l’arcolaio

PoEstate Silva #39: Maurizio Bacchilega, da “Tornare a pensare”

Il mancato congedo del viaggiatore frettoloso

Viste dal treno Alta Velocità
persino le macchine dell’autostrada
sembrano lente;
gli alberi poi schizzano via
che quasi non t’accorgi,
come quella finestra sola
che ora s’apre nel casolare.

Perduti tra i portatili accesi,
gli occhi di ciascuno intenti
al proprio monitor, mentre scorrono
le immagini di fuori, inascoltate.
Nemmeno gli sguardi s’incrociano più:
ecco, stavi forse per dirmi qualcosa,
ma tempo non hai avuto,
già siamo “arrivati”, scendiamo.

A Giorgio Caproni,
al suo viaggiare.

 

Tornare a pensare

È la sfida:
può essere motivo di vita
e per questo causa di morte.
Per vivere coscienti,
il solo modo di vivere,
per vivere d’impegno
e cercare di capire gli altri,
il solo modo di capirci.

 

I disperati che vanno verso nord
fuggono dalla fame
ovunque più o meno respinti
come una malattia
di cui s’ignora l’origine
come un cancro
di cui s’ignora la causa,
come svelassero, col loro disturbo,
la nostra sepolta e cattiva coscienza.

 

Siamo rimasti senza parole
come questa fabbrica che ha chiuso
per andare in Serbia, o in Romania.

Crescono intorno erbacce
e fiori spontanei.

Il lavoro manca, il pensiero anche.

 

Maurizio Bacchilega, Tornare a pensare, L’arcolaio, 2018

PoEstate Silva #35: Domenico Cipriano, da “L’origine”

 

Rifluisce in me ogni istante
e un’onda col suo flusso mi rinnova
spingendo la corrente di risacca
a un nuovo inizio. È il guizzo della mente. Fissa cardini
innanzi a precipizi, con lo sguardo sulla valle spoglia
che copre i sedimenti del passato.

Un composto che miscela ossa, oggetti, brandelli di vissuto
amebe, silicio, calcio e storie di animali, simboli di caccia
rivoluzioni sconosciute, sangue rifiorito in vita.

Contorni e sostanza di rituali volontari (o incessanti istinti mai sopiti)
rieccheggiano frementi, cercando altre soste
oltre la memoria conosciuta
dove un’origine smarrita ci appartiene
tra steppe e ghiacci siderali, gusci di conchiglie consumate
e l’innegabile perizia di resistere.

È da questo intimo inizio che una scintilla ci accompagna
con docili pensieri, con destini disperati.
E assumiamo il profilo della terra incolta
.                                                               se non ricominciamo.

 

Il calore ci riporta all’esistenza
e i corpi immobili chiedono calore
parole e gesti
anche se non daranno ritorno.

La timidezza di sentire il mondo
nel suo farsi giorno
mancherà in questa isola sospesa.

Il sole si restituisce alle galassie siderali
che si svelano
per la nostra comprensione già dissolta.

Le carezze sui muscoli indolenti sono le stesse di sempre

è lieve curarsi degli occhi chiusi
in questa distanza delle cose.

 

Domenico Cipriano, L’origine, L’arcolaio, 2017

PoEstate Silva #34: Michele Zizzari, da “Processo a Elah”

I

ANTEFATTO. Pianeta Terra, anno 2084, in una periferia urbana parecchio degradata dell’Italia Settentrionale. Un piccolo essere, che la penombra non riesce a mostrare chiaramente, trema dal freddo e dalla paura. Si è nascosto tra cumuli di rifiuti, dietro una levatrice robotica dismessa di vecchia generazione in un capannone industriale abbandonato. Dal Centro Operativo per la Disinfestazione Sociale una voce metallica dà istruzioni alla Squadra Recupero Essere Alieni e Diversi: “Attenzione! Una serie di segnalazioni da parte di abitanti terrorizzati ha confermato la presenza di un soggetto alieno non identificato nella periferia nord della città di Suburbia, nei pressi della discarica A4D5. Ordine di cattura AK509KF. Intervenire con decisione e cautela, il soggetto potrebbe essere pericoloso, radioattivo e armato d’armi da fuoco e batteriologiche!”

Due disinfestatori sociali in tuta, casco e guanti antiradiazioni localizzano il piccolo essere, lo catturano con una rete in filo di carbonio come quella delle racchette da tennis, lo infilano in un sacco telato, anch’esso di carbonio, e lo portano via con il loro blindato, per condurlo al Campo di detenzione ed espulsione per immigrati extraterrestri. L’essere si dibatte disperatamente all’interno del sacco emettendo lamenti, stranamente deboli, più impauriti che minacciosi.

Come gli altri detenuti alieni e diversi, trascorrerà alcune settimane di disumana permanenza nel Campo di detenzione ed espulsione per immigrati extraterrestri, prima che venga istruito un processo a suo carico, solitamente per immigrazione clandestina e per attentato alla Sicurezza Terrestre.

 

Da: Processo a Elah, in Michele Zizzari, Favole per un mondo possibile, L’arcolaio, Forlì, 2018

PoEstate Silva #30: Mario Campanino, da “L’angelo morto”

I.

Ho visto un angelo sul marcapiede
in mezzo a tante irrilevanti cose
come apparso all’improvviso
ma non come una sorpresa
o una cosa serbata
né come un enigma
apparso lì semplicemente
come in un’epifania
non di cosa violata.

 

IV.

Oltre il filo c’era il corpo
afflosciato sul marciapiede
solo un poco disteso
come fosse crollato già morto
e un poco raggomitolato
ma nient’affatto come un bambino
non aveva le mani giunte
non era in posizione fetale
piuttosto ocme una corda buttata a terra
senza nessuna memoria di forma (altro…)

PoEstate Silva #27: Biagio Cepollaro, da “Al centro dell’inverno”

da Tra i due lembi della notte

 

il corpo sfoglia i decenni come fa per i petali della margherita
ciò che sembrava il tempo lungo di una vita si conferma ora
un battito di ciglia: prodigiosa è questa capacità
della specie di ricordare e trasmettere. miracolosa è questa
sua capacità di bellezza nel cuore di un’eterna barbarie

 

il corpo svegliandosi nel sorriso dell’altro si raccoglie tutto
nel semplice e nudo della vita. le sue pulsazioni sono gli accenti
di un dire che conclude la frase solo per cominciarne un’altra
il flusso che lo innalza è lo stesso che ha spinto la notte
fino alla sua placida estenuazione: la luce è fiato che riprende
è provvisoria e pacifica neutralità delle cose del giorno

 

 

da Umido e luce

 

il corpo al centro dell’inverno si copre come può. eppure
non bastano le maglie né gli strati che allontanano la pelle
dalla distanza gelida del sole. basta poco per gettare
una metà del pianeta nell’oscurità. qui
anche i pensieri faticano a formarsi e infiammano
le mucose cibi troppo speziati per consolazione

 

il corpo al centro dell’inverno resta in bilico: il freddo
è luce metallica che preme sulle palpebre è il tunnel
che sembra non avere uscita. ci si scalda le mani
ci si abbraccia anche: si attende che il caldo nasca
da non disperdere nulla dal trattenerci davvero qui

 

 

Biagio Cepollaro, Al centro dell’inverno, L’arcolaio 2018
(qui le poesie del Prologo)

 

 

Alessandro Fo, Tre poesie per Edda Laghi Corrieri

esseriumani

Tre poesie per Edda Laghi Corrieri

 

1. Casa di riposo «Il Balcone»

«È questa solitudine» (piangendo)
«… Non la si vince, professosre… Non..
Non la si vince…»

(Più tardi invece) «E questa solitudine
si vince anche… Che vuole, si prende
quello che viene…
E anche la si vince…
Ma è
(piangendo)
che non ho notizie…
ormai non so più niente di nessuno…
Cosa sarà di loro?
Ormai i miei genitori sono anziani…
Io ho già compiuto e passato i novanta»…

Un’altra novantenne in corridoio
si culla stretto al petto
il bambolotto in cui vede un neonato.

 

2. Nuovamente al «Balcone» (di vedetta)

«… Sì, è un po’ noioso… Ma lei qui ha il suo angolo,
questa bella finestra col giardino»…
«… Che vuole… Osservo
quel che fanno gli uccelli
dal primo filo con cui formano il nido…

Lo scorso anno un giorno dei ragazzi
che si arrampicavano sugli alberi,
hanno finito per romperne i rami…

Sto di guardia quasi tutto il giorno.
Ora, da quando ci sono qui io
non è successo più.

Non restano che minime mansioni»…

 

3. Di ritorno al «Balcone»

«Come, non è domenica?
E che mese sarà?…
Forse qualcosa…
come dicembre?…»

(ma oggi è martedì 21 aprile).

«Faccia la brava, allora, e non si scordi
di me»… «Ma noo, che cosa va a pensare?
Lei è troppo lungo per dimenticarla».

da Esseri umani, L’arcolaio, 2018

Gassid Mohammed: due poesie da “La vita non è una fossa comune” (L’arcolaio, 2017)

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Gassid Mohammed, La vita non è una fossa comune, L’arcolaio, 2017

 

In Iraq
la morte è diventata un terzo fiume
sulle sue rive galleggiamo
vivi e morti.

 

Sangue e resti umani
sulle pareti delle nostre menti
come le pareti di un ristorante o di un bar
in cui è esplosa la morte.

Tante persone nelle nostre immaginazioni
mutilate e sfigurate
e ora temiamo d’immaginare i nostri cari;
chi può immaginare un uomo intero?

Nei nostri pensieri nascono persone
senza teste né estremità,
nascono bambini allattati dal seno della morte
nasce la morte in facce che conosciamo.

Con la morte si sono spalmate le nostre lingue
con la morte si sono avvolte le nostre parole.
La morte nelle nostre poesie
molto più di quanto non sia nei nostri paesi.

 

Gassid Mohammed è scrittore, poeta e traduttore iracheno nato a Babilonia nel 1981; dopo la laurea quadriennale a Baghdad continua gli studi a Bologna. Nel 2011 conclude la magistrale in Italianistica, per poi conseguire il dottorato nel 2015. Attualmente vive a Bologna ed è docente di lingua araba all’Università di Bologna e all’Università di Macerata. I suoi testi sono apparsi su diverse riviste cartacee e online, e in diverse antologie. Tra le sue traduzioni dall’italiano all’arabo ha tradotto: Il corsaro nero di Emilio Salgari (Al Mutawassit), La bella estate di Cesare Pavese (Al Mutawassit), Senilità di Italo Svevo (Waraq), dall’arabo all’italiano ha tradotto: Le istruzione sono all’interno di Ashraf Fayad (Terra D’Ulivi), Marsa Fatima di Haji Jabir e Una barca per Lesbo di Nouri al Jarrah (entrambi in corso di pubblicazione presso L’arcolaio).

Damiano Sinfonico: tre poesie da “Lingualuce”

lingualuce

 

“Di che pianeta sei” mi fu chiesto
ad un tratto.
Eravamo divisi in squadre,
ognuna con un nome del sistema solare.
Ero in quella di Venere, ma “Terra”
risposi per depistarlo.
Nei suoi occhi passò un fiocco di stupore
e indietreggiò dolcemente, riversandosi nel suo anello.

 

Nelle biblioteche di provincia
la voce roca e cicalante
che da dietro uno scaffale
t’impiglia nel suo giro di spola
fra le chiacchiere quotidiane
fa mostra di tutta la polvere, l’opaco
che s’incrosta sulla lingualuce.

 

Ho percorso tante case,
una diversa dall’altra
e una uguale all’altra.
Non saprei dire che cos’è una casa:
è più grande di poche stanze
e più piccola di un’idea.
Ci è noto ogni particolare
le casse da cui soffia la musica
il colore della spugna per i piatti
da dove salgono i rumori del mattino.
Casa è dove abbiamo le ciabatte.

 

Damiano Sinfonico, Lingualuce, L’arcolaio, 2017

 

Andrea Leone, Ricongiungimento (inedito)

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Recente vincitore del Premio Internazionale di Letteratura Città di Como per la poesia edita, Andrea Leone ci regala questo inedito. La ragione del Premio è contenuta nella seguente dichiarazione ufficiale: «In una lingua fatta di ripetizioni e liturgie, l’autore alza il suo canto folle, la sua invocazione perché un altro mondo abbia luogo, perché risplenda un’altra verità, la terribile verità della condizione umana, l’orgoglio coraggioso della nostra solitudine e del nostro essere creature».
Con questo inedito, Ricongiungimento, Leone procede da Hohenstaufen (L’arcolaio, 2016), proseguendone la traiettoria disegnata, che in lui continua a disegnarsi. Una congiunzione e una conferma di orizzonte e di visione, «dove è iniziato/ l’intero entusiasmo». (CP)

Ricongiugimento

Dico il Dio giovanissimo.
Dico il nuovissimo
spettacolo, calcolo,
il beato massacro,
il miracolo spietato,
il mio esercito esatto.

Canto in alto il calendario,
la prima data di tutto,
fondo l’anno,
chiamo i nuovi
convivi invisibili,
contemplo il compleanno
del giovane contagio,
ritorno al fuoco
dove conosco,
oso il corpo luminoso.

Inizio la scienza,
invito la prima
vita definitiva
alla frana divina.

Invento l’incendio,
esalto il racconto e il metronomo,
formo il nuovo crollo.
Evento perfetto
stermino.
Figlio dell’anno d’acciaio
avanzo in un altro
attacco matematico.

Salvo il diario,
le sue infinite
lingue antiche,
ferite dove sto per fiorire.

Metallo ed attimo appaio
compleanno del secolo,
anniversario del genio,
splendore crudele,
creature e distruzione.

Eseguo il mio infinito spavento.
Creo il mio sterminio simultaneo.
Divento il palco dove è iniziato
l’intero entusiasmo.

Sto spaventando
le carneficine eccelse,
le cronache elettriche dell’essere.
Sto diventando
un altro teatro.

Raccontato dal compito esatto
sto ricordando
ciò che accadrà in questo attimo.

Vita
finalmente spietata,
stai per diventare la data massacrata
da un’ algebra esatta,
l’allarme dell’arte,
l’allarme dell’istante,
le beate età della strage,
le pagine della mia immagine,
le algebre salve,
gli spaventati
istanti ritrovati,
il nuovo
corpo del capolavoro.

Adesso, nel martello, io sono
gli animali degli annali,
i diari drammatici,
gli infiniti felici,
i palcoscenici dei secoli,
una febbre di feste concrete,
una febbre di regole perfette,
una febbre nel celebre
cielo di idee dell’essere,
le mie scene segrete,
le mie prime
enciclopedie degli incendi,
l’estasi di esempi,
tutti gli spaventi adolescenti,
e gli Dèi
che hanno amato ancora una volta.

.

proSabato: Emidio Montini, Nove

paroladiscriba

Nove

Essere crocifisso nell’azzurro è la più terribile delle punizioni. Per avere veduto il vero, lo stato della Casa. Le blatte lungo i muri, dietro gli stipiti. Le migrazioni delle cimici, la sottile conquista di ogni responsabile spazio, e scarafaggi a milioni coi loro dentini aguzzi a attaccare le fondamenta. Il senso dei miti è questo: indagare i locali interni del Tiranno che ha il potere di mozzar la testa, ma la cui stanza da letto è un cesso. Passare la facciata, come un falco bucare le nuvole e scoprire ghignante il Padre: il grande sarto che scombina i fili della decenza. Come se il male fosse di pochi abietti, mentre è la somma dei peccatucci a far crollar le Torri. Il creato è un grande Uno, divisibile solo per se stesso, senza frazioni, senza resto. L’entropia è un’altra menzogna del progresso. Non un’oncia d’energia va smarrita, non una lacrima dimenticata. Ma questo è un concetto semplice, di puro terrore per i milioni. Un concetto che non contempla maschere: che distrugge i ruoli, che coglie in fallo i piccoli di mercante e gli innumerevoli mariuoli. Non più placche d’ottone sulle porte, a indicare quale la parte che fa ingrassar le sporte: quale il colore che fa giuste le cose storte. Io per me non sono più umano. Rifiuto la razza dell’anello e della bisaccia, la genìa della chiacchiera incarnata. Dei culetti al vento, dei dischetti leva trucco. Delle schiume come cascate e delle bende ultrasottili per veline mestruate. Fuori l’anima, se esiste! La voglio per le strade nel tempo della Terra!

.

(da Parola di scriba, L’arcolaio, 2011)

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere, L’arcolaio, 2016, € 12,00

 

I testi che compongono Il tempo del consistere risalgono agli ultimi quattro anni del Novecento, secolo amatissimo da Fabbri. L’autore ci regala una scrittura capace di attraversarlo per intero, questo secolo. Una vena, capace di dirci quanto questo periodo abbia fatto soffrire, certo, e sperare; un tempo che si è fatto sentire, con un suo spessore, nel sangue e sottopelle; un’età dove tutto ha avuto un peso straordinario.
È un libro pieno di neve, soprattutto all’inizio; un libro di quadri, d’intimità, di confidenzialità.
Ovunque tra queste pagine troviamo eleganza e raffinatezza: intendo la leggerezza di un soffio, qualcosa di aereo e forte allo stesso tempo. E poi c’è pudore, raccoglimento, c’è la tenerezza della scoperta, una tenerezza costante, e una sensualità evidente ma delicatissima.
Cambiano le stagioni, passano in rassegna, disegnano tutto l’arco della vita. Consideriamo che secolo, nella sua radice etimologica, significa proprio questo, l’arco della vita, la generazione, l’età di un uomo.
Ci troviamo allora di fronte a cartoline, istantanee del Novecento: oltre a pagine di guerra e di strage (Bologna, agosto 1980), si rievocano nella voce di Fabbri nomi e titoli della musica e della letteratura, brani che hanno accompagnato l’anima dell’autore, hanno costruito il suo animo gentile.
Via via, leggendo, si comprende bene il puzzle in composizione. Bastano già i titoli delle sezioni a rendere evidente il disegno: Echi del passato, L’occulto sguardo del presente, La suggestione della cultura, Il rovello della scrittura, Frammenti e aforismi.
Il tema, poi, è tutto nel titolo. Cos’è la consistenza? Oltre l’aver peso e la robustezza viene in mente qualcosa d’altro: non so, l’essere insieme, come se la vena fosse il privato e il corpo il collettivo. È di questa consistenza che mi sembra si parli, di una solidità necessaria – e probabilmente perduta – per ricondurci insieme al mondo, non evaporare, non perderci.
Questo avviene nel libro soprattutto quando scatta il meccanismo dell’immedesimazione. Come in questa pagina, dove c’è forse l’eco di Proust, e dove c’è senz’altro – come sempre in Fabbri – una speciale perizia nella punteggiatura:

Anno di grazia 1958:

La solitudine di questi giorni cresce fino a un livello insopportabile.
Ma è inutile crucciarsi, non conta nulla inveire al cielo le ingiustizie patite.
È vero: sono ormai una donna vecchia, non posso guardarmi allo specchio.
Ma c’è il tavolo, davanti a me, grande come un lago. Sopra ci faccio navigare la tazza del caffelatte e i savoiardi. Isole felici, mi dico, quelle molliche più in là. Atolli di un oceano piatto.
Fosti molto urbano, il giorno in cui mi lasciasti. Eri sposato: che te ne saresti fatto di una come me? Una non affascinante, già verso i quaranta e con la vocazione, fortissima, ad essere zitella.
Le ultime volte mi prendevi all’impiedi, di fianco al divano. Dovevi fare in fretta, non avevi più tempo da dedicarmi. Del resto, dovevo capirlo: tua moglie ti dava un figlio dopo l’altro. Tra noi non rimaneva molto da dire.

Consistere, dunque, a partire da un nucleo di memorie – non può che essere così – da un cantuccio, lì dove l’autore “si ripesca”. E non manca il velo dell’ironia. Spunta qua e là, levigata, appena accennata, leggera, figlia forse (anche) della lezione dell’amatissima Szymborska: «All’improvviso mi sono ricordato di me»; e più avanti, a pagina 49: «Sono ancora io, nonostante me stesso. / Vorrei che mi chiamassi, questa notte». O ancora: «Poi sempre mi dimentico della ragione per cui volevo scrivere» (pagina 83).
Scrive dunque dalla nicchia del sé, Fabbri. E la dedica in questo senso dice molto: Ai miei genitori, che in quel tempo furono la mia ombra. Quell’ombra amata e restituita in prosa, un’ombra in cui noi, ringraziando l’autore, possiamo riconoscerci.

Cristiano Poletti

 

Omaggio a Giorgio Bàrberi Squarotti

2009 14 bàrberi squarotti gli affanni

Giorgio Bàrberi Squarotti, 14 settembre 1929 – 9 aprile 2017

 

Sul balcone

Sul balcone è rimasto salvo solo
un geranio rosato al suo ritorno
dopo le settimane d’altre stelle
esanime e la luna troppo accesa
sopra i canali incerti e il soffio, forse,
di un fiume in mezzo a monasteri e chiese
e i fremiti di canne e di campane.
Un po’ piegata, nuda nel candore
veemente del mattino, le tettine
dolcemente tremanti, la poca acqua
versava impietosita e molto erronea
sulla terra brulla, ma più ancora
sull’indorato seno e sui capezzoli
induriti, fino alle cosce subito
nervose. Sui capelli, aridamente
le cadde un petalo dal cielo, e giunsero
allora merli e passeri e colombi
a beccarle per allusione e gioco
la pelle desiderata; ed appena
qualche piccolo segno rosso, dopo,
le rimaneva, come un dono ironico
o un avvertimento del suo tempo
che si è fatto troppo breve, e allora
non si allontani dalla tanta luce
della sua nudità della ringhiera,
che la fa rabbrividire e ridere.

Torino, 19 giugno 2003

 

Sul Tanaro, Afrodite

Sul Tanaro? Afrodite? e chi può credere
che davvero nell’ampia conca, al margine
delle rocche di tufo (ed è profonda
l’acqua e cupa, ma la fa viva il verde
delle foglie dei pioppi cge, leggere,
si agitano nel lentissimo vento)
ci sia la grande conchiglia rosata
che la corrente minima trasporta
dall’una all’altra riva, e sopra, nuda,
la ragazza bionda con i capelli
inanellati che allontana a tratti
dal volto con la mano, imbarazzata
e sorridente? E una lunga ed esigua
nuvola nera all’orlo del vigneto
nel primo culmine di una collina
sia un giovane rosso in viso, grasso,
e, sboccato, guardi attento ed avido
nell’attesa che la ragazza sbarchi
nella golena, dove sono salici
e pietre tonde e una sabbia banchissima,
fine, e più in là le more violacee
come i dritti capezzoli, e un serpente
che sollevi la testa e, incuriosito,
la contempli? C’è sempre una vicenda
che si rinnova altrove, dove meno
è inevitabile: la dea che ora un vento
animato sospinge nelle acque
infine infinitamente ampliate,
come un mare, canuto, un poco ondoso.

Torino, 9 gennaio 2004

.

da Gli affanni, gli agi e la speranza, L’arcolaio, 2008