Ladolfi editore

Antonia Pozzi in Portogallo #2

averno088Si può parlare di fortuna critica di Antonia Pozzi in Portogallo?
Evidentemente sì, se si guarda alla sola piccola ma grande casa editrice Averno, la quale, negli ultimi cinque anni, ha dato alle stampe non solo una scelta di poesie tradotte in portoghese da Inês Diaz, ma ora pure un volume critico a lei dedicato che altro non è se non la traduzione in portoghese di buona parte degli Otto studi su Antonia Pozzi che Matteo M. Vecchio diede alla luce per Ladolfi nel 2012 (seconda edizione, corretta e riveduta, l’anno seguente).
Sorprende una scelta così coraggiosa all’estero per dei contributi critici che qui in Italia, seppur accolti in alcuni casi con sincero entusiasmo, sono presto passati in silenzio per non disturbare il sonno delle “pie donne”, custodi – per autoproclamazione – della memoria e della figura della poetessa suicida (ma guai a parlare apertamente di suicidio, ancora nel 2016!), e del nuovo “priore” che ormai pare monopolizzare ogni possibile lettura della poesia della Pozzi (salvo poi rinfacciarsi vicendevolmente nei propri interventi le mancanze, le pecche, le cantonate, e via discorrendo).
Dietro a questa edizione portoghese, ossia Porque a poesia tem esta missão sublime – Antonia Pozzi (Averno, 2016), che riprende sin dal titolo la seconda edizione degli studi di Vecchio, ritroviamo il poeta-traduttore José Carlos Soares e la traduttrice Serena Cacchioli, da anni impegnata nello studio e nella divulgazione della poesia contemporanea portoghese.
Ma credo, senza mancare di rispetto a nessuno, che questo nuovo progetto sia dovuto all’impegno e alla sincera passione di Soares, già prefatore di Morte de uma estação, l’antologia di poesie della Pozzi scelte e tradotte dalla Diaz (Averno, 2012), cui accennavo in apertura. Ed è come se si chiudesse un primo cerchio, timidamente aperto nel 2012 con l’antologia, che già accoglieva a mo’ di postfazione un primo contributo di Matteo M. Vecchio tradotto in portoghese, portando ora l’attenzione sull’analisi del portato poetico della Pozzi; quell’analisi precisa, filologicamente puntuale, alla quale i lettori di Vecchio sono usi da tempo e che non poche volte ha messo in dubbio alcune letture dogmatiche che da anni si ripetono come mantra e che pare non si voglia mai mettere in dubbio.
Ma il Portogallo è vergine e perciò ricettivo, sicché la posizione ‘eretica’ che questi studi hanno da subito assunto nella vasta tradizione critica italiana, inaugura di fatto sulla sponda atlantica della penisola iberica una nuova era della fortuna europea della ‘eternamente giovane’ Antonia Pozzi, nella speranza che gli sconvolgimenti climatici di questi ultimi decenni portino pure alle italiche sponde qualcosa di quelle correnti atlantiche così sorprendentemente cariche di vita e ricettive.

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© Fabio Michieli     su Twitter @michielabio

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Mala Kruna di Franca Mancinelli

Immagine 002Titolo:  Mala Kruna

Autore: Franca Mancinelli

Editore:  Manni Editore, 2007

Sono già trascorsi quasi sei anni da quando è uscito il primo libro di Franca Mancinelli Mala Kruna, che in croato significa “piccola corona di spine”.  Fra qualche mese vedrà la luce il suo nuovo libro, che contiene le poesie scritte in questi ultimi anni. Sono già apparsi alcuni inediti, sia in importanti antologie come La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta, a cura di Matteo Fantuzzi (Ladolfi editore, Borgomanero 2011) e Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi 2012), che su importanti riviste come Poesia Luglio/Agosto 2012 N.273 dell’editore Crocetti.

In sintesi la poesia della Mancinelli si fortifica nel tempo, diventa più materica. Per questo, parlare dell’opera prima Mala Kruna, connessa all’intervista rilasciata dalla stessa autrice a Lorenzo Franceschini, assume un’importanza notevole ai fini della comprensione. Si spiegano i punti di svolta, gli attimi del cambiamento, e anche i luoghi verso cui la poesia della Mancinelli potrà spingersi.

Mala Kruna rappresenta un’opera prima di impatto, compie una metamorfosi che attraversa le prime età della vita, un libro guida per una crescita interiore dove il corpo non solo è prolungamento del proprio essere, ma anche e soprattutto contatto primario con la terra, con la materia. L’esergo che apre il libro sono dei versi tratti dal ventiseiesimo canto dell’Inferno Dantesco: “né dolcezza di figlio, né la pieta/ del vecchio padre, né ‘l debito amore”che narra gli abbandoni degli affetti per conoscere il mondo, per attraversare quello che siamo attraverso il ricordo: “dal giorno che non rispondi allo sguardo/ cresce la ruga sul gomito il ricordo,/ sui tavoli dell’asilo non segui/ l’impronta non pensi/ che oltre la giostra/ c’è ancora lui che dorme in fondo,/ e non lo vuoi svegliare”.

Il libro sembra costituito da stazioni letterarie precise, che scandiscono non solo le età e il viaggio verso la stagione adulta, ma anche la regolarità della vita, i suoi progetti interiori spesso abbandonati o ripresi in altre sfaccettature. Una delle cose più importanti e ricorrenti che trapelano in Mala Kruna è  il traguardo dell’accettazione di sé.

Il primo capitolo del libro “Oltre la giostra” tratta gli spazi dell’infanzia, le sue innumerevoli fantasie, le sue radicali aperture al mondo. “questo paziente ostinato amore/ nel gesto che fai di muovere passi/ avanti e indietro nella sala, mentre/ col braccio e un ginocchio fingi/ di addolcire una cuna sulla sterrata/ come dondola il mondo e le cose/ di nuovo tremano, anch’io/ sarò nel buio”. Il colloquio sembra animato da una proiezione di sé e dalla figura astratta di un adulto, che é una bussola, un punto di riferimento e smarrimento costante: “sospeso nel volo breve di un cenno/ “stanco e non torno indietro”/ nitido lo starnuto/ del cuore. “Prendi una medicina”/ ma lui guarda lontano/ l’orizzonte senza credermi/ e non so quale lotta poi continui/ più grande, e che gli ricolmi un giorno./ Restano i suoi occhi lontano,/ oltre la linea mobile del grano.” O anche come nella delicatissima Certezza: “ lui ancora veglia ogni vena sul viso/ cauto che il pianto di smorfia o febbre/tacesse custodito/ nell’abbraccio che è il vestito/ macchiato di ogni giorno”. Quest’ultimo è l’unico testo del libro che porta un titolo, come se sottolineasse una sicurezza. La poesia di Franca Mancinelli si propone a frammenti, come un grande poema fatto da piccoli tasselli di energia, pieni e completi.

Il secondo paragrafo Il mare nelle tempie si apre alla scoperta del corpo, non più verso di sé, come può valere nel periodo dell’infanzia, ma verso gli altri, nelle grandi reazioni dell’adolescenza. “un filo di luce da vetro a porta/ teso a farmi parlare dentro l’ago d’amore/ all’inizio del corpo”. Così ogni cosa si modella nel vivere e la lingua si risveglia dalla sua antichità per ritrovare il passo e la durezza del descrivere. Ogni domanda non può ottenere risposte ma quello che conta è esserci, poter invadere lo spazio con il proprio corpo che è in costante trasformazione, diventando vera materia, osso, parte del mondo. “Hai baciato il mio osso sporgente/ l’anca ramo ricurvo:/ svanisce il filo di sassi sulla schiena/ e ti siedo di fronte/ a radici aperte./ E’ un’immagine chiara, a lungo/ devo sfogliare prima che combaci/ ma ora che ricordo sono io:/ i lobi luccicanti appena incisi,/ un sorriso di fortuna/ dalla sua mano un fiore s’avvicina,/ apro gli occhi al lampo, e il taglio/ della luce è mio.”

Nei testi ci si trova spesso davanti ad un reale franato, che precipita nell’incertezza continua. L’amore verso l’altro è la conquista di una passione, di uno spazio proprio; conquista dell’istante esatto in cui le cose hanno gli accenti giusti per parlare e muoversi nelle possibilità, negli occhi pronti per guardare. “nella notte un estuario le tue braccia/ sono rami di quercia/ setaccio senza fondo/ sasso chiaro che precipita/ un granulo di terra che ci scioglie/ sono sempre stata qui/ all’inizio della vita/ guardando queste cose/ muoversi nei tuoi occhi”.

Con il terzo capitolo Nel treno del mio sangue, le domande iniziano ad ottenere le prime risposte, i pensieri si sciolgono, diventano promessa di vita, l’esistenza si può iniziare a concepire come esperienza comune. “quando mi dormi in mente/ la stanza ha il tuo profilo/ ed ogni cosa un posto/ come le vene./ Sei il figlio, e il piccolo animale/ fermo sulla terra/ annusata cercando la radice/ la traccia, la coda di una promessa/ che trattengo, fino a che è rotto/ questo bavaglio, e il pensiero/ si disegna nella linea/ aperta delle nostre mani”.

Tutto questo può anche finire o fermarsi, ma il viaggio è vita, non si può arrestare in nessun modo e per nessuna ragione. Bisogna in ogni istante di resa, rialzarsi, rimodellarsi al vivere, al quotidiano sempre più ordinario e ostile. “che qualcosa finisca/ e non resti l’affetto/ come spina nella bocca./ Così sciolgo la veste che le labbra/ fanno col buio punto dopo punto;/ sono in strada, tra le spalle non trovo/ un davanzale dove respirare/ intreccio le mani sul ventre e sono/ creta sul letto di un fiume di passi.”

L’ultimo capitolo di Mala Kruna si intitola Un rudere la casa e segna in modo indelebile la fine di un primo lungo viaggio, il compimento di una tappa tanto attesa.  Il ritorno ad un luogo primo, unico, come rudere, come luogo di appartenenza e di continua deriva e frammentazione. Ma queste frane sono fatte per smuovere, per collassare nelle parole dove il corpo diventa un’infinita costellazione di sensi e la sacralità degli atti acquista nuove forme e nuovi disagi. “ora in te è un rudere la casa/ franata in una notte, ora/ la betoniera mastica la calce,/ il tetto spiovuto, la preghiera/ che mantenevi aperta con le mani./ Di tutte le stanze resta/ l’incavo intonacato dello stomaco./ Tu pesti le sue pozze d’acqua stagna/ e la saliva che discende/ per essere inumata.”

In ultimo, la fine di ogni viaggio è una nuova partenza, come la conclusione di ogni libro o di ogni poesia, è sempre andare oltre, in ricerca costante. Non c’è altro che tornare e pestare con voglia estrema questa terra, questa materia che per Franca Mancinelli è la vita stessa: “guardo il buio con queste/ corde che si muovono, e ascolto/ la nave luminosa che si ferma./ Prenoto e annuncio ancora il mio partire:/ oltre la grata della porta il vuoto/ s’alza come una torre; e un altro/ vicino a me é ancorato/ e si sbriciola in passi sulla strada. E io non so/ se salgano o scendano le corde/ da questo pianerottolo, ma vedo:/ l’immagine di me che si spazienta/ entrare con i piedi su una terra/ morbida e pestata molte volte.

Clicca qui per leggere l’intervista a Franca Mancinelli

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

A proposito di “Per camminare rapidi sulle acque” di Domenico Ingenito

di Luca Minola

Ingenito

È un incessante lavoro sull’uomo il primo libro di Domenico Ingenito Per camminare rapidi sulle acque” In ogni frammento, l’essere umano viene ricercato nella distanza dall’altro e da se stesso. È una ricerca d’amore, di amicizia fedele per “un’alta, perpetua ansia di rinnovamento”, come scrive all’inizio nella bella introduzione Tommaso Di Dio, che deve nascere dall’unione e dalla forza persuasiva della poesia, scritta, rappresentata in parole esatte: “E non l’avevo mai capito io/ se nel pulsare stretti fra le braccia/ fosse mio oppure tuo quel cuore./ Qui dentro adesso amore nulla batte/e mi chiedo quali siano per te/ dell’addio le parole esatte.”

Nella prima sezione del libro L’angelo e il fuoco: O correnti profonde della Stella si incontrano classicità e tradizione (La Dama del Mondo e Gaspare Stampa, Petrarca e Hafez), così come omaggi a grandi poeti contemporanei nel caso di Architettura (contro il silenzio di Herberto Helder): “Città sono finestre roventi/ sventrate piazze meridiane,/ stanze scardinate dalla pioggia:/ volti come girassero su cardini,/e dentro ogni cosa, la morte, o la follia./ Statue incarnate, nel sangue innalzate./ Il silenzio poi ripiegato/ prostrato nella forza della luce”.
In altri componimenti della prima sezione si mischiano le “lingue della vita” di Ingenito: italiano, portoghese e persiano come nella lunga poesia Lisbona-Tehran, dove si fonda quel “vuoto” tra estremi”, di cui parla Giuliano Ladolfi nella postfazione, che non è punto di rottura ma è congiunzione di lingue e culture diverse. Unificazione tremenda e totalizzante.

Ingenito vive in maniera estrema ogni ragione, crede in un cambiamento collettivo: “Crediamo pure che per un respiro resistano/ i palazzi al progressivo crollo del tempo,/ fondiamo in noi una primigenia/ fede degli occhi,/ e liberiamo dalla loro nera prigionia/ gli architetti dell’anima”. Proprio in questo, nel concetto del cambiamento, si colloca la figura di Cristo, presente in ogni sezione del libro, come figura unica a cui rifarsi; un Cristo però primordiale, non dogmatico e profondamente anarchico.
Non si può non pensare al Cristo di Pasolini del Vangelo secondo Matteo: un Cristo fermo e deciso ma in movimento, portatore di rivoluzione e travaglio. Un Cristo storico e profetico.
“Scriverò i versi più ferventi/ stanotte, al pensiero che non è il Messia/ la luce che t’infiamma le lacrime nel vento,/ non è la prima volta che degli infiniti amori/raccogliamo le sottili pietre/ e ingoiamo il peso oscuro della luce.”

La sezione centrale del libro Il Basilisco: Per camminare rapidi sulle acque non solo dà il titolo all’intera opera, ma ne costituisce la parte fondamentale. Il Basilisco è creatura mitologica, “re dei serpenti”, che può uccidere con un solo sguardo, figura enigmatica portatrice di misteri. I testi di questa sezione sono brevi; sono scritti in una lingua ferma, decisa e non ostacolata da ritmi discordanti e negativi. La scrittura è fresca, profonda, come fosse consegnata completamente al vivere. Perché per Ingenito il “corpo”, il “soggetto” non sono statici, fissi e appesantiti dalla negatività e finitudine, ma risultano elementi liberi, audaci e pronti.
“Sono io/ nella violenza del vento/ non abbiate paura”. Le poesie qui proposte sono base e segno di una costante “Invasione”. Se ne parla anche nell’introduzione, dove Tommaso Di Dio accosta la misura di queste poesie all’opera particolare e travolgente di Antonio Porta.
“Le gambe potranno poi sostenerci/ in strada, ma con braci/ nei talloni.”
Perché l’invadere è invadere il mondo di poesia, di senso. Lo stesso correre sulle acque è un motivo di movimento e novità, qualcosa di profetico e invasivo, invasore per eccellenza: la figura del poeta stesso, che rende significato ad ogni cosa nella più lucida verità e rende il mondo soggetto.
“Mi risuoni dentro come l’acacia/ quando a luglio è infestata dalle api”.
C’è continua esplorazione di vita, esperienza estrema da non poter replicare se non in modo diverso tutte le volte. Si osservano con sguardo unico e chiaro le profondità: “Ho il miele negli occhi/ e non vedo.”
Ma nel tempo ritrovato, nei momenti migliori, si può ancora sperare di essere altro, qualcosa di oltre, un’idea che non può finire e che diventa estremo soggetto d’amore, che può trasformare e indurire ogni elemento, ogni luogo dove lasciamo le nostre tracce: “Con le nostre stesse mani dovremmo/ far dura l’acqua, più sale, più roccia/ perché Lui senza temere torni”.

L’ultima sezione del libro è La Mandragola: O nel tempo del nome sotterraneo, capitolo di febbre e amore, fecondo nel realizzare la giusta mancanza nell’altro, nel nemico, perché l’espiazione sia lo stupore di voler essere ognuno, di essere parte della storia e di sopportare ogni vita nella propria: “Se spuntano le serpi dalle spalle/ verrei a baciare le tue scapole/ per salvarti dall’espiazione dei sovrani./ Febbri mortali, lo sai/ consumano chi dischiude il mondo/ e procede con l’acqua alle ginocchia”. In questo canzoniere d’amore le poesie fanno anche così: “Dicono stia lì, fermo/ nell’assopimento delle stanze”; procedono nel silenzio dell’attimo, sono interessate alla vita come ad una materia ignota e brillante e restano sempre poesie finite, precise, che comandano movimenti e ritorni con invocazioni di chiarezza e determinazione.
“Torna presto, presenza addolorata,/ per vegliare gli errori della sera”.

La forza della poesia di Ingenito è il saper essere antica e profondamente moderna per le sue influenze. Resta una poesia piena, dinamica nelle sue accensioni, nel suo bruciare continuo con forza e verità. Per questo il poeta rimane la forza del tutto, il dominatore di immagini ed esperienza, il solo capace di smuovere gli elementi ed essere loro stessi: “Ti trovo nella notte che di nero/ pelo mi fascia queste braccia nude:/ qualunque sia il versante/ del mio rigirarmi,/ sono fuoco, sono acqua, sono vento”.

Anna Ruotolo, Dei settantaquattro modi di chiamarti (alcuni estratti)

Da Dei settantaquattro modi di chiamarti”, Raffaelli editore, 2012
(pubblicazione Premio ClanDestino)

 

Primo. Cielo indiviso,
cielo nevicato all’improvviso

Terzo. Mani di bandiere
nell’aria
e nella nebbia

Quattordicesimo. La notte
più lunga passata
con te –
giro di rotte
e di pianeti

 

Ventiduesimo. Quando arriva mattina,
biglia nella mano.
Quand’è notte, biglia persa
nell’oscurità del letto

Quarantaquattresimo. Autostrada di venti
e di bandiere

 

Modi

(una montagna)

Mi manca il fiato. Scalatori. La corda è tesa, corre sui pendii.
Qualcuno sale, invoca l’aria. Si avvicina al fuoco e a Dio. Sono esseri speciali, crediamo. Esseri di nervi e di coraggio, qualunque forza li attragga.

Qualunque bene.

[…]

Una montagna è un uomo. Un uomo è una montagna.
Da lì viene. Dalla sua polvere e dalla sua roccia.

Poi l’uomo si abbassa: è una collina. Si accomoda alla terra,
un poco la tocca poi si ritira. È il passaggio della sua crescita
nei primi giorni, dall’inizio di tutto.
Poi si abbassa ancora: è un altipiano. Sfiora coi piedi
il fuoco e l’accensione della crosta. Si ritira ma se si lascia
per intero nel suo spazio sente che tutto è un battere dal cratere,
dal suono e dal caldo primordiale.
Poi l’uomo si appiana: è una pianura.
Ed è il giorno della discesa. Piano piano si livella alle cose dell’acqua
e alle cose dell’erba. Non sente lo sbalzo, finito è il gradino, il pendere
dal dislivello della nascita.
Quando un uomo nasce nella materia toccabile è una pianura
di stelle e di fiorite. E pesci e mostri marini.
E mari di giorno e mari di notte. Acqua di sopra e di sotto.
È infinita distesa.

Tu sei ancora una pianura. E una pianura come te è la più gagliarda,
perché sferzata dal vento e dal sole seccante.
E una pianura come te è la più bella.
Ma quando nell’uomo è innescato il prodigio e nasce, cresce, la crescita
è infinita, fossile, stratificazione di gigantesca materia.
Dalla pianura di nuovo fino al picco: questo è il piano.
Indietro. Dalla pianura alla vetta che tocca la fine del mondo per stare là
nel momento della grandissima salita, nello spazio tutto,
nel tempo che vive di eternità.
Ma quando l’uomo cresce per il suo ultimo salto è stratificazione d’aria leggera,
acqua che vacilla e gocciola pian piano. Perdita di peso. Trasparenza di pelle.
Fiero dimenticatore di parole, fiero lasciatore di pesi, di gelate invernali,
di conti, di parenti, di amori e affetti piccoli e terrestri.
La seconda montagna è la più perfetta. E la sua perfezione è la trasparenza,
l’invisibilità, il volo.

L’uomo, in principio, è una montagna.

L’uomo nato è una pianura.

L’uomo che ritorna è, ancora, una montagna.

Per salire, tu lo sai, diventi ogni ora più leggera. E questa salita è come la discesa.
Sali che non c’è spasimo e fiato corto. Sali che non ti si può più vedere.
Lasci la tua pianura. Cresci di altipiano in collina.
Di collina in cima.

E, se alzo gli occhi, mi manca il fiato.

 

(disordine)

L’ordine dei giorni.

Il disordine dell’inciampo, della parola che pronunci
[dopo dieci giorni
di silenzio e fiato rosso.
Il disordine dell’ora legale e lunghissima sera,
il disordine della tromba sul tetto,
il disordine del matto.
Il disordine della tua storia lanciata così,
il disordine del tuo corpo di bolla e del tuo cuore forte
che se fosse più forte lo direi felice.
Il disordine delle mani battute nella notte,
il disordine dei fuochi d’artificio,
il disordine dello scampato all’onda disastrosa,
il disordine del regalo nel giorno anonimo,
il disordine del gesto gratuito.

L’ordine delle stagioni.

Il disordine del caldo d’inverno,
il disordine del camino acceso a marzo.
Il disordine di tutto il cibo comprato, il disordine del libro lasciato in fretta.
Il disordine del tuo racconto nelle mani di qualcuno.
Il disordine del vento nel sereno.
Il disordine del venditore di frutta sotto la tua finestra.
Il disordine mondiale del primo dell’anno che dormi e ti perdi quasi,se non fosse che arriviamo in fila, rotta la lentezza della tua stanza,
messi i nostri piedi e le ginocchia sul tuo letto, obbligata a bereuna cosa frizzante, obbligata all’ultima fotografia di certezza.

L’ordine delle cose. 

                        Il disordine e il tumulto del tuo sorriso.

 

Sessantasettesimo. Filo tremulo
e tenero soltanto
che cade solitario – un gesto raro –
discende, fa un giro nel giardino mio
un giro nel pollaio, ritorna nella terra.
Gesto santo

Settantatreesimo. Mistero
grandioso
di mattine e oceani
invisibili

[Novità editoriali / Under 30] Marco Bini – Conoscenza del vento (Giuliano Ladolfi editore, 2011)(post di natàlia castaldi)

Conoscenza del vento – Marco Bini

MARCO BINI

CONOSCENZA DEL VENTO

Giuliano Ladolfi editore, 2011

Scheda Libro

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La prima raccolta di Marco Bini reca in esergo un emistichio di Roberto Roversi dedicato all’inverno e allo stile, due aspetti che sembrerebbero estranei a una concezione giovane della poesia. Bini è molto giovane, in effetti, ma non si nega il lusso di partire controcorrente. Nell’inverno la neve è fredda e ardente allo stesso tempo e la scrittura viva e pensata di chi ha stile non lo può essere di meno. Basta, nel caso dell’Autore, affidarsi a qualche suo incipit. «Ancora ci

sorprende il planare a mezzaluna di una foglia»; «L’avvenire fu un bolide arrogante»; «Un mistero

rimase come appaia / il presente, d’incanto», e il bellissimo «Perché non sia la nebbia un infarto a

mezz’aria delle cose», versi che possono richiamare lo stile dei maggiori.

Quindi Marco Bini non ha paura, non teme la forza della tradizione né il suo respiro in apparenza desueto e ingiallente, forse perché ama davvero la poesia, quella che tenta di giungere alla parola compiuta partendo dalle cose e in tal modo le giustifica per sempre, dando all’esistere un abito di grazia.

Le stanze del fiume e dell’atlante, sezione introduttiva della plaquette, rappresentano l’epoca fertile e ingannevole del sogno. Non a caso tra quelle mura l’esistenza, nella prima spuria consapevolezza, si identifica con le direttrici di un libro geografico in cui le linee, meridiani e paralleli, sono pure convenzioni. E il tomo, il corpo del volume, pur agito e posseduto come oggetto, sprigiona sogni e segna di speranze la vita a venire, tanto che la conoscenza del vento, dichiarata dal titolo, sembra combaciare col desiderio profondo di un avvenire degno e possibile. Ma procedendo nella lettura, abbandonate quelle stanze, ci si accorge che il giorno adulto ha in sé «un’aria di castigo» e il costo del lavoro è in ogni caso smisurato. Il prezzo è di non riuscire a «slacciare questa lingua» per accostarsi e appartenere al mondo. Così un fare abusivo diviene la moneta con cui si paga la pura

sopravvivenza. L’onere della vita costringe al provvisorio, «tra casa e calvario», nella precarietà del pendolarismo: immagine di una condizione esistenziale riferita soprattutto a coloro che vivono sulla pelle la distanza reale tra tempi orribili e mirabili.

La raccolta, persa quasi subito l’atmosfera di sogno, si inabissa nella fuga circolare di un orizzonte di provincia, dove a volte ecco fiorire, tra le gramaglie dei luoghi e l’ingordigia dei cuori, scampoli di purezza. La poesia si presenta come epifania e unica scaturigine di senso, anche quando è una foglia morta che cade o un’impronta nella neve.

Il libro si chiude con la lucida metafora del ring: «La piazza quaggiù è il quadrato: siamo tutti stretti / alle corde […] cuciti a noi stessi» e feroci. Però nello spazio centrale ci si può ancora mettere a fuoco e chiamare: «Ma soffiami intanto il tuo nome all’orecchio: basta, non serve altro». Davanti a una combinazione precisa e viva di vocali, lo iato opaco del presente si illumina di delicatezza, si riempie di noi. E se poi si tratta soltanto di una «scena madre», pazienza.

Treni, zaini, chilometri di Autobahn (di tondelliana memoria) verso il «cobalto del Baltico» non portano alla meta e inscenano o presumono comunque un ritorno, perché nell’inverno «Viene l’ora di portare le ossa a crepitare contro il fuoco; / quando il sole scende al primo piano e la casa / è una meraviglia di arancione». Nell’inverno lo stile è tutto.

Emilio Rentocchini

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Nell’inverno lo stile è tutto

(Roberto Roversi)

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Da «STANZE DEL FIUME E DELL’ATLANTE»

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Ci potevo giocare ore ogni giorno

o aprirlo a casaccio, farne un cuscino

o una capanna, scoprire persino

una Germania in più del necessario.

Un dono di mio padre il primo atlante.

Capii il senso di “provvisorio”: era

l’anno millenovecentonovanta,

ne usciva una ogni mese di edizioni.

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Sfogliarlo, tanto bastava, poi tre…

due… uno… iniziava la missione

al massimo i motori, paralleli

e meridiani il pianeta mostravano

suddiviso in settori, ed «è bellissimo,

è piccolo ed è blu», tra un polo e l’altro

si apriva lo scenario. Mi sognavo

da grande casco e scafandro, astronauta.

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da «IL COSTO DEL LAVORO»

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Ogni volta è come mandare un vetro in frantumi

in un dato frangente, di fronte all’evidenza

di una rotazione nuova della Terra, e fuggire

non si può all’infinito, sgattaiolare come Ottobre

Rosso, sotto il pelo della notte; e perché non farsi ago

da sotto la trapunta, trapassare una molecola

alla volta, spuntare dalla parte del sonno

più sconvolta per disarmarsi nel mattino?

Perché quel che ti tocca è incontrare ancora la luce,

quel che ti importa che il giorno non sia troppo castigo.

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Se non l’avessi visto coi tuoi occhi, sarebbe soltanto

un lontano ricordo della naia, o un relitto della Storia;

e invece li hai visti lì, intermittenti ed ebeti negli sbuffi

dei loro fiati, allineati nel parcheggio, lo sguardo fisso

in basso dei cercatori d’oro, serrando forte i denti

e trattenendo la pelle d’oca.

A casa si è fatto giorno

col trillo della sveglia e il gargarismo della caffettiera;

al cantiere col tuonare di un portone e lo sconquasso di lamiera.

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Poteva venirti in mente la scena di un vecchio film,

o lo schema sul libro che usavi a scuola; un veliero

che punta a occidente, la stiva colma di africani, la prora

in bilico sul mare; oppure una petroliera, in partenza da Bassora.

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Decelerazione, arresto, dondolio delle masse.

Un passo fuori e l’aria è un traffico di elettroni da non credere

all’esistenza degli interi ma allo scontro tra gli inerti

buttati a manciate nel vento di ronda sui viali.

Solo lo slalom dei fari colonizza la troposfera

e ogni cosa impazzisce per raggiungere il suo zenit.

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Non si scherza con il sole: di questi tempi è il più costante

tra i custodi; fa un giro vasto attorno al globo

a controllo e protezione del prossimo suo pasto.

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Finisce che la misura degli angoli è l’unica possibile

geometria concessa nel pomeriggio in svolo rapido;

a raccontarla è complessa un’assenza

di angeli da aiuola,

il digrignare di griglie

e radiatori – come cani ronzano in muta –

ovatta sospiri e sollievo.

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Sgomma a tutto gas

la vita in libera uscita va presto chiamando

il solito bicchiere a rimettersi in sesto, a Francoforte

poco oltre Modena;

qui anche un rampicante

sfibra nel dovere, ha bisogno di una sedia.

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Ancora ci sorprende il planare a mezzaluna di una foglia,

appena staccato, ancora un po’ storditi dalla luce piena

di settembre, e il suo posarsi come una schiena inarcata

e dolorante, sull’asfalto frequentato di questo centro direzionale.

Crederesti più plausibile la caduta dei calcinacci in un posto come questo

o lo sfogliarsi del tuo viso alla mattina, maneggiando una lametta.

E invece, restiamo lì impalati, a bocca spalancata,

al centro del nostro mondo, come trapassati da un equatore,

e vorremmo quasi tenerci per la mano, osservando quella foglia

che, in fondo, ognuno le si è già per un istante paragonato.

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da «CONOSCENZA DEL VENTO»

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L’avvenire fu un bolide arrogante.

Sollevò un muro d’acqua al suo passaggio,

neppure per scansarci sufficiente

fu il tempo di mostrargli pari pari

il medio in direzione del lunotto.

Non trovammo un motivo convincente.

Solo che non si forma là davanti

come una supernova ciò che accade,

ma più simile a una cometa ostenta

alle spalle una storia: progredisce,

ci raggiunge, un istante ci coesiste

poi di noi va oltre. Semplicemente.

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da «IL COSTO DELLA VITA»

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Piuttosto strano questo agosto, forse tipico tedesco,

che ci corre accanto sull’Autobahn infestata

da fantasmi di storie, da ragazze sui cartelli,

pollice e indice vicini rivelano che «raser

sind so sexy», come a dire sono brevi,

per chi corre, dell’atto il tempo e l’ingombro.

Sbolle al tramonto l’uscita Norimberga, il cobalto

del Baltico ancora non straripa dalla linea d’orizzonte.

Strano, come detto: potremmo levarla in un gesto,

sbriciolarla sull’asfalto come una striscia di silicone,

spaccare di netto il mondo in due. Senza un cigolìo

si scoperchierebbe il pianeta; ci sarà apparso naturale,

vedere tutto sparire nella fessura aperta, il cielo

da una parte, la terra dall’altra, ognuno per la sua strada.

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12 SETTEMBRE 2001

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Sei riuscito tutto a un tratto a metterti alle spalle i volti

corrucciati l’audio che va e viene la tensione della diretta

mentre godi della quiete tardo estiva e fili in bicicletta.

Ti sbilancia un refolo di vento che solleva e rimescola

polvere scontrini accartocciati e mozziconi di sigaretta.

Pensi alla faccenda della farfalla in volo giù in Giappone,

sogghigni e credi che sia un’onda d’urto che viene da lontano.

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Non ti chiedo un rimborso in denaro

per il disturbo, solo quel briciolo di tempo

mi occorre che adoperi la sera

tra la doccia e le lenzuola per tastare

il polso alla tua vita inondato

dalla luce dello schermo, un apostolo.

Ti chiedo questa cosa: riuscirai

a non farti prendere dal panico,

intendo alla prospettiva delle cose

che domani tiene in serbo per noi?

Non sentirti tuo più in là del pianerottolo,

rientrare nel personaggio, affiancare

come sempre il cucchiaio e la forchetta,

raccogliere i tuoi avanzi e ricomporli dopo cena.

Ritmo, fegato, pazienza: questo non ci manca.

Potremmo farne a meno, noi come pellerossa

carponi sulle traversine, se il minimo sussulto

non ci allarmasse nel battere dell’ordinario?

Se non fossimo sempre pronti a farci un altro goccio.

Se non ci ficcassimo in bocca spazzolino

e lima, per lavarli, i denti, e affilarli.

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Una lezione di vita l’ultima del Boss,

o sulla vita – che è già qualcosa in più –

di quelle che immortalano l’andazzo;

dice in pratica che troppo ci si attende

e che brucia addosso ogni cosa

che abbiamo, ancora volendo volerla,

che però si diminuisce sempre un pezzo,

si cede e si decede, davvero, ci si esaurisce

e coraggio ce ne vuole anche a desiderare.

E che invece anche un gancio cielo

può essere una spinta al paradiso, ricordandosi

però di un bel sorriso e di un «ciao»

con la manina quando – più sintetico l’inglese –

il sangue con un fiotto schizzerà sul pavimento.

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Ci sta che quasi niente corrisponda

alla favola di noi che dovremmo recitare

a pieno fiato scambiandocela in dono

o reciproco anatema. Ci sta pure

a questo punto di scomodare gli spiriti

migliori – se ne abbiamo – con la preghiera

di diffonderci oltre il nostro senso stretto.

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Il mondo è un manufatto insistente tra le dita,

mentre il tempo va di lima: stempera gli spigoli

e ottiene la misura auspicata, una storia al singolare.

Così si impara a stipare di niente i granai, a mulinare

i palmi alla corrente per stringere nelle mani solo vento,

un vuoto da graffiarsi tra i capelli, con le unghie.

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La piazza quaggiù è il quadrato: siamo tutti stretti

alle corde sul ring, eretti, audaci, cuciti a noi stessi,

ognuno è feroce più che può; siamo obbedienti.

Mettiamoci a fuoco: in mezzo c’è spazio e più scaltro

è il tempo a non perdere tempo in finte, controfinte.

Puntiamo al centro, forse non per attrazione, ma soffiami

intanto il tuo nome all’orecchio: basta, non serve altro.

Poi è un ritorno al perimetro, fine del round, di nuovo

ognuno all’angolo. Eccola girata, la nostra scena madre.

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da «CHIUSURA DEGLI INDICI»

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Perché non sia la nebbia un infarto a mezz’aria delle cose,

che tutto già pesa da sgocciolare fino a terra.

Non sia spazio, spazio ancora, superflua distanza

cosparsa tra i viventi. Non sbandiamo, teniamoci d’occhio.

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Non c’è luce che non passi dal fondo del tunnel

prima di investire la pupilla all’altro capo

col respiro che si allarga rinnovandoci la pelle.

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Viene l’ora di portare le ossa a crepitare contro il fuoco;

quando il sole scende al primo piano e la casa

è una meraviglia di arancione per la retina

vorremmo liberarci dai contorni nella stretta,

lasciare lo zaino a terra e correre alle braccia che consolino

queste spalle troppo forti ancora da non servire a niente.

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Marco Bini è nato nel 1984, vive e lavora a Vignola (Mo). Si è laureato in Lettere Moderne all’Università di Bologna.Oltre a scrivere poesie, saggi e traduzioni, è molto attivo nell’associazionismo culturale del suo territorio, e collabora con l’organizzazione di Poesia festival in provincia diModena. Fa parte dello staff del progetto editoriale “Schiaffo edizioni”.

Suoi testi sono apparsi sull’antologia Pro/testo (Fara edizioni, Rimini 2009) e sulla rivista «Ali» (Edizioni del Bradipo, Lugo di Romagna). Ha vinto il Premio De Palchi–Raiziss 2010 di Verona e la sezione «Cantiere» del Premio Renato Giorgi 2010 della rivista «Le Voci della Luna». Collabora con la rivista «Farepoesia» di Pavia.