviso mi sono ricordato di me»; e più avanti, a pagina 49: «Sono ancora io, nonostante me stesso. / Vorrei che mi chiamassi, questa notte». O ancora: «Poi sempre mi dimentico della ragione per cui volevo scrivere» (pagina 83).
Scrive dunque dalla nicchia del sé, Fabbri. E la dedica in questo senso dice molto: Ai miei genitori, che in quel tempo furono la mia ombra. Quell’ombra amata e restituita in prosa, un’ombra in cui noi, ringraziando l’autore, possiamo riconoscerci.

Cristiano Poletti

 

Omaggio a Giorgio Bàrberi Squarotti

2009 14 bàrberi squarotti gli affanni

Giorgio Bàrberi Squarotti, 14 settembre 1929 – 9 aprile 217

Sul balcone

Sul balcone è rimasto salvo solo
un geranio rosato al suo ritorno
dopo le settimane d’altre stelle
esanime e la luna troppo accesa
sopra i canali incerti e il soffio, forse,
di un fiume in mezzo a monasteri e chiese
e i fremiti di canne e di campane.
Un po’ piegata, nuda nel candore
veemente del mattino, le tettine
dolcemente tremanti, la poca acqua
versava impietosita e molto erronea
sulla terra brulla, ma più ancora
sull’indorato seno e sui capezzoli
induriti, fino alle cosce subito
nervose. Sui capelli, aridamente
le cadde un petalo dal cielo, e giunsero
allora merli e passeri e colombi
a beccarle per allusione e gioco
la pelle desiderata; ed appena
qualche piccolo segno rosso, dopo,
le rimaneva, come un dono ironico
o un avvertimento del suo tempo
che si è fatto troppo breve, e allora
non si allontani dalla tanta luce
della sua nudità della ringhiera,
che la fa rabbrividire e ridere.

Torino, 19 giugno 2003

*

Sul Tanaro, Afrodite

Sul Tanaro? Afrodite? e chi può credere
che davvero nell’ampia conca, al margine
delle rocche di tufo (ed è profonda
l’acqua e cupa, ma la fa viva il verde
delle foglie dei pioppi cge, leggere,
si agitano nel lentissimo vento)
ci sia la grande conchiglia rosata
che la corrente minima trasporta
dall’una all’altra riva, e sopra, nuda,
la ragazza bionda con i capelli
inanellati che allontana a tratti
dal volto con la mano, imbarazzata
e sorridente? E una lunga ed esigua
nuvola nera all’orlo del vigneto
nel primo culmine di una collina
sia un giovane rosso in viso, grasso,
e, sboccato, guardi attento ed avido
nell’attesa che la ragazza sbarchi
nella golena, dove sono salici
e pietre tonde e una sabbia banchissima,
fine, e più in là le more violacee
come i dritti capezzoli, e un serpente
che sollevi la testa e, incuriosito,
la contempli? C’è sempre una vicenda
che si rinnova altrove, dove meno
è inevitabile: la dea che ora un vento
animato sospinge nelle acque
infine infinitamente ampliate,
come un mare, canuto, un poco ondoso.

Torino, 9 gennaio 2004

.

da Gli affanni, gli agi e la speranza, L’arcolaio, 2008

“Salgo sul palco che un giorno ho contemplato”. Hohenstaufen, di Andrea Leone

hohenstaufen

 

Venti poesie, un distillato. Una fermezza speciale nel testo, una forza che deriva, io credo, da un tremore a lungo appartenuto all’autore. Una poesia “grossa”, vasta, alta e solenne, quella di Hohenstaufen, larga, capiente: un dettato che possiede senz’altro molta grandezza, e molta vertigine. La scrittura di Leone ha in questo un fascino terribile, e invita continuamente, profondamente, all’analisi del testo, quasi richiamasse il lettore in un vortice analitico, piena di festa e di sacrificio com’è, capace come in pochi casi di una voce che non si risparmia: «Invado i documenti e i demoni, il metro e l’esito, il sepolcro e l’esordio».
L’oggi del mondo si fissa nel presente delle epoche passate: lo spirito moderno (l’eco di Hölderlin); l’età medievale (gli Hohenstaufen appunto, i duchi di Svevia imperatori e re di Sicilia tra XII e XIII secolo); l’antichità soprattutto, la sua prospettiva che in noi continua a riformarsi, quella luce nella quale ci troviamo costantemente risospinti: «Non so chi tu sia,/ mia età nuovissima./ Non so quale Dea/ stia preparando la mia età antica». L’intendimento dell’autore è questo: legare anni, età, epoche, ere.
Un’opera d’arte ci fa pensare, sempre. Ci sono immagini e termini in questo libro che sono categorie della mente, che “spietatamente”, vorrei direi, fanno da collante poematico: Dèi, teatri, matematica e musica (la musica, assolutamente, i suoni che emergono ad esempio in questo passaggio: «Sto per essere/ abbandonato al sacro/ massacro del calendario e del miracolo»). E poi nascite e dinastie, sentenze, mattatoi, mentre s’inscena di continuo la rincorsa tra esordio ed estinzione.
Già, s’inscena: è una messa in scena infatti, quest’io. In teatro, sul palco, la pronuncia dell’io è l’unica via per poter rappresentare il mondo, sembra volerci dire Leone, l’unico sguardo che può mettere a fuoco il noi e il voi del mondo. Un io-linguaggio, la costruzione del linguaggio che è la casa dell’essere.
Ci sono due luoghi indicati con precisione, Martina Franca, Pizzo del Vento, Viale Jenner, Via del Duomo. Ma c’è di più, di più ampio e di difficile definizione: c’è l’Europa, c’è l’Occidente dietro e dentro quest’io, un io alato che si muove nel tempo e nello spazio, un io sovrano che incorona. Non a caso in copertina campeggia la Siegessäule di Berlino, la Colonna della Vittoria che svetta nel Tiergarten.
È una voce che non si risparmia, dicevo, quella di Leone. Si nota un uso ripetuto del vocativo, quei «vocativi incantati e terribili», come giustamente evidenziato dalla preziosa prefazione di Lorenzo Chiuchiù, e con il vocativo vediamo l’iterazione, l’anafora e la costruzione progressiva del verso, i motori di questa poesia. Un esempio: «Questo è l’innamoramento./ Questo è il monumento del momento./ Questo è l’immens / segreto che recito». O ancora, più chiaramente: «O storie/ o storie delle colpe/ o storie delle colpe io vissi/ o storie delle colpe io vissi per estinguervi». Un nascere e un rinascere ininterrotti, meccanismo all’interno del quale troviamo non nascosta la lezione di un maestro come Milo De Angelis, del quale a tratti assume il medesimo respiro. In versi come: «L’adolescente, immortale/ nelle frane della frase» o in una formulazione come: «corte marziale dell’istante», lo sentiamo quel respiro, lo riconosciamo bene, insieme ad altre lezioni, antiche e sempre nuove e mai scontate, che l’autore ha imparato e porta in sé. Per nascere nuovamente, certo: «esaltato dal sacro// spettacolo in cui nasco», scrive. E rinascere, in un passato pronto a iniziare, in un presente che è sempre stato, ed è «il miracolo contemporaneo».

Cristiano Poletti

Dire di Fabio Micheli – Nota critica

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Scrivere del libro di Fabio Michieli non è impresa facile per almeno due ragioni: 1) perché si manifesta come un lavoro in corso, in quanto pubblicato in prima edizione alla fine del 2008, è tutt’ora oggetto di un’ampia e sofferta riscrittura che dovrebbe portare a una seconda edizione nei prossimi mesi. Questa riscrittura, a cui il sottoscritto ha avuto accesso, è essa stessa un libro nel libro e amplifica, potenziandoli, molti temi centrali della prima edizione, basti pensare al tema della memoria che diventa, in una nuova sezione dedicata alla figura paterna, un vero e proprio dialogo con le ombre, un corpo a corpo con il senso dell’esistenza; 2) perché, paradossalmente, proprio per essere un lavoro soggetto a una potente riscrittura, è un libro che aspira a una compiutezza estrema, a una limpidezza cristallina, ottenuta con un lavoro di sottrazione e cesello certosino, che respinge qualsiasi sovrabbondanza interpretativa e si presenta come un tentativo estremo di espressione di purezza, in cui il verso fa tutt’uno con il bianco, con la pagina bianca da cui sorge (volevo un libro chiaro per noi due:/ una pagina bianca quasi pura).

Dire – L’arcolaio, 2008, con nota di lettura di Augusto De Molo e foto di Anna Toscano –, dunque, è un libro radicale, nel senso etimologico del termine, sin dal titolo, si confronta con la radice del poetare, con la sua espressione primigenia, il ‘dire’ appunto e lo fa riuscendoci in maniera originale, grazie al continuo confronto con la tradizione poetica italiana e classica. Questa necessità di scavo e di confronto con gli archetipi della nostra cultura, che non ha nulla della pedanteria archeologica o pseudosperimentale di tanta poesia contemporanea, emerge dalla presenza di tante figure del nostro immaginario letterario – San Sebastiano, l’Ulisse di Dante, le Muse – ma anche e soprattutto dalle due poesie dedicate esplicitamente al mito di Orfeo ed Euridice, in cui si sviluppa un dialogo breve e intensissimo, un botta e risposta serrato che definisce il perimetro del quadrilatero vita, parola, amore e morte che fonda il libro di Michieli. In questo perimetro si muovono tutti i testi, guidati in un invisibile filo comune dalla memoria, che non è una semplice memoria personale di luoghi (Venezia su tutti), eventi, persone, ma è una vera e propria memoria pensante che attraversa e fa riemergere immagine archetipiche sedimentate nel profondo. Il dialogo tra Orfeo ed Euridice, in cui lui parla nella prima poesia e lei risponde nella seconda, nella sua drammatica brevità, mostra il rapporto tragico tra canto, amore e morte. Come sottolinea De Molo nella sua nota di lettura, l’originalità del dialogo è data dalla risposta di Euridice. Ella sa, a differenza di Orfeo, che il canto non può salvare dalla morte, che essa è un limite invalicabile e che riattraversare il Lete non è dato ai mortali, ma invece può eternare l’oggetto del canto e dell’amore, proprio annullandolo come principium individuationis, attraverso una trasfigurazione che trasforma il corpo, la carne in parola. Una trasfigurazione che permette di riconoscere il niente che siamo per aprire la via al tentativo di eternarsi della poesia. Solo riconoscendo il nostro esser finiti possiamo aprirci all’eternità del canto, la resurrezione è soltanto, ma forse è già tanto, nelle parole e nella memoria, il portato classico ed etico del dettato di Michieli è in questa verità.

L’intera opera, come una partitura che riprende di volta in volta i temi e i leitmotiv del dettato poetico, è attraversata da una musicalità sommessa ma costante che, reggendosi sull’architrave endecasillabica, crea un melodioso andante che è il tessuto sonoro di tutte le composizioni, un sottofondo di armoniosa lira, per rifarci ancora una volta all’archetipo di Orfeo, che però alcune volte assume le note di un malinconico tango che dalle strade del ‘900 e della contemporaneità dialoga con la musica degli antichi e delle sfere celesti. La poesia è mèlos e dire, unione inscindibile, totalità che scaturisce dalla visione dall’immagine, per tradurre il titolo della poesia Das Bild. La poesia è un tradurre l’immagine, la visione in parola e in quanto immagine e parola essa si fa forma (Gestalt) e informa di sé l’intero dettato, come unione inscindibile di musica e senso, parola che suona e che dice e dà vita a un tutto che è maggiore della somma delle pari che lo compongono.

L’aspirazione del poeta è di scorgere, di aver visione del tutto che ci comprende, ma il vedere è anche e soprattutto un esser visti dalla forma e l’esser visti, scorti, frugati è un esser riconsegnati alla nostra finitudine, essere consegnati alla nostra fine costitutiva. Il tema della fine è strettamente connesso a quello di limite, il limite è ciò che ci definisce appunto, che separando dà forma, la sottrazione crea la forma in cui emerge un senso che ci ha preceduto e che ci sopravviverà, un macrocosmo a cui far corrispondere il microcosmo che l’io lirico è. Ma questo nesso nei versi di Michieli ha poco o nulla di rassicurante, la forma e l’immagine da cui scaturisce il senso del limite sono percepiti come problematici, come qualcosa che non è dato naturaliter ma che è una conquista. L’esser forma, nell’esistenza di ognuno di noi, può darsi non come pienezza ma come vuoto per l’io lirico che non sa chi è. Il pericolo insito nel vivere e nel dire è diventare una sagoma a cui non corrisponde niente e che mette in evidenza in maniera plastica il contrasto irrisolto dell’esistenza, come mostra perfettamente la poesia Sebastiano (A volte penso di essere un involucro/ cavo dove trova rifugio l’uomo/ che non sono ancora). Imparare a finire è una conquista esistenziale e morale, che spesso risulta irraggiungibile, bisogna attraversare il negativo che abita l’esistenza, l’inganno che ci vive, nella consapevolezza che nessuna sapienza è data una volta e per sempre (e non so mai quando è giusto finire).

In questa prospettiva il testo Epigramma assume un valore paradigmatico, sia per l’utilizzo di una forma classica, sia per il richiamo alla tradizione novecentesca con Montale citato in epigrafe, sia, soprattutto, perché la parola, in questa poesia, è presa direttamente dalle Muse che rispondono alla domanda del poeta, l’unica forse che i poeti hanno sempre posto: chiedere versi. La risposta delle Muse non è evasiva, le Muse inviano versi ma a determinate condizioni, loro presiedono all’ispirazione che unisce i poeti e gli dei, inviano parole sotto forma di versi canticchiati, come usava un tempo, i versi volano di bocca in bocca per giungere al poeta che deve saper porre ascolto, la parola poetica non si concede a chiunque ma solo a chi ne comprende il codice, la struttura che la rende quel che è, la forma: attento a non dimenticare/ che la rima chiude il tema iniziale. La poesia, in quanto forma e canto, chiede compiutezza, è un circolo che si chiude e in cui il poeta è un semplice punto della circonferenza. La poesia è dunque un ritorno all’origine di cui il canto del singolo poeta è solo un infinitesimo segmento, ma che aspira ad essere un punto decisivo e inaggirabile. Il ritorno all’origine, che ogni dire poetico è, mostra la propria originalità nel percorso, nel segmento di cammino che la singola voce poetica intraprende. Il tratto originale del percorso di Michieli si manifesta chiaramente nell’ultima poesia della raccolta, in cui il rapporto tra parola e vita viene sintetizzato nella figura dell’Ulisse dantesco che però si moltiplica nei tanti Ulisse quotidiani, anonimi alle prese con le loro personali odissee. Il senso dei versi danteschi subisce un rovesciamento epocale, la consapevolezza che non fummo e quindi del nostro dover essere oltre il mero dato dell’esistenza si trasforma nell’ineluttabilità di essere sempre più a brani su sfatte pareti alle prese con la sconfitta delle nostre esistenze, alle prese tragicamente con la nostra pesta dignità. La poesia è dunque non salvezza ma luce e consapevolezza estrema dell’unione drammatica dell’esistenza con le forze antiche che ci attraversano ed è il cercare di tenerle insieme, di dirle di chiuderle in forme che abbiano il sigillo dell’irripetibilità.

Francesco Filia

Alessandro Mantovani, Poesia dopo la festa

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Alessandro Mantovani, Poesie dopo la festa, L’arcolaio, 2015, € 11,00

*

(tre poesie dalla sezione “Morfologia & Sintassi”)

*

Meduse

Da terra vedo tristi
scampoli di turisti,
abrasati sotto il bollore
pezzi d’alterigia, nobili illibati.
Gli ombrelloni sbattono a terra
i lembi, in un vento che pare
essere quello di dio.

Io qui non ho posto,
come i venditori di bracciali
sudati nei calzini orientali,
come la medusa
chiusa morta nella mano
del lupo di mare.

Ma in fondo a ben guardare
in questa fiera di vite da silicone
noto solo che l’ombra
più lunga del monte
ci tocca tutti,
meduse scomparse
nelle gore del tempo.

*

Aspettando la cena

Anche oggi sono stato reduce
della mia vita.
Mi siedo solo, parca mensa:
zuppa densa, pepe e sale
sulla tavola di legno,
il pane di ieri che mi è bastato,
del vino inacidito, un peperone verde,
avanzo avanzato.

Da solo col coltello percorro
le vene dalla superficie.
E tu dove sei ora con i frutti?
Dove sei a stillare nettare e polpe?
Io le mie colpe odierne le ho già estirpate
come le erbacce bruciate
al chiaro del camino
che adesso si chiama nostro.

E allora non tardare a lungo
per finire questo pasto,
che ora la melassa zampilla dal cuore
della quercia nel giardino
dove resta il pino,
mio perno inamovibile
di un amore sempreverde.

*

(altro…)

Un libro al giorno #8: Biagio Cepollaro, La curva del giorno (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

Biagio Caepollaro, foto di Dino Ignani

Biagio Cepollaro, foto di Dino Ignani

Biagio Cepollaro, La curva del giorno, L’arcolaio, 2014

*

il corpo dopo un anno attraversa la luce
fredda del parco. non può ancora lasciare
andare le dita ad aprirsi nell’aria e resta
cauto e paziente al termine della sua attesa
non è ancora ricostruita la rete dell’abitudine
che già si annunciano sovvertimenti: i suoi
contorni vibrano e oscillano insieme al paesaggio
da un momento all’altro di nuovo la faccia
del mondo che lo circonda potrà cambiare

*

© Biagio Cepollaro

Un libro al giorno #8: Biagio Cepollaro, La curva del giorno (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Biagio Cepollaro, La curva del giorno, L’arcolaio, 2014

*

il corpo sa che ora l’incastro non ha nulla
di meccanico: non ci sono parti che si tengano
per attrito e dopo leggera pressione o forzatura
l’incastro ora è affare di liquidi e di umori
il più e il meno l’umido e il secco tornano
a dire qui e là dove la vita tracciando è passata

*

© Biagio Cepollaro

Cristiano Poletti: Porta a ognuno

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Ma c’è un tempo che non conosciamo
che non misuriamo mentre agisce

dentro e fuori di noi: la nascita

lo svela e la morte non lo cancella

A. PORTA

 

Le poesie dell’ultimo, intenso, libro di Cristiano PolettiPorta a ognuno (L’arcolaio, 2012; prefazione di Sebastiano Aglieco) nascono da un profondo sentire, avvertire l’esistenza come dimensione creaturale, di chi dal nulla è stato gettato nel mondo, in qualcosa di non voluto, non cercato e si stupisce ancora che tutto ciò sia possibile (Fratelli restati /nella carne, gli occhi /volevano i fiori. /Ma una mano ha preso /voi e tagliato i fiori. /Fratelli restati desiderati, /mi suda la voce. /Finisco una lettera, spargo incenso, / perdono). Questa condizione, quest’incontro con il numinoso, si fa parola in versi sempre precisi, in equilibrio, tra intensità del dettato, a tratti duro e tagliente, e aperture discorsive tendenti a una dimensione rivelativa del verso finale che, quasi sempre, illumina di una luce retrospettiva l’intero testo, dandogli una dimensione veritativa mai scontata (La rosa in verità /è dei persi, un fiore dimenticato. //In che stanza, in che giorno /il mio, il tuo nome /si sono lasciati /cadere, dimenticare, /la sera che ansimi /la sera che io … /… che parli morendo.). La vita è percepita, nei versi di Porta a ognuno, come un evento non precostituito, ma che scopre se stessa volta per volta, in cui le tre estasi temporali e le tonalità emotive ad esse collegate, si illuminano vicendevolmente; l’attesa getta una luce nuova sui ricordi e i ricordi stessi spingono verso un futuro atteso o temuto di cui, però, non si conosce nulla (Il futuro dell’io che brucia/ annuncia il freddo.), ma che va esperito, come la vita che ci è stata data, nelle sue possibilità ultime. In questo contesto, la letteratura, lungi dall’essere un rifugio dalla minaccia dell’esistenza, è un luogo, mai completo però, di intensificazione veritativa, attraverso la bellezza, dell’esistenza, anche se, nei versi di Poletti, non viene mai meno un’ironia amara sulla sua vocazione di poeta (Ho scritto poesie, /raramente belle.). Quasi che questa sordina fosse ciò che raffredda il materiale incandescente e magmatico della scrittura e della vita; solo attraverso questa sottile e mesta ironia l’incandescenza informe dell’essere può assumere una forma.

(altro…)

Damiano Sinfonico, Storie

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Damiano Sinfonico, alcune poesie da Storie, L’arcolaio 2015

*

Mi hai telefonato mentre pensavo a Costanza d’Altavilla.
Mi hai investito di parole che qualcuno era morto.
Nelle tue rare pause, facevo scivolare dei monosillabi nella corrente.
Capisci, non è stato per indifferenza o durezza di cuore.
Mi hai colto tra miniature medievali.
Invischiato in faccende che non mi riguardavano.

*

L’ultima colazione, in place des Vosges.
Sotto la casa di Hugo.
Ci siamo seduti sotto il portico.
Un tavolino per due.
Ci hanno servito un panino, marmellata, burro e caffè.
Abbiamo ripetuto i gesti quotidiani.
Ci siamo raccontati cose senza importanza.
Abbiamo finto che tutto sarebbe rimasto uguale.
Io non dovevo prendere l’aereo il giorno dopo.
Salutarci sì, ma non per molto.
È stato un abbraccio fugace.
Poi ci siamo allontanati.
Io scendevo nelle scale della metro.
Tu camminavi in direzione opposta.
Ho preso il tunnel della mia linea.
Ho superato il tornello.
Ho fatto altre scale.
Mi sono fermato sulla banchina.
È arrivata una metro.
Ho esitato un attimo, poi mi sono voltato indietro.

*

Fuggivano da Aquileia.
La laguna era a portata di mano.
Avrebbe scoraggiato qualunque invasore.
Fuggivano da Aquileia.
Fondavano le prime case riflesse nell’azzurro.
Avrebbero aggiunto merli e piazze.
Quei coloni incolti.
Quale bellezza stavano scoccando.

*

Zlotogrod, non è scomparsa dalle mappe
nei vicoli borbottano ebrei in caffettano
i vetturini corrono a malincuore verso la stazione isolata
i caldarrostai mercanteggiano oggetti preziosi
gli osti sono avari come i giardini d’inverno
Zlotogrod, credo sia dietro l’orizzonte

*

Ci tocca questa trafila di vetrine, di manichini spogliati.
Hanno strisce di plastica al posto degli occhi.
Allungano la mano, con borse e foulard sgargianti.
Il loro busto non conosce grasso e vecchiaia.
Dal magazzino scendono e salgono come fiocchi di neve.
Sorridono, scintillano, oscillano, bevendo la luce del mattino.

*

Non distinguevi l’acciuga dal caffè.
Rispondevi ai telefoni pubblici quando squillavano.
Affrontavi la notte con una sciarpa e un ombrello rosso.
Toglievi la suoneria quando volevi piangere.
Nell’aria come vento ti sei dissolto.

*

a Francesco

Il trasloco sta finendo.
I quadri, le bottiglie, i portasciugamani.
Tutto ha trovato una collocazione.
Resta poco da fare.
Aspettare insieme il domani.
La luce filtrata dagli alberi.
Questa casa si apre agli anni futuri.
Arriveranno uno a uno.
Li conteremo insieme, luminosi e meno.
In te c’è un altro secolo di vita.

***

© Damiano Sinfonico

 

Nota a Nuove nomenclature e altre poesie, di Anna Maria Curci

Anna Maria Curci, Nuove nomenclature e altre poesie (L'arcolaio, 2015)

«Volano stracci intorno./ I veri hanno colori/ da tuta mimetica,/ inodore è il tanfo.// Nella notte ti culli/ e ti spaventi a vuoto/ per Lumpen variopinti/ (rinnegati parenti).// Il cencio del risveglio non porta la ragione./ pre-fissi la coscienza/ con novelitas lumpen». La poesia di Anna Maria Curci mi appare come attraversata da una scarica elettrica o da un tremito nervoso irrefrenabile che si fa parola armata e scattante. Questa sensazione ritorna rafforzata dopo la lettura dell’ultimo suo libro Nuove nomenclature e altre poesie − edito da L’Arcolaio, 2015, con prefazione di Plinio Perilli e nota di lettura finale di Gianfranco Fabbri. Anche questa densa e articolata raccolta nasce da un’attenzione minuziosa e spasmodica per la realtà, in tutti i suoi aspetti, sia per quelli apparentemente transeunti e quotidiani, o più ampiamente contemporanei (Sta dalla parte dei respinti/ e non l’ha scelto. Il tedesco/ lo chiama nero, se lavora,/ a bordo passeggero cieco.// Il francese lo bolla senza/ carte, per l’inglese è immigrante/ illegale. Soliti ignari,/ qui, rispolverano il latino.// Eppure, “di nascosto” era “clam”:/ cosa c’è di segreto in chi,/ nell’angolo, prega che lingua/ non taccia e copra il suo destino?), sia che essa si apra verso il lungo respiro della storia, storia che entra nel verso per lampi e accensioni, legando macrostoria e storia familiare (Sono nipote di un eroe di guerra/ miracolato a un filo, poi travolto/ da un camion per improvvida manovra// e di un coscritto fuggitivo, preso/ e recluso nell’isola severa./ Non vidi mai l’eroe, l’altro mi crebbe.). Rivelando, così, il senso segreto del dettato della Curci: una meditazione sofferta, indomita e sagace, sul destino dell’uomo, come emerge dalla poesia 16 ottobre 1943 (Se Cassandra è Celeste,/ è vestita di nero/ è scarmigliata e sciatta/ è fradicia di pioggia.// a vuoto profetizza, scombinata com’è./ “Sfiduciata speranza”/ apre gli occhi e li chiude.// Nell’alba successiva/ le grida stropicciate./ Razzia, rastrellamento/ nel cielo grigio topo), sul suo rapporto col dire e col senso che da esso ne scaturisce. La cifra poetica della Curci oscilla tra attenzione e disincanto, ironia, che a volte diventa sarcasmo, e compassione, nel senso proprio ed etimologico, verso le cose, gli uomini, ogni evento del mondo. Naturalmente questo sguardo acuto e selettivo diventa, nelle pagine del libro, precisione chirurgica del dettato poetico, stile. L’amplissima gamma di sensazioni e riflessioni che emergono dallo spazio bianco del foglio sono rese attraverso il filtro rigorosissimo del verso, attraverso un’attenzione ossessiva alla parola, alla precisione del dettato, come se da una parola di troppo o da una virgola sbagliata potesse dipendere il crollo non solo del senso del componimento, ma dell’intero mondo da esso evocato. E qui si manifesta un’altra caratteristica fondamentale della poesia della Curci, l’unione simbiotica tra senso e verso, il senso del dettato emerge dal rigore della versificazione, dalle forme chiuse e dal suono stesso dei versi. È la forma dei versi che permette ai contenuti di potersi esprimere nella loro pienezza, nella loro dimensione, di volta in volta, rivelativa, sapienziale, ironica e, viceversa, è la pienezza del senso che ridesta nella loro funzione originaria, nella loro armonia musicale, quelli che nel corso del tempo sono diventati gusci vuoti, soppiantati dalla versificazione libera novecentesca. Nei testi di Nuove nomenclature i metri della tradizione poetica italiana, l’endecasillabo e in particolare il settenario con la sua scattante icasticità, assumono nuovo vigore, essi esprimono la misura giusta per rinominare la realtà, per darle una nuova e inaudita nomenclatura e quindi per ridefinire un ordine, un’armonia (anche di suoni, attraverso un uso sapientissimo delle allitterazioni e delle rime) che sembra ormai perso sia nella parola che nelle cose. Si veda a tal proposito l’uso delle quartine e dei distici che fanno insediare i versi della Curci in una dimensione epigrammatica, fondata sui pilastri dell’ethos e della memoria. Queste due istanze sembrano emergere dalle attività che la Curci esercita nella vita e che affiorano tra le pagine del libro: la traduttrice e l’insegnante, mestieri che sono entrambi, al tempo stesso, un esercizio etico e della memoria. La cura per la traducibilità della parola, per le sue potenzialità analogiche e simboliche, che mette a confronto due lingue e le rende rivelatrici l’una dell’altra (Nella torre a Tubinga/ scriveva Scardanelli/ quel bagliore di alture/ che cerco di tradurre) è la stessa cura che è presente nella trasmissione di generazione in generazione del sapere e della sua ricerca attraverso il desiderio (Assennata e composta la bambina/ sorseggia il tedio tutto fino in fondo). La fede nella parola che contraddistingue l’intero libro, della parola come salvezza dall’oblio, diventa esplicita e drammaticamente struggente nell’ultima sezione, Canti dal silenzio, in cui l’intera trama del libro si rivela come un tentativo di ricostruire, attraverso l’ascolto, la partitura del dire e dell’esistenza (Ascolta, prendi il ritmo e cogli nota./ Ricostruisci la tua partitura:/ è proprio quella che appare distante), di ritrovarne i legami profondi, oltre il disincanto che ogni esistenza porta con sé e che la poesia stessa deve attraversare fino in fondo (Si aggiunge un giorno al conto delle farse./ Magri gli ingaggi, al verde le comparse). Esistenza e parola che però possono essere fatte nuovamente proprie solo attraverso una distanza, un filtro, la soglia del silenzio e del suo corrispettivo spaziale: la pagina bianca, che sola permette un ridestarsi del canto, un emersione di senso, un reincantamento del mondo, fosse anche solo per dirne la sua intrinseca illusorietà (La schiena scricchiola senza spartito/ precipita la suite della speranza/ nel duetto di farsa e illusione/ perso per sempre il notturno d’incanto).

© Francesco Filia

Anna Maria Curci – Nuove nomenclature e altre poesie di Gianni Montieri