Lalla Romano

Lalla Romano: una poesia lunga una vita (di Daniel Raffini)

Forte è la tentazione di cercare un momento iniziale, originario ed epifanico, che si ponga come punto di partenza delle parabole dei grandi scrittori. Se nel caso di Lalla Romano volessimo cedere a questa tentazione, dovremmo citare l’incontro con Eugenio Montale nel 1940 in un bar di Forte dei Marmi, così raccontato dalla stessa Romano:

Al Forte (nel ’40) abbordai Montale al Caffè Roma – era solo – disinteressatamente. Si stupì che l’avessi riconosciuto e s’informò sul mio paese; poi mi domandò se scrivevo e mi chiese di leggere qualcosa. Portai un mazzetto di fogli alla sua pensione; mi restituì le poesie con crocette in cima alle preferite e piccole osservazioni. Mi chiese anche se ne avevo delle altre, si poteva farne qualcosa; non ne approfittai: ero troppo contenta.

Le poesie lette da Montale confluirono in parte nella prima raccolta di Lalla Romano, Fiore, che è l’esordio letterario di quella che fino ad allora era stata una promettente pittrice della scuola torinese, poi insegnante di storia dell’arte e bibliotecaria a Cuneo. Tra Fiore del 1941 (per Frassinelli) e Giovane è il tempo del 1974 (per Einaudi), raccolta definitiva, c’è L’autunno, pubblicata nel 1955 (Edizioni della meridiana). Tre tappe di un percorso poetico limpido e coerente che Lalla Romano porta avanti per tutta la vita, affiancandolo alla produzione in prosa che la renderà famosa. La poesia sembra essere il luogo di riflessione, personale e letteraria, dove si sviluppano temi, idee e poetiche che ritroviamo nella produzione narrativa della scrittrice. Tre tappe – Fiore, L’autunno e Giovane è il tempo – che possono essere considerate come un solo movimento lungo tutta una vita. Le prime due raccolte confluiscono infatti nell’ultima, mostrando attraverso un percorso variantistico esibito l’evoluzione non solo della scrittura, ma anche della poetica della scrittrice. Un’evoluzione che – per dirla in poche parole – si concretizza in una sempre maggiore importanza data all’immagine, all’elemento visivo ed istantaneo, e a una progressiva universalizzazione dei concetti, dalle prime personalissime narrazioni amorose di Fiore fino alle riflessioni metafisiche e universali che chiudono Giovane è il tempo.
Non dobbiamo però pensare che l’ultima raccolta sia una negazione delle precedenti, che anzi le comprende e le riassume, mostrando il divenire del pensiero e il percorso della scrittrice. Quello descritto è prima di tutto l’itinerario della sua vita – e della vita di tutti – dalla giovinezza fino alla vecchiaia. Giovane è il tempo si impone allora come summa e superamento delle due raccolte precedenti, prodotto ultimo e definitivo della poesia di Lalla Romano. I temi cari alla poetessa vengono ora inseriti in una struttura precisa e interviene un’azione di omologazione stilistica maggiore rispetto alle raccolte precedenti. Dal punto di vista tematico il filo conduttore è la riflessione intorno al tempo, magnificamente espressa nella poesia che dà il titolo alla raccolta:

Giovane è il tempo

Come un fanciullo
cade ogni sera addormentato e stanco
e noi vediamo illanguidire il cielo
lontano, dietro cupi archi di foglie

Si ridesta felice
mentre intatto
sugli assorti giardini e sulle ville
emerge dalle nere ombre il mattino

Già da questa poesia si ravvisa la semplicità e insieme la forte carica sapienziale della poesia di Lalla Romano, una poesia che attraverso immagini quotidiane e minime riesce a sondare le aree più elevate della riflessione.
Giovane è il tempo, a differenza delle raccolte precedenti, è organizzata in sezioni, che ci mostrano il percorso del pensiero di Lalla Romano e la sua evoluzione nel corso del tempo. Nel suo insieme la raccolta si configura allora come il racconto della vita interiore della scrittrice. Converrà percorrere brevemente questo itinerario, seguendo la pista indicata dall’autrice componendo le cinque sezioni della raccolta.
La prima di esse, I flauti acerbi, ruota attorno ai temi della natura e delle stagioni. Partendo da una primavera che, pur essendo momento di rinascita, si popola di nubi e ombre, in cui gli uccelli impazziscono e gli alberi sono schiantati al suolo dal vento, si arriva a un inverno che congela le campagne e le città, l’opera naturale così come quella umana. La natura si presenta dunque con il suo volto doppio, in tutta la sua contraddittorietà irrisolta e irrisolvibile. Nella sezione successiva, Il caro odore del corpo, Romano ritorna all’esperienza amorosa di Fiore, un amore che vive nel sogno ma che sa anche mostrare il suo lato più passionale. Le poesie de La bocca arida rimandano invece al tema dell’attesa, del distacco e dell’allontanamento, della pena e della colpa che minacciano l’amore; l’io poetico di ribella a questo distacco, cerca di lottare, prima di arrendersi. Anche qui siamo nei territori di Fiore, le cui poesie vengono riprese e modificate in nome della nuova poetica dell’immagine. (altro…)

proSabato: Lalla Romano, Gli ospiti. Racconto

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Gli ospiti

Abitavo in un’altissima casa grigia di quindici piani, con piccoli appartamenti e nel mezzo una grande scala. Avevo deciso di uccidere un uomo, che abitava pure nella casa; io e lui eravamo i soli coinquilini. Portai un fucile da caccia in una piccola stanza in solaio e andai a prelevare l’uomo. Quest’uomo non aveva faccia. Gli esposi il mio progetto e lo invitai a seguirmi: egli non faceva obiezioni. Appena fummo su, la stanza cominciò a riempirsi di una strana nebbia bianca. Cercavo l’arma ma non riuscivo a trovarla, mentre l’uomo senza faccia era seduto su un sofà in un angolo. La nebbia si faceva sempre più fitta. Decisi di fuggire e infilai, invece della porta, la finestra. Appena fuori mi accorsi che la casa non era di quindici piani, ma di uno solo. Mi trovavo in uno sconfinato prato. Era notte; il cielo era pieno di stelle e le lucciole vagavano fra l’erba alta. Sempre più preso dal terrore mi misi a correre attraverso il prato, finché giunsi a una villetta antica con un cancello di ferro battuto. Entrai in una grande stanza dal soffitto a volta, con un tavolo rotondo in mezzo. Alcuni gravi vecchioni con baffi e barba stavano fabbricando aquiloni di carta colorata. Mi meravigliai vedendo che ero atteso. I vecchioni mi corsero incontro facendomi molte feste e invitandomi a rimanere con loro: mi avrebbero fatto preparare un letto sul balcone. Per la stanza erano sparsi molti grossi libri; sdraiato per terra, provai a leggerne uno. I libri stampati a caratteri enormi, con due o tre parole ogni pagina. Non li leggevo veramente, ma ciò che era narrato si ripeteva intorno a me. Entrò nella stanza un altro vecchio. Aveva la testa appuntita con un ciuffo di capelli bianchi in cima, e una barbetta pure bianca. Teneva in mano dei nastri viola, e si mise a tenderli all’ingiro, da una parte all’altra della stanza, in silenzio. Atterrito da quei nastri, mi diedi alla fuga per la porta della cantina. Mi trovai in uno stretto corridoio di pietra, poco illuminato da una luce verde. Camminai a lungo per molti corridoi simili a quello. Ogni tanto incontravo una porta fatta di sbarre di ferro, che si apriva da sola al mio passaggio. Finalmente, in un corridoio un po’ più grande, vidi venire verso di me l’uomo che io volevo uccidere, insieme a una signora luccicante di gioielli e al vecchio dei nastri. Questi teneva in mano una lanterna accesa che non faceva luce, ma aveva solo il colore della luce. Domandai a loro dove mi trovassi. Risposero che quella era la loro casa. Se volevo mangiare mi accomodassi pure in sala da pranzo, e mi indicarono una delle solite porte di ferro. Entrai e mi trovai in una stanza nuda, senza nulla che ricordasse una sala da pranzo. La porta non era più di ferro, ma di legno bullettato. La spinsi. Era chiusa. Per uno spioncino guardai fuori. Tutto era buio.

© Lalla Romano, in Le metamorfosi, Torino, Einaudi, 1951.

Poesie per l’estate #11: Lalla Romano, Un tempo amore

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

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Un tempo amore
mi conduceva per mano
era un bambino felice
voglioso di giochi, di gridi

Ma ora come un figlio non nato
nel mio grembo lo porto
perciò senza grazia cammino
e pallida è la mia faccia

Lalla Romano, in Giovane è il tempo, Torino, Einaudi, 1974

«Torino è Torino». A proposito de “L’immigrazione meridionale a Torino” di Goffredo Fofi

Fofi

Torino è Torino.
Non è una città come un’altra.
Giuseppe Culicchia [1]

L’immigrazione meridionale a Torino [2] di Goffredo Fofi è uno dei saggi-inchiesta cruciali degli anni del Boom economico. Caso unico d’indagine nell’ambiente operaio della città in quegli anni (fu rifiutato da Einaudi e pubblicato da Feltrinelli, ma nel 2009 è stato ripubblicato dall’editore torinese Nino Aragno) in grado di toccare aspetti del lavoro tra secondo dopoguerra e anni Cinquanta sino al ‘63, è stato ed è tutt’ora uno strumento utile perché tratta delle condizioni di vita degli immigrati in città approfondendo le contingenze culturali in una dimensione fortemente comunitaria. È inevitabile mettere in relazione il saggio con testi letterari affini: si viene a creare così quel legame con alcuni ‘repertori della realtà’ capaci di riconoscere in questo saggio una funzione cruciale e ‘di valore’ ancora avvertibili nel presente, e non solo per chi ne fruisce in ambito ‘scientifico’.
La Torino che riverbera nelle parole di due autori in antitesi come possono essere Lalla Romano e Giuseppe Culicchia, è una città che si riconosce già nell’inchiesta di Fofi. Lalla Romano (1906-2001) – autrice del secondo Novecento oramai canonizzata – mi ha lasciato impressa nella memoria la fotografia di una Torino degli anni Venti nella narrazione autobiografica di Una giovinezza inventata,[3] in cui lo sguardo provinciale e “ingenuo” di Romano, originaria di Demonte (Cuneo), conferisce alla città un’aura di timida e luminosa bellezza, tutta interna ad un certo filone intimista della nostra letteratura: la Torino di Romano è un piccolo-grande mondo ‘protetto’ e ‘lirico’, in cui gli imponenti edifici sabaudi sono rifugio, casa di un sé che contiene le spinte opposte di una gioventù curiosa ma morigerata.
“Esplosa” e postmoderna è invece la Torino di Giuseppe Culicchia, in particolare nel suo primo romanzo Tutti giù per terra [4] e nella ‘guida’ Torino è casa mia [5]: nato nel ’65 in città, cresciuto nella scuola di Pier Vittorio Tondelli, Culicchia è stato forse il più importante autore della sua generazione ad aver inquadrato la trasformazione cittadina negli ultimi trent’anni. Soprattutto nei suoi romanzi pulsano temi importanti quali le trasformazioni politiche e sociali dagli anni ’60 agli anni ’80, con scorci della ‘vita di lavoro’;[6] la stagione della rottura col sindacato tra gli Ottanta e i Novanta; [7] la riqualificazione di alcuni quartieri (si vedano i Murazzi o il Quadrilatero Romano oggi), la speculazione edilizia contemporanea, la ghettizzazione degli immigrati del Duemila.[8] La Torino del dopoguerra, della crescita industriale, del movimento operaio e poi del ’68, dell’autunno caldo, degli Anni di Piombo, della stagnazione sindacale, passa nelle pieghe di quest’autore figlio di uno strascico del “baby boom”, e così accade per la storia industriale della città, stratificata e costellata di esperienze “dure” e “sotterranee” precedenti anche all’intervento di Fofi. (altro…)

Insegnare, imparare, ascoltare, dire il silenzio

what-silence-is

THE WORLD USED TO BE SILENT
NOW IT HAS TOO MANY VOICES
AND THE NOISE IS A CONSTANT DISTRACTION
THEY MULTIPLY, INTENSIFY
THEY WILL DIVERT YOUR ATTENTION TO WHAT’S CONVENIENT
AND FORGET TO TELL YOU ABOUT YOURSELF
WE LIVE IN AN AGE OF MANY STIMULATIONS
IF YOU ARE FOCUSED YOU ARE HARDER TO REACH
IF YOU ARE DISTRACTED YOU ARE AVAILABLE
YOU ARE DISTRACTED
YOU ARE AVAILABLE
YOU WANT FLATTERY
ALWAYS LOOKING TO WHERE IT’S AT
YOU WANT TO TAKE PART IN EVERYTHING AND EVERYTHING TO BE A PART OF YOU
YOUR HEAD IS SPINNING FAST AT THE END OF YOUR SPINE UNTIL YOU HAVE NO FACE AT ALL
AND YET
IF THE WORLD WOULD SHUT UP
EVEN FOR A WHILE
PERHAPS
WE WOULD START HEARING THE DISTANT RHYTHM OF AN ANGRY YOUNG TUNE – AND RECOMPOSE OURSELVES
PERHAPS
HAVING DECONSTRUCTED EVERYTHING
WE SHOULD BE THINKING ABOUT PUTTING EVERYTHING BACK TOGETHER
SILENCE YOURSELF

John Cassavetes, Opening Night (1977) poi in Savages, Silence yourself intro (Matador Records / Pop Noire, 2013)

Questo breve focus non pretende di essere esaustivo su un argomento che affascina, divide, allontana, concilia, cerca dentro di sé le ragioni o le non ragioni, come avviene con le grandi riflessioni che spingono il pensiero umano a porsi in difficoltà con se stesso, il lotta con i suoi limiti, per espandersi e nutrirsi, autorigenerarsi.
Spiegare cosa sia il silenzio è di per sé un’operazione paradossale e qui non si tenterà di farlo ma di dare degli indicatori, delle direzioni percorribili o meno; ‘silenzio’ è una parola che esiste (potremmo dire semplificando) per opposizione, esiste quando non c’è, e nel non esserci si presentifica, in un presente marchiato dal frastuono che talvolta si tramuta in un vero e proprio ‘disagio acustico’ in cui quotidianamente siamo immersi, e che ci fa ritornare a pensare di aver bisogno, di aver necessità di ricercare qualcosa che si è perso, di incagliarsi in un ragionamento che porta a sconfinamenti, derive, di pensiero, di intuizione, di concezione. Nel 2011 all’interno della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (Arezzo) nasce l’Accademia del Silenzio, un luogo-progetto accessibile, predisposto alla possibilità di fruizione di ciò che il mondo contemporaneo difficilmente concede con libertà, secondo numerose declinazioni che abbracciano più discipline, e soprattutto fanno perno sull’indagine filosofica.

silenzio come appagamento
silenzio voluto
silenzio cercato
silenzio pieno, non vuoto
parole di silenzio
silenzio consistente
compatto eppure leggero
consenziente
affermativo
consolatorio
ricordo, non dimenticanza
pregnanza.

.              (Lalla Romano, “Diario ultimo”, Torino, Einaudi, 2001)

Una pratica di educazione al silenzio, di ricerca attorno ad esso, in Occidente è sempre più voluta, come ben esprimono i versi di Lalla Romano citati anche da Duccio Demetrio nel suo volume I sensi del silenzio. Quando la scrittura si fa dimora (2012), e che con Nicoletta Polla-Mattiot, autrice di Pause. Sette oasi di sosta, sull’orizzonte del silenzio (2012) ha istituito appunto l’Accademia citata. I due sono tra i primi studiosi e saggisti ad aver pubblicato dei brevi volumi per Mimesis Editore (Milano-Udine) in una collana dedicata e che esplora molteplici direzioni e possibilità, artistiche, filosofiche e antropologiche, che concernono la cura o la speculazione, attorno al tema ‘pregnante’ del silenzio, senza dimenticare la letteratura, la poesia e la musica come bacino in cui confluisce un immaginario culturale ampio e anche destrutturato attorno a questo tema. Al progetto scientifico infatti partecipano Franco Loi, Emanuela Mancino, Carlo Sini, Francesca Rigotti, Marcello Sesa-Bianchi e altri, i quali indagano, esplorano, ribaltano, mistificano e demistificano in brevi volumi, il polimorfismo del silenzio, seguendo diagonali di ogni genere, concedendo spunti ma intessendo anche domande, sollevando questioni che riguardano un orizzonte più ampio di quello filosofico, che concernono perciò il campo dell’esperienza umana quotidiano, e oltre.
Esperienza significa assimilare al tema del silenzio anche quello vicino del ‘tacere’, del non-detto, consapevole, imposto, imposizione consapevole e inconsapevole; atavico silenzio questo, che − poniamo due facili esempi − tesse le fila da un vecchio detto in cui si afferma che “alle donne si addice il silenzio” così come si addice all’uomo ‘vuoto’, sino all’incomunicabilità espressa dal celebre quadro di René Magritte Les Amants del 1928, nelle sue diverse versioni, tacita, non-più-comunicabilità. Eppure, nel Novecento, una cruciale riflessione musicale attorno al silenzio, vale la pena ricordarlo, è stata posta da John Cage (di cui si può leggere anche qui), il quale affermava che “il silenzio accade”, ed è quindi non soggetto a intenzionalità. Partendo dal verificarsi del silenzio, (in)controllabile, non-volontario (che cozza in parte dunque con lo ‘zittire’ e dello ‘zittirsi’), viene da chiedersi come sia possibile mettere in atto la plausibilità di insegnare la ricerca del silenzio, del ritagliarsi un proprio autonomo spazio silenzioso nel quotidiano vivere. Solamente spostando l’affermazione di Cage, rendendoci muti però all’ascolto, come suggeriscono le Savages nello spoken intro del primo album Silence Yourself  facente parte del brano Shut up (citazione dal film La sera della prima di John Cassavetes), un invito o una preghiera, a cercare se stessi nella velocità, nel tutto (all in all is all we are recitava Kurt Cobain) rendendosi però silenti, silenziosi, e trasferendo ‘l’accadimento’ del silenzio in un campo più ampio, quello in cui in cui il rumore che rende distratti ma anche disponibili sia la molla che faccia muovere verso la fattività del silenzio. Un campo aperto, in cui consapevolezza e inconsapevolezza del capitare del silenzio si dibattano, in cui soprattutto si traducano e si dicano in ‘atto’ e in una lotta di posizioni inconciliabili, conciliabili solamente con la contraddizione di cui il ‘silenzio’, così come (per dirne alcuni altri) la voce, il tempo, lo spazio, l’anima, dio, il mondo e l’uomo − che produce tutto ciò − ordinariamente vivono.

*La foto è di Barbara Leung.

© Alessandra Trevisan

Goffredo Parise: poesie

parise3Pubblico oggi alcuni testi di uno scrittore da rileggere, con un breve e non esaustivo cappello, ma che ci dice qualcosa su di essi, per una più agile lettura. Goffredo Parise (1929-1986) è stato un autore molto importante per il secondo Novecento italiano, e si è occupato per la maggior parte della sua vita di prosa. Ancora oggi è ricordato per i Sillabari, editi nel 1972 e nell’82 (con cui vinse il Premio Strega); brevi racconti sui sentimenti umani, ad opera di uno scrittore attento alla lingua e al linguaggio, con sensibilità poetica, intesa – anche – come “giustizia” nei confronti della parola. Però Parise già nel ’51, quando pubblicava Il ragazzo morto e le comete (Neri Pozza, 1951; Torino, Einaudi, 1972; Milano, Adelphi, 2006), suo primo romanzo, dichiarava che la poesia non era cosa per lui perché durante gli studi s’era imbattuto in Carducci, che l’aveva tenuto distante da questo genere letterario. Prima di morire tuttavia, ha scritto poesie. Alcune di esse le leggiamo qui oggi; la selezione comprende anche un frammento da I movimenti remoti del 1948 (pubblicato da Fandango, Roma, 2007), di molto precedente alle liriche che seguono, ma che si rivela vicino invece alle prime opere dello scrittore veneto.
parise7Nel 1989 Cesare Garboli pubblica una recensione su «Mercurio», supplemento di «La Repubblica», in cui stronca le liriche di Parise, etichettandole come oscene, “testi-limite”, svuotati di senso poetico. In realtà questi testi si legano letterariamente e per temi alla prosa di Sillabario n.2, e all’ultima produzione, anche alla saggistica e alla scrittura giornalistica: Parise è stato reporter di guerra, in Vietnam e Indocina e ne ha scritto in Guerre politiche (Einaudi 1976 e Adelphi 2007); Parise ha guardato il mondo post Sessantotto con gli occhi di un autore a cui mancano i punti di riferimento e che riversa nella sue opere le cifre di un mondo che cambia. Ma queste liriche richiamano alla memoria un senso di fine che c’è anche nella poesia di Lalla Romano e nel suo Diario ultimo (Einaudi, 2001), in cui i ricordi dolorosi emergono nel momento della malattia e della cecità – che affliggeva anche Parise -. Dice bene Dalila Colucci, in quest’articolo che aiuta ad orientare la lettura dei testi: «il linguaggio di Parise, seppur nella frammentarietà, è stratificato, eccezionale, fatto di prestiti da lingue straniere, neologismi, che fan parte del linguaggio della prosa già. Queste poesie-non poesie (tornando alla lettura di Garboli), son costruite su forme ellittiche sia nella lingua sia nella metrica e la loro lettura presuppone un lettore che sia il doppio dell’autore». L’analogia di significati sfugge, è sfocata; «il montaggio è jazzistico», lontano dalla poesia italiana e probabilmente si nutre della forma di altre lingue (forse l’inglese). Non si afferra il senso ad una prima lettura: si deve entrare in queste poesie pensando ai richiami e rimandi di prosa, alla eco che hanno con altre opere, poiché in quel tessuto stanno. Per un scoperta o una rilettura, in attesa di leggere un’analisi critica più ampia.*

© Alessandra Trevisan

*

Dove andiamo?
Dove ci porta l’inquieta atmosfera?
nei giorni di pioggia,
nei giorni di burrasca,
quando le umide orbite
anch’esse stillano,
stravolte, illuminate,
nel cuore dei temporali?
quando le persistenti litanie
sbattute dagli scrosci violenti
si frantumano
in mille solitari richiami?

[da I movimenti remoti, 1948.]

*

Pareva questione di un attimo
afferrare il bandolo
invece
di colpo
fu troppo tardi
come animali
non restava che
attendere il gas.
Ma quanto lunga l’attesa
quasi quanto il bandolo
e non sentivi
che il sibilo era già
cominciato da tempo.

30.3.86

*

Rabbino

Nel fumogeno antro
di terza classe
prese posto un uomo
con abiti e cappello nero
barba e riccioli di fiamma
ai viaggiatori volle
imporre discrimine?
Nessuno può dirlo
ma a chi attaccò bottone
l’uomo rispose
no hay de Kabbalar

Più tardi aprì una fessura
della sua borsa nera
da medico
per cavare un untume kosher

Fu un attimo
un bambino vide brillare
all’interno
bisturi e pinze.

2.4.86

*

I tamponi poco chiari
inzeppano i culs de sac
del canale sotto bassi archi
di case ex patrizie
e stillicidio di fogne:
promenades di losche tope.
È questo il destino
della pigrizia
Dove non è piacere
è mestizia.

4.4.86

*

Fu il ramarro e non tu
smunta formica
a udire le sirene

Chi lo vide Ulisse?
forse l’occhio del polipo
attratto dalla luna

ma fauna d’acqua
ne udì la chiglia
per sentito dire.

22.4.86

*

Il pneuma è ostico
il gurgo impossibile
per eccesso di specialità
gastrotecnica

Qualcuno ex muratore
o maestro di scuola
ha deciso
che l’umanità
deve sfoltire
i radi capelli
o lasciarne altri, più folti
da sfoltire a loro volta

L’uomo non è che tricot
dove la viltà si addensa
per un minuto di più
di miserabile vita
come non toccasse anche a loro
agli ex muratori
che in buona salute
covavano cenere
sotto la brace

Non è più tempo dei più
i meno giocano la partita
fino alla coppia fatale
della scala reale
Dollaro o rublo
annullano il fixing
nel cinerario finale

Vale.

8.5.86

*

Trecentomila o muori
messaggia tua madre
ottuagenaria e cieca
platinata croupier
nel gioco della vita
ne sa ben più di te

devi obbedire
alle ore contate
dalla longeva megera

chi più di lei
conosce il tuo quid
l’ovulo è marcio
già da gran tempo
non è certo
questo di primavera
vento
a farlo rifiorire

Ma il gioco è corto
e l’orto non farà in tempo
a dare i suoi frutti
prima che tu abbia dato i tuoi

Come vediamo si tratta
della cifra del vivere.

I0.5.86

*

Orsù Jack
animo Wladimir
alzate i fari
più alti
illuminate le uniformi
di questi vecchi Papi di pezza

Uff che polvere
che cipria
guarda quello Jack
credeva di essere un re
Uff che stracci

Non era certo così
quel danese vestito tutto di nero
non pareva nemmeno morto
Via via ragazzi
troppa polvere di storia
disinfestiamoci
presto ragazzi

Questo è ciò che fu
tuffiamoci ora nell’uranio
e che l’ombra del nero principe sia con noi.

I2.5.86

***

Non si possono leggere nel Meridiano Mondadori dedicato all’autore, ma le poesie di Parise son reperibili altrove in queste edizioni: Dieci poesie, a cura di Silvio Perrella con un disegno di Giosetta Fioroni, Milano, Rizzoli, 1997; Poesie, a cura di Silvio Perrella, Milano, Rizzoli, 1998. Una selezione è apparsa anche ne l’Almanacco dello Specchio Mondadori 2010-2011, con introduzione di Maurizio Cucchi.

*A tal proposito, si rimanda al saggio che contiene tutti i testi Nessuno crede al merlo d’acqua. Le ultime Poesie di Goffredo Parise di Dalila Colucci, Isernia, Cosmo Iannone Editore, 2011.

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Lalla Romano: poesia a piccoli morsi

LALLA ROMANO: POESIA A PICCOLI MORSI

di Alessandra Trevisan

Nascere pittrice, divenire prosatrice, masticare la poesia: Lalla Romano, attraversa il Novecento così, divisa tra tre modalità espressive diverse; due arti quella della raffigurazione e quella della scrittura che trovano apici di senso e vicendevolmente si rigenerano. Soprattutto è la poesia ‘come vocazione’ a rigenerare la prosa di Lalla Romano – secondo la lezione di Montale, e ancor prima di Mallarmé -, una poesia che pare intermittente e ponderata, date le sole tre raccolte uscite in vita, nel 1941 Fiore, nel 1955 L’Autunno e nel 1974 Giovane è il tempo (oggi in Poesie), ma che è sostanzialmente calata nei romanzi, nei giri di frase, nelle forme narrative che si spostano dalla prosa pura: si pensi ai tardi volumi Diario di Grecia coevo alla raccolta del ’74, Le lune di Hvar (1991), Dall’ombra del 1999 e il postumo Diario ultimo del 2001, tutti editi da Einaudi. La vita a bocconi dei e nei romanzi, narrata con grazia anche estetica nel suo ripiegamento verso il sé (un sé curioso, vorace e attento eppure delicatissimo) poiché Romano è dichiaratamente autobiografica e autoreferenziale, ed è nelle poesie ritagliata con pazienza, smozzicata con grazia, quasi a voler gustare ogni sfumatura di sapore: è infatti la vita un vero cardine, tratteggiata con un pennello sottile come la poesia, come avviene in Una giovinezza inventata (Einaudi, 1979) romanzo in cui l’autrice ci riporta nella Torino degli anni ’20 per raccontare della sua iniziazione al mondo dell’arte, dell’amore, del convitto femminile, in un quadro storico poco rassicurante ossia quello dell’inizio del Ventennio. Ed è certamente in Giovane il tempo che si raggiunge un alto contenuto che prosegue solo, più alto, nel Diario ultimo e ‘definitivo testamento’ che sarà pubblicato immediatamente dopo la morte. Ci sono già nel ‘74 i temi del diario, il silenzio e la musica, le riflessioni sul tempo, su Dio, sulla vita e sulla morte anticipate, diluite, per farle sembrare amare a sufficienza (Vita cerchiamo e simile alla morte/ una infinita pace ci sommerge). C’è il Piemonte, c’è la natura, c’è lo spazio bianco ossia il respiro delle parole “che solo così vivono sulla pagina”.

A ricordarci chi siamo
stanno barriere pareti silenzio:
per attutire l’amore

Come i complici fingono
tra loro di non conoscersi
noi ci passiamo accanto
con spasimo e senza gioia

Ci trasciniamo come corpi
mutilati, storpi: adeguati
ad un mondo diviso

Romano si serve di versi della tradizione, in prevalenza settenari, con qualche novenario a spezzare la fluidità del ritmo; il suo è un mettere a fuoco la complessità del vivere, il peso dei giorni. Il corpo, il silenzio, l’amore e la gioia (un sentire elementare di cui si è spesso privati, fagocitati invece dal ‘mondo in corsa’) sfocano l’indifferenza del presente, chiave di questi versi. Anche nei versi che seguono, settenari, novenari, endecasillabi, il silenzio è mantra, voce-musica, “silenzio come pienezza e sostanza”, con chiusa finale a sentenza, invalicabile:

Musiche nascono e muoiono
Sono ancora parole
Soli ardono si spengono
sono ancora tempo

Solamente il silenzio
oltre il gelo dei mondi
oltre il solitario passo dei vecchi
oltre il sonno dimenticato dei morti

solo il silenzio vive

Scriveva nel 2000 quasi cieca: Perché il mondo per un cieco è più poetico?/ Perché la poesia è innanzitutto spoliazione […], e lo testimonia anche la profonda necessità di fare della poesia un mezzo per interloquire con l’amore, con l’altro, il compagno, come nella raccolta postuma Poesie per Giovanni (Ventimiglia, Philobiblon, 2007). Ed è sì la poesia ‘ricerca nuda’, ed anche «la possibilità, la libertà, la suprema libertà» di espressione come lei stessa rivela ne L’eterno presente (conversazioni a cura di Antonio Ria, Einaudi, 1998), da conciliare con l’immediatezza che non è prolissità né sovrabbondanza, bensì cifra di stile come nella musica, come nella pittura.

***

Di Lalla Romano consiglio un profilo sul sito della Rai ‘Scrittori per un anno’ http://www.scrittoriperunanno.rai.it/scrittori.asp?currentId=20. Su consiglio di Maddalena Lotter, alle poesie di Lalla Romano accostiamo la musica di Gabriele Fauré: http://youtu.be/n2bYmnWvFKo

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56552