L’arcolaio – casa ed.

Carolina Carlone, poesie da “Variazioni nel clima”

Ore 13: presagi

Ancora un corpo

e una testa

riconsegna oggi il fiume

E ombre di fucili
la sabbia

Hanno già chiuso le porte
blindato gli avamposti
giurato vendetta e radar
ai molteplici infedeli
di questa Terra

Dicono che vi sia un traditore
che passa nella notte
tagliando gole

Per altri uno straniero
dal nome impronunciabile

che scuote il capo
come le orecchie

gli asini carichi di mosche

e cammina lungo la muraglia

che altri usa chiamare città

 

Gaza City

Ti ho chiesto,
in arabo
mi hai detto
del tuo lavoro a Gaza.

Con pietre, fango, conchiglie
i piccoli nella scuola
ricostruiscono
il muretto della recinzione

un fiume da cui sporgersi
sotto le bombe dei padri

(altro…)

Martina Campi, La saggezza dei corpi

lasaggezzadeicorpi

 

 

Martina Campi, La saggezza dei corpi. Prefazione di Sonia Caporossi e Postfazione di Christian Tito. Fuori Collana, Collana diretta da Fabio Michieli, L’arcolaio 2015

Savio, avveduto, esperto diventa il corpo nel suo esporsi, arrendersi, o, molto più semplicemente, esistere nel tempo. Che cosa succede dinanzi alla malattia, al conflitto interno, alla degenza, alla constatazione di una crisi? La risposta di Martina Campi è un itinerario che non nasconde il richiamo simbolico al numero sette biblico, mitologico, perfino fiabesco. E si tratta di una risposta che ha caratteristiche originalissime, che se da un lato rifuggono dal cupio dissolvi e dalla contemplazione barocca del disfacimento, dall’altro non hanno – felicemente – nulla a che vedere con la non tanto impertinente o blasfema quanto piuttosto immotivatamente tronfia ‘liturgia della secrezione’.
La saggezza dei corpi è un poemetto articolato in sette parti, una per ciascuno dei sette giorni di degenza. Da un osservatorio sofferto, subíto, il corpo sofferente non perde, ma, al contrario, sembra affinare la capacità di percezione, interna ed esterna. I dati sensoriali, magnificati da ciò che arriva come straordinaria allerta delle terminazioni nervose, sono raccolti e riportati non come semplici macchie, impressioni scollegate nonostante la loro nitidezza, ma danno vita – colgo immediatamente la suggestione potente dell’apertura del Giorno #1 – a un fiume ininterrotto e compatto, dal ritmo rigoroso e serrato. È un fiume che raccoglie considerazioni e narrazioni, rivelazioni e illuminazioni nello spazio, a volte angusto, a volte insperatamente ampio, della discesa, del passaggio, della inusuale “occasione”. Già, ma quale occasione? Non potrebbe sembrare addirittura sarcasmo ritenere propizia la sospensione della propria libertà di movimento e della vita ‘normale’, l’obbligo al confino determinato dal ricovero? Al contrario, proprio nella parte iniziale del poemetto va ricercato il significato, paradosso in positivo, del concetto di occasione qui: «è l’instabilità dei nessi che ti fa/ parlare, è l’improvviso ritrarsi dispotico/ della memoria e non puoi credere a niente/ adesso come adesso, di quello che vedi». In altre parole: ricoverata, si arresta qui, è vero, l’ordinaria sospensione dell’incredulità, ma, d’altro canto, è proprio un dato che la ‘normalità’ rifugge, vale a dire la precarietà dei collegamenti che siamo abituati a considerare ‘logici’, a far parlare, a muovere la parola. Si tratta, è bene esplicitato in tutto il poemetto, di una modalità eccezionale, sofferta, patita e pur sempre occasione. (altro…)

LE VIE PROFONDE DELL’IO (LETTERA-LETTURA PER “PORTA A OGNUNO”)

Porta a ognuno_jpg

Gentile Cristiano,
ho letto con curiosità sincera e sincera partecipazione il tuo libro Porta a ognuno, pubblicato dall’Arcolaio nel 2012. Molti sostengono a questo proposito che il lirismo sia morto, che siamo oggi in una fase nuova della poesia: quella della “post-lirica”, dell’io decentrato, delocalizzato. Ai margini quindi del genere letterario in questione, almeno in senso tradizionale; un genere pertanto sempre più aperto ad altre forme: il racconto, il poemetto, il monologo di taglio teatrale, persino il romanzo. Un nome per tutti: il romagnolo Raffaello Baldini. Da tempo non credo in maniera così netta e totalizzante a questa definizione: il lirismo non è morto, si è semplicemente trasformato, diventando duttile, contaminato e aperto, senza dubbio; però vive ancora, resiste e la tua raccolta poetica ne è una prova, anzi un esempio emblematico, autentico, vibrante. Consistente e significativo, aggiungerei. In effetti qui l’io poetante concepisce la verità come qualcosa di assolutamente soggettivo, interiore ed intimo, come del resto sottolinea la nota affermazione sull’interiorità come luogo della verità da parte di Agostino, affermazione citata non a caso dal tuo stesso libro (p. 45). E il filtro dell’io coscienziale e lirico appunto in tutti i versi tuoi è fondamentale, un vero nucleo e insieme una forma, un approccio espressivo attraverso cui cercare e far emergere il nudo, semplice vero, senza menzogne o pose o ipocrisie: “La verità, niente interpretazioni/allora e ora” (p.  51). Così, il filtro lirico-soggettivo è talmente forte e strutturante che oggetti, cose, fasi del giorno e della vita, persone, luoghi e situazioni passano tutti attraverso questa dogana, questa tua poesia intima che chiede letteralmente (mi collego alle numerose frasi interrogative) un biglietto, quello della “verità” coscienziale, dell’autenticità profonda, dell’esame scavante che buca, brucia stereotipi e facili conclusioni. Quindi  vediamo un viaggio interiore, esistenziale, memoriale, con l’elaborazione del lutto, con i frammenti del passato che riaffiorano, con l’indagine sul tempo quotidiano, con la perlustrazione del vuoto esistenziale e  antropologico che assedia l’umanità “liquida”  (Bauman) e contemporanea.  (altro…)

“Dopo questo inverno” di Luciano Benini Sforza. Lettura di Piergiorgio Viti

Luciano Benini Sforza, Dopo questo inverno (2012)Se si dovesse scegliere, tra tanti, un aggettivo per definire il poeta Luciano Benini Sforza, potremmo attribuirgliene uno in particolare: “solido”. Sì, perché lo scrittore e critico ravennate, uscito nel 2012 con la raccolta poetica Dopo questo inverno (edita dall’Arcolaio, con prefazione di Jean Soldini), sembra essere sempre a suo agio, quale che sia, di volta in volta, l’argomento da sviluppare. Nella sua opera, corposa quanto basta per farsi un’idea del suo modus exprimendi, non ci sono mai cadute di tono, arretramenti, incertezze; la sua linea, attingendo stavolta dalla geometria, è sempre, costantemente, orizzontale. Luciano Benini Sforza affronta con disinvoltura molti temi fondamentali della poesia: la natura, l’amore, la morte (una lirica, per esempio, è dedicata alla scomparsa di Amy Winehouse, definita “barcollante /neve nera”), con un rigore ed una padronanza oggi rari. Se i temi sono tradizionali, due aspetti però segnalano Benini Sforza tra i poeti più interessanti della sua generazione; sia il linguaggio, capace, come dicevamo, nella sua versatilità, di sondare tutti i territori e i registri, con inserzioni anche dal quotidiano (ad es. “Le parole intanto gli vanno a mille” in Sponde della velocità) e di arrivare perfino alla prosa, con esiti di rilievo; sia, ed è questo l’altro aspetto tutt’altro che trascurabile, la frammentazione del verso, che il poeta utilizza quasi come il suo marchio di riconoscimento, richiamandosi alle teorie “liquide” di Zygmunt Bauman, il quale descrive la società attuale come una società “puntinista” dove il concetto di tempo è discontinuo, frammentato. Ecco perché Benini Sforza, con i suoi enjambement, le sue spezzature, i suoi “a capo”, pur lasciando intatta la musicalità del verso, ci fa rimanere spesso a bocca aperta. Molte pagine di Dopo questo inverno sono dedicate a Marina di Ravenna, dove, da appartato, il poeta vive. Non si tratta tuttavia di un “piccolo mondo antico” che il poeta vuole a tutti i costi bozzettisticamente descrivere o difendere, quanto piuttosto di un’apertura al mondo globale di oggi con tutte le sue contraddizioni; parlando della realtà che lo circonda e che egli conosce bene, talora con esiti metafisici, Benini Sforza è dunque un poeta a tutto tondo, capace di essere, allo stesso tempo, “romagnolo” e “universale”.

© Piergiorgio Viti

***

Illusione

Qui non c’è un primo caduto
.                                                          in guerra
e nemmeno un ultimo.
Solo feriti e bendati,
tanti che camminano
da una strada all’altra
fischiando un motivetto all’aria,
tenendo una borsa, una sigaretta
accesa
o un giornale sotto il braccio.
Credendo magari di accendere
.                                                               e spegnere
col telecomando in mano
il resto del mondo.

*

In mezzo

Non riesco nemmeno a dire
«come stai?», perché ho la lingua bloccata.
E conosco bene questo impaccio.
.                                                                    Sono insieme ghiaccio
e fuoco che prende una casa di legno,
un bosco, sono
.                                 soprattutto un argine rotto,
il fiume di emozioni che mi scorre,
sono l’uomo caduto
e in affanno
.                         che ci nuota in mezzo.

*

Alla fine

Gli amori finiscono,
.                                          oppure
assumono altre forme,
nuove esistenze.
Il punto non valicato, la stasi
già in atto
.                     in quel momento
.                                                        diviene vento,
dissemina le carte,
.                                       le sconvolge.
Travolge l’edificio in costruzione,
insieme alla sua zona circostante.
Restano
.                 comunque le mie spiagge,
i tuoi calanchi, qualche
mattone e un messaggio civile
per il compleanno.
.                                       O le parole incise
su qualche foglio,
le notti insonni,
le onde bianche e nere che ho dipinto

e che sono a volte, sai, più forti
.                                                                 di chi non precipita.

_________________________________________

lucianobeniniLuciano Benini Sforza, nato a Ravenna nel 1965, ha studiato presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Insegna materie letterarie nella scuola pubblica e vive a Marina di Ravenna. Ha curato con Nevio Spadoni l’antologia Le radici e il sogno. Poeti dialettali del secondo ‘900 in Romagna (Faenza, Mobydick, 1996). Si occupa a livello critico soprattutto di poesia, sia in dialetto (specialmente romagnolo) sia in lingua italiana. Come poeta ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Spazi e colloqui (Pisa, pubblicazione a cura del Gruppo Culturale “Ippolito Rosellini”, 1991), con cui ha vinto il Concorso Nazionale di Poesia “Galileo Galilei”; Le stanze di Penelope (Castel Maggiore, Book, 1995; Premio “San Domenichino”); Viaggio senza scompartimento (Faenza, Mobydick, 1998); Padri a nord-ovest (Villa Verucchio, Pazzini, 2004), opera per la quale gli è stato assegnato il Premio “Vallesenio”; quindi Nel fondo aperto degli occhi (Rimini, Raffaelli, 2010).

Anticipazione: “La strada più lunga” di Loris Di Edoardo (L’arcolaio)

Si potrebbe partire dalla fine del libro, da Congedo, per calpestare le orme di Loris Di Edoardo e percorre a ritroso La strada più lunga. Si potrebbe partire proprio da una di «quelle sere / senza oggetto né verbo / così piene d’attesa / da assomigliare / a una pagina bianca»; ma «[s]crivere / è rispondere a un appello. / […] è una questione di durata / di tenuta, di resistenza / davanti a una porta chiusa.»
Non sarebbe, questo, un percorso insolito: sarebbe un altro modo per inoltrarsi in un cammino costeggiato di volti, di nomi, di presenze, di paesaggi vari, tutti appartenenti a una provincia o alla dimensione domestica; volti, nomi e luoghi dove la luce filtra fioca nel e dal buio (parola ricorrente più di altre ma che annuncia sempre l’accensione, mai l’inabissarsi), per congiungersi nel respiro del poeta (e “respiro” è altra parola tematica cara a Di Edoardo).
Perciò si potrebbe leggere il libro partendo dalla fine, perché è proprio nei Luoghi trascurati dalle mappe, titolo della terza e ultima sezione, che il poeta ci consegna la sua geografia, la sua descrizione del paesaggio visto non solo come contesto territoriale nel quale si è cresciuti, ma anche come bene da preservare e custodire (e in questo affiora una lezione zanzottiana più di concetto che di forma). E sintomatica di questa possibile prima lettura è Fucino dove si dà voce al destino di una piana che fu un lago fino a quando la megalomania dell’uomo (e l’uomo in questo caso porta il nome del Principe Torlonia) nel 1875 volle prosciugare le acque del terzo, fino allora, lago d’Italia per trarre terreno fertile dove finirono per tribolare intere generazioni di coltivatori “più affamati dei pescatori di una volta” (mi confessava lo stesso Di Edoardo, interrogato da me su alcuni passi della raccolta ancora in fieri); terreni che oggi sono stati sottratti a un destino di abbandono da nuovi coltivatori, nordafricani i più, che hanno sostituito, nel bene e nel male, anche l’antica mitologia dei luoghi, sicché «[finisce] per un malessere nuovo / e meno dolce / di terra bruciata dal sole / l’avventura solitaria del lago».
Ma non è sola geografia di luoghi quella offertaci dalla raccolta; in Anni dopo, continuo a sognarti ogni notte incontriamo il nonno materno, contadino pure lui come quelli tribolanti sulla piana del Fucino; si tratta di una figura centralissima: attorno a lui ruota la raccolta stessa, e se non ruota è dalla sua figura che si dipana la lunga trama del libro. In lui si riversano sia i ricordi di vita vissuta o di vita raccontata (quella memoria storica ben simboleggiata da una bicicletta tramandata di generazione in generazione), sia le ansie del presente e del passato; sorta di guida virgiliana per il “paese dell’anima” che osserva chi è «rimast[o] a respirare / l’aria percossa dalle [sue] dita / nei pomeriggi d’estate».
Sicché La strada più lunga si presenta come sorta di cammino nel cammino, dove il tratto comune nella trama è una continua contrapposizione, come dicevo all’inizio, tra il buio e la luce, filtrata o derivata, raramente diretta, definita “di rimando”; luce che spesso proviene da un punto esterno o da altro elemento, che non può essere banalmente definita salvifica. Il ritmo di questo arrampicarsi è dato dal respiro: un respiro vitale, conquistato sin dall’inizio a fatica (si legga la poesia Racconto della mia nascita), ma necessario per compiere la scalata e raggiungere i “luoghi trascurati”, che altro non sono se non tutto ciò che è andato perduto nel corso degli anni nel tentativo di stare al passo (senza riuscirci) dei ritmi imposti dalla quotidianità. Un respiro che si fa soffio con il quale separare «l’ombra dalla luce / soffiando forte sui fogli / masticandoli, se necessario» (Appena puoi mandami i tuoi versi); perché la poesia è materia che si mastica lentamente prima di poter dire il sapore che se ne ricava; lenta conquista, per lunga sedimentazione (come in Sereni, poeta qui presente proprio perché al lungo letto prima di diventare lezione acquisita); lenta assunzione di linfa che decanta nel tempo prima di dare il fine distillato di un ricordo lontano, o l’immagine già tradotta nella storia di evento più prossimo. Lenta distillazione del quotidiano per non farsi fagocitare dalla voracità dei tempi che tende inesorabilmente a livellare la realtà circostanziale in un costante e indesiderato anonimato.
E, suo malgrado, involontario emblema di questo sentimento quasi di inadeguatezza (alienazione) al dato quotidiano è Max, il destinatario di Vengo per dirti che oggi sono stato lontano, poesia con la quale Di Edoardo si chiede se abbia «un senso raccontar[e] quel viaggio» ora che non ci si può più immaginare «dentro una storia comune» e ora che ci si bagna «le labbra a questo buio / e la voce un attimo è ferma e un attimo dopo / è perduta per sempre». E se non interviene la morte naturale a zittire i suoni e i colori, interviene un’altra morte più profonda e tragica: quella di «un uomo che si cerca nelle parole» che si antepone a un uomo che «deposta una maschera un’altra ne indoss[a] / che soltanto [gli] sembrava più vera.» [Prefazione, f.m.]

***

Entrambi inconciliabili
nel sonno
la mano che stringe le lenzuola
e un quarto di luna disegnato
alla finestra.

Non c’è più acqua.

Resta soltanto quello
che ognuno si aspetta.
Conosci la supremazia del gesto
che riafferma la sua orma
sul bianco di ogni neve passata.

Prova a credere
a chi rimanda indietro un sogno.
Specie oggi che disanimo
il mio credo
e vivo e disseziono la realtà
come se fosse vera.

È piovuto stanotte
e abbiamo finto di dormire,
tenendoci stretti alle caviglie
per impedirci di fuggire.

***

Fine e principio del giorno

Quello di noi
che ebbe il coraggio
di sfidare
con volo radente
la burrasca del mare,
che salutò gli amici
con la propria voce
e dimenticò il padre
e la madre
per camminare solo
lungo una strada vuota;
colui che non ebbe paura
del coro mattutino
al principio di ogni cosa,
che lavorò la pietra
per farne giaciglio
nelle notti di luna piena;
colui che per primo
parlò alle volpi e ai cani
ora vive nella visione
dei propri sogni
ed è inutile cercarlo
in questa pausa dimenticata
del respiro.

***
                                                       a Max

Vengo per dirti che oggi sono stato lontano
per capire se ha un senso raccontarti quel viaggio.
La finestra rimane socchiusa
mentre dentro la stanza ci scalda
quel piccolo fuoco che si mischia alle nostre parole.
Costruiamo ricordi.
Mi piace pensare di essere stati insieme così a lungo
mentre fuori l’erba diventava neve.
È il mio modo di vivere più vite in una sola volta.
Avrei voluto altro buio, altre case da guardare
e immaginarci dentro una storia comune.
È il nostro salire, privati del corpo
a una terra d’immagini e colore.
Mi bagno le labbra a questo buio
e la voce un attimo è ferma e un attimo dopo
è perduta per sempre.
Avrei dovuto lasciarti parlare più a lungo
e scrivere di quel fumo acre che ti bagnava gli occhi
prima di cominciare a piovere.
Davanti c’è un uomo che si cerca nelle parole:
ogni frase è un piccolo ritratto.
Mi parli della tua infanzia senza un cortile dove giocare.
Ma questa è la tua liberazione
soltanto dopo l’avresti capito.
Sapevi bene che vivere non è raccontarsi nei versi
dove deposta una maschera un’altra ne indosso
che soltanto mi sembrava più vera.

***

Ancora l’ora buia
che preme
satura di bianco
nuda come la sabbia
all’alba, senza soccorso
cornice aguzza
in cui racchiudere la mano
che ha frugato
istante dopo istante
in tutte le ferite del mio corpo.

***

Eccomi di nuovo
(specchiato in forma d’uomo)
rinnovato sedimento d’esperienza.
Delle foglie d’autunno
ho preso a ruminare
tutto il fuoco delle braci
che declinano il futuro,
l’asse del mondo sul quale
in bilico traccio una rotta
di ore e nuove aspirazioni.
Tutta per sé questa prova.
E la fine del giorno
rimanga misura umana
della sorte, gesto lento
che si dispiega nell’aria
e ammorbidisce il vento
di una finestra socchiusa.

***

Appena puoi mandami i tuoi versi

Ti assicuro che non li leggerò.
Ne saggerò la leggerezza
la durezza dei toni, l’asprezza delle parole,
ne ricaverò la forma, una qualsiasi
sepolta sotto la neve.
Ma non li leggerò.
Ne aspirerò l’odore, separerò l’ombra dalla luce
soffiando forte sui fogli
masticandoli, se necessario.
Ma non li leggerò.
Li terrò vicino a una candela accesa
per vedere l’effetto che fanno dei versi
illuminati appena. Sostituirò le sillabe
con minuscoli aeroplani di carta.
Li lascerò sull’acqua, a vivere o morire.
Ma non li leggerò, fino a quando il tuo nome
non mi sarà familiare come il rumore
della sigaretta che brucia al buio
o come questa pazienza
che dura un giorno soltanto.

***

Anni dopo, continuo a sognarti ogni notte
con una ostinazione
che supera l’invida per il tuo trapasso – noi
rimasti a respirare
l’aria percossa dalle tue dita
nei pomeriggi d’estate.
Ho fatto in tempo a dirti
“Ti ho voluto bene”
condannandoti in anticipo a una morte a cui
pure nell’imminenza del suo sogno
non avevi ancora dato peso.
Stanotte, per esempio, ti sono passato accanto
felice, mi sembrava
sulla bicicletta che era stata tua
e prima ancora d tuo padre.
Eravate seduti su una panchina.
Vi scoprivo a uno a uno
come si fa con gli amici di una festa a sorpresa.
Ma già eravate cenere confusa
lungo una via di campagna.
Pigra e inesorabile, per me, strada del ritorno.

***

Fucino

La mia vita era qui
già molto tempo prima
dei primi insediamenti umani.
Ero vivo nell’acqua immobile del lago,
sopra le teste glabre dei monti,
nel trascorrere inesorabile delle nubi
durante i cicli non ancora vitali
delle diverse stagioni.
Prima dell’uomo ho assaporato
la fertilità di queste terre
nei fiori e nei frutti incontaminati
a pochi metri dalle rive del lago.
Lungo i millenni
ho vissuto in un continuo
prestito d’occhi incantati.
Finì per un malessere nuovo
e meno dolce
di terra bruciata dal sole
l’avventura solitaria del lago.
Scandito, ora, il tempo
sul ritmo delle fasi lunari,
dai sospiri e le bestemmie degli uomini
che per primi ammainarono le vele
per una nuova occupazione.

***

Congedo

Una di quelle sere
senza oggetto né verbo
così piene d’attesa
da assomigliare
a una pagina bianca.
La penna è una palude
che ingoia il supposto
atto di presenza.
Scrivere
è rispondere a un appello.
Ho provato ad allontanarmi
da questa pagina bianca.
Ma è una questione di durata
di tenuta, di resistenza
davanti a una porta chiusa.
Devo saper attendere
fino a consumare
l’ultima goccia d’inchiostro.
Abbiamo avuto torto
a contare i passi.
La vita raccontata a noi stessi
a piccole scaglie.
Meglio procedere immobili
tra una folla urlante.
Ho un sorriso per tutti. Sempre.
È la mia unica fede.
Faccio spesso lunghe passeggiate
senza visitare nulla, senza soffermarmi
su nessun particolare.
Questa mia povertà ha un prezzo
e altrove è un nuovo errore:
cercare ragione o mistero nelle cose.
Le vita è una direzione
e il mio ruolo è silenzioso.
Mi dispiace che a voi sembri
irriverente questo mio modo
di non essere.

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Loris di Edoardo è nato a Roma nel 1971. Insegna inglese nella scuola media. La strada più lunga è la sua prima pubblicazione in volume, ma già vanta alcune segnalazioni in concorsi nazionali; sue poesie sono apparse in Lo Specchio de La Stampa e più recentemente (n. 270, aprile 2012) nella rivista Poesia.

Luca Minola su Gabriele Gabbia, La terra franata dei nomi, 2011

Luca Minola su Gabriele Gabbia, La terra franata dei nomi (2011, L’arcolaio)

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Leggendo il primo libro di Gabriele Gabbia “La terra franata dei nomi” si rimane spiazzati dalla frammentazione continua della parola, dalle immagini innescate nei corpi, nei luoghi, come sintesi di una vita senza protezioni.
Tutto sembra in continua discesa, smembrato, franato fino dentro ai nomi, che portano la differenza, l’individualità di ognuno. Proprio quest’ultima è manifestata in continua flagellazione.
Il libro è diviso in quattro sezioni, si parte con “Diatribe dal ventre”, dove il punto , il canale sono gli interni, le interiora che si calcolano con fatica nel dolore: “ Dimora negli intestini/la terra franata dei nomi”. Continuando ad elencare: “L’impasto ventrale” e ancora: “ Il capo:/un ventre spaccato” sembra che tutto passi dal corpo, dalle sue ulcere e da una materialità che vede nel grembo, nello stomaco il dato di una salute forzata, non richiesta, malsana.
Per questo l’attacco della seconda sezione “Lacerti, corpi, lembi. Brani di nulla” suona come una non scelta. “Ognuno non sceglie/ i corpi/per sempre perduti/ in un tratto intero”.
Nessuno in verità sceglie i corpi, l’incontro e ciò che avviene: il continuo mutamento e il peso interminabile del vivere, del sentire più profondo: “Talvolta ti atterra il corpo addosso/ ed è il cupo gorgoglio di un verbo/mentre si vaga, per ossessioni, per/ stordimenti- per storni. E tutto non si può ripetere e la voce è unica, passa e ricomincia: “La voce/ si ascolta una volta sola, mentre tutto/ non torna- è molto diverso-ricomincia.”
Nel tempo c’è la modulazione del dolore, che muta i luoghi del ricordo rendendoli forme imposte, scontrose: “Muri scontrosi in Contrada S.Croce avanzano/-adornano diafano un viso-/fra scaglie residue d’un tempo rimasto/e ciò che del tempo tuo ti rimane/ e l’immensa corona di spine/ ogni giorno più a fondo infissa/nel cranio d’avorio e aria/ che t’è toccato in vita”. Quindi una colpa obbligata, imposta. La colpa del vivere, ostaggi del proprio destino e di un volere assurdo e senza senso, dove incombe la propria e l’altrui solitudine. Per questo il reale si pesa nella perdita costante del proprio essere e nella perdita di senso per ogni cosa. “La prima solitudine, nell’auto/-vettura vuota-corpo-/vascello abbandonato. Seduto/-risucchiato nel sedile senza fondo-a fianco/ dell’assenza di tuo padre. Fuori/la perdita della luce delle mani degli anni./La perdita di tutto. Anche-/anche di questo,/ricordo.”
Quindi l’impossibilità del ricordo ma anche una sorta di ribellione nello sguardo, nel saper guardare oltre un limite, oltre una resistenza dei corpi. “Ho sempre guardato, guardato,/dal nulla da cui vedo/i corpi della soglia,/laddove sono rimasto/ a fissarne/ la fissità inquieta/ d’un nulla.”
La parte terza del libro “Spettri” continua a ridefinire il corpo: “Ti è morta nella testa la testa/ dell’amore, giace, esangue/ nel suo stillato stillicidio/- gravido- di calvario. Il tempo/si annuncia deserto./ La porta d’inizio è ciò da cui fuga ogni fine.”
E ancora “Un vedersi/ mai più in là di ciò che si ha/di ciò che si sa- un infinito/ ridotto al corpo dell’osso.” Questa finitezza viene toccata ed esposta più volte all’interno dei testi, è la profonda sensibilità dell’autore che preme e insiste sugli elementi, perché lui stesso profondamente mostrato in questo libro.
L’ultima sezione del libro si intitola proprio “ Io” ma l’io di Gabbia è estremo, impraticabile.
E’ il capitolo più riuscito del libro, Gabbia si abbandona completamente al lettore, regge la presa e allarga i propri orizzonti verso la pluralità, abbraccia ogni cosa e pretende di essere morto e di vivere per i morti e cerca e trova una voce, una presenza. “Io sarò voi-/ i morti, tutti,/noi, voi/ dopo di me, quando/solo, soffierò/ lo sguardo, da ciascuno/ di voi tutti/ su ognuno/ di me.”
L’amore riempie il libro di Gabbia in ogni punto, può essere amore per la madre e amore del corpo, della mente e di ciò che non si configura. “Con occhi sempre nuovi/ hai abitato/una forza indistinta. L’hai subita/donata diffranta, ed era/ il senso del vivere che si apriva/-era te-: quel/ silenzio ridotto alla parola.” Si percepisce solo il silenzio, anzi questo mondo è fatto di silenzi e le voci non sono che falsità, perché sfuggono, perché anche non volendo saranno trascinate nel nulla, non esisteranno più, non potranno essere registrate, catalogate o scritte. Per questo la parola è l’ultima e la sola possibilità, è il sigillo che tiene tutto, è quello che resta, parola scritta. Verbo da ripetere, poesia.
Il libro finisce con una delle poesie più belle, che riassumono in poche righe tutto il contenuto e la forza di lavoro di questo giovane autore. Anche in questo componimento le parole sono frammento e liberazione di sé. I luoghi e i tempi si fermano e alla figura principale viene impressa la possibilità, la realtà di essere tutti, quindi la perdita di sé, nell’altro. “ Il battito della stanza/coagulato, si fermava,/ci assaliva, un tempo/senza tempo, un ascolto/in ascesa. Il rumore/era un cerchio lontano. Tutto/ era fermo, mentre tu, procedevi-/eri tutti.”
I nomi che si possono fare come influenze costanti nella poesia Gabbia sono sicuramente Michele Ranchetti (grandissimo studioso della Storia della Chiesa ma anche poeta non abbastanza riconosciuto), soprattutto il Ranchetti di “ Verbale” vera e propria frammentazione costante della vita attraverso la poesia e l’ultimo Celan quello dopo “ La rosa di nessuno” per intenderci, lo Celan più arduo ed estremo.
E proprio questa continua impossibilità e frammentazione rendono questa silloge una delle più interessanti degli ultimi tempi mettendo in risalto un autore, una voce vera e decisa.

Alcune cose – di Carmine Vitale – Casa Ed. L’Arcolaio (post di natàlia castaldi)

Alcune cose – Carmine Vitale – Ed. L’Arcolaio

Alcune cose

Carmine Vitale

poesie, anno 2010, Ed. L’Arcolaio

Scheda per l’acquisto del libro

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***

da Una terribile tenerezza

.

* Ragù

.

Agli angoli delle cose

pensavi mentre giravi il sugo;

un po’ alla volta se ne andava la memoria

come un geco all’alba nella tana.

Ti ricorderò come oggi in vita

.

e domani vento e fiori di gerani rossi

impazza la solitudine verso quelle foto

come il profumo che fa male ogni domenica mattina.

Sono parole in anticipo sulla morte

.

che mi vengono da un luogo angusto come il cuore,

da un dolore prematuro da un odore.

Con cura asciughi le macchie silenziose

.

sul bordo del lavello immacolato;

con cura riponi le stoviglie e

aggiungi un po’ d’amore,

sai che non mi basterà questa porzione.

I pugni stretti nella notte

.

di una tachicardia da fumo

di un cane abbandonato nel giardino

di come quando ero un ragazzino

di quando le mosche mangiavano il cortile

e il pallone correva in diagonale verso il sole.

.

Ad ogni pasto profumato

ad ogni età che se ne è andata,

verso casa ritorno con lo sguardo

e un’ultima girata a fuoco lento

mi dice di sperare che è lontano

il tempo delle more e degli addii

. 

***

.

da Il tempo degli addii 

.

*Itinerario 1                        (poche cose meravigliose)

.

Lungo un marciapiedi una serie interminabile di divieti

– Leggi non scritte,

pretese umane

arbitrarie –

.

È severamente vietato entrare –

ai trasgressori sarà

riservato.

Non sostare,

spazio privato

.

Ho la febbre bassa e l’odore del catrame.

Il cielo è bianco

le ossa del cranio mi fanno male

.

Ho in mente l’opera prima

                  il vecchio testamento,

il conficcare di oggetti aguzzi fino a penetrare

le macchine in fila che schiacciano gli alberi,

le formiche che evadono

la fretta di morire

.

Organico  ,

indifferenziata

Riciclabile  ,

vietata l’affissione

Il codice  ,

la coordinata

 .

L’esistenza.

Vietato scritto accanto alle cose.

Dalle case le luci gialle accese,

i fiori accartocciati

le preghiere alla fermata dei mezzi,

le molte lingue –

Si fa buio,

la freccia dice verso la stazione

.

Attraverso entrate uscite grate

Feritoie            scale.

Un altro caffè un’altra vita.

E la natura morta.

Per divieto      Per passo carrabile,

sotto la luce dell’insegna

è mancato all’affetto dei suoi cari

.

Vorrei rifare la prima elementare,

rimettere il grembiule

– spingere le lacrime.

È che le foglie sono rovesciate,

si rivoltano come le parole.

.

Su di una porta è scritto: entrare.

Su di una porta: uscire.

.

***

.

da Lo stato delle cose 

.

* Compagno Jack

.

Hai lasciato la porta aperta

su un’altra america

in un bagno pubblico

con occhi che afferrano di azzurro solo le mattonelle.

Piove sui marciapiedi,

ho i piedi bagnati.

La guerra inizia silenziosa,

canta la tua voce

nella brina mattutina

su e giù per la città.

.

Di inverni ne sono già passati tre.

Il tempo non boccia mai le sue stagioni.

È un potere che si arroga solo l’uomo;

Naso Aquilino visse pacificamente

fino al massacro di Sand Creek.

.

Sembra il tuo ritratto.

Le parole hanno messo a ferro e fuoco

quel poco di me che ancora rimane.

Nonostante siano trascorsi quattro secoli di guerra,

tra indiani e visi pallidi,

un giorno ho capito.

.

Volevo che tu lo sapessi

.

(Per un compleanno di Jack Hirschman)

.

________________________

Scrivere recensioni a libri di poesia mi è diventato noioso, insopportabile quanto leggerne, perché troppo spesso si percepisce, quasi fosse un dovere recensorio, quel dire tanto e troppo, fino a sovrapporre qualcosa in più e scovare qualcosa in meno, che in qualche misura aggiunga ciò che proprio non è necessario.

Quando ho ricevuto questo libro l’ho letto, l’ho divorato anche troppo in fretta, ché a volte la bellezza mette ansia che non fa centellinare. La poesia però va centellinata, presa e ripresa, poi lasciata a decantare, per tornarci su e provare nuovo stupore per le mille cose nuove che, nel tempo, ha lasciato maturare.

Secondo la mia balzana idea, Poesia è quanto di più fisso, flashiato, stimmatizzato eppure mai stabile, mai statico e in costante movimento ci possa essere. Perché? La domanda è da un milione di dollari, e la risposta quanto di più banale: perché la poesia cresce, accompagna e scandisce le tappe di chi la legge, non vedo che utilità potrebbe avere, diversamente.

Ricevuto il libro di Carmine e presa dalla foga della prima lettura, pensavo dunque di buttare giù una megarecensione al libro in quattro e quattr’otto, ché io ragiono per cose semplici e aritmetiche. Invece no, quel libro l’ho dovuto lasciare stare, l’ho dovuto mantenere presente e distante per mesi, aprendone una pagina a caso, quando ne sentivo il bisogno, per sentirmi spuntare un sorriso sulle labbra e raccogliermi in un dolore tutto mio, nascosto lì chissà poi come.

È strano come la semplicità di alcune cose possa stravolgere con tutto il suo profumo di pane, di ragù, di vite minuscole e quotidiane, che altrimenti avresti irrimediabilmente lasciato andare, nella stupidità del correre come “satelliti impazziti” nella morsa dell’approssimazione. Ma è proprio allora che le piccole cose sanno sferrare il colpo, entrando come una pagliuzza nell’occhio scoperto alla fragilità dell’esistenza, che vede, finalmente vede, la verità nuda di scoprirsi infinitesimali e profondi come l’universo che ci respira dentro.

E sembra di coglierla quella grandezza immensa che sta tutta nel palmo di una piccola mano giocata a carte con la guerra, che si rintana nel silenzio delle stelle ad aspettare una risposta che sa, sa bene, di non poter trovare se non al mattino, se non nel ricordo da custodire e nella tradizione (tra-duzione) di quell’essere tutto e niente, che ha spinto l’uomo alle più grandi e “normali” conquiste di coraggio e amore, che non c’è storia che possa fissare meglio dell’umanità di un semplice ricordo.

Ecco, io non citerò versi di questo libro, né parlerò di tecnica, metro inesistente, ritmo intrinseco e, a dio piacendo, quant’altro ancora; la sola cosa che intendo fare è invitarvi a comprarlo, non per mettere “un codice a barre” sulle “preghiere da esaudire” (come intelligentemente recita la bella lettera-prefazione di Francesco Forlani), ma perché possedere un pezzo di vita narrata con la tenerezza delle cose da riscoprire, può far bene quanto toccare il proprio dolore con la consapevolezza dei polpastrelli che ne registrino ogni piega, salvaguardando così quel valore ancora possibile in cui sperare: un’umanità infinita e minuscola, ancora degna del suo stesso nome.

Un libro da regalare, da passare di mano in mano, con il sorriso del bene.

Grazie, Carmine.

tua, natàlia.

Paolo Fichera, “nel respiro” (L’arcolaio, 2009). Lettura privata, parte seconda

Non sarà forse un azzardo parlare di resilienza innanzi a questa raccolta. La poesia è la reazione al dolore della perdita. La poesia è la risposta agli interrogativi sulla nuova vita. L’uomo-io dispone i molti tasselli di questo percorso sui versi frantumati, con un procedimento assimilabile alla corrente neo-orfica (con i dovuti distinguo).
Il primo movimento, che dà il titolo all’intera raccolta, abbiamo visto aprirsi con un passaggio di consegne che è un vero e proprio rito di passaggio: la vita nella morte, prima ancora della vita dopo la morte («Padre, un altro padre e un battito / che la mano incarna / nel legno che non arde la distanza / si piega alla foce del respiro la fonte / si adagia al pensiero, cibo che affossa / la carne in aliti fissi, in respiri scelti»; p.  11); e in questo rito di passaggio assistiamo alla presa di coscienza dell’io-padre non più figlio («un altro padre e un battito / che la mano incarna / nel legno che non arde la distanza») dove si fa notare qui e altrove il ricorso a un immaginario biblico (sia vetero-, sia neotestamentario) piegato all’umano per raggiungere una sacralità laica del momento-evento (poco più sotto il passo citato troviamo «il perdono creduto ombra caduta / il pane fatto dimora»).
È una rappresentazione del dolore che ha la smorfia michelangiolesca di una Pietà compiuta:

la figlia bacia la fronte del padre
nell’ultima sera, poi la notte
impone il vento grigio, il fiato aperto
il respiro, la distanza tra i respiri
il solco di silenzio che il respiro
impone e pone il respiro in un respiro
[…] l’incesto bianco di fiato
[…] la maglia bianca
definita dalle costole del padre
bassorilievo di marmo umano
e umano silenzio nelle costole
rese alla mano vicine e il battito. (pp. 12-13).

E in questo procedere vertiginoso, più che circolare, compare la madre a chiudere un quadro aperto dalla figlia-sorella; a compensare un primo tempo tutto maschile, quasi patriarcale (padre/figlio-padre/figlio). Ed è la centralità della figura materna a offrire la via della rinascita, perché è in lei che viene annunciato (inconsciamente?) l’imminente figura muliebre, la compagna di vita, la madre del nuovo figlio, in un susseguirsi si epifanie, precedute dalla rappresentazione della morte nella sua totalità, gesto per gesto, dove (finalmente?) il dolore viene battezzato voce (p. 14).

Scarnato il padre, il sacro
è racchiuso in rami d’avvento
che brucio
l’acqua feconda la pelle,
la fa armonia, flusso.

Ora posso dirti morto
nella sazietà della maceria

ogni morte alimenta la luce
e ci rende due volte orfani e organi. (ibidem).

Avviene così il passaggio: il rito di consegna alla nuova vita, descritto in ogni suo minimo dettaglio (che può essere riassunto con il rischio di banalizzarlo), annulla ogni divario e ogni opposizione:

figlio mio, soave vigore,
battito di vagito
figlio mio, padre mio
non morte né vita
flusso che nel flusso resta (p. 20).

Paolo Fichera ci obbliga a rivedere i nostri pregiudizi sulla malattia; ci obbliga a sgravarci si strutture che non ci appartengono e che ci impongono di vivere prima la malattia, e poi la morte, come stadi dell’abbandono. Fichera ci indica una strada possibile per fare di una tragica esperienza, dolorosissima, il punto di partenza di un percorso che dia vita a un uomo altro, se non nuovo. Questo flusso che non si arresta trova il suo pendant nella concatenazione dei verbi, nella sintassi serrata, nell’abbondante ricorso alla figura della ripetizione. Fichera contrappone una loquacità apparentemente incontrollata al fantasma dell’urlo di dolore che paralizza e conduce all’afasia (e a una possibile agrafia).

Continua…

© Fabio Michieli

Liliana Zinetti – Nel solo ordine riconosciuto

Ogni cosa ha radice nel vento

Le mie parole sono farfalle insanguinate.
Hanno la reticenza del dubbio
il bianco della neve
sono passi a ritroso verso il silenzio
pagine di un libro sfogliato dal vento.
Le mie parole sono mani sui muri
culla di fragili lune d’inverno (altro…)

Novità editoriali: Urgimi addosso – di Roberto Uberti, Casa Ed. L’arcolaio – Pref. a cura di Silvia Comoglio (post di Natàlia Castaldi)

 

Urgimi addosso – Roberto Uberti

Di seta

 

Passare

palmo a palmo il tuo corpo

nell’ombra sottile

di un pomeriggio nato a metà

e per metà concepito,

mentre fuori è un inverno feroce

e io accedo ai tuoi placidi occhi

interrati nelle parole che mi stavi dicendo

un attimo prima di vestirti di luce.

***

.

DALLA PREFAZIONE DI SILVIA COMOGLIO

“L’orizzonte della scrittura e dell’esperienza del linguaggio è un orizzonte estremamente mobile, lontano e prossimo, in una fuga e rincorsa incessante e inarrestabile. È una ricerca condotta in Urgimi addosso a partire da una domanda che affiora alle labbra dopo un lungo percorso interiore in modo, sembrerebbe, sorpreso e involontario, come se ci si trovasse di fronte ad una epifania: “Cos’è lo scrivere?”. Lo scrivere, si risponde, “è l’arredare stanze di un edificio che ancora / non esiste”, di un edificio che Roberto Uberti costruisce tentando di vanificare il vuoto, opponendo al vuoto superfici di molteplice portata e dimensione per compensare il limite del dire e del dirsi.”

(…) (altro…)