lago dei cigni

Odette

[Questo breve racconto, modulato nel ritmo e nella dinamica sull’assolo di violino del Pas de deux del Lago dei cigni, fa parte di uno studio più ampio condotto sulle musiche di P. Tchaikovsky e sulle loro rielaborazioni. Uno scritto critico a riguardo è già apparso su Poetarum Silva, qui.]

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Siete anche voi di quelli che credono alla grazia dei cigni?
Vi prego, adesso, di guardarne uno. Venite a pelo del lago, guardate me, guardate ciascuno dei miei compagni. Troverete grazia nella sua scivolata, nell’apertura grandiosa delle ali e nel volo a punta di fionda. Ma guardate i suoi occhietti arcigni, la fumata di nero che li ancora al becco e gli scatti folli, incontrollati della sua gola. Ascoltate lo strillo scomposto del cigno e osservate la sua camminata.
Sono Odette, cigno bianco, e di grazia non ne ho avuta mai.

Eppure lui è venuto, con tutta la luna che c’era è venuto e lui sì che aveva grazia sulle sue gambe rapide di umano. Principe magro, tiranno dal sorriso irregolare, si spettinava la brina dai capelli e annusava l’aria come un canide.
Ricordo che cercai di volare mentre lui mi strattonava le ali, mi chiusi dietro siepi come aculei d’istrice, barricata e ostile a ogni tocco. Pensavo senza pensarlo che uscire mi avrebbe resa tenera come una sorella e paziente come una madre e pazza come un’amante e del tutto progettata per lui. Temevo il cacciatore e vedevo spavaldo, luminoso, uno che sanguinava.
Quando vidi il sangue mi incendiai, lo volevo perché mi voleva (e mi voleva, lui, perché il mio primo strillo fu il suo nome quando ancòra lui era bambino alla finestra?). Persi il bianco delle mie penne e poi ogni piuma. Umana, nuda, sentivo il suo ginocchio premere il terreno. Per lo schiocco misi la mano a coppa e scudai l’osso perché non battesse.
Se l’altra, il cigno nero, ha i miei occhi, non è colpa di lui. Io non ho colpa di essere la bianca. E se lei mai gli avrebbe preso il ginocchio tra le piume scure non è colpa di nessuno di noi tre.
Dove le mie mani gli sono state coppa c’è un’ustione, e adesso che lui è al di là del suo castello sento il tema tornare dagli spalti, a ogni atto la stessa intonazione e a ogni atto un volume più assordante. Mi guardate?
Non conosco il fondo del crepaccio che vedo. So che c’è una terra lontana, potrebbe essere lì in basso, dove i prìncipi vanno alla cerca, ogni sire la medesima coppa. Ogni sire la medesima coppa, mentre io volevo essergli Graal.

© Giovanna Amato

 

Tre cose appena su Tchaikovsky

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(Dove non specificato, per ogni riferimento si rimanda all’archivio digitalizzato di lettere e manoscritti presente nel sito tchaikovsky-research.net. Tale, rispetto a Čajkovskij, è la traslitterazione scelta per questo articolo per questioni di frequenza dell’uso

  1. Vita

Nella sua Storia della musica (Ricordi 1989), Riccardo Allorto riporta un passo di una lettera di Tchaikovsky a un destinatario non specificato: «io possiedo la facoltà di esprimere con la musica, in modo veritiero, sincero e semplice, i sentimenti e gli stati d’animo». Una consapevolezza per nulla serena, e un talento vissuto con il senso di scontare ogni singola nota.
La vita di Tchaikovsky – o meglio, la maniera in cui Tchaikovsky accolse gli eventi più tranquilli come quelli più surreali – fu una vita resa intensa e dolorosa dal secondo grande talento del compositore russo: la tendenza a patire ogni esperienza, come se la percezione fosse resa più acuta attribuendosi una colpa attorno cui far ruotare i fatti.
Quello che molta critica ancora gli rimprovera è l’avere scaricato molta di questa nudità nelle sue composizioni. Continui eccessi languidi, overdose di sentimento, finali spesso tirati all’esasperazione. Eppure rimane una pulizia, sotto il frastuono, come quando ci si ferma a parlare con un coltissimo divulgatore. Le sue linee sono spesso ovvie, orecchiabili, tanto da rendere difficile pensare che non esistessero prima che lui le fermasse su carta: dalla celesta della Danza della fata dei confetti all’attacco del primo Concerto per pianoforte, i brani più celebri sbriciolano chi li ha scritti ed entrano nella grammatica dell’ascoltatore. Tchaikovsky aveva l’abilità di parlare una lingua accessibile, che come ogni bagaglio linguistico non è sottoposta a usura.
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