Lampedusa

Annamaria Pambianchi, Sono Hailù. Inedito

Sono Hailù
Lampedusa, “N. 92, maschio, forse 3 anni”

Senza segno di riconoscimento
a tre anni dentro una bara, da solo,
mi hanno deposto e sopra hanno scritto
numero novantadue
in luogo del mio nome ignoto.

Chi è che urla così forte
dentro il ventre vorticoso del fiume?
Dov’è la mia capretta?

Chiamo la mamma molte volte
Ma lei non mi risponde.
Sono qui – avvertitela – vi prego.
Portami, mamma, nel luogo
che tanto mi hai promesso.

Chi è che urla così forte
dentro il ventre vorticoso del fiume?
Non trovo la scimmietta.

Dove sto non voglio stare.
Ci starei solo in braccio a mamma.
Ma dove, dov’è andata?
Mi brucia la gola a chiamarla ancora.
Per favore, mi prestate la voce?

Chi è che urla così forte
dentro il ventre vorticoso del fiume?
A salvarmi un asinello ci vuole.

Verrà se le dite che sono Hailù.
Senza di me non può esser lontana,
senza di me, il suo piccolo principe.
Lei sorride quando mi guarda.
Senza di lei, ho il batticuore. (altro…)

Gianni Montieri, 700

fonte immagine Lapresse

700

Settecento diviso sette
fa cento. Sette file da cento.
No, non va bene, ritento.
Settecento diviso cento
fa sette. Cento file da sette
sul lungomare, non ci stanno.
Divido settecento per dieci:
fa settanta, sono morti
dieci volte settanta, ordinati
sette volte cento, ammassati
cento volte sette paga pegno
di sale e aritmetica è il regno.

*

© Gianni Montieri

*

Nota: il 18 aprile del 2015 un barcone affonda nel Canale di Sicilia, i morti saranno più di 700. Scrissi questa poesia qualche giorno dopo e uscì su Nazione Indiana nel maggio 2015; a due anni di distanza da quella tragedia la ripubblico qui.

Paola D’Agostino (due poesie)

berlino 2011 - foto gm

La tartana e l’iperbole

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Silenzio è la perfetta iperbole
arcobaleno in bianco e nero
colorato solo come sotto shock
dal profumo giallo acceso dei limoni
lungo l’indice dei libri del mese

entrerà nel giardino la luna anche stanotte
sorprendendoci sul cofano della macchina
parcheggiata nei riflessi dell’inverno
a far l’amore

entrerà sangue nuovo e pulito nella storia
del Regno di Napoli sui terrazzi di Santa Lucia
si mischierà all’inchiostro che ti scrivo
e solo allora ricomincerà il secolo
con la corsa all’ultima scheda bianca o nulla
del ventennio che si chiude su queste
primarie elezioni barbariche
lotteremo contro Pio IX come se fosse prima dell’Italia
come se ancora ci fosse un paese da inventare
e un Nettuno travestito da Schettino
al timone dei giorni e dei mari
ci stesse traghettando verso
la piazza San Domenico stupefatta dei tempi
del G8, prima di Genova un istante prima
e poco dopo i tuoi salti sul letto
quando eri solo un motard rock o un fratello maggiore
quando ancora si sparavano i botti a Capodanno
e l’Orientale era occupata
dai nostri tornei di scopone scientifico

silenzio l’iperbole da SMS
che salta i campi magnetici per sopravviversi
come i conigli ischitani nelle sere d’agosto per non finire nel calderone
o l’addio inverosimile sul molo a scongiurare un lieto fine nazional-popolare
in ogni porto ogni costone di roccia balneabile
cinico è il Cilento ormai
l’unica casa che nostro malgrado sottenda un noi
l’unico spazio pubblico che ci trascenda
Senza raziocinio se non un itinerario fra i tanti
la sola mappa condivisibile
di quei giorni che chiamammo amore.

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(Tartana: femmina profusione
Disintegrata dall’incuria
O da un errore di navigazione)

04/01/2013

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Lampedusa mon amour

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Tu non hai visto Lampedusa
tu n’aies pas vu
il profugo orfano che dava la luce
al mare dei suoi occhi aperti
lacci clandestini e suole nelle mani
di vecchi marinai isolani
tu non hai visto quei fili di spine alla dogana
fucili
e livide false identità tra le boe di Lampedusa.

Le reti sciolte a seccare al sole
riavvolte da questa memoria nomade
riportano a galla cicatrici di torture
il pesce azzurro e l’uomo nero

l’albatro dell’esodo s’è fatto sciacallo
che fiuta, sputa, ringhia sul corridoio Mediterraneo
mentre sul nostro lungomare
lavora in corso
salsedine rappresa al catrame

la pietra pomice ci smacchiava i vestiti
prima di rincasare per la cena
ma non c’è pietra che tiri via la notte
di questa strage a distanze sognate
frontiere imposte e slanci soffocati.
Tu non hai visto Lampedusa
ma conosci la tempesta, i porti segreti
le grotte nascoste nei fondali
conosci i treni, le marce, il retrogusto di ogni singolo abisso
tu sai le partenze, gli arrivi, i viali deserti della domenica migrante
e la bocca vuota, il lavoro feroce,
rispondere a una domanda che comincia sempre inevitabilmente per
a casa tua
com’era a casa tua
com’era il mare?
Barche addossate a scogli
la sera eravamo
eliche abbandonate

il mio mare è Lampedusa
dici
e non l’hai mai neppure vista da vicino.

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Paola D’Agostino è nata a Sapri nel 1975 e dal 2000 vive e lavora a Lisbona, dove traduce e insegna l’Italiano. Ha pubblicato Largo delle necessità e Questo freddo, entrambi per la casa editrice oxp di Napoli. Suoi racconti e testi sparsi sono riuniti in Portogallo nel libro Este Frio e Outras Histórias de Amor (ed. Fenda, 2011). Un suo testo compare nell’antologia Lissabon. Eine literarische Einladung (Berlino, Wagenbach, 2010).