L’abitante

“L’abitante” di Domenico Lombardini. Recensione di Marco Ercolani

di Marco Ercolani

Lombardini

 

 

Domenico Lombardini, L’abitante, Italic PeQuod 2015

Voglio essere tutto: sarò
schiacciato. Volano
queste foglie che
ingialliscono disfacendosi,
così, senza remore,
inscenano, sostanziano la mia perpetua
cocciuta volontà di farmi niente (tutto)

In questa poesia che si intitola Neotenia è evidente l’ossimoro pienezza/nulla che percorre questo libro di Domenico Lombardini. Come definirlo? Una plaquette di filosofia? Un manuale di poetica? Un semplice volume di versi? Forse tutte queste cose insieme, e nessuna. Come scrive Federico Federici nell’introduzione: «L’abitante è un libro che esplora diverse varianti dell’imperativo rimbaudiano “Je est un autre”, individuando nell’io e nelle sue dichiarazioni un altro, il bersaglio mobile da stanare e cacciare ovunque si annidi». Il volume si divide in sei sezioni: L’impostore, La forma, Perimetri, Cronotopi, Babele, Xenia. L’impressione, alla lettura, è quella di uno spartito musicale, in tempi diversi, sul tema del nulla e dell’io, uno spartito che si coagula e si dissolve pagina dopo pagina, dominato dall’assillo della sradicatezza: «questo rapporto idiosincrasico Io-Je, / e visto che se Je fa un passo l’Io ne fa due, / qui non ci si cava un ragno dal buco…/ e invece di resistere al delirio dell’Io / che vuole essere tutto, ho deciso che io /debba desistere».
Non “resistere” ma “desistere” si propone Lombardini destrutturando l’ambizione egoica ma non smettendo di costruire un ottimo libro di dissolvenze e di negazioni, che proprio sul filo del suo nulla dichiarato tesse una vitalità lirica dolorosa: «per questo non si è; se non esseri desiderati / e disperanti lungo rive di abisso, / disperando e sospirando di piombarvi; / per questo non si è, se non abitanti / graditi e bistrattati / di una casa familiare e straniera».
Questo libro è un atto d’accusa contro il discorso logico dell’io, contro la prassi del fare, dell’accumulare, dell’appartenere. Il poeta è sempre nomade, disertore, solitario abitante della sua parola. Scrive Stanislaw J. Lec: «Lo sdoppiamento dell’io è una grave malattia psichica, perché riduce la normale frantumazione psichica dell’uomo in una quantità innumerevole di esseri – al misero numero di due». Lombardini lotta contro questo mediocre dualismo attraverso un paradossale invito alla disgregazione, come dimostra in Pazzia 1:

«fare, perché è un bel fare, metter su,
facciamoci mattoni, facciamoci,
facciamoci un nome, chi cosa, mattoni,
noi, chi, io, ich, chi? ding, mattoni, oggetti i soggetti
[…]
i mattoni, i pezzi, ich, chi?
ich! chi? wir? cosa? ah, cosa! anzi casa, anzi torre,
sempre più, torre alta, sì, più alta di,
più sopra di, più grande di…»

Ma se la lingua del poeta balbetta, consapevole di balbettare, la lingua è anche lucida, attenta, pericolosa, nello stanare l’io accentrante, nemico. Lo scrittore è il cacciatore che cerca, ma è anche la preda che si fa trovare: fa la posta alle cose che accadono o che accadrebbero, esplora le ipotesi del mondo e dell’io, cerca nello straordinario il vero e aguzza le orecchie verso il regno delle ombre:

«ma solo Io posso dire Ego sum qui sum.
allora scendiamo, portiamo loro
il mio nome, la confusione»

Nominare è confondere, non costruire. È abitare veramente, non nell’impostura dell’io psicologico ma nelle molteplici identità che ci tramano come un arcipelago. E, alla fine, la soluzione sembra quella del non conformarsi al niente di una sola realtà ma trovare una via di fuga, tradire:

tradirsi,
consegnarsi all’altrove,
all’indisponibile, all’inassumibile,
disarmati,
perché orfani di una presenza,
eredi di una mancanza
che ci spiazza,
dislocandoci in un altrove
in cui mai abiteremo.

E cos’è quest’altrove se non la terra borderline che non appartiene a nessuno e che sigilliamo per comodità nel non-senso della follia, mitigandone la felice asprezza? Scrive Michel Foucault: «La follia e la letteratura sono forse per noi come il cielo e la terra uniti tutt’intorno a noi, ma legate l’una all’altra da una grande apertura in cui non smettiamo mai di procedere, in cui appunto parliamo, parliamo, fino al giorno in cui ci sarà messo un pugno di terra in bocca.»

Un estratto da “L’abitante” – di Domenico Lombardini

di Domenico Lombardini

lombardini jpeg

Paolo Traverso, sezione_1, L’impostore

Qualcosa come abitare sarebbe essere


per questo non si è, se non intermittenti
epifanie di coscienza costeggiando
quel nulla da cui siamo avvinti e repulsi;

per questo non si è, se non esseri desideranti
e disperanti lungo rive di abisso,
disperando e sospirando di piombarvi;

per questo non si è, se non abitanti
graditi e bistrattati
di una casa familiare e straniera.

 

Allora è come se io stessi non dico dinanzi alla mia casa,
ma dinanzi a me stesso mentre dormo,
è come se avessi la fortuna di poter dormire
profondamente e al tempo stesso
osservarmi scrupolosamente.

 

Nevrosi della casa


tutto è stato fatto
per entrare in una casa. per poi
allontanarsi dopo, rinfacciandole
dolori e sconfitte.
fossili dovremmo essere, sentirsi
giusti tra quattro mura per apparire
confortevolmente qualcuno.
di questo si è abitati, dall’idea
di un individuo,
dal fascino di un’individualità giusta,
ancorata a una realtà, a una promessa.

Femminilità


avere un’anima e non saperlo,
e desiderare un corpo senza.
e quel corpo si vuole curare,
confrontando il tuo e quello
con una mano sul ventre di lui
e saggiando delle fibre
resistenza e arrendevolezza.
accorgersi dell’incommensurabilità
tra il suo e il tuo amore,
di quella separatezza.
e un dolore ti sorprende
e il piacere fa lo stesso:
mentre lui non c’è,
tu ci sei, e l’osservi
sbigottita amare un corpo.

*


il pulviscolo allineato sulla riga di luce
filtrata dalla finestra socchiusa.
minutissime le particelle,
la stessa sostanza dell’aria
che la gloria del sole mostra, come un’epifania.
è un continuo albeggiare,
essere una di quelle particelle
il cui piccolo contributo di luce
rende conto del riverbero di tutte:
una luce dentro la Luce.
è come stare fuori e dentro,
essere particella ed energia:
riempirsi, sgravarsi,
annichilirsi, sovrabbondare di vita…
è un movimento in cui tutto si perde
e tutto rimane salvo e intatto
nella mano che si colma
vuotandosi. coincidenza amorosa degli opposti:
l’unicità signoreggia
e, sovrana e imperiale, il tempo trascende.

*


tradirsi,
consegnarsi all’altrove,
all’indisponibile, all’inassumibile,
disarmati,
perché orfani di una presenza,
eredi di una mancanza
che ci spiazza,
dislocandoci in un altrove
in cui mai abiteremo.

dalla Prefazione di Federico Federici

“Non si può dunque scindere l’abitante dal luogo dell’abitare, anzi l’essere abitati «[…] dall’idea/ di un individuo» diviene al contempo un essere tout court («Maestro, dove abiti?», Giovanni 1, 38-39). Questo luogo, che all’inizio appare solo spazio conquistato e rifinito a piacimento accumulando oggetti, è via via manipolato, interiorizzato, sino a diventare molto più di un’espressione di se stessi, ma quasi un’identificazione, la sola esperienza “vera” che si fa di sé.
La dialettica dentro-fuori presuppone una demarcazione, una parete, una pelle, una superficie sensoriale crivellata di canali, cunicoli, fessure, finestre, attraverso cui transitano luce e materia che informano le parti, ben sapendo che «[…] si cerca dove non/ c’è, nella certezza di non/ trovare […]». L’ulteriore denotazione di un dentro/qui allontana il fuori/là, accentuando un senso di solitudine nell’identità, nell’io quale punto indivisibile.”

Domenico Lombardini, L’abitante, in uscita per Italic PeQuod